Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)
Part 12
Frattanto era scoppiata la guerra tra l'arcivescovo di Milano e la lega della Venezia: il 18 maggio del 1354 Francesco Castracani, generale del Visconti, erasi avanzato ad assediare Modena, che ubbidiva ai marchesi d'Este. La famiglia dei Pii e tutti i Ghibellini di Modena passarono nel campo milanese, e diedero all'armata dell'arcivescovo molte terre murate[279]. Dall'altro canto i Guelfi di Bologna ed il partito repubblicano aveva voluto scuotere il giogo di Visconti d'Oleggio, che comandava in questa città a nome del signore di Milano. La ribellione era scoppiata il 10 di giugno; si era furiosamente combattuto nelle strade; ma i repubblicani erano rimasti soccombenti, e dodici de' più distinti cittadini di Bologna periti sul patibolo[280].
[279] _Joh. de Bazano Chron. Muttin. p. 619._
[280] _Ivi, p. 620. — Matteo Villani, l. IV, c. 11 e 12._
Eransi consumati alcuni mesi da ambe le parti, prima che le potenze nemiche si fossero poste in misura di spingere con vigore le ostilità; ma la lega Veneta avea preso al suo soldo la grande compagnia formata dal cavaliere di Moriale, e comandata dal conte Lando. Già si aspettavano importanti operazioni militari, quando furono sospese in un modo impensato. Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano, morì subitaneamente il 5 ottobre del 1354, nel farsi levare un carbonchio, che due giorni prima era comparso sulla sua fronte, e che si credeva poco pericoloso[281].
[281] _Matteo Villani, l. IV, c. 25. — Petri Azarii Chron., t. XVI, p. 334. — Bernard. Corio Storia di Milano, p. III, p. 229._
Lasciava suoi successori tre nipoti; figliuoli di suo fratello Stefano Visconti, e la di lui eredità venne divisa tra di loro. Siccome trovavansi circondati dai soldati adunati dall'arcivescovo per combattere la lega, non incontrarono difficoltà nel farsi proclamare signori da tutte le città del loro dominio. Questa cerimonia, che ricordava ancora que' diritti che il popolo più non esercitava, si fece in Milano il 12 ottobre del 1354. I tre fratelli divisero in appresso i loro stati e la loro autorità, di modo che ognuno di loro ebbe un appannaggio in proprietà, senza che la sovranità fosse divisa. La città di Milano, centro del governo, rimase comune ai fratelli Visconti, siccome quella di Genova. Matteo, il maggiore dei tre, uomo voluttuoso e corrotto, prese per sua parte Piacenza, Parma, Bologna, Lodi e Bobbio, e non domandò altra parte nell'amministrazione generale, che d'essere nominato il primo in tutti gli atti. Barnabò, il secondo, ebbe Cremona, Crema, Brescia e Bergamo, ed in pari tempo egli si prese il carico del dipartimento della guerra. L'ultimo, Galeazzo, prese sopra di sè l'amministrazione interna ed ebbe per suo appannaggio Como, Novara, Vercelli, Asti, Tortona ed Alessandria[282].
[282] _Matteo Villani, l. IV, c. 28. — Petri Azarii Chron., t. XVI, p. 337._
Seppesi pochi giorni dopo che Carlo IV, re di Boemia e de' Romani, era giunto in Udine il 14 ottobre ed era colà stato ricevuto da suo fratello naturale, il patriarca d'Aquilea. Ogni stato ed ogni fazione d'Italia aveva negoziato coll'imperatore eletto, ed eransi tutti lusingati di valersi della sua potenza contro i loro nemici; ma seppero con estrema sorpresa che il monarca dell'Occidente non aveva altro seguito che quello di trecento cavalieri disarmati. Carlo con questo debole accompagnamento fece successivamente il suo ingresso in Padova ed in Mantova; ed in queste due città venne ricevuto con eguale rispetto dai Carrara e dai Gonzaga[283].
[283] _Matteo Villani, l. IV, c. 27. — Bolusclans Balbinus Epitome Rerum Bohemicarum. l. III, c. 21, p. 364. — Franz Martin Pelzel, Kar der Vierte, p. I, p. 419._ Ma i due storici Boemi, cui manca ogni altra autorità oltre quella del Villani, si lagnano continuamente della sua parzialità.
Durante il suo soggiorno in Mantova Carlo IV si offrì mediatore della pace tra la lega veneta ed i Visconti. Ridusse la prima a congedare la grande compagnia, che si gettò nello stato di Ravenna per saccheggiarlo: ma, giunta a Milano la notizia della rotta data dei Genovesi ai Veneziani a Porto Longo il 3 novembre del 1354, i Visconti accrebbero le pretensioni, e l'imperatore eletto si limitò a conchiudere tra le potenze belligeranti una tregua, che doveva durare fino al susseguente maggio. Tostocchè fu firmata questa tregua, Carlo IV passò a Milano per ricevervi la corona ferrea di Lombardia[284].
[284] _Joh. de Bazzano Chron. Mutin, t. XV, p. 622. — Bernardino Corio Storia di Milano, p. III, p. 229._
I Visconti non videro senza stupore porsi in loro balìa col suo seguito disarmato quel monarca, il di cui nome era stato lungo tempo grandissimo oggetto di timore[285]. Essi vollero dargli almeno un'alta idea della loro potenza, e lo circondarono nel loro palazzo di tutto il tumulto di un'accampamento; perciò adunarono in Milano sotto i loro ordini sei mila cavalli e dieci mila pedoni. I medesimi soldati passavano ogni giorno più volte sotto le finestre di Carlo IV per fargli credere che l'armata loro fosse ancora più numerosa. Si portò da Monza a Milano la corona di ferro, e la ceremonia della coronazione si eseguì il 6 gennajo del 1355 nella basilica di sant'Ambrogio.
[285] F. M. Pelzel porta il numero de' cavalieri che seguirono l'imperatore ad ottocento, _p. I, p. 429_.
Carlo non mostrò verun sospetto dell'apparecchio militare da cui vedevasi circondato, pure uscì con piacere da questa specie di prigionia quand'ebbe ricevuta la corona di ferro, e partì alla volta della Toscana. In tutte le città, che attraversava, trovò duplicate le sentinelle: i Visconti lo seguirono con un grosso corpo di truppe, mentre il monarca, circondato da cavalieri disarmati, e montato sopra un ronzino pareva, piuttosto che un imperatore, un mercante, cui preme di giugnere presto alla fiera[286]. Giunse perciò a Pisa molti giorni prima che vi fosse aspettato.
[286] _Matteo Villani, l. IV, c. 39. — B. Marangoni Cronica di Pisa, p. 713. — Neri di Donato Cronica Sanese, l. IV, c. 41, p. 265._
I Fiorentini, sbalorditi nell'udire che avevano così vicino l'imperatore, pensarono di porsi in istato di difesa, come se venisse ad attaccarli, e chiusero nelle terre murate i loro bestiami e tutte le vittovaglie sparse nel territorio. Per altro mandarono in pari tempo sei ambasciatori a Carlo, offrendo di trattare con lui ad onorevoli condizioni[287].
[287] _Matteo Villani l. IX, c. 41._
Sebbene l'imperatore fosse entrato in Toscana senza truppe, la sua presenza rese ben tosto assai difficile la situazione delle repubbliche italiane. Abbiamo osservato fino dai tempi della spedizione di Enrico VII quanto la pubblica opinione, e quella in particolare dei letterati favoreggiasse le pretensioni imperiali. Petrarca e Cola da Rienzo avevano sostenuto che la sovranità del mondo apparteneva sempre a Roma ed all'impero romano. Il primo colle sue lettere, l'altro co' suoi discorsi avevano frequentemente eccitato Carlo IV ad usare de' suoi diritti, come se fossero costantemente riconosciuti da tutti i popoli. Vero è che i più zelanti repubblicani di Firenze, e tra questi il nostro storico Matteo Villani, figuravansi di trovare nelle leggi e ne' monumenti dell'antichità una guarenzia della libertà di Roma e della Toscana. Credevano, appoggiandosi alle prime dichiarazioni di Augusto e di Tiberio, che gli antichi imperatori, padroni del mondo romano, si fossero sempre conservati subordinati al senato ed al popolo di Roma; pretendevano che i Cesari ubbidissero ai cittadini, in tempo che tutte le nazioni erano tributarie de' Cesari; e perchè le città toscane erano state ammesse di buon ora alla cittadinanza romana, credevano di essere tuttavia quello stesso popolo, cui gl'imperatori erano tenuti di ubbidire[288]. La costituzione di Roma, quale esisteva ai tempi di Augusto o di Trajano, loro sembrava la sola origine del diritto pubblico, e se l'avessero essi meglio conosciuta, avrebbero trovate illegittime tutte le loro pretese alla libertà.
[288] _Matteo Villani, l. IV, c. 77 e 78._
La presenza dell'imperatore in Italia ed in seno ad una repubblica, riuniva intorno a lui tutti i partigiani della sua autorità. Essi sceglievano lui medesimo per giudice degli odj tra le fazioni, e delle guerre tra gli stati vicini. Essi sostenevano che il governo municipale non era stato istituito, che per rimpiazzare in sua assenza il legittimo sovrano; che all'arrivo del monarca ogni altra giurisdizione rimaneva di sua natura sospesa; che a lui si doveva immediatamente attribuire la signoria, e che essenzialmente nulle erano tutte le condizioni che gli si volevano imporre.
Carlo IV dimorò in Pisa dal 18 gennajo al 22 marzo per trattare coi comuni della Toscana, mentre l'imperatrice ed i principali baroni della Germania andavano giugnendo alla sua corte. I grandi feudatarj erano obbligati dalle costituzioni dell'impero ad accompagnare l'imperatore in Italia, e ad assistere alla sua coronazione. La curiosità e l'amore della magnificenza erano cagione che soddisfacessero più regolarmente a questo dovere che agli altri, e Carlo IV si trovò alla testa di quattro mila uomini di cavalleria, scelti tra il fiore della nobiltà tedesca[289].
[289] _Matteo Villani, l. IV. c. 56. — Neri di Donato Cronica Sanese, p. 146._
Era questa la seconda volta che Carlo visitava l'Italia, essendovi venuto la prima come principe reale di Boemia con suo padre il re Giovanni; egli aveva per qualche tempo governato Lucca, e si era interamente guadagnato l'affetto dei Lucchesi; egli era, non v'ha dubbio, superiore a Spinola che lo aveva preceduto, ed a Mastino della Scala che gli era succeduto nell'amministrazione della stessa città. Altronde Carlo aveva una certa affabilità, uno spirito di giustizia, ed altre virtù che lo resero caro ai suoi immediati sudditi, mentre tutto il restante dell'Italia e della Germania non poteva perdonargli i difetti del suo carattere. I Lucchesi riguardavano quale monumento dell'affetto di Carlo IV la fortezza di Monte Carlo, ch'egli aveva fabbricata nel 1332 presso al Ceruglio, per chiudere il loro territorio dalla banda di Val di Nievole alle incursioni de' Fiorentini[290]. Il governo oppressivo de' Pisani faceva sempre più sospirare ai Lucchesi le speranze che Carlo aveva fatto concepir loro nel tempo del suo breve soggiorno. Quando venne innalzato alla dignità imperiale, non dubitarono che questo monarca non s'interessasse a loro favore, perchè essi sempre si ricordavano di lui. Di già avevano scritto in Germania per implorare la sua protezione; lo invitarono a Lucca e gli diedero infinite prove del loro amore[291]. Il re de' Romani non fu insensibile a queste dimostrazioni di attaccamento, e conferì con alcuni cittadini di Lucca intorno ai mezzi di tornare in libertà la loro patria.
[290] _Beverini An. Lucens. MS., l. VII, p. 938. — Vita Caroli IV, ab ipso scripta apud RR. steinhemium, p. II, p. 20._ Monte Carlo è forse per rispetto al paesaggio il più ben situato castello della Toscana. Nulla può paragonarsi al magnifico anfiteatro che formano innanzi a lui gli Appennini.
[291] _Beverini Ann. Lucens., l. VII, p. 939-941._
Ma Carlo era di già legato coi Pisani, che non voleva inimicarsi per favorire i Lucchesi. Aveva trovati a Mantova gli ambasciatori dei primi, e con loro aveva conchiuso un trattato, reso inviolabile dai giuramenti; aveva promesso di rispettare la libertà di Pisa, di conservarle il dominio di Lucca e di mantenere alla testa del governo la fazione de' Bergolini e la famiglia Gambacorti. D'altra parte la repubblica si era obbligata a pagargli sessanta mila fiorini per le spese della sua coronazione[292].
[292] _Matteo Villani, l. IV, c. 36. — Cronica di Pisa, t. XV, p. 1027. — Tronci Ann. Pisani, edizione in 4.º originale di Livorno, 1682, p. 375._ Citiamo altresì quest'ultimo perchè cominciamo ad avvicinarci ai tempi in cui scrisse; pure in questo periodo di tempo è confuso ed oscuro, e pare che abbia poco approfittato del Villani, che pure aveva sotto gli occhi. _Neri di Donato Cron. Sanese, p. 143._
La città di Pisa trovavasi divisa in due fazioni, dette dei Bergolini e dei Raspanti. La prima in addietro era stata quella della nobiltà, ed aveva per capo Francesco Gambacorta, ricco mercante, che, col titolo di conservatore del buono stato, era alla testa di tutta la repubblica. Alcuni potenti borghesi, come pure le tre famiglie dei Gualandi, Sismondi e Lanfranchi, erano a lui attaccati, ma la peste aveva private queste famiglie de' loro capi, e de' più bravi soldati. L'opposta fazione dei Raspanti, chiamati ancora Maltraversi, conservavasi affezionata alla famiglia dei conti della Gherardesca. Paffetta, conte di Montescudaio, uscito da questa medesima famiglia, era stato esiliato dalla patria; onde essendo entrato al servizio dell'imperatore aveva qualche credito presso di lui quando tornò col suo seguito a Pisa. All'indomani del suo ritorno, il 19 gennajo, mentre Carlo andava alla cattedrale per ricevere in pieno parlamento l'omaggio della città, gli amici di Paffetta e tutti i Raspanti, da lui eccitati, presero le armi gridando per le strade _viva l'imperatore e la libertà! muoja il conservatore!_ Carlo per altro mise fine al disordine, e fece mettere giù le armi ai sediziosi[293]: ma Gambacorta, spaventato dal corso pericolo, volle colla devozione all'imperatore bilanciare il credito del Paffetta[294], e fece dare all'imperatore la signoria della città colla guardia delle porte e l'amministrazione del tesoro.
[293] _Matteo Villani, l. IV, c. 45._
[294] _Ivi, c. 47 e 48. — B. Marangoni Cronica di Pisa, p. 714. — Tronci An. Pisani, p. 377._
I cittadini delle opposte fazioni non tardarono a pentirsi d'avere sagrificata la libertà alle loro gelose passioni. I magistrati chiamarono presso di loro i capi de' Bergolini e dei Raspanti per vedere di riconciliarli. Furono nominati dodici deputati dalle due parti per istabilire le condizioni della pace. Dopo di che il Gambacorta ed il Paffetta chiesero all'imperatore di restituire ai loro concittadini que' privilegi, cui essi avevano rinunciato in un momento di accecamento. Carlo, che in allora non aveva che la debole scorta de' cavalieri che avevano con lui attraversata la Lombardia, non essendogli ancora giunti i rinforzi ch'ebbe più tardi dalla Germania, acconsentì di buona grazia al desiderio de' Pisani che potevano imporgli la legge, e ripristinò nella piena loro autorità le magistrature repubblicane[295].
[295] _Matteo Villani, l. IV, c. 51._
Avevano i Pisani in ogni tempo seguita la parte ghibellina, onde riguardavano l'imperatore come capo del loro partito, e protettore della città: i Guelfi per lo contrario credevano di avere un nemico nell'erede degli antichi loro oppressori. Firenze, Siena e Perugia, unite meno da un'antica alleanza che dai comuni interessi, avevano convenuto di contenersi in un modo uniforme in faccia all'imperatore; i loro ambasciatori dovevano presentarsi insieme al monarca, ed agire di comune accordo; ma ben tosto i Perugini approfittarono della circostanza di essere dipendenti dalla chiesa e non dall'impero, onde rifiutare di associarsi ai Fiorentini ed ai Sienesi.
A Siena il governo più non era tra le mani del popolo, ma in quelle d'una oligarchia artigianesca formata già da settant'anni sotto nome di ordine dei nove. Alcuni ambiziosi avevano artificiosamente approfittato del modo con cui si eleggevano le magistrature per concentrare in onta alla costituzione ed alle leggi l'autorità nelle mani di novanta cittadini. Mantenevansi nell'interno coi mezzi della corruzione e coll'intrigo contro l'odio della nobiltà e del popolo[296]: al di fuori speravano d'ingrandirsi colla perfidia. Ordinarono ai loro ambasciatori di unirsi ai Fiorentini, e di promettere che agirebbero di concerto, onde far loro tenere una più ardita condotta, volendo poi l'imperatore rendersi ben affetto col separarsi spontaneamente da loro.
[296] _Matteo Villani, l. IV, c. 61._
Gli ambasciatori delle due repubbliche furono introdotti il 30 gennajo all'udienza di Carlo. Parlarono prima i Fiorentini, e chiesero all'imperatore di accordare al loro comune la sua protezione e la sua amicizia, e di mantenere il loro popolo nella consueta libertà. Rispettoso fu il loro discorso ma senza espressioni di sommissione, senza promessa d'ubbidienza. I Fiorentini schivarono perfino di dare a Carlo verun titolo, ch'egli potesse interpretare quale riconoscimento della sua autorità[297]. Parlarono dopo i Sienesi, e, contro la promessa fatta ai loro alleati, non solo chiamarono Carlo loro imperatore e loro signore, ma spontaneamente gli offrirono la signoria del loro comune, senza riserva d'alcuna preventiva condizione[298]. Il monarca, cui costumavasi di parlare stando in ginocchio, soleva tenere in mano alcune bacchette di salice da cui andava levando la corteccia con un temperino, mentre i suoi occhi erravano distratti su tutta l'udienza. Non pertanto rispose alle due ambasciate ponderatamente e con nobiltà e moderazione, mostrando maggiore benevolenza ai Sienesi, ma promettendo ai Fiorentini di fare per loro tutto quanto sarebbe compatibile coll'onore della sua corona[299].
[297] Lo chiamarono _santa Corona_, e nel corso del discorso _Serenissimo principe_, senza proferire il vocabolo _d'imperatore_. _Matteo Villani, l. IV, c. 53 e 54. — Franz Martin Pelzel, Karl der Vierte, p. I, p. 435._
[298] _Neri di Donato Cron. San, p. 146. — Orlando Malavolti Istor. di Siena, p. II, l. VI, p. 111._
[299] _Ivi, e l. IV, c. 74, p. 28._
Quando gli ambasciatori sanesi, di ritorno nella loro patria, resero conto della loro missione, il popolo, adunato in parlamento, confermò, non senza per altro qualche disamina, l'offerta fatta dalla signoria all'imperatore[300]. Le città di Volterra e di Samminiato, che, in ragione della loro debolezza erano più gelose dei Fiorentini che premurose della propria libertà, si diedero ancor esse a Carlo IV[301]. La città di Arezzo non fu ritenuta che dal timore de' Ghibellini che vedeva favoriti alla corte, e quella di Pistoja, che trovavasi sotto la salvaguardia di Firenze, fece alcuni sforzi per imitare questi dannosi esempi. In pari tempo tutti i capi delle famiglie ghibelline delle montagne, il vecchio Pietro Saccone dei Tarlati, Ubertini vescovo d'Arezzo, Neri della Faggiuola, figliuolo d'Uguccione, ed i Pazzi di Val d'Arno, si portarono a Pisa con armi e cavalli, ingrossando la corte dell'imperatore. Essi facevansi vanto presso di lui de' loro servigi e di quelli degli antenati loro costantemente addetti al partito ghibellino, ed eccitavano Carlo a vendicare le offese che suo padre e suo avo avevano ricevuto dai Fiorentini[302].
[300] _Matteo Villani, l. IV, c. 61. — Cron. d'Orvieto anonim. t. XV, p. 684._
[301] _Matteo Villani, l. IV, c. 63 e 64._
[302] _Matteo Villani, l. IV, c. 62. — Leonar. Aret. Stor. Fiorent. l. VIII._
Ma se Carlo eccitava l'animosità de' Ghibellini, se approvava i loro progetti di vendetta, se dava pubblicità alle loro offerte, non aveva altra mira che di spaventare la repubblica, onde averne più danaro. Chiedeva ch'ella si riscuotesse dalle condanne contro di lei pronunciate da Enrico VII suo avo, ed a questo prezzo acconsentiva di confermare in parte la sua libertà ed i suoi privilegi. Per essere rimessi nella grazia imperiale i Fiorentini offrivano cinquanta mila fiorini; assai più ne chiedeva l'imperatore, e muoveva dubbj intorno ad alcuni articoli della convenzione; in ultimo le condizioni del trattato furono fissate nel seguente modo. L'imperatore annullò tutte le condanne pronunciate contro Firenze, contro i cittadini, e contro i conti di Battifolle, Doadola, Mangone e Vernia[303]; li ristabilì nel pieno godimento dei loro onori e diritti; autorizzò il popolo a governarsi cogli statuti e proprie leggi municipali, e ramificò colla sua imperiale autorità tutte le leggi, tanto le già esistenti, che quelle che si farebbero in avvenire dall'autorità legislativa della repubblica, purchè non fossero espressamente contrarie al diritto pubblico. Diede irrevocabilmente il titolo di vicarj imperiali a tutti i confalonieri di giustizia e priori delle arti, cui il popolo affiderebbe il governo della repubblica. Finalmente per non turbare la tranquillità di Firenze promise di non entrare in città, nè in verun castello del suo territorio. In contraccambio di tali concessioni, ed a saldo di quanto poteva essere dai Fiorentini dovuto all'impero, accettò la somma di cento mila fiorini, pagabile in tre rate prima del seguente agosto[304].
[303] Del ramo guelfo de' conti Guidi.
[304] Curiosa è la lettura di Pelzel intorno a queste stesse transazioni: egli non cita che il Villani; ma vede ovunque il trionfo del suo eroe; e così conchiude: _So brachte Karl die stolze Stadt Florens wieder unter die Bothmässigkeit des Reichs, und die Bürgerschaft beweinte den Verlust ihrer mit Recht verlornen Freyheit. t. I. p. 453. — Matteo Villani, l. IV, c. 76._
Questo trattato, che rimetteva Firenze nel rango delle città imperiali, le conservava tutti i diritti e privilegi della più libera repubblica. Questa città veniva di nuovo riconosciuta come membro dell'impero romano, e questo titolo, lungi dal toglierle veruna delle sue prerogative, le dava anzi diritto ad una potente protezione. Non pertanto fu meno difficile il far accettare queste condizioni al popolo, che il farle aggradire all'imperatore. Il consiglio del popolo venne adunato il 12 marzo per udirne la lettura; ma a Pietro di Grifo, notajo delle riformagioni, quando la cominciò, la voce rimase soffocata dai singhiozzi, ed il suo dolore si comunicò all'istante agli uditori, onde tutto il consiglio non risuonando che di pianti e di gemiti, si dovette protrarre la lettura all'indomani. In questo intervallo i capi delle magistrature sforzavansi di far sentire ai cittadini, che il trattato coll'imperatore, che si offriva alla loro approvazione, non derogava all'onore della repubblica, nè era contrario alla sua indipendenza. Il 13 fu di nuovo adunato il consiglio, e, posta alle voci la proposizione d'approvare il trattato, fu sette volte rigettata con maggiorità di suffragi. Frattanto tutti i cittadini che avevano maggior credito od autorità, parlarono per richiamare il consiglio del popolo a più prudente condotta, e la proposizione della signoria venne finalmente sanzionata, ed all'indomani fu confermata dal consiglio comune con minore ripugnanza[305]. Il 21 marzo il trattato fu dall'imperatore pubblicato nel parlamento di Pisa, ed il 13 dalla signoria in quello di Firenze; ma pochi cittadini intervennero a quest'ultimo, e non si vedevano dare veruna dimostrazione di gioja, sebbene le campane della città suonassero in segno di allegrezza[306].
[305] _Matteo Villani, l. IV, c. 70._
[306] _Ivi, c. 75._
Appena terminate le negoziazioni colla repubblica fiorentina, l'imperatore partì alla volta di Siena, ove fece il suo ingresso il 23 di marzo. Questa città, dopo il 1283, era governata da una fazione chiamata il _monte dei nove_. In origine questa fazione era formata dai capi del partito popolare, che per escludere la nobiltà dal governo e assicurare la superiorità ai Guelfi, avevano stabilita una signoria press'a poco simile a quella dei priori di Firenze. L'avevano composta di nove magistrati, tre per cadauno de' quartieri della città. I nove signori dovevano essere plebei, e scelti dal consiglio del popolo in una generale elezione. I loro nomi venivano poi distribuiti nelle borse come costumavasi a Firenze, ed estratti a sorte per avere due mesi il governo.