Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16)

Part 10

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La guerra civile, che scoppiò nella casa d'Este, non mancava per altro di plausibile motivo. Il marchese Obizzo aveva, morendo, legittimato in marzo del 1352 i figli avuti da un'amante, ed aveva lasciato al maggiore, Aldobrandino, la successione alla sua sovranità. Suo nipote, Francesco, riclamò contro un atto che lo spogliava de' suoi diritti, e quando vide un bastardo in possesso dell'eredità della sua casa, ritirossi alla corte dei Visconti; e là ora coi maneggi, ora colle armi, cercò di ricuperare i diritti ch'egli credeva legittimi[216].

[216] _Chron. Estense, t. XV, p. 469._

Le divisioni della famiglia della Scala non erano tanto scusabili. Can Grande, allora regnante, aveva due fratelli legittimi, ed un fratello bastardo chiamato Fregnano. In febbrajo del 1354 egli era andato a Bolzano per conferire col marchese di Brandeburgo suo cognato. Fregnano cercò di approfittare della lontananza del fratello per usurpare la sovranità, rendendosi con uno stratagemma padrone della persona del più giovane de' suoi fratelli, ch'era rimasto in Verona, e di quella di Azzo da Coreggio governatore della città. Allora pubblicò varie lettere, che pretendeva essere state dirette a questo governatore ed a lui medesimo; e sotto pretesto che le truppe dei Visconti minacciavano il veronese, fece uscire in campagna tutte le armate per andare contro ai nemici. Nella notte del 17 febbrajo annunciò l'improvvisa morte del signore Can Grande; la mattina del susseguente giorno corse le strade a cavallo col suo più giovane fratello Alboino, e ricevette l'omaggio de' magistrati e del popolo. Feltrino, uno de' signori di Gonzaga, che aveva presa parte in questa trama, giunse ben tosto con un corpo di truppe in suo soccorso, un corpo di cavalleria gli condusse pure Barnabò Visconti pochi giorni dopo, ma Fregnano non ardì riceverle in città. Questi ausiliarj da lui non richiesti, e che sembravano essere accorsi per un disinteressato amore pei tradimenti, eccitavano, non a torto, la sua diffidenza.

Ma la stessa notte in cui Barnabò allontanavasi da Verona, ove non era stato ammesso, Can Grande, avvisato della rivoluzione accaduta nella capitale, giunse presso alla porta del Campo di Marte, che gli fu segretamente aperta dal capitano a lui fedele, e subito entrato in città, chiamando alle armi il popolo cui faceva replicare il suo nome, occupò il quartiere al di là dell'Adige. Nel susseguente mattino 25 febbrajo, passò il ponte ed attaccò Fregnano, che difendeva l'altra parte della città. Dopo un'accanita zuffa fu ucciso il bastardo della Scala, e Paolo Pico della Mirandola, ch'era stato nominato suo podestà con molti altri complici. Feltrino Gonzaga rimase prigioniero, e non ottenne la libertà che pagando una taglia di trentamila fiorini. Il cadavere di Fregnano venne ignominiosamente appeso ad una forca, furono condannati a morte varj suoi complici, e Can Grande trovossi nuovamente padrone di Verona: ma la ribellione, che aveva con tanta rapidità soffocata, gli aveva fatto vedere quanto doveva ripromettersi dai signori di Mantova e di Milano[217].

[217] _Gazata Chron. Regien. t. XVIII, p. 73. — Chron. Estense t. XV, p. 478. — Libro del Polistore c. 41, t. XXIV, p. 835. — Chron. Mutin. Joh. de Bazano p. 618. — Matteo Villani l. III, c. 99._

Le congiure, tramate nelle famiglie di Carrara e di Gonzaga, non cagionarono la guerra civile, e si eseguirono ambedue entro le mura dei palazzi dei principi. A Padova uno zio ed un nipote, Jacopino e Francesco da Carrara regnavano insieme. Quest'ultimo, che vedremo governare e difendere gloriosamente i suoi stati, fece all'impensata prendere lo zio mentre con lui stava cenando a tavola[218]; lo accusò d'avere ordito una trama per farlo assassinare, e lo fece gettare in una prigione ove lo sgraziato Jacopino visse ancora diciassett'anni. Sua moglie Margarita Gonzaga, venne rimandata a Mantova col figlio in età di un anno. Una segreta gelosia tra questa donna e la moglie di Francesco, era stata la cagione di questa catastrofe[219].

[218] Il 18 Luglio 1355.

[219] _Cortusiorum Histor. de novit. Paduae t. XII. — Catari Cron. di Padova t. XVIII, p. 41._

L'ultima a scoppiare fu la congiura di Mantova. Guido da Gonzaga, signore di questa città, aveva tre figliuoli, il primo de' quali, Ugolino, era stato chiamato dal padre a partecipare del sovrano potere; e perchè questi mostravasi egualmente valoroso e prudente, Guido, invecchiato, gli andava poc'a poco abbandonando tutta la sua autorità. I due minori fratelli Lodovico e Francesco ne concepirono la più violente gelosia. Nel 1362 congiurarono contro di lui, ed il giorno 2, o come vogliono alcuni il 13 ottobre, lo assassinarono. Il vecchio Guido da Gonzaga, che, colla sua congiura a danno di Passerino de' Bonacossi, aveva nel 1328 innalzata la propria famiglia al rango delle case sovrane, vide ucciso dai suoi propri figliuoli quello di loro, in cui aveva tutte riposte le sue speranze; egli stesso fu dai medesimi spogliato della sovrana autorità, e finì i suoi giorni nel dolore[220].

[220] _Cronica di Bologna, t. XVII, p. 466. — Platina Histor. Mantuanae Urbis, l. III, p. 747._

Tali erano i principi indipendenti che governavano il Nord dell'Italia. Vi si trovava gli è vero un'altra famiglia principesca, i Beccaria, che signoreggiavano Pavia. Ma questi erano vicarj ora de' Visconti, ora dei signori di Monferrato. Molti piccoli principi regnavano pure nelle città della Romagna e dello stato della chiesa; ma per altro erano in Italia diminuite assai di numero le case sovrane, e la geografia di questa contrada erasi molto semplificata. Il numero delle repubbliche era ancora più diminuito. Genova e Bologna trovavansi, almeno momentaneamente, sottomesse ai Visconti; Lucca ubbidiva ai Pisani; onde non rimanevano più che Venezia e Pisa, e i tre comuni guelfi di Toscana, Firenze, Siena e Perugia: le altre città di questa provincia in addietro libere erano piuttosto suddite che alleate di queste tre repubbliche.

I comuni guelfi della Toscana erano particolarmente lo scopo de' progetti ostili e dell'ambizione dell'arcivescovo di Milano; ma d'altra parte erano anch'essi prevenuti contro di lui dal doppio odio pel partito ghibellino e per la tirannide. Abbiamo di già veduto in qual modo i Fiorentini avevano respinta l'aggressione de' Visconti nel 1351, e come avevano costretto il generale del signore di Milano a levare l'assedio di Scarperia; ma era meno da temersi la forz'aperta che i segreti intrighi; perciocchè il Visconti cercava in ogni città, in ogni borgata di farsi de' partigiani, di avere de' traditori; e dopo l'inverno del 1351, che venne in seguito a quella gloriosa campagna, poco mancò che venduta non gli fosse la città d'Arezzo. Il signore di Milano aveva incoraggiata la famiglia guelfa de' Brandagli d'Arezzo a farsi tiranna, e si era a di lei favore procurata l'alleanza dei piccoli tiranni ghibellini di Agobbio e di città di Castello. Di già i Brandagli avevano occupata una porta, e per mezzo di convenuti segni avevano chiamate in loro soccorso le truppe de' Visconti, allorchè gli abitanti d'Arezzo corsero alle armi, e cacciarono i ribelli dalla città, prima che potessero eseguire i colpevoli loro progetti[221].

[221] _Matteo Villani l. II, c. 36._

Le repubbliche guelfe di Toscana, riunite dal comune pericolo, essendosi collegate per la comune difesa[222], spedirono una deputazione al papa, onde impegnarlo a farsi capo di un partito, formato in origine per difesa della chiesa, ed a vendicarsi dell'affronto che le sue armi avevano ricevuto sotto Bologna.

[222] _Ivi, c. 46._

Ma il Visconti stava già da qualche tempo negoziando colla corte d'Avignone per placarla. Egli comperava dei partigiani a peso d'oro perfino nel sacro collegio. La viscontessa di Turenna, l'amica di Clemente VI, che tutto poteva sul di lui animo, aveva ricevuti i suoi doni, onde la collera della corte intiepidiva ogni giorno, e le risoluzioni erano incerte[223]. I cardinali, che sembravano animati dal più vivo risentimento, e che più fortemente eransi dichiarati per l'onore della chiesa, non si vergognavano nel susseguente concistoro di dichiararsi favorevoli a quello stesso Visconti, di cui erano poc'anzi i più caldi antagonisti[224].

[223] _Matteo Villani l. II, c. 52. — Raynald. Annal. Eccles. 1352, § 7. t. XVI, p. 329._

[224] _Matteo Villani, l. II, c. 66._

Finalmente il papa cedette alle istanze dell'amica e de' cortigiani, ed il 5 maggio del 1352 dichiarò nel concistoro dei cardinali, che in considerazione della sommissione dell'arcivescovo di Milano, e della sua santa ubbidienza, annullava tutti i processi incominciati contro di lui, e rivocava le scomuniche e gl'interdetti fulminati contro il medesimo. Gli ambasciatori del signore di Milano presentarono a Clemente VI le chiavi di Bologna, quasi in atto di rendergli quella città, ma il papa gliele restituì. Nello stesso tempo fece cessione per dodici anni della sovranità di Bologna al Visconti come di un feudo della chiesa, contro il pagamento annuo di dodici mila fiorini[225]. Cento mila fiorini furono pagati dal signore di Milano alla camera apostolica per le spese della precedente guerra in Romagna. Più di duecento mila fiorini erano stati erogati nel sedurre i più importanti personaggi della corte di Avignone, e per ottenere un così vantaggioso trattato[226].

[225] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 427. — Joseph Ripamonti Hist. Mediol. l. II p. 552, apud Graevium Thesaurus t. II. — Ghirard. stor. di Bol. l. XXIII, t. II, p. 213._

[226] _Matteo Villani, l. III, c. 4._

Intanto le repubbliche toscane, costrette di rinunciare ai soccorsi del loro naturale alleato, eransi rivolte all'erede di una famiglia, contro i di cui antenati avevano guerreggiato, al nipote d'Enrico VII, al figlio di Giovanni di Boemia, Carlo IV, che in allora era re de' Romani. Gli rappresentarono, che quell'avanzo di potere che gl'imperatori conservavano ancora in Italia verrebbe in breve usurpato dai Visconti, se il monarca non poneva finalmente freno alla smisurata loro ambizione; si offrivano d'assecondarlo con tutte le loro forze onde abbassare l'alterigia del signore di Milano, di levare perciò un'armata, e di pagare a Carlo i sussidj quando scenderebbe in Italia a prendere le due corone de' Lombardi e dell'Impero Romano[227]. Venne a Firenze un cancelliere di Carlo IV per continuare questo trattato. Il sussidio da pagarsi all'imperatore venne portato a dugento mila fiorini, doveva comandare un'armata di sei mila cavalli, di cui soltanto un terzo sarebbe da lui pagato, ed i magistrati delle repubbliche dovevano prendere il titolo di vicarj imperiali. Il trattato si pubblicò in Firenze in maggio del 1352, ma Carlo IV non potendo ancora allontanarsi dal suo regno di Boemia, rifiutò di ratificarlo[228].

[227] _Matteo Villani, l. II, c. 76._

[228] _Ivi, l. III, c. 6 e 7._

Nella campagna del 1352 l'arcivescovo di Milano non aveva tentato d'invadere la Toscana con un'armata considerabile; ma aveva distribuite le sue forze sopra diversi punti, e soccorsi tutti i nemici delle repubbliche. Egli eccitò contro Perugia e Siena il conte d'Urbino, della famiglia di Montefeltro, il signore di Cortona ed il prefetto di Vico, che governava diverse città dello stato della Chiesa. Negli Appennini il vecchio Pietro Saccone dei Tarlati, era tuttavia, sebbene in età di novant'anni, il più attivo nemico dei Guelfi, egli sorprendeva e guastava con inaspettate incursioni ora le campagne di Mugello, ora quelle d'Arezzo. Aveva occupato Borgo san Sepolcro, importante fortezza de' Perugini, e poco dopo Anghiari ed altri due castelli[229]. Finalmente Francesco Castracani intraprendeva nella Garfagnana l'assedio di Barga con forze considerabili, somministrategli dall'arcivescovo. Ma la lega guelfa uscì gloriosamente da questa lotta: riacquistò dopo lungo assedio e spianò fino ai fondamenti il forte castello di Bettona posto ad otto miglia da Perugia, ch'era stato occupato dai Ghibellini[230]; forzò il Castracani a levare l'assedio di Barga, dopo averlo disfatto nella Garfagnana[231]; e Pietro Saccone, rotto presso Bibiena, andò debitore della sua salvezza alla bontà del cavallo[232].

[229] _Matteo Villani, l. II, c. 42._

[230] _Ivi, l. III, c. 25, 26, 27._

[231] _Matteo Villani, l. III, c. 35._

[232] _Ivi, c. 11._

La guerra non sostenevasi da ambe le parti con forze proporzionate alla potenza dell'arcivescovo di Milano e de' Fiorentini. Non pertanto i due partiti desideravano egualmente la pace. Temeva il Visconti gli effetti delle negoziazioni cominciate dai Guelfi con Carlo IV; temeva inoltre di cambiamento nelle disposizioni della corte d'Avignone. Clemente VI era morto il 5 dicembre del 1352, dopo avere vissuto non come conviensi ad un capo della chiesa, ma come un sovrano voluttuoso e magnifico, circondato da dame e da cavalieri, nel fasto e ne' piaceri[233]. Il vescovo di Clermont, cardinale d'Ostia, datogli per successore il 28 dicembre, sotto nome d'Innocenzo VI, poteva essere intenzionato di rompere un trattato estorto al suo predecessore dalla venalità de' cortigiani. L'arcivescovo di Milano credette opportuno di fare la pace coi Guelfi per non aver nulla a temere dal canto della chiesa. Propose alle repubbliche toscane d'aprire un congresso a Sarzana; gli ambasciatori vi si recarono da ambedue le parti, e cominciarono le loro conferenze il primo gennajo del 1353[234]. Fu accettata la mediazione dei Gambacorti e della repubblica di Pisa, ch'eransi conservati neutrali tra l'arcivescovo ed i Fiorentini; e colla loro mediazione fu conchiuso un trattato di pace tra il Visconti e le repubbliche di Firenze, Perugia, Siena, Arezzo e Pistoja. Pochi castelli presi da una parte e dall'altra furono restituiti, e la repubblica di Pisa si chiamò garante dell'esecuzione del trattato[235].

[233] _Ivi, c. 43._

[234] _Matteo Villani, l. III, c. 47._

[235] Si pubblicò in Firenze il primo aprile del 1353. — _Matteo Villani, l. III, c. 59._

Ma la pace di Sarzana non procurò ai Fiorentini che pochi mesi di tranquillità. Bentosto un'armata più formidabile che non era quella dell'arcivescovo, saccheggiò la Marca d'Ancona e la Romagna, ed una più disastrosa guerra minacciò le frontiere della Toscana. Un gentiluomo provenzale, cavaliere di san Giovanni di Gerusalemme, frate Monreale d'Albano, che gl'Italiani chiamarono fra Moriale[236], erasi distinto servendo il re d'Ungheria nelle guerre del regno di Napoli. In queste sventurate province, abbandonate a tutte le vessazioni de' soldati, aveva il cavaliere imparato a dare una tal quale regolarità all'assassinio ed a mantenere una certa disciplina tra i suoi soldati, ai quali erano permessi tutti i delitti. Con quest'associazione della regola alla licenza, aveva adunata una compagnia di ventura, colla quale era rimasto nel regno di Napoli dopo la partenza di Luigi d'Ungheria. La regina Giovanna per liberarsene, aveva preso al suo soldo Malatesta, signore di Rimini, con una forte armata; questi nel 1352 aveva assediato in Aversa Moriale, e forzatolo a capitolare ed a uscire dal regno, restituendo tutta la preda che aveva ammassata[237]. Moriale, col piccolo numero de' soldati rimasti fedeli, erasi posto al soldo del prefetto di Vico, signore di Viterbo e d'Orvieto, e d'alcune altre città del patrimonio di san Pietro; ma egli covava ancora in così basso stato più vasti progetti. Aveva scritto a tutti i contestabili, che avevano soldati da loro dipendenti in Italia, offrendo loro paga e servigio come a truppe regolari, e significando loro inoltre, che goderebbero sotto i di lui ordini di tutta la licenza permessa ai soldati delle compagnie avventuriere. Con tali promesse raccolse sotto le sue bandiere mille cinquecento cavalli e due mila fanti, ch'egli condusse subito nel territorio del signore di Rimini, di cui voleva vendicarsi. Entrato in questo piccolo stato nel novembre del 1353, aveva, prima che terminasse l'inverno, di già presi quarantaquattro castelli[238].

[236] Veggansi intorno al suo vero nome, _Raynald. Ann. Eccles. 1353 § 5, p. 380. — Cherub. Ghirardacci, stor. di Bologna, l. XXIII, t. II, p. 220. — De Sade, Memoires pour la vie de Petrarque, l. V, p. 354._

[237] _Matteo Villani, l. III, c. 40._

[238] _Matteo Villani, l. III, c. 89._

Mentre Moriale metteva la Romagna a fuoco e sangue, dava alla sua compagnia una forma regolare. Aveva nominati un tesoriere, consiglieri e segretarj, coi quali deliberava intorno ai comuni interessi. Alcuni giudici mantenevano la pace nel campo, e facevano osservare tra i soldati la più rigorosa giustizia, mentre loro permettevano ogni sorta di delitti a danno degli abitanti del paese in cui guerreggiavano. La preda si divideva in un modo regolare tra gli ufficiali ed i soldati; era poi venduta a certi mercanti, che seguivano l'armata per fare acquisto degli effetti rubati, e Moriale voleva che si rispettassero le persone e le proprietà di questa classe d'uomini. Con tale disciplina faceva regnare l'abbondanza nel campo, e le persone addette alla milizia d'altro non parlavano in Italia che delle ricchezze che si acquistavano sotto le sue bandiere. Coloro che trovavansi al servigio dei principi o delle repubbliche aspettavano con impazienza il termine del loro servigio per abbandonarli e recarsi al campo di Moriale; e molti ancora commettevano qualche volontario fallo per farsi congedare prima che spirasse il tempo del loro servizio[239].

[239] _Matteo Villani, l. III, c. 108. — Leonardo Aretino stor. Fiorent. l. VIII._

Il Malatesta, oppresso da questa compagnia, venne a chiedere soccorso alle tre comuni guelfe di Toscana. Rappresentò loro che questi assassini, nemici d'ogni nazione, d'ogni governo, abbandonerebbero tra poco il suo principato omai esausto per attaccare la Toscana, ove speravano di trovare maggiori ricchezze, che, ove non si punissero sollecitamente, l'esempio loro sedurrebbe tutti i soldati d'Italia, e farebbe rivolgere tutte le forze della società contro la società medesima. Malgrado così potenti motivi Perugia e Siena rifiutarono di provocare un nemico che non le aveva attaccate. Firenze accordò qualche soccorso a Malatesta, ma così sproporzionato al bisogno, che fu da lui rinviato, ed egli cominciò a trattare d'accordo colla compagnia. Le promise quaranta mila fiorini perchè uscissero dalle sue terre, e le diede per ostaggio uno de' suoi figli[240]. Egli non potè pagare così grossa somma che licenziando tutte le sue truppe, le quali passarono al servigio di Moriale. Nello stesso tempo (1354) molti de' principali baroni di Germania entrarono nella grande compagnia, che diventò più formidabile di quel che lo fosse mai stata[241].

[240] _Cronica riminese t. XV, p. 902._

[241] _Matteo Villani l. III, c. 40. — Polistore c. 40, p. 832. t. XXIV._

Le repubbliche toscane, che non avevano approfittato delle più favorevoli circostanze per attaccare la gran compagnia, eransi per altro collegate per la comune difesa, ed avevano convenuto di montare tre mila cavalli, ed il contingente de' Fiorentini era di già arrivato a Perugia. Ma Moriale ottenne facilmente lo scioglimento di tale lega. Egli cercò l'amicizia de' Perugini, dichiarando che rispetterebbe scrupolosamente la neutralità loro; chiese di potere attraversare il loro territorio senza fermarsi e pagando a danaro contante tutto quanto gli abbisognasse. Lusingati di sottrarsi al pericolo senza guerra e senza spesa, i Pistojesi vilmente abbandonarono i loro alleati, e fecero separata pace con Moriale[242]. Allora la compagnia entrò per Asciano e Montepulciano sul territorio di Siena; onde i Sienesi, atterriti nel vedersi abbandonati dai loro vicini, trattarono ancor essi con Moriale, e gli contarono sedici mila fiorini, affinchè continuasse la marcia senza fermarsi nel loro territorio[243].

[242] _Matteo Villani, l. IV, c. 14._

[243] _Cronica Sanese di Neri di Donato, t. XV, p. 141._

I Fiorentini avevano a quest'epoca deboli e mal esperti priori, che non seppero porre la repubblica in istato di difendersi. Andato a vuoto il tentativo fatto coi Pisani per rispingere d'accordo il nemico, non riuscirono a mettere un'armata in campagna. Nel mese di luglio del 1354 la compagnia guastò per otto giorni continui la Val d'Elsa e le vicinanze di Staggia e di san Casciano senza trovare resistenza: essa era in allora composta di sette mila cavalli, due mila de' quali erano, a dir vero, forzati di servire a piedi sotto l'armatura de' corazzieri per avere perduti i cavalli, di mille cinquecento uomini di fanteria scelta, che allora chiamavansi _masnadieri_, e di una truppa di servi, di vivandieri, di gente di perduti costumi, che valutavansi circa venti mila. Moriale sapeva impiegare vantaggiosamente questa gente, che seguiva il suo campo, per saccheggiare le campagne, e procacciare vittovaglie ai soldati[244]. I Fiorentini risolvettero all'ultimo di pagare venticinque mila fiorini al tesoro della compagnia, ed i Pisani sedici mila[245], oltre i considerabili regali fatti ai diversi suoi capi; e Moriale promise alle due repubbliche, che per due anni non entrerebbe più nel loro territorio. Raccolse in seguito il rimanente delle contribuzioni dovutegli dai paesi della Romagna, indi condusse la sua truppa in Lombardia, ove ad istigazione de' Veneziani erasi formata una lega contro l'arcivescovo di Milano. Moriale si pose colla sua truppa al soldo della lega, che gli promise cento cinquanta mila fiorini per quattro mesi di servizio[246].

[244] _Matteo Villani, l. IV, c. 15._

[245] _Cronica di Pisa, t. XV, p. 1022._

[246] _Matteo Villani, l. IV, c. 16._

Dopo avere assicurata con questo trattato la sussistenza della grande compagnia per tutto l'inverno, il cavaliere di Moriale ne affidò il comando ad un tedesco, chiamato dagl'Italiani il conte Lando. Egli con poco seguito si recò a Perugia e poscia a Roma sotto colore di regolare i suoi domestici affari, ma in fatto per formare corrispondenze nel mezzogiorno d'Italia, ove pensava di ricondurre in primavera la formidabile sua truppa. I Perugini, spaventati ancora della sua potenza, lo accolsero rispettosamente, e gli diedero nelle loro terre il diritto di cittadinanza: Moriale passò in seguito a Roma. Egli credeva di avere diritto alla protezione del governo di questa città, perchè i suoi due fratelli, che aveva lasciati a Perugia, avevano di fresco dato a Cola da Rienzo il danaro che questo celebre uomo aveva impiegato nella leva di alcuni soldati, coi quali era rientrato trionfante in Roma.

Ma il tribuno, trovandosi ristabilito in Campidoglio, si risguardò di nuovo quale rappresentante dell'antica repubblica romana, quale protettore dell'universo, quale vendicatore dei delitti commessi in qualunque parte d'Italia. Fece dunque imprigionare il cavaliere di Moriale e lo fece tradurre innanzi al suo tribunale; lo accusò d'avere attaccate, senz'esserne provocato, le città della Marca e della Romagna, di avere portato il ferro ed il fuoco nelle campagne di Firenze, di Siena e d'Arezzo, di avere comandata una truppa di assassini, colpevoli di ladronecci e di omicidj: e perchè il Moriale non opponeva a fatti così notorj, che il preteso diritto della guerra, il tribuno dichiarò che il titolo di generale punto non iscemava i delitti che punivansi nelle persone degli altri malfattori; condannò Moriale alla pena di morte, e gli fece tagliare il capo in Roma il 29 agosto del 1354 nella piazza delle esecuzioni[247].

Cola da Rienzo, che in dicembre del 1347 era fuggito dal Campidoglio, ed un mese dopo da castel sant'Angelo travestito, Cola da Rienzo, ch'era stato condannato come eretico e come ribelle, che aveva languito ora nelle prigioni dell'imperatore a Praga, ora in quelle del papa in Avignone, per uno strano cambiamento di fortuna, trovavasi di nuovo rivestito d'una sovrana autorità nella città medesima da cui era stato scacciato.