Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 9
Il luogotenente del duca di Calabria a Fiorenza, Filippo da Sangineto, aveva la notte del 28 gennajo sorpresa Pistoja. Due emigrati guelfi di questa città gli avevano date le misure delle fosse e delle mura; i Guelfi di Pistoja avevano prese le armi ed aperta una breccia per far entrare la cavalleria fiorentina; e la guarnigione di Castruccio, non avendo potuto sostenersi nella fortezza, erasi ritirata a Serravalle. Ma l'armata di Sangineto, quasi tutta composta di Borgognoni, aveva crudelmente abusato della sua vittoria, saccheggiando dieci giorni continui la città senza risparmiare piuttosto i Guelfi che i Ghibellini: ed aveva tanto ben consumate tutte le sue munizioni ed i suoi magazzini, che si era spogliata di tutti i mezzi di difesa ove fosse stata attaccata dai nemici[162].
[162] _Ist. Pist. Anon. t. XI, p. 445. — Gio. Villani l. X, c. 57. — Leonard. Aret. l. V. — Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 835._
Non ebbe appena ricevuto l'avviso della perdita di Pistoja, che Castruccio partì alla volta della Toscana con mille cavalli e mille arcieri che aveva condotti a Roma per onorare l'imperatore. Giunto a Pisa, si appropriò il prodotto delle gabelle, ed impose nuove contribuzioni[163]. Aveva Luigi data all'imperatrice la sovranità di Pisa; ma quando un suo luogotenente si presentò per prendere possesso della signoria, Castruccio lo costrinse a ritirarsi, e corse la città alla testa della sua cavalleria, per sottometterla alla sua autorità[164]. Frattanto disponevasi ad assediare Pistoja; ed il 13 maggio mandò mille cavalli ed un grosso corpo d'infanteria con ordine di occupare le comunicazioni della piazza, ed in seguito fece avanzare la milizia di Pisa, indi passò egli stesso al campo col rimanente delle sue forze.
[163] _Gio. Villani l. X, c. 58._
[164] _Gio. Villani l. X, c. 81. — Olenschlager Geschichte, § 85._
I Fiorentini irritati dalle vessazioni di Filippo da Sangineto, dal saccheggio di Pistoja, e dal vedere che la sovranità di quella terra veniva riservata al duca di Calabria, avevano rifiutato di approvisionarla a loro spese. Pure quando videro Castruccio disposto ad intraprenderne l'assedio, pentiti della loro ostinazione, adunarono una forte armata per vittovagliare Pistoja, difesa da trecento cavalieri e da mille fanti al loro soldo, sussidiati dai Guelfi della città[165]. Il 13 luglio l'armata Fiorentina composta di due mila seicento cavalli, e secondo alcuni di circa trenta mila pedoni[166], s'avvicinò alla città assediata, mandando a sfidare Castruccio a battaglia. Il signore di Lucca accettò garbatamente il guanto della sfida, e fissò il giorno ed il luogo della battaglia; ma perchè egli non aveva da opporre all'armata nemica che mille seicento cavalieri, invece di prepararsi alla battaglia, approfittò dell'indugio per fortificarsi nel suo campo, rendendone l'attacco quasi impossibile. Quando i Fiorentini nel giorno convenuto ebbero aspettato alcun tempo l'armata lucchese nel piano, e s'accorsero d'essere stati beffati, tentarono di forzarla ne' suoi trincieramenti, ma ne furono respinti con qualche perdita. Pensarono allora di obbligare Castruccio a levare l'assedio per venire a difendere i suoi stati trasportando improvvisamente la guerra nello stato di Pisa che mise a fuoco e sangue. Ma sapendo Castruccio che Pistoja non aveva vittovaglia che per pochi giorni, lasciò guastare le campagne e non abbandonò la sua posizione. In fatti gli assediati scoraggiati dalla partenza dell'armata guelfa, capitolarono, ed aprirono le porte della città al signore di Lucca il 3 agosto del 1328[167].
[165] _Istorie Pistolesi, p. 447. — Giovanni Villani l. X, c. 83. — Leonardo Aretino l. V. — Beverini Annales Lucenses l. VI, p. 843._
[166] _Beverini Annales Lucenses l. VI, p. 845._
[167] _Istor. Pistolesi p. 450. — Gio. Villani l. X, c. 84. — And. Dei Cron. Sanese t. XV, p. 81. — Beverini Ann. Lucenses l. VI, p. 848._
«Quando Castruccio, dice il Villani, ebbe riacquistata Pistoja per suo grande senno e studio e prodezza,... tornò alla città di Lucca con grande trionfo e gloria, e trovossi in sul colmo d'essere temuto e ridottato e bene avventuroso di sue imprese più che fosse stato nullo signore o tiranno italiano, passati molti anni; e con questo signore della città di Pisa e di Lucca e di Pistoja e di Lunigiana e di gran parte della Riviera di Genova di levante, e trovossi signore di più di trecento castella murate. Ma come a Dio piacque il quale per debito di natura ragguaglia il grande col piccolo, e 'l ricco col povero, per soperchio di disordinata fatica prese nell'oste a Pistoja, stando armato, andando a cavallo e talora a piè a sollecitare le guardie o a' ripari della sua oste, facendo fare fortezze e tagliate, e talora cominciava colle sue mani, acciò che ciascuno lavorasse al caldo del sole Leone, sì li prese una febre continua, onde cadde forte malato. E per simile modo molta buona gente di Castruccio ammalarono.»
Il più ragguardevole personaggio che perì vittima di quest'epidemia sotto gli occhi di Castruccio, fu Galeazzo Visconti, già signore di Milano. L'imperatore lo aveva, ad istanza del signore di Lucca, posto in libertà il 25 marzo unitamente alla sua famiglia, e Galeazzo in allora militava sotto le insegne del suo protettore[168]. Fu sorpreso dall'epidemia nella rocca di Pescia, ove quest'uomo, ch'era stato signore di Milano e di altre sette grandi città, cioè Pavia, Lodi, Cremona, Como, Bergamo, Novara e Vercelli, ridotto alla condizione di povero soldato, morì in pochi giorni miserabilmente e scomunicato.
[168] _Bonincontri Morigiae Chr. Med. c. 37. — Georgii Merulae Hist. Mediol. l. II._
Frattanto la malattia di Castruccio facevasi pericolosa in modo, ch'egli stesso, conoscendo vicino il termine de' suoi giorni, dispose de' suoi beni, lasciando ad Enrico, suo maggior figliuolo, il ducato di Lucca nel modo che lo aveva istituito l'imperatore[169]. Ordinò che subito morto, questo suo figlio passasse a Pisa con un corpo di cavalleria per mettersene al possesso, e non prendesse il corrotto finchè non avesse assodata la sua sovranità. Dopo aver date tali disposizioni rese l'anima il sabato 3 settembre 1328.
[169] Castruccio lasciava tre figli legittimi in minor età, Enrico, Valerano e Giovanni, sotto la tutela di Pina sua consorte. Aveva pure un bastardo chiamato Ortino. _Beverini Annales Lucens. l. VI._
Era Castruccio assai destro della persona, di grande e svelta statura, di aggradevole aspetto, ma sparuto e quasi bianco; aveva i capelli diritti e biondi e dolce la fisonomia; morì di quarantasette anni. Fra i tiranni ebbe nome di valoroso e magnanimo[170], saggio, accorto, pronto nel risolvere, instancabile nella fatica, valoroso nelle armi, antiveggente, felice nelle sue imprese, da tutti temuto. Ma nel corso di quindici anni in cui tenne il governo di Lucca, diede diverse prove della crudeltà del suo carattere. Diede in preda ad orribili torture i sospetti, e condannò ad atroci supplicj i suoi nemici. Sempre vago d'avere nuovi servitori e nuovi amici, non era riconoscente de' ricevuti beneficj; anzi pareva incrudelire maggiormente contro coloro che lo avevano ajutato ne' suoi bisogni, quasi volesse scaricarsi in tal modo di quanto loro doveva. Andava debitore ai Quartigiani del suo primo ingrandimento, ed abbiamo veduto che li condannò a crudele supplicio. I Poggi, altra famiglia lucchese, lo avevano tolto dalle mani di Neri della Faggiuola, e gli avevano aperta la strada alla sovranità; ed egli approfittò dell'opportunità di una privata quistione in cui ebbero parte, per far tagliare la testa a due di loro[171].
[170] _Et quidem is erat Castrucius, ut quoniam ita ferebant tempora, nullius manu libertas honestius periret._ _Beverini Ann. Lucens. l. VI._
[171] _Ibidem._
La morte di Castruccio fu a seconda de' suoi ordini tenuta nascosta fino al giorno 10 di settembre, nel qual tempo il suo maggior figliuolo corse colla cavalleria le città di Lucca e di Pisa, rompendo i Pisani ovunque tentarono di opporgli resistenza. Tornò poscia a Lucca per assistere ai funerali del padre, che fu con grandissima pompa sepolto il giorno 14 di dicembre nel convento de' frati minori di san Francesco[172].
[172] _Gio. Villani l. X, c. 85. — Storie Pistolesi p. 451. — Vita Castrucci Antelminelli a Nicolao Tegrimo p. 1343. — Andrea Dei Cronaca Sanese t. XV, p. 83. — Cronica di Pisa anonima t. XV, p. 1000._
Estremo fu il giubbilo de' Fiorentini allorchè seppero la morte di Castruccio. Lo stesso Luigi di Baviera, privo de' consigli e dell'appoggio di Castruccio, più non era per loro un terribile nemico. Sapevano che rimasto senza di lui in Roma non d'altro erasi occupato che di vane e ridicole cerimonie; che colle imprudenti sue invettive contro il papa e contro la chiesa aveva disgustati i suoi più fedeli partigiani; che aveva trascurato il momento più opportuno di attaccare il regno di Napoli; che le truppe del re Roberto eransi avanzate ad insultarlo fino ad Ostia; che un corpo de' suoi cavalieri era stato distrutto fra Todi e Narni; che i Romani stanchi di averlo nella loro città, ed irritati dalle contribuzioni che loro imponeva grandissime, eransi battuti coi suoi Tedeschi; e finalmente che, partendo da Roma il 4 di agosto per passare in Toscana assieme al suo antipapa, erano stati dalla plebe gravemente ingiuriati; gettati nel Tevere alcuni de' suoi soldati rimasti alla coda dell'armata; ed all'indomani accolti e creati senatori Bartoldo Orsino e Stefano Colonna, ch'erano tornati in Roma coi Guelfi[173].
[173] _Gio. Villani l. X, c. 96._
Intanto erasi l'imperatore avanzato fino a Todi con due mila cinquecento cavalli, disponendosi a tenere la strada d'Arezzo per attraversare la Toscana. Egli pensava di assediare Firenze prima che potesse vittovagliarsi col vicino raccolto; nel qual caso avrebbe potuto ridurla a difficili circostanze. Ma lo rimosse da questo progetto una flotta siciliana giunta ne' mari di Toscana sotto il comando di don Pedro, figliuolo del re Federico, che aveva con se mille cento cavalieri catalani o siciliani. Don Pedro ricordava all'imperatore la concertata spedizione col re di Sicilia contro Roberto re di Napoli, affrettandolo a riprendere la strada del regno. In fatti Luigi tornò alquanto addietro per avvicinarsi al mare: incontrò a Corneto don Pedro, ed i due principi si caricarono a vicenda di rimproveri. Luigi accusava il Siciliano d'essere venuto troppo tardi; e questi rinfacciava all'imperatore d'avere troppo presto abbandonati i suoi progetti. Fecero non pertanto assieme qualche impresa nelle Maremme; ma trovandosi Luigi a Grossetto, ebbe notizia il 18 settembre della morte di Castruccio, e di quanto suo figliuolo Enrico aveva fatto in Pisa; onde partì all'istante per riavere questa città, che si affrettò di aprirgli le porte per liberarsi dal giogo dei Lucchesi[174].
[174] _Gio. Villani l. X, c. 102. — Cronica di Pisa p. 1000. — Andrea Del Cronaca Sanese p. 84. — Leonardo Aretino l. V._
Quando moriva Castruccio, Luigi di Baviera perdeva un altro de' suoi consiglieri e de' suoi confidenti, Marsilio di Padova, il teologo controversista che aveva combattuta l'autorità dei papi, ed aveva avuta grandissima parte ne' processi cominciati in Roma contro Giovanni XXII[175]. Il giorno 9 di novembre morì ancora Carlo, figliuolo del re Roberto, duca di Calabria e signore dei Fiorentini. Costui non lasciava che due figliuole[176]; ed il re suo padre non aveva altri figli, di modo che questa casa, già da tanto tempo la protettrice del partito guelfo, pareva vicina al suo fine. Perciò i più zelanti Guelfi di Fiorenza ne furono estremamente afflitti; ma il popolo rallegravasi di veder terminato, prima che spirasse il termine convenuto, l'arbitrario e concussionario governo de' Pugliesi. Trovavasi felice nel vedersi liberato da un signore nè valoroso nè prudente, e che chiamato a difendere Firenze nelle più difficili circostanze aveva dissipati i tesori dello stato non pensando che a vane ostentazioni ed a' suoi piaceri[177].
[175] _Gio. Villani l. X, c. 104._
[176] La seconda di queste figlie, Maria, nacque dopo la morte del padre.
[177] _Gio. Villani l. X, c. 109. — Cronaca Sanese di Andrea Dei p. 84._
La morte suole di rado recar soccorso agli sventurati quando gemono nel colmo delle sofferenze; più raramente ancora ferisce colui contro del quale i voti degli uomini invocano la vendetta del cielo. I suoi inaspettati decreti colgono il giusto, le di cui virtù eccitano il più vivo rammarico, mentre il grande colpevole non cade che quando i suoi delitti incominciano ad essere obbliati. Ma nella storia fiorentina la morte ci si presenta più volte quale liberatrice della repubblica. La morte d'Enrico VII salvò Firenze dalla collera di questo provocato imperatore; la morte di Castruccio la liberò dal più valoroso guerriero, dal più profondo politico, dal più temuto di tutti i suoi nemici; la morte del duca di Calabria la sottrasse al dominio de' Napoletani nel momento che più non aveva bisogno de' loro soccorsi.
CAPITOLO XXXII.
_Grandezza di Firenze. — Ritirata di Luigi di Baviera e ruina de' suoi alleati. — Campagna in Italia di Giovanni di Boemia._
1328 = 1333.
Alla morte di Castruccio incomincia un'altra delle più gloriose epoche della grandezza di Firenze, la quale, liberata da così potente nemico, dominò tutta l'Italia col vigore de' suoi consigli e colla profonda sua politica. Sempre disposta a proteggere i deboli e gli oppressi, sempre apparecchiata ad opporre agli usurpatori un'insormontabile resistenza, la signoria fiorentina si considerò quale custode dell'equilibrio politico d'Italia specialmente destinata a conservare ai sovrani la loro indipendenza, ai popoli il proprio governo.
D'uopo è ricercare nello stesso carattere di una nazione i motivi dell'abituale condotta del suo governo, e specialmente quando il governo è democratico. Le qualità caratteristiche de' Fiorentini li rendevano acconci a sostenere le luminose parti che avevano preso a rappresentare, e l'Atene d'Italia ricordò quella di Grecia non meno per l'ingegno del suo popolo, che pei capi d'opera che produsse.
Tra i popoli italiani risguardavasi il fiorentino come il più accorto; motteggiatore nelle brigate, coglieva con vivacità il ridicolo; quando trattavasi di affari, la sua perspicacia mostravagli la più breve e facile via per conseguire l'intento, i vantaggi e la difficoltà d'ambo i lati; nella politica indovinava i progetti de' suoi nemici, prevedeva le conseguenze delle loro azioni, e la serie degli avvenimenti. Non pertanto il suo carattere era più fermo, e la sua condotta più misurata assai che non sarebbesi potuto presumere da tanta vivacità. Lento a risolvere, non intraprendeva cose pericolose che dopo lunghi consigli; ma quando vi si era impegnato, non si lasciava smuovere dai più gravi ed impreveduti disastri. Nelle cose delle lettere i Fiorentini univano alla prontezza la forza del raziocinio, alla filosofia la giovialità, la facezia alle più sublimi meditazioni. La profondità del carattere aveva presso questo popolo conservato l'entusiasmo, ed il motteggio ne aveva formato il gusto; la severità del pubblico contro il ridicolo aveva stabilita intorno alle lettere ed alle arti una non meno severa legislazione.
La scuola di pittura che allora fioriva nella loro città, porta l'impronta del genio creatore, di cui venivano per altro corretti i traviamenti. Il pittore che inventava il paradiso ed osava rappresentarvi gli eletti nella loro gloria, consigliavasi col pubblico di cui temeva il giudizio. Giotto fioriva a quest'epoca in Firenze: figliuolo d'un povero montanaro, aveva ricevuto dalla repubblica l'onore della cittadinanza ed una ragguardevole pensione. Con una prodigiosa diligenza arricchiva tutte le chiese di quadri assai più belli di quanto erasi fatto fino allora, e trovava tempo per dipingerne ancora per le altre città d'Italia. Aveva egli fatto il modello del bel campanile della cattedrale di Firenze; ed i molti discepoli ai quali amorosamente insegnava l'arte sua, erano destinati a darle maggior perfezione[178]. Stefano, Andrea di Cione, Buffalmacco, Taddeo Gaddi ec., ottennero grandissima celebrità.
[178] _Vasari, Vita di Giotto p. I._
Ma più che l'amore delle lettere e delle belle arti radicato era nel popolo fiorentino quello della libertà. La sua gelosia della suprema autorità lo chiamava ad opporsi vigorosamente ad ogni specie di aristocrazia; ed i suoi talenti per le combinazioni politiche lo riconducevano sempre verso lo stesso scopo con venti sperienze in diverse costituzioni. Nello stesso tempo egli sapeva circoscrivere il potere dei capi, e porsi in guardia contro le agitazioni delle assemblee popolari.
(1328) La morte del duca di Calabria diede ai Fiorentini nuova cagione di riformare la loro costituzione, e di equilibrare i diversi poteri della repubblica. I parlamenti o assemblee generali dei cittadini che tenevansi nella pubblica piazza, avevano più spesso servito al sovvertimento delle leggi che a tenerle in vigore; quindi i buoni cittadini andavano sempre proponendo di chiamare il popolo all'esercizio della sovranità per mezzo di rappresentanti, e non direttamente; di consultare la sua opinione, non di contarne i suffragi; poichè non può esistere la pubblica opinione, nè ha tempo di formarsi in que' paesi, ne' quali il regime democratico la converte subito in legge; e quando vengono interpellati tutti i cittadini sopra oggetti non meditati che da pochi, quasi tutti non danno la propria ma l'altrui opinione. I Fiorentini non meno gelosi de' cittadini ateniesi non volevano persuadersi che la nascita, il rango, gl'impieghi rendessero gli uni più che gli altri cittadini proprj al governo. Non pretendevano per altro, che la nazione intera fosse nello stesso tempo sovrana e suddita; ma bensì volevano tutti giugnere successivamente alla magistratura ed ai consigli, acconsentendo che la magistratura ed i consigli, finchè durava la loro amministrazione, governassero soli in nome della repubblica.
Ed a fronte del loro esagerato amore dell'eguaglianza, erano non pertanto costretti di confessare che molti cittadini avrebbero avvilito il governo colla bassezza della loro condizione, coi villani loro modi, e colla loro ignoranza. Non volevano per altro escluderli con leggi generali, le quali verrebbero considerate e come ingiuriose a coloro contro i quali erano dirette, ed inoltre come insufficienti; onde preferirono di provvedervi indirettamente, non accordando le cariche che a quelli che ne sarebbero giudicati degni da una autorità nazionale. Chiesero adunque che si facesse una nota generale di tutti i cittadini eleggibili, guelfi, e dell'età di trent'anni: e questa nota si formò coll'intervento di cinque magistrature indipendenti, cadauna delle quali rappresentava un interesse nazionale: i priori in nome del governo, i confalonieri in nome della milizia, i capitani di parte in nome de' Guelfi, i giudici di commercio in nome de' mercanti, i consoli delle arti in nome degli artisti, indicavano tutti la volta loro i cittadini che riputavano degni de' pubblici onori. Alcuni aggiunti cavati dalla massa del popolo sussidiavano questi elettori, onde verun cittadino non fosse dimenticato o escluso per sorpresa: e così colui che non veniva ricordato da nessuno come abbastanza degno, non era più chiamato alle cariche.
La nota degli eleggibili veniva poscia assoggettata alla ricognizione di una balìa. Componevasi questo corpo elettorale dei magistrati in numero di novantasette[179]; e dovevansi avere sessant'otto suffragi per essere iscritto nella lista de' priori. I buoni uomini, i consoli delle arti, i confalonieri della compagnia venivano eletti nella stessa maniera. Finalmente furono aboliti i quattro antichi consigli, e surrogati due nuovi; quello del popolo composto di trecento membri che dovevano provare di essere guelfi e popolani; ed il consiglio del comune formato di cento venti nobili e di cento venti cittadini dell'ordine popolare. I due consigli venivano rinnovati ogni quattro mesi[180].
[179] Cioè sei priori, dodici buoni uomini, diecinove confalonieri delle compagnie, ventiquattro consoli delle arti, e sei deputati di ogni quartiere. La balìa veniva presieduta dal confaloniere di giustizia.
[180] _Gio. Villani l. X, c. 110. — Leon. Aretino l. V._
Per tal modo ebbero nel governo la loro rappresentanza tutte le principali parti componenti lo stato, la nobiltà ed il popolo, il commercio e le manifatture, ogni corpo militare, ogni mestiere, ogni quartiere della città. La sovranità rimase tutta intera alla nazione, senza che la nazione fosse adunata; la volontà del popolo giudicò di tutte le più importanti quistioni, ma dopo essere state lungamente disaminate dalla magistratura e dai consigli.
Quel medesimo spirito di libertà che aveva presieduto alla formazione della costituzione, dirigeva il governo nelle sue relazioni esteriori. I Fiorentini furono appena liberati dal timore di Castruccio, che determinarono di liberare dal giogo dei tiranni anche i popoli vicini. Dopo aver veduto l'indipendenza d'Italia minacciata dal Bavaro, determinarono di opporsi allo stabilimento di qualunque potenza straniera al di qua delle Alpi.
Luigi di Baviera erasi avanzato fino alle frontiere della repubblica fiorentina, e pel 13 dicembre del 1328 aveva convocata in Pisa un'assemblea de' principali capi del partito ghibellino: ma mentre la teneva occupata soltanto intorno al processo che faceva contro il papa d'Avignone il suo antipapa Nicolò V[181], la cavalleria fiorentina due volte s'avanzò ad insultarla fino sotto le mura di Pisa. Luigi di Baviera aveva perduto in Castruccio il suo miglior consigliere ed il suo campione. Egli non aveva danaro per mantenere un'armata così lontana dal proprio paese; ed era talvolta costretto di procurarsene coi più perfidi e vergognosi modi[182]: veniva perciò doppiamente diffamato, per la sua povertà e per le frodi e per l'ingratitudine che questa obbligavalo a praticare[183].
[181] _Gio. Villani l. X, c. 113 e 114._
[182] D'ordine di Massimiliano, duca di Baviera, Gio. Giorgio Herwart, suo cancelliere, scrisse del 1618 un'opera per difendere Luigi IV contro le imputazioni de' Guelfi, e specialmente di Bzovio, continuatore degli Annali ecclesiastici. È un grosso libro in 4.º stampato a Monaco. Ma ridonda più d'invettive che di ragioni, e non basta a ristabilire la riputazione dell'imperatore.
[183] Il Petrarca vi allude nella canzone _Italia mia_ composta quando i Fiorentini pensavano di richiamare il Bavaro in Italia:
_Nè v'accorgete ancor per tante prove_ _Del Bavarico inganno_ _Che alzando 'l dito colla morte scherza?_