Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)
Part 13
Ma non avendo le prime elezioni designato che un ristretto numero di cittadini, ebbero questi l'arte di mantenere ed ancora di ristringere la loro oligarchia in tutte le successive elezioni. Entravano essi di pieno diritto nel consiglio del popolo incaricato di fare un nuovo scrutinio. In tale consiglio bastavano poche voci contrarie per impedire ad un nuovo cittadino d'entrare nella signoria, e per lo contrario richiedevasi una grande maggiorità per fare sortire dalle borse i nomi de' già ammessi cittadini. I capi dell'oligarchia, dopo avere fra di loro convenuto intorno alla prossima elezione, allontanavano dal consiglio del popolo, coll'unanime loro opposizione, tutti coloro che non volevano che fossero eletti. In tal modo avevano essi ridotta la sovrana autorità tra le mani di meno di novanta cittadini[307]. Ma questa medesima usurpazione gli avea renduti singolarmente odiosi ed alla nobiltà che le leggi escludevano dall'amministrazione, ed al popolo che vedevasi con frode spogliato dei diritti attribuitigli dalla costituzione.
[307] _Matteo Villani, l. IV, c. 61._
L'odio de' loro concittadini ridusse i nove signori di Siena ad una condotta costantemente debole e perfida. Mentre le tre repubbliche guelfe della Toscana avrebbero dovuto difendere di comune accordo la loro libertà, i nove tradirono sempre la causa dei loro alleati, prima nelle loro relazioni coi Visconti, poi colla grande compagnia, e per ultimo coll'imperatore. Avevano assoggettata a quest'ultimo la loro patria per guadagnarsi la sua protezione; ma Carlo voleva amici che gli somministrassero forza e non cercassero di rendersi forti col di lui mezzo. Nell'istante in cui entrò in Siena, vi fu accolto colle grida di _viva l'imperatore, muoja l'ordine dei nove!_ Vide alla testa de' malcontenti i capi della nobiltà, i Tolomei, i Malavolti, i Piccolomini, i Saricini e perfino parte dei Salimbeni, sebbene altri fossero addetti al governo. Vide inoltre nell'opposizione moltissimi ricchi borghesi e tutto il popolo; questo partito era patentemente il più forte; e fu perciò quello ch'egli trovò più prudente consiglio di abbracciare[308].
[308] _Matteo Villani, l. IV, c. 81. — Neri di Donato Cronaca Sanese, p. 147._
L'imperatore adunque non cercò nè il primo giorno nè all'indomani di sedare i tumultuosi movimenti del popolo. Nel terzo giorno la sedizione vestì un carattere più serio; vennero barricate le strade, ed i nove, assediati nel palazzo della signoria, supplicarono essi medesimi Carlo di recarsi colà a liberarli. Infatti l'imperatore si presentò alle porte del palazzo, che gli furono aperte, e vi entrò a cavallo. Ordinò ai nove di deporre a' suoi piedi il bastone del comando; chiese loro di liberarlo dalla promessa che aveva fatta di conservare la loro autorità; e, fattesi rendere le carte loro rilasciate, le fece abbruciare sotto i suoi occhi. Intanto il popolo forzava le prigioni, l'archivio dei nove, e la chiesa ove si conservavano le borse della signoria. Queste borse, colle bandiere dell'ordine, furono strascinate nel fango in presenza dell'imperatore. Tutta la città risuonava di una sola voce, _muojano i nove!_ le loro case erano attaccate, insultate le loro persone, e molti di loro, cui non riuscì di nascondersi o di fuggire, furono fatti in pezzi. Vero è che l'imperatore salvò la vita dei signori ch'erano con lui nel palazzo, e ricusò di abbandonarli al popolo irritato[309]. Non pertanto pareva partecipare egli medesimo del furore popolare, e lo sanzionava coi decreti che andava emanando contro tutto l'ordine dei nove: ma in pari tempo si affrettò di far confermare da tutte le classi della nazione l'autorità sulla repubblica che la distrutta signoria gli aveva conferita. Nominò in appresso trenta commissarj, dodici nobili e diciotto plebei, per riformare il governo sotto la presidenza di suo fratello naturale, l'arcivescovo di Praga, patriarca d'Aquilea. Lasciò pure a Siena i Tarlati, il signore di Cortona ed i conti di Santafiora, per conservarvi la propria autorità, e tre giorni dopo, il 28 marzo, si rimise in viaggio alla volta di Roma[310].
[309] _Cronaca Sanese di Neri di Donato, t. XV, p. 148._
[310] _Matteo Villani l. IV, c. 89. — Neri di Donato Cronaca Sanese, p. 149. — Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. VI, p. 112._
La coronazione dell'imperatore eletto era stata fissata per la domenica di Pasqua, 5 aprile; Carlo aveva promesso al papa di non trattenersi che un solo giorno in Roma, e di partire appena terminata la cerimonia. Giunse non pertanto il giovedì 2 aprile innanzi alle porte della città; ma per non mancare alle sue promesse, entrò in Roma soltanto in figura di pellegrino, confuso tra i baroni e senz'essere conosciuto dai Romani. Ne' primi due giorni visitò le chiese per farvi le sue divozioni; la domenica uscì di città avanti lo spuntare del sole con tutto il suo seguito, onde rientrarvi pomposamente alcune ore dopo[311].
[311] _Matteo Villani, l. IV, c. 92. — Raynal. Ann. Eccles. 1355, § 6 e 17, p. 365. — Cron. d'Orvi., p. 684._
Carlo venne consacrato nella basilica del Vaticano dal cardinale vescovo d'Ostia. Giovanni di Vico, prefetto di Roma, e per lo innanzi signore di Viterbo e di Orvieto, gli pose in capo la corona d'oro, e Carlo colle proprie mani coronò l'imperatrice. In seguito partì con tutto il corteggio, e, coperto degli imperiali ornamenti, attraversò la città di Roma in quasi tutta la sua maggiore estensione per recarsi al palazzo di san Giovanni di Laterano, ove gli era preparato un banchetto. Per altro la sera medesima uscì di città ed andò a dormire a san Lorenzo delle Vigne. Cinque mila cavalieri tedeschi e dieci mila italiani avevano formato il suo seguito fino all'esecuzione della ceremonia, dopo la quale cominciarono a disperdersi, ripigliando quasi tutti la strada del loro paese[312].
[312] _Matteo Villani, l. V, c. 2. — Raynal. An. Eccles. 1355, § 17, p. 369. — Chron. Mutin. Joh. de Bazano, p. 622. — Ann. Cæsen. t. XIV, p. 1182._
Il 19 aprile l'imperatore tornò a Siena. Scontrò il cardinale Egidio Albornoz, che, quale legato della santa sede, aveva in primavera ricominciata la guerra contro i tiranni della Marca e della Romagna[313]. Carlo gli aveva sovvenuti cinquecento corazzieri per attaccare i Malatesti, signori di Rimini, e questa fu la sola azione militare che facesse in Italia[314]. Straniero a tutti i partiti, indifferente per tutto ciò che non risguardava il suo regno di Boemia, insensibile all'onore della corona imperiale, Carlo non chiedeva agli Italiani che danaro, e perciò non poteva avere alcun motivo di fare la guerra a chicchefosse.
[313] _Matteo Villani, l. V, c. 14 e 15. — Neri di Donato Cronaca Sanese, p. 152._
[314] _Matteo Villani, l. IV, c. 67._
L'imperatore trovò Siena, come l'aveva lasciata, nel caldo della rivoluzione cagionata dalla caduta dell'ordine dei nove. Il popolo aveva escluso a perpetuità quest'ordine dall'amministrazione; aveva fatto cancellare il nome dei nove da tutti i luoghi pubblici, da tutte le leggi, da tutti i libri dello stato. Aveva voluto che la nuova signoria fosse composta di dodici governatori o amministratori, invece di nove; gli aveva scelti tra i popolani, ed aveva fatti distribuire nelle borse i loro nomi, per rinnovare a sorte la signoria ogni due mesi. Così la rivoluzione aveva cambiate le persone che governavano, ne aveva mutato il numero ed i titoli, conservando i medesimi principj; e sulle ruine d'un'oligarchia plebea, ne aveva innalzata un'altra ancora più plebea[315].
[315] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. VI, p. 112. — Cronaca Sanese di Neri di Donato, p. 149._
I Sanesi avevano per altro data alla nobiltà qualche parte nel nuovo governo, aggiugnendo alla signoria un collegio di sei nobili, e chiamando cento cinquanta gentiluomini nel consiglio generale dei quattrocento.
Carlo propose loro, per completare la costituzione, di dare un capo allo stato, che fosse l'arbitro delle parti ed il moderatore delle contese; ed ottenne, che riconoscessero in tale qualità il vescovo d'Aquilea[316], suo fratello naturale, che, valendosi egli della propria autorità, investì della signoria di Siena[317].
[316] Nicola, figlio di Giovanni re di Boemia, fu nominato patriarca d'Aquilea il 18 maggio del 1351. _Vitæ Patr. Aquilejens. t. XVI, p. 81._
[317] _Matteo Villani, l. V, c. 20. — Cron. Sanese di Neri di Donato, p. 149._
Ma l'imperatore partì il 5 maggio da questa città per restituirsi a Pisa[318], e suo fratello non ritenne che un ristretto numero di cavalli. Il popolo vedeva con estrema gelosia occupato dal patriarca il palazzo pubblico, e rilegata la signoria in una casa privata; onde prese le armi il 18 di maggio, ripristinò agli angoli d'ogni strada le catene di ferro destinate a fermare la cavalleria, e costrinse il patriarca a rimettere i dodici signori nel palazzo[319]. Quattro giorni dopo scoppiò in Siena una nuova congiura provocata da una contesa ch'ebbe luogo tra alcuni borghesi ed artigiani. Carlo, già abbandonato da' suoi baroni tedeschi, trovavasi in Pisa circondato dai malcontenti, non meno che suo fratello in Siena; onde, altro non potendo, scrisse ai Sienesi, quand'ebbe notizia della presente sollevazione, per pregarli a mandar via sano e salvo il patriarca d'Aquilea, loro promettendo di non più imbarrazzarsi nel governo della repubblica[320]. I dodici signori fecero allora venire il patriarca nel consiglio generale; gli fecero deporre il bastone del comando e rinunciare con atto autentico alla signoria che gli era stata accordata, obbligandolo a rendere agli ufficj della repubblica tutti i castelli in cui aveva posta guarnigione, e lo mandarono a suo fratello il 27 maggio[321].
[318] _Matteo Villani, l. V, c. 22._
[319] _Matteo Villani, l. V, c. 29. — Malavolti, l. VI, p. 112. verso._
[320] _Matteo Villani, l. V, c. 35. — Neri di Donato Cron. Sanese, p. 152._
[321] _Matteo Villani, l. V, c. 36._
Frattanto l'imperatore soggiornava in Pisa, e dava un magnifico spettacolo agli abitanti di questa città. Adunò il popolo a parlamento sulla piazza del duomo, e prendendo per mano Zanobio di Strata, fiorentino, capo di una scuola di rettorica e di belle lettere, gli diede il titolo di poeta e lo coronò d'alloro. Zanobio trovavasi in allora tra le persone addette a Nicola Acciajuoli, grande siniscalco del regno di Napoli, aveva molta fama, ed era amico del Petrarca. Per altro questi, che dieci anni prima era stato coronato in Campidoglio, a stento seppe nascondere la propria invidia pel trionfo d'un nuovo poeta. Zanobio corse a cavallo le strade di Pisa, circondato dai primi signori dell'impero, in mezzo agli applausi del popolo. Ma breve fu la sua gloria, non essendosi conservata fino ai nostri dì veruna sua opera[322].
[322] _Tiraboschi Storia della Letterat. Ital., l. III, c. 2, § II. — Matteo Villani, l. V, c. 26. — Cron, di Pisa, t. XV, p. 1032. — Neri di Donato Cron. Sanese, p. 153._
Mentre Carlo trovavasi a Pisa, tutti i Lucchesi, che lo avevano conosciuto nel 1332, accorrevano a lui supplicandolo ad avere pietà della loro patria[323]. I mercanti emigrati di Lucca si mostravano disposti a fare i più grandi sagrificj per rientrare nella loro patria, e le loro offerte pecuniarie avevano ben maggiore influenza su l'avido spirito del monarca, che le preghiere e la compassione. Si dice che i soli Lucchesi dimoranti in Francia offrirono all'imperatore cento venti mila fiorini per prezzo della libertà della loro patria[324]. Questi trattati non erano affatto ignoti ai Pisani, quando il fuoco distrusse gran parte del palazzo del comune abitato dall'imperatore. Durante tale incendio tutto il popolo si tenne costantemente armato; ed i Raspanti ed i Bergolini, adunati assieme nelle medesime piazze d'armi, promisero vicendevolmente di scordare le antiche loro discordie, e di concorrere amichevolmente alla conservazione dell'autorità della repubblica sopra la città di Lucca da lei conquistata[325].
[323] _Beverini An. Lucens. l. VII, p. 943._
[324] _Matteo Villani, l. V, c. 19._
[325] _Ivi, c. 30. — Marangoni Cronica di Pisa, p. 718. — Cronica Sanese, p. 150._
Intanto avendo l'imperatore fatta occupare la fortezza della Gosta, che Castruccio aveva fabbricata in Lucca, si videro rientrare in Pisa i soldati che la custodivano per parte della repubblica. L'indignazione si rese universale; ma i Raspanti furono i primi a prendere le armi contro i Tedeschi: ne uccisero cento cinquanta, ed assediarono la cattedrale, ove dimorava Carlo IV dopo l'incendio del pubblico palazzo. Paffetta, conte di Monte Scudajo, vedeva con dispiacere i suoi partigiani unirsi ai Bergolini, ed eseguire gli ordini de' Gambacorti, e ne ritirò il più che gli fu possibile dalle file de' sediziosi; indi venne alla loro testa innanzi all'imperatore, assicurandolo che i soli Bergolini avevano eccitata la rivoluzione, ed offrendogli in pari tempo il suo ajuto. I Gambacorti, trovandosi in allora parte presso l'imperatore e parte presso il cardinale d'Ostia, furono tutti imprigionati; e gl'insorgenti, abbandonati dai Raspanti, ed attaccati dal conte Paffetta e dai Tedeschi si dispersero[326]. Le case dei Gambacorti vennero attaccate dalle truppe imperiali, prese d'assalto e bruciate; quelle de' Sismondi e de' Gualandi, dopo una ostinata resistenza, soggiacquero alla stessa sorte, ed i Lanfranchi abbandonarono vilmente la zuffa[327]. Cinque Gambacorti, Pietro Gualandi, Guelfo Lanfranchi, Rosso Sismondi, ed altri otto distinti cittadini, vennero arrestati e chiusi nelle prigioni dell'imperatore[328].
[326] _Matteo Villani, l. V, c. 32. — Cron. di Pisa, t. XV, p. 1030. — Paolo Tronci Annali Pisani, p. 381._
[327] _Cron. di Pisa, t. XV, p. 1031. — Cron. Sanese di Neri di Donato, t. XV, p. 151._
[328] _Matteo Villani, l. V, c. 33._
Questa sedizione era scoppiata il 21 maggio, e lo stesso giorno ne fu data notizia ai Lucchesi, i quali credettero giunto l'istante della loro liberazione. Carlo IV aveva di già fatto travedere d'essere loro favorevole, e la sedizione di Pisa doveva tenerlo più fermo in queste disposizioni, mentre i Pisani trovavansi indeboliti dalle domestiche loro discordie e dalla diffidenza in cui si trovavano rispetto all'imperatore.
I Lucchesi si procurarono delle armi; fecero, durante la notte, avanzare fin presso le mura tutti i contadini delle campagne, che non erano meno di loro zelanti della libertà; ed all'indomani Lucca avrebbe spezzate le sue catene, se i suoi antichi cittadini fossero stati chiamati soli a parte del segreto de' congiurati. Ma quando Mastino della Scala aveva ceduto i castelli di Val di Nievole ai Fiorentini, alcuni zelanti Ghibellini di questa provincia avevano abbandonata la loro patria per ripararsi in Lucca. Costoro temevano assai più il trionfo de' Guelfi che la servitù, temevano che i Lucchesi, tornati in libertà, non s'associassero ai Fiorentini, e palesarono ai Pisani le segrete pratiche dei Lucchesi. I Garzoni ed i Bardini, famiglie trapiantate da Pescia a Lucca, posero de' segni sulla torre ghibellina, che osservati e ripetuti dalle guardie accantonate sul monte san Giuliano, fecero conoscere a Pisa il pericolo in cui si trovava la guarnigione di Lucca[329]; imperciocchè i contadini armati, che occupavano tutte le uscite della città, non lasciavano passare i corrieri[330].
[329] _Beverini Ann. Lucen. l. VII, p. 946, 948. — Ser Cambi Cron. di Lucca MS. nell'archivio di Lucca._
[330] Ecco le tracce d'una specie di telegrafo che i Lucchesi, dopo tale epoca, pare che più non trascurassero, e di cui si valsero frequentemente in tempo delle piccole guerre tra i comuni lucchesi e modenesi della Garfagnana. _N. d T._
Appena si ebbe in Pisa avviso dell'insurrezione de' Lucchesi, le due fazioni che si erano battute la vigilia, obbliarono i loro odj per salvare i diritti della loro patria[331]. Il quartiere di Chinzica parti lo stesso giorno alla volta di Lucca; i nobili formavano la cavalleria, mentre il popolo doveva combattere a piedi. Ma questa prima truppa non si trovò abbastanza forte per rompere un corpo di sei mila paesani, che loro chiudeva il passaggio per giugnere alla città. All'indomani le milizie del quartiere del ponte vennero ad ingrossare l'armata, ed i paesani furono rotti e dispersi. La guarnigione pisana di Lucca, che, avvisata dai Garzoni de' progetti degl'insorgenti, erasi tenuta in possesso delle porte e delle mura, aprì la città alle milizie che giugnevano di Pisa. I Tedeschi volevano mostrare di starsi neutrali nella fortezza di Gosta, ma furono attaccati i primi ed obbligati di cederla ai Pisani. In seguito venne appiccato il fuoco alle case che circondavano san Michele, ed i Lucchesi, rinserrati tra il fuoco ed i loro nemici, furono forzati a deporre le armi[332]. Tutti coloro che la nascita, le ricchezze e il credito loro innalzavano al di sopra della gente volgare trovaronsi costretti ad andarsene esuli; gli altri furono disarmati con estremo rigore; ed il governo de' Pisani, che da lungo tempo era duro e severo, dopo questa sedizione si rese ancora più tirannico[333].
[331] _Cron. Sanese di Neri di Donato, t. XV. p. 151._
[332] _Cron. di Pisa, t. XV, p. 1031. — Beverini Ann. Lucenses, l. VII, p. 948._
[333] _Matteo Villani, l. V, c. 34. — Marangoni Croniche di Pisa, p. 719._
Carlo IV, avvilito per non essere riuscito ne' suoi progetti sopra Siena, sopra Pisa e sopra Lucca, cercava di vendicarsi di tante perdite e dell'abbassamento del presente suo stato. Nominò un giudice per esaminare i Gambacorti da lui tenuti in prigione, e gli ordinò di trovarli in qualunque modo colpevoli. Era non pertanto così aperto che questi illustri cittadini non avevano avuta alcuna parte all'insurrezione del 21 di maggio, che non furono pure esaminati intorno a quest'articolo; ma furono invece accusati d'avere ordita una congiura contro l'imperatore per farlo morire. Quando videro che si voleva ad ogni modo la loro morte, per non essere più lungamente tormentati, risolsero di confessare tutto quanto verrebbe loro chiesto, ed il 26 di maggio sette prigionieri furono condannati come traditori dell'imperatore[334], e perdettero la testa sulla piazza degli anziani, di cui erano chiuse tutte le strade dalle guardie tedesche[335].
[334] Cioè, tre fratelli, Francesco, Lotto e Bartolommeo Gambacorti, Cecco Cinquini, Nieri Papa, Ugo di Guitto e Giovanni delle Brache.
[335] _Matteo Villani, l. V, c. 37. — Cron. di Pisa, t. XV, p. 1032. — Cron. Sanese di Neri di Donato, p. 152. — Franz Martin Pelzel Karl Vierte, t. II, p. 465._
Dopo avere corrisposto con tanta ingratitudine alla fedeltà d'una famiglia, che la prima in tutta la Toscana erasi consacrata al suo servigio[336], Carlo si affrettò di allontanarsi da un paese, ove era detestato. Partì da Pisa il 27 di maggio, ed andò a chiudersi nella fortezza di Pietrasanta, che si era fatta dare dai Pisani[337]. Colà si trattenne fino all'undici di giugno per aspettare il saldo del pagamento promessogli dai Fiorentini, come pure una contribuzione che aveva estorta ai Pisani come compenso dei danni a lui cagionati dall'ultima sollevazione[338]. Quand'ebbe ricevute queste due somme partì alla volta della Germania. I Visconti, dei quali attraversò il territorio, lungi dal dargli segni di rispetto, lo trattarono con estrema diffidenza, facendogli negare l'ingresso in tutte le loro città. Accordarongli soltanto, e come per grazia, la licenza di trattenersi una notte in Cremona, ma separato dal suo seguito, che obbligarono a deporre le armi[339].
[336] _Matteo Villani, l. V, c. 38._
[337] _Ivi, c. 40. — Cron. di Pisa, 1033. — Neri di Donato Cron. Sanese, p. 154._
[338] _Paolo Tronci Annali di Pisa, p. 384._
[339] _Matteo Villani, l. V, c. 54._
Tutta l'autorità che Carlo aveva ricuperata sopra l'Italia sfumò all'istante che ne fu uscito. Durante la sua spedizione erasi mostrato estremamente avido di danaro, e ne aveva raccolto assai; ma si era mostrato indifferente sul conto della pubblica opinione, ed aveva svergognata quella dignità imperiale che gli Italiani erano ancora disposti a rispettare[340].
[340] Petrarca in alcune lettere rendute pubbliche sfogò tutto il suo sdegno contro Carlo IV. _Mem. de Sade, l. V, p. 402._
Dopo la partenza dell'imperatore l'Italia rimase in preda a molte guerre, che contemporaneamente ruinavano i suoi diversi stati. La condizione del regno di Sicilia aveva sempre peggiorato dopo la morte di Federico d'Arragona, suo fondatore. Due fazioni vi si erano formate, una detta dei Catalani, l'altra degl'Italiani o _Chiaramontesi_; le quali furono sempre in guerra, mentre s'andarono succedendo l'uno all'altro diversi re quasi sempre minori. Lungi dal poter ridurre i loro baroni all'ubbidienza, trovavansi anzi i sovrani medesimi dipendenti dalle stesse fazioni e travolti spesso dall'una all'altra. La Sicilia, un tempo granajo dell'Italia, era ruinata dalle sue guerre civili, che, avendo levati gli abitanti all'agricoltura, erano state cagione di varie carestie. Il partito italiano, di questi tempi opposto alla corte, erasi alleato col re Luigi e la regina Giovanna di Napoli, ed aveva loro aperte le porte di Palermo, Trapani, Girgenti, Mazzara e di cento dodici città o terre murate, onde il re di Napoli, malgrado l'esaurimento del suo tesoro, la debolezza delle sue armate, l'anarchia de' suoi stati e la viltà del suo proprio carattere, si trovava più vicino a fare l'intero acquisto della Sicilia di quello che mai lo fossero stato i due Carli, o Roberto d'Angiò, in tempo della più alta loro potenza[341]. Il re di Sicilia, della casa d'Arragona, che ancor esso aveva nome Luigi, erasi rifugiato a Catania. Nella campagna del 1355, riacquistò parte delle città perdute[342], ma morì nello stesso anno, come morì pure il suo secondo fratello don Pietro, e la corona passò sul capo del più giovane, don Federico, sotto il quale il regno fu travagliato dai disordini d'una minorità più burrascosa delle precedenti[343].
[341] _Matteo Villani, l. IV, c. 2 e 3. — Giannone Istoria Civile, l. XXIII, c. 2, p. 310._
[342] _Matteo Villani, l. V, c. 65._
[343] _Ivi, c. 87._
In questo abbassamento della casa di Arragona, quella d'Angiò avrebbe potuto agevolmente vendicare l'antico affronto dei vesperi siciliani, se Luigi di Napoli non fosse caduto egli medesimo nel più vergognoso stato d'abbassamento e di debolezza per la corona, ed il più funesto per i suoi sudditi. Gli sregolamenti della regina Giovanna, sua sposa, lo coprivano di disprezzo in faccia a tutti gli uomini. I principi del sangue, che il re d'Ungheria aveva posti in libertà nel 1353[344], avevano manifestato, appena rientrati nel regno, le più allarmanti pretensioni. Il duca di Durazzo ed il conte Palatino di Minerbino tenevano i loro feudi in aperta ribellione contro la corona[345]. Un semplice borghese degli Abruzzi, messer Lallo, avea occupata la città dell'Aquila ed erasi guadagnato l'affetto de' suoi cittadini, che egli governava come assoluto principe. Luigi, che voleva ricuperare questa città, non seppe impadronirsene che incaricando suo fratello maggiore, che prendeva il titolo d'imperatore di Costantinopoli, di assassinare messer Lallo: e l'imperatore fu abbastanza vile per eseguire quest'infame commissione[346].
[344] _Cronica di Bologna, t. XVII, p. 429._
[345] _Matteo Villani, l. IV, c. 31._
[346] _Ivi, c. 17._