Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)
Part 14
Per colmo de' mali, la grande compagnia, che in allora saccheggiava lo stato di Ravenna, preparavasi ad entrare nel regno di Napoli. Una privata ingiuria, che si era preso l'impegno di vendicare, l'aveva lungo tempo trattenuta negli stati di Bernardino da Polenta. Questo signore del 1350, in occasione che i pellegrini accorrevano in folla a Roma, fissò gli occhi sopra una contessa tedesca di singolare avvenenza, che si era fermata in un albergo: il tiranno più non le consentì di proseguire il suo divoto viaggio; egli voleva essere corrisposto in amore; onde dopo avere inutilmente adoperati per piacerle tutti gli accorgimenti della galanteria e della magnificenza, dopo avere lungo tempo adulato, supplicato, servito, tentò una colpevole violenza. La bella pellegrina salvò la sua castità con una morte volontaria. Il di lei scudiere portò in Germania la notizia di questo tragico avvenimento. Due cavalieri, fratelli della contessa, poveri, e fidati soltanto alla loro spada, scesero subito in Italia per vendicare la sorella, e trovarono la grande compagnia presso Mantova. Dopo la morte del cavaliere di Moriale era questa sotto gli ordini del conte Lando, loro compatriotto; essi comunicarono il proprio risentimento ai soldati, agli ufficiali, al medesimo generale, e fecero porre per conto loro lo stato di Ravenna a fuoco e a sangue[347].
[347] _Matteo Villani, l. IV, c. 40. — Annales Cæsenates, t. XIV, p. 1182._
Indi la gran compagnia penetrò negli Abruzzi in sul cominciare del 1355. Verun preparativo erasi fatto per resisterle, sebbene tutti gli alleati del re lo avessero avvisato, che dirigevasi verso i suoi stati; ma il carnovale era di già cominciato, e Luigi non voleva permettere che si turbassero le feste e le danze della corte con triste nuove, o con molesti pensieri di affari[348].
[348] _Matteo Villani, l. IV, c. 56._
Dopo aver saccheggiati gli Abruzzi, la grande compagnia si avanzò verso la Puglia. La città di Guasto capitolò, e gli aprì le porte, ma gli assassini, condotti dal conte Lando, non rispettavano troppo i loro giuramenti; la città fu abbandonata al sacco, ed uccisi barbaramente gli abitanti[349]. Tutte le altre città della Puglia, atterrite da quest'esempio, ripararono le loro mura, e risolsero di difendersi fino all'ultima estremità; ma non pertanto trovaronsi ridotte alle sole forze dei proprj abitanti, perchè il re non mandò loro verun soccorso. Invece di levar truppe nel suo regno, si limitò a mandare in Toscana il suo gran siniscalco, Nicola Acciajuoli, per domandare l'assistenza de' suoi alleati, mentre egli continuava a darsi buon tempo colle feste, senza mostrar di curarsi degli avanzamenti della grande compagnia, nè della ruina de' suoi sudditi[350].
[349] _Ivi, c. 79._
[350] _Matteo Villani, l. IV, c. 90._
Poi ch'ebbe guastata la Puglia, il conte Lando condusse la gran compagnia nella Terra di Lavoro[351], e spinse le incursioni fino alle porte di Napoli. Affinchè niuna cosa si sottraesse alle diligenze della compagnia, divise l'armata in due corpi, che battevano tutto il paese. In verun luogo incontrava resistenza, onde i suoi cavalieri spesse volte uscivano senz'armi; si stabilivano nelle ville de' signori napoletani, cacciavano, e si davano feste a vicenda, obbligando i loro domestici a prendere a viva forza nelle case de' contadini tutto quanto poteva loro abbisognare[352].
[351] _Ivi, l. V, c. 10._
[352] _Ivi, c. 56._
Finalmente il gran siniscalco arrivò dalla Toscana con mille _barbute_, che così allora chiamavasi un cavaliere seguito da un sergente, montato anch'esso a cavallo. Ma il re, che aveva caldamente affrettata la venuta di queste truppe, non aveva danaro per pagarle, onde disertarono in pochi giorni, andando ad ingrossare l'armata del conte Lando[353]. Soltanto in settembre ottenne il re Luigi di mettere insieme con istraordinarie contribuzioni trentacinque mila fiorini, che questa volta rifiutò ai suoi piaceri ed all'avidità de' cortigiani. Diede questa somma alla compagnia, a condizione che s'allontanasse da Napoli per ritornare nella Puglia. Le promise di sborsare altri settanta mila fiorini in due termini, purchè uscisse da tutto il regno; ma finchè si effettuasse tale pagamento, acconsentì che la compagnia continuasse a vivere a discrezione nelle province lontane dalla capitale[354].
[353] _Matteo Villani, l. V, c. 63._
[354] _Ivi, c. 76._
Mentre il regno di Napoli trovavasi così vergognosamente abbandonato dalla viltà del suo re ai guasti di un'armata d'assassini, il cardinale Egidio Albornoz continuava prosperamente negli stati della chiesa la guerra ch'egli aveva intrapresa per iscacciare o sottomettere i tiranni, che vi si erano stabiliti. La sua più grand'arte era quella di guadagnare al suo partito alcuni di que' piccoli signori, loro accordando vantaggiose condizioni; e suppliva in tal maniera agli scarsi sussidj che gli mandava la corte d'Avignone; approfittando inoltre della rivalità delle famiglie e delle vendette dei principi per rivolgere le armi degli uni contro gli altri.
La Marca d'Ancona e la Romagna, ove il cardinale faceva la guerra, erano pressocchè le sole province d'Italia, i di cui abitanti si fossero conservati bellicosi. I piccoli principi di queste contrade non fidavano, come quelli di Lombardia, la difesa degli stati loro a mercenarj tedeschi; comandavano essi medesimi le proprie armate composte de' gentiluomini dei loro piccoli principati, e de' contadini delle loro montagne. Essi li tenevano sempre esercitati, e quando non guerreggiavano per proprio loro conto, si ponevano per un determinato tempo ai servigi di qualche principe o repubblica più potente, piuttosto che rimanersene oziosi.
Gentile da Mogliano tiranno di Fermo fu il primo signore che il cardinale Albornoz guadagnò al suo partito. Il legato in sul cominciare dell'inverno aveva nominato Gentile gonfaloniere dell'armata della chiesa, e gli aveva conceduta la signoria di Fermo e del suo territorio, come feudo della santa sede[355]. Albornoz accordava di buon grado vantaggiose condizioni ai più piccoli signori, confidando, che, ove coll'ajuto loro gli riuscisse di sottomettere i più grandi, agevole poi gli sarebbe il ridurre i primi nella sua dipendenza. Egli aveva bisogno di tutte le sue forze per attaccare Malatesta, signore di Rimini, i di cui dominj stendevansi da Recanati fino ai confini del territorio di Forlì: era questo signore non meno formidabile pei suoi talenti politici e militari, che per le alleanze contratte colle repubbliche guelfe. Albornoz penetrò negli stati della Marca di Fermo, ed in gennajo sorprese la città di Recanati, che dichiarò libera sotto la protezione della chiesa[356].
[355] _Matteo Villani, l. IV, c. 33. — Raynald. Ann. Eccles. 1354, § 2, p. 351._
[356] _Matteo Villani, l. IV, c. 42. — Cron. d'Orvieto, p. 682. — Cronica Riminese, p. 903._
Allora il Malatesta fece sentire ai signori dello stato ecclesiastico, che l'istante era giunto di mettere in disparte le antiche nimistà, e di unirsi per la comune difesa. La politica del legato era facilmente conosciuta. La chiesa non aveva maggiori motivi di muover guerra ai Malatesti, piuttosto che agli altri signori; ed ognuno doveva prevedere che sarebbe tosto o tardi attaccato. Il valoroso Francesco degli Ordelaffi, capitano o signore di Forlì, rinunciò il primo ad un'antica inimicizia che lo divideva dal Malatesti, e contrasse con questi una sincera alleanza; cui prese subito parte anche Raineri dei Manfredi, signore di Faenza. Gentile da Mogliano entrò ancor esso nella stessa lega, sorprese e cacciò da Fermo le truppe della chiesa introdottevi da lui medesimo, rimandò al legato il gonfalone che aveva da lui ricevuto; e diede pubblicità all'alleanza di fresco contratta coi signori della Romagna[357].
[357] _Matteo Villani, l. IV, c. 50. — Rayn. Ann. Eccles. 1355, § 19, p. 369. — Cron. Rimin., XV, p. 902._
Era troppo tardi: il legato dopo avere sottomessa più che la metà dello stato della chiesa, trovavasi abbastanza forte per isfidare questa lega; altronde altri principi, meno preveggenti, cercavano ancora la di lui amicizia, e Ridolfo da Varano, signore di Camerino, chiese per sè il comando dell'armata che Gentile da Mogliano aveva rinunciato. Da principio Ridolfo fu sorpreso da Francesco degli Ordelaffi, e la sua armata rotta e dispersa[358]; ma egli si rifece da questa perdita, battendo poco dopo e facendo prigioniero Galeotto Malatesti, fratello del signore di Rimini, ed uno de' migliori capitani d'Italia[359]. Questa disfatta scoraggiò il Malatesta, che abbandonò il primo la lega da lui formata, e offrì condizioni di pace al legato; e perchè era d'origine Guelfo, le città guelfe lo raccomandarono alle generosità del cardinale Albornoz. Questi gli fece giurare fedeltà alla chiesa, gli accordò, mediante una leggiera contribuzione, per dodici anni il governo di Rimini, di Pesaro, di Fano e di Fossombrone; ma dichiarò libere sotto la protezione della chiesa Sinigaglia ed Ancona[360].
[358] _Matteo Villani, l. V, c. 6. — Ann. Cæsenat. t. XIV, p. 1183._
[359] _Matteo Villani, l. V, c. 18. — Rayn. Ann. Eccles. 1355, § 20, p. 370. — Cron. d'Orvieto, p. 682. — Cron. Rimin. p. 903._
[360] _Matteo Villani, l. V, c. 46. — Cron. Rim. t. XV, p. 903. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 437._
La sommissione de' Malatesti fu cagione dell'immediata ruina di Gentile da Mogliano. La città di Fermo gli si ribellò, ed aprì le porte al cardinale[361]. Raineri de' Manfredi, signore di Faenza, quasi chiuso nello stato di Bologna, non era per anco esposto agli attacchi del legato; ma Francesco degli Ordelaffi, capitano di Forlì, rimasto solo in guerra colla chiesa, doveva prevedere l'avvicinamento della burrasca, e vi si preparò coraggiosamente[362]. Egli si chiuse nella sua capitale, ed affidò alla consorte non meno di lui coraggiosa, la difesa di Cesena; non fece verun conto della crociata e della scomunica pubblicata contro di lui, e senza alleati osò solo disprezzare in queste due piccole città tutta la potenza della santa sede[363].
[361] _Matteo Villani, l. V, c. 57. — Cron. Rim. p. 903._
[362] _Matteo Villani, l. V, c. 77._ Suo figlio Luigi, che prima comandava a Cesena, morì di malattia il 1 gennajo del 1356. _Ann. Cæsen. p. 1183._
[363] _Matteo Villani, l. VI, c. 14. — Rayn. Ann. Eccles. § 21, p. 370. — Cron. d'Orvieto, p. 683._
Prima che il cardinale legato potesse condurre la sua armata sotto Forlì, la rivoluzione scoppiata in una delle più potenti città dipendenti dall'alto dominio della santa sede, presentò nuova esca alla di lui ambizione, e gli offrì la speranza di nuova conquista. La santa sede aveva sopra Bologna gli stessi diritti che Albornoz aveva fatti valere rispetto alle altre città della Romagna; ma Bologna ubbidiva ai Visconti, e questi potenti signori non potevano essere spogliati come i piccoli principi d'Agobbio, di Viterbo e di Fermo. Il cardinale non dava indizio di nutrire progetti ostili contro Bologna; pure la vide con piacere tolta ai signori di Milano da un tiranno più debole, che sperava di potere all'opportunità spogliare di così ragguardevole città.
I Bolognesi soffrivano con impazienza la signoria de' Visconti, e fino dal giugno del 1354 avevano tentato di scuoterne il giogo: ma Giovanni Visconti d'Oleggio, cui l'arcivescovo di Milano aveva confidato il governo della loro città, scoprì la congiura ordita contro di lui, mandò al supplicio due de' principali cittadini, disarmò gli altri, e ridusse i Bolognesi in così servile condizione[364], che, nella guerra degli alleati contro i Visconti, Oleggio condusse nel territorio di Modena le milizie borghesi non d'altro armate che di bastone. Giunto al campo distribuì loro le armi per combattere, e dopo avere rotte le truppe del marchese d'Este, loro ritolse quelle armi, che lo avevano renduto vittorioso, per ricondurli in città col solo bastone in mano.
[364] _Matteo Villani, l. IV, c. 11 e 12. — Math. de Griffonibus Memor. Histor. p. 169. — Chron. Mutin. Johan. de Bazano, t. XV, p. 620. — Petri Azarii Chron. t. XVI, p. 334. — Ghirardacci Stor. di Bolog. l. XXIII, p. 221._
Dopo la morte dell'arcivescovo di Milano, Bologna era toccata nella divisione dell'eredità a Matteo, il maggiore de' nipoti, e questi avea raffermato Oleggio nel suo governo. Ma i nuovi signori diffidavano di questo comandante, la cui politica e dissimulazione non erano minori del valore militare; oltrecchè il favore dell'arcivescovo, di cui era creduto figliuolo, lo aveva accostumato ai più ambiziosi progetti. Una gelosia di amore s'aggiunse a quella del potere in seno a Galeazzo, uno de' fratelli Visconti[365]. Essi determinarono di privare Oleggio della sua carica, ma questi avendo avuto sentore de' loro divisamenti prese le convenienti misure per conservarla loro malgrado.
[365] _Matteo Villani, l. V, c. 5._
I signori di Milano attaccarono da principio gli ufficiali subalterni che Oleggio aveva promossi; richiamarono da Bologna varj corpi di truppe, e citarono molti capitani innanzi ad un tribunale straordinario per rendere conto dei ladronecci ond'erano accusati. Pareva di già pendere sul capo loro una sentenza infamante[366], quando in aprile del 1355 un luogotenente di Matteo Visconti venne a chiedere a Giovanni d'Oleggio, in nome del signore di Milano, la consegna di Bologna con tutte le sue fortezze, ordinandogli in pari tempo di allontanarsene all'istante.
[366] _Petri Azarii Chronic. t. XVI, p. 338._ L'autore di questa cronaca fu egli stesso incaricato di rivedere i conti delle truppe a Bologna.
Oleggio si mostrò disposto ad ubbidire, e consegnò al suo successore le chiavi de' principali castelli, consigliandolo ad assicurarsene avanti che i Bolognesi avessero sentore dell'ordine ond'era incaricato. Quando il nuovo governatore fu appena uscito di città per eseguire questo consiglio, Oleggio ritenne in palazzo il 17 aprile i rettori e gli ufficiali di giustizia; vi fece pure chiamare tutti i cittadini, e loro annunziò, che i Visconti avevano determinato di togliergli il governo, dopo averlo forzato, diceva egli, a trattare i Bolognesi con una durezza tutt'affatto contraria al suo cuore. Essi soli, soggiugneva, erano colpevoli della sua precedente tirannica condotta; essi gli avevano chiesto altro sangue, ed oggi lo privavano della sua carica per punirlo della soverchia sua dolcezza. «Ho risoluto, disse finalmente, di sottrarvi al capriccio di questi tiranni; io abjuro i crudeli loro ordini, rinuncio alla loro ubbidenza. Consolate le vostre famiglie colla certezza che non avrete che me solo per vostro signore; o piuttosto dite loro che noi governeremo tutti assieme, imperciocchè, incominciando da questo giorno, i cittadini di Bologna divideranno col loro principe gli onori e le fatiche dell'amministrazione.»
I Bolognesi ascoltarono questo discorso con un cupo scoraggiamento; conoscevano l'Oleggio da molto tempo ed a lui solo attribuivano tutte le violenze che gli avevano veduto commettere. Quand'anche avessero potuto desiderare di ricuperare l'indipendenza sotto un così fatto signore, sospettavano che le sue parole velassero qualche coperto inganno, e temettero d'essere da lui sagrificati al signore di Milano. Scusaronsi lungo tempo dal prendere nessuna parte, sotto pretesto ch'erano senz'armi. Finalmente i Maltraversi ed i Ghibellini, più affezionati ad Oleggio, persuasero i loro concittadini, indifferenti di servire all'uno o all'altro de' tiranni cui erano venduti[367]. L'assemblea proclamò Giovanni Visconti d'Oleggio perpetuo signore di Bologna, ed in quella stessa notte furono restituite le armi ai cittadini.
[367] _Math. de Griffonibus Mem. Hist. p. 170. — Cronica di Bologna, p. 440. — Ghirardacci Stor. di Bolog. l. XXIII, p. 225._
In appresso Oleggio chiamò gli uni dopo gli altri i capitani delle truppe; comunicò loro le procedure di già incominciate contro di loro, facendo loro sentire, che la ribellione era omai il solo mezzo che loro rimanesse per salvare le loro teste[368]. Molti di costoro, attaccati da molto tempo alla sorte dell'Oleggio, abjurarono il partito de' Visconti, e gli giurarono fedeltà; ed un solo terzo, a dir molto, de' soldati ricusò di riconoscerlo per signore di Bologna. Oleggio li fece uscire di città, dopo averli disarmati, nominò altri rettori ossia ufficiali di giustizia invece di quelli che aveva ritenuti in palazzo; mandò con estrema sollecitudine contr'ordini a tutti i suoi castellani, perchè non aprissero le fortezze al nuovo governatore, e tutte furono salvate, tranne quella di Lucco. Gli alleati di Venezia, in guerra coi fratelli Visconti, si affrettarono di riconoscerlo e di promettergli soccorso; il marchese d'Este gli mandò immediatamente due cento cinquanta cavalli; in fine la mattina del 20 aprile Oleggio si trovò assoluto signore di Bologna, e la rivoluzione fu compiuta[369].
[368] _Petri Azarii Chron. p. 339._
[369] _Matteo Villani, l. V, c. 12. — Petri Azarii Chron., p. 341._
I Visconti, informati della ribellione del loro luogotenente, spedirono un'armata contro di lui[370]; ma non ottennero d'impadronirsi di Bologna per sorpresa, nè si trovarono abbastanza forti per intraprenderne il regolare assedio; onde le loro truppe si ritirarono, dopo aver guastato il territorio bolognese[371]; ed altri avvenimenti, più a loro vicini, rimossero questi principi dal fare per qualche tempo nuove intraprese.
[370] _Matteo Villani, l. V. c. 67. — Ghirardacci Stor. di Bolog. l. XXIII, p. 226._
[371] _Matteo Villani, l. V, c. 78. — Joh. de Bazzana Chron. Mutin. p. 624._
Il maggiore de' fratelli Visconti, Matteo, non si prendeva quasi veruna cura del governo; perduto nelle dissolutezze non era circondato che da donne rapite ai loro mariti, o di fanciulle tolte ai loro genitori. Un giorno fece chiamare un assai rispettato cittadino di Milano, che aveva bella e giovane sposa, e gli ordinò sotto pena di morte di condurre egli stesso la moglie nel serraglio, ch'egli si era formato. Questo cittadino andò, piangendo, a raccontare a Barnabò Visconti l'insultante ordine che aveva ricevuto, implorando la sua protezione. Barnabò recossi subito da Galeazzo, altro suo fratello; essi conobbero di comune accordo che il popolo, spinto agli estremi dalla tirannia di Matteo, potrebbe punirli tutti egualmente de' suoi disordini. L'amor fraterno aveva poca influenza sul cuore di questi principi, e facilmente dava luogo all'interesse ed all'ambizione: lo stesso giorno la mensa di Matteo fu servita di quaglie avvelenate, ed all'indomani il maggiore de' tre signori di Milano fu trovato morto nel suo letto[372].
[372] I Visconti sparsero voce, ed Azario lo ripete dietro loro, che Matteo era morto di spossamento in conseguenza delle sue dissolutezze. _Chr. Petri Azarii, p. 342. — Matteo Villani, l. V, c. 81. — Bernar. Corio Storia di Milano, p. III, p. 230. v. Ripamontius Histor. Mediolani, l. II, p. 553. — Pauli Jovi Mathaeus Graevii. t. III, p. 310._
CAPITOLO XLIV.
_La Dalmazia vien tolta dagli Ungari ai Veneziani. — Guerra de' principi Lombardi contro i Visconti. — Fra Giacomo dei Bussolari a Pavia._
1356 = 1359.
Abbiamo di già veduto il re d'Ungheria condurre successivamente due armate nel regno di Napoli per vendicare la morte di suo fratello. Abbiamo veduto questo monarca con un carattere cavalleresco, ma incostante, sommovere tutto il Levante d'Europa per vendicare la propria ingiuria, coprire la Puglia e la Calabria colle sue armate, stendere le sue devastazioni da un mare all'altro, confondere nella sua collera gl'innocenti coi colpevoli, e lordare la sua gloria colla morte di Carlo di Durazzo, colla prigionia de' principi del sangue, che riposavano sulla data fede; in appresso lo abbiamo veduto dimenticare tutt'ad un tratto il suo risentimento, riconoscere l'innocenza di Giovanna, senza alcun motivo di cambiare opinione, liberare i principi del sangue, perdonare a Luigi di Taranto, e rilasciare generosamente al regno di Napoli i rimborsi cui davagli pieno diritto la sentenza pontificia.
Il lungo regno di Luigi forma il più brillante periodo della storia d'Ungheria. Prima di lui questo regno era ancora barbaro, dopo di lui venne esaurito dalle guerre civili, o indebolito dai vizj della sua costituzione; ma finchè visse Luigi l'Ungheria figurò tra le prime potenze dell'Europa, dominò sui popoli schiavoni che la circondavano, si fece rispettare dalla Germania, e tenne l'Italia in timore e quasi nella sua dipendenza. Le costituzioni feudali hanno tutte un periodo di grandissima potenza, quello in cui i grandi hanno acquistata tutta l'energia che nasce in loro dalla propria situazione, senza che abbiano ancora sentita la loro indipendenza. Il re dirige in allora immense forze, che però non tarderanno molto a rivoltarsi contro di lui. Egli fa la guerra senza tesori e senza soldati, ed è ubbidito dai suoi vassalli soltanto a motivo de' feudi loro dati. Ma l'ubbidienza de' feudatarj non ha lunga durata; perciocchè non tardano ad accorgersi che i feudi non possono essere loro ritolti da colui che li diede, ed all'istante in cui pensano di scuotere il giogo, cessa il potere del monarca. Luigi d'Ungheria andò debitore di tutto lo splendore del suo regno assai meno al proprio carattere che alle circostanze in cui si trovò la nazione nel momento in cui usciva dalla barbarie. «Era (come racconta uno di que' contemporanei, che conosceva e giudicava accortamente degli uomini), era un principe di gran cuore, ardito, valoroso; grandi erano le sue intraprese nella prosperità; le avanzava caldamente, coraggiosamente ed ancora con alquanto di asprezza; sapeva incutere timore ai suoi baroni, nè loro permetteva di fare negligentemente i servigi che gli dovevano. Ma spesse volte intraprendeva grandi cose senza essere bastantemente preparato a condurle a termine, abbandonandosi alla propria fortuna, fidandosi nel coraggio de' soldati come questi confidavano nel suo, tanto più che le sue gentili e cortesi maniere gli assicuravano l'affetto de' sudditi. Più d'una volta diede prove di sollecitudine e di leggerezza nelle cose di somma importanza; e seppe meglio uscire dalle avversità, abbandonando le sue intraprese, che opponendo loro il suo coraggio e le sue virtù[373].»
[373] _Matteo Villani, l. IV, c. 67._
Le relazioni del re Luigi coll'Italia avevano avuto principio nel 1345 in occasione delle sue controversie coi Veneziani. La morte di suo fratello Andrea, e la guerra portata nel regno di Napoli, avevano sospesa la vendetta che voleva fare contro la potente repubblica di Venezia; ma i Genovesi avendo di nuovo ravvivata la sua animosità, egli aveva nel 1353 dichiarata la guerra alla signoria di Venezia, e minacciata ogni anno l'Italia d'una formidabile invasione.