Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)

Part 8

Chapter 83,688 wordsPublic domain

Ne' cinque anni, ch'erano corsi dopo la battaglia di Muhldorf, Luigi aveva sforzati gli altri principi della casa d'Austria a fare la pace, ed aveva sventati gl'intrighi del papa in Germania. Era chiamato in Italia non meno dal desiderio della vendetta, che da quello di sanzionare i suoi diritti all'Impero, facendosi coronare a Roma. Vero è che, indebolito da lunghe guerre, era povero di gente e di danaro; ma il paese che visitava, era una ricca miniera, onde sperava che la cupidigia più che l'ubbidienza avrebbe strascinato in folla i Tedeschi in quelle ricche contrade, per dividerne le spoglie.

L'imperatore eletto apparecchiandosi ad attaccare il papa, il suo più implacabile nemico, lo aveva già indicato nell'assemblea di Trento come prete sacrilego ed eretico, usurpatore del supremo pontificato, che i Cristiani dovevano rifiutare. Un partito numeroso erasi nella chiesa rivoltato contro Giovanni XXII, nè l'accusa d'eresia era nuova. Questo papa, ambizioso e cupido troppo più che non si conveniva a principe cristiano, aveva non pertanto molto zelo per la fede; ma egli credeva di esserne l'oracolo, e le opinioni da lui adottate erano spesse volte in aperta opposizione con quelle de' suoi dottori. Così trovavasi in allora impegnato in una disputa coi Francescani, o frati Minori, intorno alla povertà di Gesù Cristo. Questi monaci, che in forza dei loro voti abiuravano ogni proprietà, pretendevano che gli alimenti che mangiavano, non fossero una loro proprietà, nè pure nell'istante in cui li mangiavano, e che Gesù Cristo aveva loro dato l'esempio di questa suprema povertà. Per lo contrario il papa sosteneva che Gesù Cristo aveva avute alcune proprietà sia personali, sia comuni coi suoi Apostoli, e che i Francescani non potevano schivare che le cose appropriate al loro uso non fossero altresì loro proprietà. I Domenicani erano per l'opinione del papa, ma molti fedeli inclinavano a credere che negando a Cristo una suprema povertà si attentasse alla sua gloria; onde i Francescani, ostinandosi nella propria credenza, avevano condannato il papa come eretico e scomunicato. Giovanni XXII, che attaccava una crudele importanza a questa disputa di parole, fece bruciare i più ostinati tra questi frati e spogliò l'ordine di tutti i suoi beni per ridurlo a quella evangelica povertà, di cui tanto si gloriava[141].

[141] _Raynald. An. Eccles. t. XV, ad an. 1322 § 53 ec. — Ann. Coesenatenses t. XIV, p. 1148._ In questi Annali, opera d'un Francescano, viene riportata una lunga lettera del generale de' frati Minori intorno a questa controversia.

Indipendentemente dai frati Minori, ancora altri teologi prendevano le parti di Luigi di Baviera. E questi erano coloro che, stomacati dalle usurpazioni della santa sede, sostenevano l'indipendenza delle autorità secolari, ed anche la loro superiorità sul papa. Scrissero con molta energia e molta eleganza intorno a quest'argomento Marsilio di Padova, medico di Luigi, e Giovanni Gianduno o di Gand, suo consigliere; ma le loro opinioni furono condannate come eretiche dalla corte romana[142].

[142] _Olenschlager Geschichte § 53. — Tiraboschi Stor. della Letter. Ital. t. V, l. II, c. 1, § 27._

Incoraggiato dalle esortazioni de' suoi teologi e de' frati Minori, e sicuro degli ajuti de' Ghibellini, Luigi di Baviera entrò in Italia senza danaro e col seguito di soli seicento cavalli. Ma Cane della Scala, signore di Verona, Passerino de' Bonacossi, signore di Mantova, ed il marchese d'Este, signore di Ferrara, gli vennero incontro colla loro cavalleria, e presero assieme la strada di Milano, ove il re de' Romani ricevette il 30 maggio la corona di ferro nella basilica di sant'Ambrogio dalle mani dei vescovi d'Arezzo e di Brescia, dal papa già deposti e scomunicati[143].

[143] _Gio. Villani l. X, c. 18. — Chron. Veron. t. VIII, p. 644. — An. Mediol. t. XVI, c. 99, p. 704. — Olenschlager Geschichte § 74, p. 182._

Dacchè Galeazzo Visconti, signore di Milano, aveva vinto Raimondo di Cardone in una grande battaglia e fattolo prigioniere, poco più temeva gli attacchi de' Guelfi. La sua potenza li teneva lontani da' suoi stati, ed altronde manteneva una segreta corrispondenza colla corte di Roma, cui faceva sperare che, abbandonato il partito dell'imperatore, riconoscerebbe dalla chiesa la sua autorità. Ma Galeazzo aveva trovati nuovi nemici nella propria famiglia. Quel Lodrisio Visconti, suo parente, che lo aveva scacciato da Milano, poi richiamato del 1322, non sapeva nè sottomettersi al governo dispotico di Galeazzo, nè acconsentire al trattato che gli vedeva stringere col papa. Pretendeva Marco Visconti, fratello di Galeazzo, di dividere con lui la sovranità rassodata col suo valore e colle sue vittorie; e la gelosia tra i due fratelli era poc'a poco declinata in aperto odio. I nobili milanesi credevansi avviliti dall'innalzamento di una famiglia poc'anzi loro eguale, il popolo non aveva dimenticata l'antica libertà, e per ultimo gli altri capi ghibellini di Lombardia, Cane Passerino e Franchino Rusca, tiranno di Como, eransi alienati da Galeazzo, dopo che i suoi trattati colla corte pontificia avevano risvegliata la loro diffidenza. Luigi di Baviera nell'adunanza di Trento, poi a Como ed a Milano, era stato richiesto da tutti coloro che lo circondavano di privare Galeazzo del principato[144].

[144] _Georg. Merulæ Hist. Mediol. l. II. — Albert. Mussati Lud. Bavar. p. 771. — Boninc. Morigiæ Chron. Modoet. t. XII, c. 35 e 36. — Pet. Azarii Chron. t. XVI, c. 7. — Georgii Stellæ Ann. Genuens. t. XVII, p. 1056. — Pauli Jovii Galeaz. p. 288._

Finchè Luigi di Baviera guerreggiò in Germania per farsi riconoscere re de' Romani, la sua condotta era stata libera, leale, onorata, e talvolta generosa. In Italia, per lo contrario, fu quasi sempre perfida e venale. Pare che supponesse l'Italia, in certo modo, abbandonata al saccheggio: vedevasi circondato da tiranni che non conoscevano scrupoli, e si credeva anch'esso libero da ogni dovere. È cosa notabile che siasi quasi sempre fatto uso contro gl'Italiani di quella perfida politica che viene loro rimproverata, ed i loro nemici accrebbero fede a questa ingiusta riputazione di falsità per essere liberi da qualunque dovere verso gli accusati di mala fede. Luigi di Baviera doveva riconoscere in Galeazzo Visconti il più antico ed intrepido campione del partito ghibellino, pure non lasciò di tradirlo mentre da lui riceveva una generosa ospitalità: sedusse i contestabili delle truppe tedesche al di lui servizio, ed il 6 di luglio in una pubblica assemblea, dopo avergli aspramente rinfacciato di non avere ancora pagata la promessa contribuzione, lo fece arrestare unitamente a suo figlio e a due fratelli. Gli strappò di mano, col timore del supplicio, le chiavi di tutte le sue fortezze, indi lo mandò colla sua famiglia nelle terribili prigioni ch'egli medesimo aveva fatto fare a Monza[145].

[145] _Gio. Villani l. X, c. 30. — Galv. Flam. Man. Flor. c. 365. — Chron. Modoet. c. 37. — Georg. Merulæ Hist. Mediol. l. II, p. 104. — Olenschlager Geschichte § 76, p. 186._

Dopo ciò, Luigi ristabilì in Milano un simulacro di repubblica, facendo scegliere dalle ventiquattro tribù della città un consiglio di ventiquattro membri, cui diede per presidente Guglielmo di Monforte, governatore imperiale. Ma le grandi contribuzioni imposte per ordine del monarca fecero bastantemente comprendere ai cittadini, che non avevano altrimenti ricuperato il diritto di governarsi da sè stessi.

Così solenne tradimento poteva per altro avere per l'imperatore la triste conseguenza di staccare dal suo partito i capi ghibellini ai quali appoggiavasi tutta la sua fortuna, onde trovò necessario di giustificarsi in una dieta, adunata a quest'oggetto ad Orci nel territorio bresciano. Accusò Galeazzo d'aver voluto tradire la causa dei Ghibellini per favorire la chiesa, e produsse innanzi all'assemblea alcune carte che provavano le di lui negoziazioni col papa. Risvegliò l'animosità e la gelosia degli uditori contro il capo della casa Visconti, e si scolpò facilmente in su gli occhi di coloro che bramavano di trovarlo innocente. Chiese in appresso ed ottenne sussidj di danaro e di soldati; e, chiusa la dieta, s'incamminò verso la Toscana con mille cinquecento cavalieri tedeschi, la maggior parte de' quali erano stati al servizio di Galeazzo, e con cinquecento cavalieri somministrati dai tre signori ghibellini di Lombardia[146]. Passò il Po il 23 di agosto, e giunse a Pontremoli il primo di settembre, senza che il cardinale legato, che aveva più di tre mila cavalli nello stato di Parma, osasse opporsi alla sua marcia.

[146] _Gio. Villani l. X, c. 32._

Castruccio era stato uno de' primi ad affrettare la discesa in Italia di Luigi di Baviera, e questi faceva grandissimo capitale de' consigli, del valore e de' soldati di così riputato capitano. Castruccio desiderava ardentemente l'arrivo dell'imperatore. Era stato a vicenda tribolato dagl'intrighi e dalle armi del potente suo vicino il duca di Calabria, signore di Fiorenza; aveva più che mai bisogno degli esterni ajuti per difendersi contro la maggioranza delle forze che l'unione dei Napoletani dava ai Guelfi di Toscana. Una delle più potenti case di Lucca, i Quartigiani, che, sebbene originariamente Guelfi, avevano contribuito all'innalzamento di Castruccio, avevano preso parte contro di lui in una trama ordita dal duca di Calabria. Nuovi progetti di ambizione, o fors'anco il desiderio di tornare in libertà la loro patria gli aveva alienati dal signore di Lucca, il quale, scoperta la loro congiura, ne condannò venti ad orribile supplicio, facendoli sotterrar vivi col capo allo in giù. Altri cento furono esiliati, e qui si fermarono le indagini di Castruccio per timore di scoprire più colpevoli che non avrebbe voluto[147].

[147] _Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 821._

Dall'altro canto un'armata guelfa di due mila cinquecento cavalli e dodici mila fanti aveva conquistati santa Maria a Monte ed Artiminio, e minacciava i territorj di Lucca e di Pistoja, quando, avuto avviso dell'avvicinamento dell'imperatore, si ritirò bruscamente verso Fiorenza[148]. Liberato Castruccio da tanto pericolo, corse incontro a Luigi, facendogli portare a Pontremoli magnifici regali. Gli aprì le porte del castello di Pietra santa, di dove, lasciata Lucca a sinistra, gli fece prendere la strada di Pisa.

[148] _Gio. Villani l. X, c. 28 e 29. — Leon. Aret. l. V. — Beverini Annales Lucens, l. VI, p. 825._

I Pisani più non conservavano quel primo caldo attaccamento al partito ghibellino, di cui avevano date in addietro così luminose prove. Erano spossati dalla guerra sarda, durante la quale erano stati abbandonati dagli antichi alleati e traditi da Castruccio, onde desideravano di tenersi amici i Fiorentini coi quali eransi di fresco rappacificati. Temevano inoltre la collera del papa, da cui erano stati per lo stesso motivo altre volte scomunicati; per le quali cagioni gli ambasciatori mandati al congresso di Trento, invece d'invitare l'imperatore nella loro città, gli avevano offerti sessanta mila fiorini per prezzo della loro neutralità ed indipendenza. La condotta tenuta da Luigi verso Galeazzo Visconti accresceva la diffidenza dei Pisani, i quali per non essere, come il signore di Milano, traditi dai Tedeschi che tenevano al loro soldo, li privarono dei loro cavalli e delle armi. Pure, così consigliati da Guido dei Tarlati, vescovo d'Arezzo e loro alleato, mandarono a Ripafratta, posta al confine dello stato lucchese, tre nuovi ambasciatori a Luigi[149].

[149] Cioè Lemuno Guinicello dei Sismondi, Albizzo da Vico e Giacomo da Calci. _Gio. Villani l. X, c. 23. — Marangoni Cronica di Pisa p. 657._

Castruccio, che non aveva rinunciato al progetto d'assoggettarsi Pisa, consigliò l'imperatore a non accogliere i deputati di quella repubblica, rifiutando il loro danaro e le loro offerte: e mentre i deputati tornavano a Pisa, li fece arrestare al passaggio del Serchio, protestando che li tratterebbe come ostaggi e li farebbe morire, se la patria loro non apriva le porte al re de' Romani[150]. Il vescovo d'Arezzo che aveva impegnata la sua fede per la loro sicurezza, chiese a Luigi che fossero posti in libertà. Con siffatta violazione del diritto delle genti, diceva egli, veniva compromessa la sua parola, sagrificato l'onore del monarca, e tutti gli antichi Ghibellini, spaventati da questa mancanza di fede, abbandonerebbero la causa del capo dell'Impero, invece di esporsi per la medesima. Tali dovevano essere per Luigi IV le conseguenze de' consigli di Castruccio, cui ciecamente si abbandonava. Il capo dell'Impero, soggiugneva il vescovo d'Arezzo, avrebbe dovuto ricordarsi che la sua politica niente aver doveva di comune con quella d'un usurpatore, che tutto sagrificava all'interesse personale ed al bisogno presente, d'un tiranno pel quale il ben pubblico, l'onore, la probità, la riconoscenza e la speranza non erano che nomi vuoti di senso. Castruccio irritato rispose con violenza che non s'aspettava ad un vile il dirigere i guerrieri, nè ad un traditore il predicare la virtù: che il vescovo d'Arezzo colle sue pratiche coi Fiorentini era bastantemente convinto di mala fede o di piccolo cuore, e che s'egli avesse voluto attaccare Fiorenza dalla banda delle montagne, mentre Castruccio la stringeva dalla parte del piano, il partito guelfo sarebbe in Toscana affatto spento. In questa calda disputa Luigi si decise per Castruccio[151]. Guido dei Tarlati abbandonò all'istante il campo imperiale e la causa di Luigi; ma col cuore ulcerato dall'indegnità del trattamento fattogli, dall'ingratitudine de' suoi amici e dai rimorsi di avere portate le armi contro la chiesa, fu sorpreso da grave malattia che lo condusse a morte in capo a pochi giorni mentre trovavasi a Montenero. Gli Aretini che erano stati felici sotto il di lui governo, affidarono la carica di capitano della loro città ad uno de' suoi nipoti, Pietro Saccone Tarlati, signore di Pietramala, il più valoroso de' gentiluomini che conservavano tuttavia inviolata la loro indipendenza nelle montagne[152].

[150] _Cron. Sanese d'And. Dei, t. XV, p. 78._ Tale minaccia non fu eseguita: gli ambasciatori furono liberati il 10 ottobre, dopo presa la città.

[151] _Leon. Aret. l. V. — Beverini Annales Lucenses l. VI, p. 827._

[152] _Gio. Villani l. X, c. 34. — Cronica di ser Gorello d'Arezzo, c. 4, t. XV, p. 827._

Mentre i Pisani stavano aspettando i loro ambasciatori, Luigi di Baviera e Castruccio alla testa dell'armata ghibellina si presentarono alle porte della loro città. La signoria le fece subito chiudere, rifiutandosi di ricevere l'imperatore; il quale, risoluto d'intraprenderne l'assedio, si accampò alla sinistra dell'Arno. Castruccio occupò la riva destra; e due ponti di barche, uno sopra l'altro al di sotto della città, univano i due campi e terminavano la linea che chiudeva Pisa, mentre i distaccamenti di cavalleria approfittavano dell'inclinazione del popolo per la parte ghibellina, onde soggiogare tutti i castelli della repubblica. Frattanto la signoria era forzata a praticare certi ritegni che distruggevano le sue risorse; non osava chiedere soccorso di truppe al duca di Calabria per non rinunciare con tal passo al partito ghibellino; e non si attentava di levare nuove contribuzioni, e di prendere le energiche misure che potevano metter fine agl'intrighi de' suoi interni nemici. Dopo aver sostenuto un mese d'assedio, quando Luigi incominciava a scoraggiarsi il governo fu forzato a domandare la pace dalle grida della plebaglia, ammutinata dai capi del partito democratico per vendicarsi dell'essere stati da sett'anni in qua esclusi dall'amministrazione.

Onorevoli furono le condizioni accordate da Luigi ai Pisani; promise loro che nè Castruccio nè gli esiliati entrerebbero in città, ch'egli medesimo non promoverebbe verun cambiamento nel governo, e che la contribuzione pagabile da Pisa, siccome da tutte le città imperiali pel suo felice arrivo, sarebbe fissata in sessanta mila fiorini, che gli erano stati fin da principio offerti. A tali condizioni e dopo aver posti in libertà gli ambasciatori trattenuti da Castruccio, entrò pacificamente in Pisa il 10 ottobre facendo osservare alla sua armata la più severa disciplina. Ma que' medesimi cittadini che avevano costretta la signoria a far la pace, il conte Tazio, figliuolo di Gerardo di Donoratico, e Vanni, figliuolo di Banduccio Bonconti, che volevano pur vedere rovesciato il presente governo, adunarono tumultuariamente un parlamento, che annullò la capitolazione accordata dall'imperatore, richiamò gli esiliati, e permise a Castruccio l'ingresso in città. Il primo atto di sovranità esercitato da Luigi di Baviera sopra la repubblica fu una contribuzione di cento cinquanta mila fiorini[153].

[153] _Gio. Villani l. X, c. 33. — Istor. Pistol. p. 444. — Olenschlager Geschichte § 77._

Luigi visitò in appresso Lucca e Pistoja; e per ricompensare lo zelo e la fedeltà di Castruccio, eresse in suo favore un ducato in Toscana, formato delle città di Lucca, Pistoja, Volterra e della Lunigiana. Diede l'investitura di questo nuovo ducato a Castruccio, il giorno di san Martino, accordandogli in pari tempo d'inquartare i suoi stemmi con quelli della Baviera[154].

[154] _Istor. Pistol. p. 448. — Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 830._

La vicinanza dell'imperatore teneva Fiorenza inquieta assai, non dubitandosi che non fosse per manifestare il suo sdegno contro una repubblica, che tanto apertamente erasi dichiarata pel partito de' suoi nemici: pure non furonvi ostilità tra lui e il duca di Calabria. I due nemici di quasi eguali forze si guardavano con rispetto, e non cercavano occasioni di fare sperimento della propria forza. Luigi in sul finire di dicembre prese a traverso le Maremme la strada di Roma; mentre il duca, per avvicinarsi in pari tempo che l'imperatore a Roma ed a Napoli, seguiva la strada superiore di Siena, Perugia e Rieti. La piena dei fiumi ritardò la marcia dell'armata tedesca, e gli cagionò grandissime difficoltà, ma il duca non osò approfittarne. Il 2 gennajo 1328 finalmente Luigi arrivò a Viterbo, ove fu cordialmente accolto da Salvestro de' Gatti, signore ghibellino di questa città. Intanto il duca rientrò per la via dell'Aquila nel regno di Napoli, avendo lasciati in Fiorenza mille cavalli sotto gli ordini di Filippo da Sanguineto suo luogotenente[155].

[155] _Gio. Villani l. X, c. 49._

Poichè Roma fu abbandonata dai papi, il suo governo degenerò in una irregolare oligarchia. Talvolta i ministri del papa o del re di Napoli vi esercitavano molta autorità; altra volta si disputavano il supremo potere le potenti famiglie dei Colonna, de' Savelli, degli Orsini. Per altro la costituzione della città avrebbe potuto risguardarsi come repubblicana e democratica: un magistrato forestiere che aveva il nome di senatore, era incaricato dell'amministrazione della giustizia; un consiglio di cinquantadue membri eletti dai rispettivi quartieri trovavasi alla testa dell'amministrazione, ed erano presieduti dal prefetto di Roma; finalmente veniva frequentemente consultata l'assemblea del popolo; ed il senatore, siccome i due capitani del popolo che lo ajutavano, venivano eletti dalla nazione. Tra i nobili, i Savelli erano ghibellini, guelfi gli Orsini, e dei due fratelli Colonna Stefano e Sciarra, il primo seguiva le parti del papa, l'altro quelle dell'imperatore. Quando seppesi in Roma la discesa di Luigi di Baviera in Italia, un movimento popolare aveva obbligato Napoleone Orsini e Stefano Colonna a ripararsi colle loro famiglie in Avignone, mentre Sciarra Colonna e Giacomo Savelli erano stati nominati capitani del popolo dai Ghibellini vittoriosi[156].

[156] _Gio. Villani l. X, c. 19._

I deputati del senato romano si fecero incontro all'imperatore fino a Viterbo per istabilire le condizioni del suo ingresso in Roma: ma Luigi che si era assicurato l'appoggio dei capi del governo, e che non voleva nè scontentare il senato, nè legarsi con anticipate convenzioni, fece onestamente trattenere gli ambasciatori, e giunse egli stesso alle porte della città il giorno 7 gennajo del 1328, prima che fossero tornati: fu accolto dai Romani con infinito giubilo ed alloggiato in Vaticano. Il quinto giorno, fatto adunare tutto il popolo avanti al Campidoglio, commise al vescovo d'Aleria in Corsica di ringraziare in suo nome i Romani dell'attaccamento che gli mostravano. Questi promise che Luigi farebbe prosperare l'eterna città, ridonandole l'antica sua gloria. In appresso, di consentimento del popolo, stabilì che la ceremonia della sua incoronazione si farebbe la seguente domenica 27 di gennajo[157].

[157] _Gio. Villani l. X, c. 23. — Cron. Sanese di And. Dei, p. 79._

Nel giorno destinato Luigi partì da santa Maria Maggiore colla sua consorte Margarita di Hainault per recarsi in san Pietro di Vaticano. I capitani del popolo, i consiglieri e tutti i baroni di Roma, vestiti di drappi d'oro, aprivano il corteggio; venivano dietro al monarca quattromila cavalli che aveva seco condotti; e le strade che attraversava, erano addobbate di ricchissimi tappeti. Un legista seguiva l'imperatore, affinchè tutte le ceremonie si eseguissero conformemente alle leggi. Castruccio nominato cavaliere e conte del palazzo di Laterano per questa solennità, portava la spada dell'impero, ch'egli stesso doveva cingere al monarca. Era il capitano coperto di un abito di seta chermisì, con due brevi a grandi lettere d'oro sul petto e sulle spalle che ascrivevano a Dio la sua grandezza, e ne lasciavano l'avvenire alla provvidenza[158]. Giacomo Alberti, vescovo di Venezia o Castello, e Gerardo Orlandini, vescovo d'Aleria, l'uno e l'altro dal papa scomunicati e deposti, stavano aspettando Luigi a san Pietro per consacrarlo. Dopo questa cerimonia, Sciarra Colonna pose sulla di lui testa la corona dell'impero, e Luigi, quasi per prendere possesso della nuova dignità, fece leggere tre decreti, in forza dei quali prometteva di mantenere la purità della fede cattolica, di rispettare i preti e di conservare i diritti delle vedove e dei pupilli. Dopo ciò, tutto il corteggio tornò in Campidoglio. Aveva il popolo conferita al monarca per acclamazione la dignità di senatore di Roma, e questi la trasmise a Castruccio affinchè l'esercitasse in suo nome[159].

[158] Stava scritto sul petto: _Egli è come Dio vuole_: e sopra le spalle: _E sì sarà quello che Dio vorrà_. _Gio. Villani l. X, c. 58._

[159] _Gio. Villani l. X, c. 55. — Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 833._

Immediatamente dopo la consacrazione, Luigi avrebbe dovuto marciare contro Napoli colle imponenti forze ch'egli comandava, e schiacciare il suo principale avversario, che non era in istato di resistergli lungamente: ma egli sentiva che la sua coronazione era di niun valore per l'aperta opposizione del papa. Diffidava de' proprj diritti, e cercava di assodarli ora con ridicole e talvolta scandalose formalità: intentò un processo contro il papa, additato col nome di prete, Giacomo di Cahors, lo citò al suo tribunale, e come colpevole d'eresia e di lesa maestà, lo condannò alla deposizione ed in seguito alla pena di morte[160]. Gli diede per successore un frate Minore, chiamato Pietro di Corvaria, che fece eleggere dal popolo e consacrare sotto nome di Nicolò V[161]. Ma mentre lasciava inutilmente passare, stando in Roma, la stagione di agire, Castruccio, il suo più fermo appoggio, era richiamato in Toscana da una rivoluzione che minacciavalo di rapirgli i suoi stati.

[160] _Gio. Villani l. X, c. 68. — Olenschlager Geschichte des Romisch Kayserthum § 82._

[161] _Gio. Villani l. X, c. 71. — Albertini Mussati Lodovicus Bavarus p. 772. — Vita Joan. XXII ex Amalrico Augerio t. III, p. II. — Raynald. Annal. Eccles. § 8, t. XV._