Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)

Part 11

Chapter 113,684 wordsPublic domain

[247] _Matteo Villani, l. IV, c. 23. — Frammenti di stor. Rom., l. III, c. 22. — An. Ital. t. III, p. 351._ — Lettera di papa Innoc. VI presso Raynald. _Ann. Eccl. 1354, § 4, p. 352_. Il papa con questa lettera dimanda ai banchieri di Padova gli effetti di Moriale per applicarli in sollievo di tanti da lui resi infelici.

Il primo asilo di Cola, dopo la sua fuga da Roma, era stata la corte del re Lodovico d'Ungheria. Ma quando questo principe abbandonò improvvisamente l'Italia, il tribuno, trovatosi senza difesa, era passato in Germania per implorare la protezione di Carlo IV[248], sperando di poter comunicare al re de' Romani il proprio entusiasmo per Roma, e di rendere questo monarca degno dei titoli ch'egli portava. Nello stesso senso il Petrarca aveva più volte scritto allo stesso Carlo per ricordargli i doveri degl'imperatori[249]. Ma il discendente della casa di Lussemburgo, che non aveva ereditata la generosità, la lealtà, o altra delle virtù cavalleresche di Enrico VII, o di Giovanni di Boemia, diede vergognosamente Cola in mano del papa nel 1352, ed il tribuno giunse in Avignone in mezzo a due arceri[250]. La morte di Clemente VI, il rispetto che ispiravano l'eloquenza ed i suoi distinti talenti, e senza dubbio le raccomandazioni del Petrarca, che scriveva al popolo romano per interessarlo a favore del suo magistrato, salvarono Cola dal supplicio di cui era minacciato[251]. Alcun tempo dopo, Innocenzo VI, avendo risolto di liberare tutte le città de' suoi stati dai tiranni che le governavano, e di ridurle sotto l'immediata autorità della chiesa, mandò Rienzo al cardinale Egidio Albornoz, incaricato di tale missione, affinchè questo prelato si giovasse dei suoi talenti, della sua eloquenza, e dell'opinione che ancora aveva in Roma[252].

[248] _Chron. Est., t. XV, p. 460._

[249] Osservinsi queste lettere nelle _Memorie di Sade, t. III, p. 68 e 340_.

[250] _De Sade Memorie, l. IV, p. 227._

[251] _Petrarcae epistolae sine titulo, ep. 4, p. 789. Edit. Basil. 1554._

[252] _Rayn. An. Eccles. 1353, § 5, p. 340. — Vita Innocent. VI ex additamentis ad Ptolomeum Lucens. e cod. MS. Patavino, t. III, p. II, Rer. Ital. p. 608._

Egidio Albornoz si diceva disceso dalle reali case di Leone e di Arragona; era stato nominato assai giovane arcivescovo di Toledo, lo che non gli aveva impedito di fare la guerra ai Mori, e di rendersi glorioso contro gl'infedeli. Dopo la battaglia di Tariffa, aveva di propria mano armato cavaliere Alfonso XI di Castiglia, e nel 1343 aveva diretto l'assedio d'Algesiras. Quando morì Alfonso XI Albornoz venne alla corte d'Avignone, ove Clemente VI gli diede il cappello cardinalizio. Innocenzo VI l'anno 1353 dovendo nominare un generale nel sacro collegio, giudicò il cardinale spagnuolo più capace di ogni altro a riconquistare gli stati della chiesa[253].

[253] _Memorie di Sade, t. III, l. V, p. 313. — Raynaldi Ann. Eccles. 1353, § I, p. 338._

Albornoz entrò in Italia nell'agosto del 1353 mal fornito di truppe e di danaro, ma con promesse di larghi sussidj. Sebbene la di lui venuta eccitasse la diffidenza dell'arcivescovo Visconti, questi lo accolse onorevolmente[254]. Il cardinale prese in appresso la via di Firenze, ove giunse in ottobre, ed ottenne dalla repubblica il piccolo sussidio di cento cinquanta cavalli. Fin qui le truppe d'Albornoz trovaronsi sproporzionate affatto a' suoi vasti progetti; ma egli fidava assai meno nell'armata, che nelle disposizioni de' popoli; imperciocchè la sua missione tornava utilissima alla loro prosperità. Era egli incaricato di rendere alle città la libertà, e quel governo repubblicano, di cui avevano goduto lungo tempo sotto la protezione della chiesa, e veniva per fare la guerra a piccoli tiranni, non meno nemici del popolo che del papa, a tiranni la di cui autorità era odiosa, ed alle di cui passioni venivano tutte attribuite le pubbliche calamità. Clemente VI aveva prima di morire pubblicata una bolla di scomunica contro tutti gli usurpatori, e nominatamente contro Giovanni di Vico tiranno di Viterbo e d'Orvieto, Francesco degli Ordelaffi tiranno di Forlì, e Giovanni e Guglielmo de' Manfredi tiranni di Faenza[255].

[254] _Polistore c. 40, t. XXIV, p. 833. — Cherubino Ghirardacci Stor. di Bolog., l. XXIII, p. 317._

[255] Datata il 7 degli Idi di Luglio 1352. — _Rayn. Ann. 1352, § 11, p. 331. — Matteo Villani, l. III, c. 84._

I Romani furono i primi a riconciliarsi colla chiesa per l'intromissione d'Albornoz; ma piuttosto fecero alleanza, con un atto di sommissione alla sua autorità[256]. Dopo la fuga di Cola da Rienzo avevano sofferte le più disastrose rivoluzioni; i nobili, tornati in Roma, avevano ricominciate le loro soverchierie, onde il popolo, sotto la condotta di Giovanni Ceroni, demagogo, che fu installato in Campidoglio col titolo di rettore, gli aveva di nuovo cacciati di città[257]; poi gli aveva richiamati per difendere Roma contro il prefetto di Vico. I nobili, che mai non sapevano approfittare delle lezioni dell'esperienza, avevano ravvivate le antiche loro contese; gli Orsini e i Savelli eransi azzuffati nelle strade, ed il rettore Giovanni Ceroni, avendo invano chiamato il popolo a prendere le armi per mantenere l'ordine, abdicò la sua dignità, e si allontanò da una città intollerante d'ogni governo[258].

[256] _Ivi, c. 91._

[257] _Ivi, l. II, c. 47._

[258] _Matteo Villani, l. III, c. 18._

Quando Innocenzo VI successe a Clemente, egli, di concerto col popolo, incaricò due senatori, Bertoldo Orsini e Stefano Colonna dell'amministrazione di Roma; ma poche settimane dopo la loro installazione, avendo la carenza delle vittovaglie eccitate le lagnanze del popolo, venne assediato il Campidoglio, lapidato l'Orsini, e il Colonna non si sottrasse alla morte che fuggendo travestito da una finestra[259].

[259] Il 15 febbrajo 1353. — _Matteo Villani, l. III, c. 57. — Frammenti di Stor. Rom., l. III, c. 4, p. 491. An. Ital. — Rayn. An. Eccles. an. 1353, § 4, p. 339._

In seguito si riaccese una furiosa guerra tra i diversi partiti della nobiltà, che si protrasse fino all'agosto del 1353. A quest'epoca, stanchi i Romani di farsi la guerra pei loro signori, nominarono di nuovo un capo plebeo, Francesco Baroncelli, scrivano o notajo del senato. In sull'esempio di Cola da Rienzo, questi prese il titolo di tribuno, mandò al supplicio i nobili più sediziosi, e costrinse gli altri alla quiete[260]. Il Baroncelli governava Roma, quando il cardinale Albornoz, accompagnato da Cola da Rienzo, entrò nello stato della chiesa. Fu il Baroncelli che fece la prima convenzione col legato a nome del popolo. In pari tempo Montefeltro, Aquapendente e Bolzena, aprirono le porte ai rappresentanti del romano pontefice; ma Giovanni di Vico, che portava il titolo di prefetto di Roma, pose in istato di difesa le sette città[261] di cui erasi fatto padrone, e si apparecchiò a sostenere la guerra[262].

[260] _Matteo Villani, l. III, c. 78. — Cherub. Ghirardacci stor. di Bol., l. XXII, p. 223._

[261] Viterbo, Orvieto, Trani, Amalia, Narni, Marta e Camino.

[262] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 5, p. 493. — Rayn. Ann. Eccl. 1353, § 3, p. 339._

La venuta di Cola da Rienzo ricordò ai Romani, non le ultime stravaganze, ma i bei tempi del suo governo, e le speranze che aveva loro fatte concepire. Essi recaronsi in folla ad incontrarlo a Montefiascone. «Torna a Roma, gli dicevano, torna nella tua città; a te s'aspetta il liberarla dai suoi mali; fattene signore, e noi ti sosterremo con tutte le nostre forze; non dubitare, tu non fosti desiderato mai, nè fosti amato mai tanto come in questo giorno[263].» Ma Cola più non era indipendente; tutti i suoi atti erano subordinati alla politica del cardinale, e questi pensava assai meno a dare la signoria di Roma ad un uomo intraprendente ed ambizioso, che ad approfittare dell'influenza che quest'uomo aveva sui Romani, onde renderlo utile ad altri disegni. Lungi dal prestare a Rienzo pochi corazzieri per condurlo al Campidoglio, chiese ai deputati, che si erano a lui presentati, d'armare il popolo romano contro il prefetto di Vico, se desideravano che in appresso Cola ristabilisse in Roma il _buono stato_.

[263] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 14, p. 513._

Mentre ciò accadeva, il prefetto, che aveva dovuto avvedersi dell'odio che gli portavano grandissimo i cittadini di Viterbo e di Orvieto, volle dare ai più arditi opportunità di manifestare i loro sentimenti, onde potere castigarli. Dopo avere nascostamente accresciuto il numero de' suoi sgherri, li distribuì in tutti i luoghi afforzati delle due città, con ordine di tenersi pronti ad agire. In appresso fece da alcuni suoi fidati gridare _alle armi, viva il popolo_! Tutti coloro che sopportavano impazientemente la tirannide s'affollarono a tali voci nelle strade. Giovanni di Vico a Viterbo, e suo figlio in Orvieto, che non aspettavano che questo segno, uscirono dai loro nascondigli coi soldati, e piombando a dosso ai sediziosi, ne fecero una generale carnificina[264].

[264] _Matteo Villani, l. III, c. 98. — Cron. d'Orvieto, p. 680._

Con tale esecuzione, credeva il prefetto di avere rassicurata la sua sovranità, ed invece accrebbe i pericoli della sua situazione, perchè il popolo sdegnato rifiutava omai di difenderlo contro il legato. In marzo del 1354 questi occupò Toscanella, ed in maggio assediò contemporaneamente Viterbo ed Orvieto con mille trecento cavalli e dieci mila fanti. I Romani andavano ingrossando il campo d'Albornoz, ed altri rinforzi gli giugnevano da altre bande. Giovanni di Vico non osò esporsi al risentimento del popolo, che poteva adesso manifestarsi senza pericolo. S'arrese a discrezione al legato, cedendogli tutte le città che occupava, e che furono rimesse nella pristina libertà sotto la protezione della chiesa. Per altro Albornoz, in considerazione della pronta sommissione del prefetto, gli lasciò il governo di Corneto, Cività Vecchia e Respampano[265]. In giugno rivolse poi le sue armi contro Giovanni de' Gabrielli, tiranno di Agobbio, e lo costrinse egualmente a rimettere in libertà la sua patria[266].

[265] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 5, p. 495. — Matteo Villani, l. IV, c. 10, p. 240. — Ghirard. Stor. di Bologna, l. XXIII, p. 218. — Rayn. Ann. Eccl. 1354, § 1, p. 351. — Cron. d'Orvieto, t. XV, p. 682._

[266] _Matteo Villani, l. IV, c. 13._

La sommissione del prefetto toglieva ad Albornoz ogni pretesto di ritenere più oltre presso di sè Cola da Rienzo. Gli accordò quindi la dignità di senatore di Roma, in conformità degli ordini che aveva ricevuti dal papa[267], e lo lasciò partire alla volta di quella capitale senza soldati e senza danaro. Cola si era fatti troppi nemici tra la nobiltà per potere attraversare la campagna di Roma ed il patrimonio senza avere alcune compagnie di corazzieri che lo accompagnassero. In questo tempo i due fratelli del Moriale, arricchiti dai di lui assassinj, trovavansi a Perugia. Cola andò a trovarli, espose loro i suoi progetti per la prosperità dell'Italia, gli esortò ad associarsi alla sua gloria, ed al potere che stava per ricuperare; e con quella persuasiva eloquenza, che nessun altro possedeva in così alto grado, gli ridusse in fine a sovvenirgli una ragguardevole somma pel ristabilimento del _buono stato_. Quando Cola, dopo poche settimane, fece arrestare il cavaliere di Moriale, che meno facile dei suoi fratelli ad essere sedotto dalle illusioni, veniva a Roma per tenere gli occhi addosso al tribuno, e forzarlo a mantenere le promesse, l'ingratitudine di Cola, che condannava questo temuto avventuriere al supplicio, fu assai più notata che la giustizia della sua sentenza[268].

[267] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 16, p. 519._

[268] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 21, p. 329._

Al suo arrivo a Roma, Cola da Rienzo vi fu ricevuto con entusiasmo, perchè il suo esilio aveva cancellata la memoria della sua vanità. L'autorità, che gli confidava il popolo, veniva resa più forte dalle decorazioni di cui lo aveva rivestito il papa. Non solo Innocenzo VI l'aveva nominato senatore, ma riconosciuto inoltre nobile e cavaliere, e ratificata in tal modo la bizzarra cerimonia della conca di san Silvestro, in virtù della quale aveva Cola preso il titolo di cavaliere di santo Spirito[269]. Ma il senatore tribuno invece di correggersi de' suoi difetti aveva nell'esilio perduto quell'entusiasmo per le virtù e per la patria, che compensava i suoi difetti. Più difficile erasi fatta la sua situazione per dover conciliare la volontà del pontefice con quella del popolo. Il supplicio di Moriale, e quello di Pandolfo Pandolfucci, cittadino romano universalmente stimato, gli furono imputati quali atti d'iniquità; e la guerra che doveva sostenere contro i Colonna raddoppiava il suo imbarazzo. Stefano Colonna il giovane, rimasto capo di questa casa, erasi afforzato in Palestrina, e Cola, dopo averla in vano assediata, era stato obbligato a ricondurre i suoi soldati a Roma senza aver danaro per pagarli[270]. Cercò in tale penosa situazione di levare una nuova imposta, ma il popolo non la sostenne lungo tempo.

[269] Gli scrisse il 3 delle Calende di settembre con questo titolo: _Dilecto filio nobili viro, Nicolao Laurentii, Militi, Senatori Urbis. Ann. Eccles. § 3, p. 352_.

[270] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 19, p. 523._

L'otto ottobre scoppiò contemporaneamente una sedizione ne' due quartieri di Roma, a Rizza ed in piazza Colonna. Alcuni forsennati adunaronsi al grido di _viva il popolo, muoja il traditore Cola da Rienzo!_ S'avvicinarono al Campidoglio, ed il tribuno si trovò abbandonato dalle sue guardie, da' suoi ministri e dai servitori, tranne tre sole persone. Non pertanto aveva fatte chiudere le porte del palazzo; il popolo v'appicò il fuoco, che, avendo investita la scala, chiuse il passaggio agli assalitori. Cola vestì la sua armatura di cavaliere, e preso in mano lo stendardo del popolo si presentò alla finestra d'una sala superiore, e fece segno di voler parlare. Tale era il prodigioso impero della sua eloquenza, che, se gli fosse stato concesso di parlare, avrebbe senza dubbio calmata la moltitudine. Ma il popolo ricusava ostinatamente di ascoltarlo, e scagliava pietre contro di lui per forzarlo a ritirarsi dalla finestra; onde dopo aver fatti inutili sforzi pel calmare que' forsennati, essendo stato ferito in un braccio, ritirossi entro il palazzo[271].

[271] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 34, p. 537._

Non perciò perdette ogni speranza di ridurre il popolo alla quiete quando potesse parlare. Si fece calare a basso in alcuni lenzuoli legati alle finestre, onde giugnere sul terrazzo della cancelleria, che trovavasi allo scoperto, ma dove più difficilmente poteva essere offeso. Di là tentò nuovamente di parlare, ma ogni sforzo per farsi udire fu vano. Allora fu veduto pendere indeciso tra una morte gloriosa combattendo e tra la speranza della fuga; spogliarsi dell'armatura, poi rivestirla per levarsela di nuovo[272]. Finalmente si applicò a quest'ultimo partito. Il palazzo era già preso dalla plebaglia, la quale saccheggiava le sale che l'incendio separava dal luogo in cui trovavasi Cola. Egli cercò di spogliarsi di tutti quegli abiti che potevano dare indizio della sua dignità, s'avviluppò nel mantello del portiere, si pose in sul capo alcune coltri da letto, e come persona che tornasse allora dal saccheggio, attraversando arditamente il fuoco, indicava agli aggressori in lingua _romanesca_[273] il luogo di dove veniva colla preda, e gl'incoraggiava ad avanzarsi ancor essi. Passò in tal guisa senz'essere conosciuto le due prime porte e la prima scala; e se avesse potuto egualmente superare la seconda, era salvo; ma un Romano lo trattenne avanti all'ultima porta, e presolo pel braccio, gli disse: _ove vai tu?_

[272] _Ivi, p. 541._

[273] Ecco il dialetto del popolo di Roma, nel quale trovasi scritto il frammento di storia romana, comunemente intitolato _vita di Cola da Rienzo_. Riportando questo passo, faccio ad un tempo conoscere questo dialetto. _L'arma puse ioso in tutto, dolore ene da recordarese. Forficaose la varva, e tenzese la faccia de tenta nera. Era là da priesso una caselluccia, dove dormea lo portanaro. Entrato là, tolle uno vecchio tabarro de vile panno, fatto a lo muodo pastorale campanino. Quello vile tabarro vestio; puoi se mese in capo una coitra de lietto, e così divisato ne veo ioso. Passa la porta la quale fiariava; passa le scale, e lo terrore de lo solaro che cascava. Passa la intima porta liberamente; fuoco non lo toccao, e misticaose co li aitri, desformato desformava la favella,_ ec.

Cola fermato non cercò più di nascondersi. Gettò le coperte che aveva sul capo, e dichiarò di essere il tribuno. Fu allora condotto fino in fondo alla seconda scala del Campidoglio, avanti al Leone di porfido egizio. Colà egli medesimo costumava di far leggere le sentenze di condanna. Tra i forsennati che lo circondavano, niuno osava toccarlo, un profondo silenzio era succeduto alle furibonde grida, ed egli colle braccia incrocicchiate sul petto aspettava la decisione della sua sorte. Bentosto alzò gli occhi, e girando lo sguardo sulla moltitudine disponevasi ad approfittare del silenzio del popolo per arringarlo, quando Cecco del Vecchio, un artigiano che gli stava al fianco, temendo gli effetti della sua eloquenza, gl'immerse il suo stocco nel ventre. Allora tutti coloro che gli erano vicini s'affrettarono a percuoterlo, ed il suo capo fu separato dal corpo, che coperto di ferite venne strascinato per la città, ed appeso presso san Marcello all'uncino d'un macellajo[274].

[274] _Frammenti di Storia Romana, l. III, p. 543. — Matteo Villani, l. IV, c. 16._

Così morì un uomo, che due volte rialzò la gloria del nome romano, e due volte fu sagrificato dal popolo, cui aveva consacrata la propria esistenza.

CAPITOLO XLIII.

_Morte dell'arcivescovo Visconti. — Carlo IV in Italia. — Tratta con Firenze; distrugge a Siena il governo dei nove, ed a Pisa quello dei Bergolini. — Si ritira vergognosamente. — Anarchia della Sicilia e di Napoli. — Conquista di Albornoz; discordia tra i Visconti._

1354 = 1355.

L'arcivescovo di Milano aveva condisceso alla pace colle repubbliche toscane, per aver tempo di prepararsi contro gli ambiziosi progetti ch'egli supponeva ad Innocenzo VI; ed infatti questo pontefice era appena salito sul trono che aveva preso a ridurre sotto la sua ubbidienza tutti i paesi dipendenti dalla santa sede. Ma le conquiste d'Albornoz negli stati della chiesa, erano pel Visconti un argomento di sicurezza, perchè il papa non era nè abbastanza ricco, nè potente abbastanza per fare ad un tempo la guerra in Lombardia e nelle vicinanze di Roma. Se voleva sottomettere i tiranni che si avevano diviso il patrimonio di san Pietro, era forzato di conservare la pace coi signori di Milano, e porre da banda gli odj, che nello spazio di cinquant'anni avevano contro di loro manifestato i suoi predecessori. Giovanni Visconti credette adunque di potere nuovamente riprendere i suoi progetti d'ingrandimento. Pochi mesi dopo la pace di Sarzana, egli acquistò la signoria di Genova, come si è veduto nel precedente capitolo, e si trovò ben tosto mal suo grado impegnato nella guerra di questa città colla repubblica di Venezia.

Il Visconti aveva già dati non pochi motivi di doglianze ai quattro signori della Marca Veronese, la quale separava i suoi stati da quelli di Venezia; egli aveva cercato di approfittare di tutti gl'intrighi di queste piccole corti per formarsi in seno a ciascheduna un partito, ed ancora per cercare d'impadronirsi di quelle città. Ma i signori di Mantova, di Verona, di Ferrara e di Padova, deboli per sè medesimi, ed inoltre tra loro divisi, appena osavano palesare il loro malcontento, temendo che le loro lagnanze potessero allegarsi dal Visconti come un pretesto per conquistare i loro stati. La signoria di Venezia, che in allora altro non possedeva sul continente che la città di Treviso, aveva bisogno di farsi degli alleati in terra ferma, onde muover guerra al signore di Milano. Prese perciò a cuore e di rappacificare i piccoli principi della Marca Veronese, e di armarli contro il loro naturale nemico. Gli ambasciatori veneziani recaronsi più volte in questa provincia; invitarono i principi a varj congressi[275]; e per ultimo li ridussero nel dicembre del 1353 a sottoscrivere un'alleanza, in forza della quale dovevano allestire quattro mila cavalli per le susseguenti campagne, onde attaccare l'arcivescovo di Milano. Le case d'Este, di Gonzaga, di Carrara e della Scala, unironsi ai Veneziani per determinare i Fiorentini a prendere parte nella stessa alleanza: ma i loro ambasciatori non persuasero questa repubblica a rinunciare alla pace di fresco conchiusa. La lega formata dai Veneziani si rivolse in appresso a Carlo di Boemia, re de' Romani, facendo rivivere le negoziazioni con lui aperte dai Fiorentini, e gli offrì il suo ajuto per procurargli la corona dell'impero, purchè dal canto suo il re di Boemia attaccasse il signore di Milano[276].

[275] _Chronic. Esten. t. XV, p. 476-482._

[276] _Matteo Villani, l. III, c. 94._

Era Carlo IV un principe intrigante ed avido, ma senza coraggio; onde sagrificava sempre gl'interessi dell'impero a quelli del suo regno di Boemia, e l'onor suo alla cupidigia. Tutte queste negoziazioni cogl'Italiani non miravano che ad ingannarli, perciocchè egli non pensava altrimenti di prendere parte alle loro contese, e mentre trattava con tutti i nemici del Visconti, aveva ricevuti ancora i di lui ambasciatori, ed esaminate le condizioni proposte per un'alleanza col signore di Milano. Sembrò a Carlo che queste contraddittorie negoziazioni avessero finalmente rimosse dalla spedizione d'Italia quelle difficoltà che avevano sconsigliati dall'intraprenderla i suoi predecessori[277]. I comuni della Toscana, in ogni tempo nemici degl'imperatori, erano stati i primi ad invitarlo. Venezia, Verona, Padova, Ferrara e Mantova cercavano la sua alleanza; il signore di Milano e del rimanente della Lombardia gli offriva la sua amicizia; per ultimo la corte d'Avignone l'aveva creato re de' Romani, dando così motivo ai suoi nemici di chiamarlo il re dei preti. Carlo IV, che bramava l' onore della corona imperiale, mandò deputati ad Innocenzo VI per rinnovare le promesse che fatte aveva ai suoi predecessori, chiedendo che il papa gli permettesse d'entrare in Italia, e nominasse i legati che dovevano coronarlo. Una deliberazione del concistoro nel febbrajo del 1354 soddisfece interamente ai suoi desiderj[278].

[277] Dipingendo il carattere di Carlo IV conviene scegliere tra due opposte tradizioni. Gli storici di Boemia e di Lucca ne parlano sempre coll'entusiasmo della riconoscenza, mentre quelli di tutto il restante della Germania e dell'Italia, gli attribuiscono il carattere che qui gli abbiamo dato. Carlo fu, a non dubitarne, un buon re per la Boemia; ma gli storici non boemi possono lusingarsi che i monumenti della sua magnificenza, o ancora le sue buone leggi, bastino a distruggere il giudizio che tutti i suoi contemporanei hanno di lui dato. Vedasi non pertanto il panegirista di Carlo, Franz Martin Pelzel. _Vorrede Zur Kaiser Karl der Viene, t. I._

[278] _Matteo Villani, l. III, c. 103._