Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)

Part 7

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Dopo avere saccheggiato tutto il piano di Fiorenza ed il territorio di Prato, come pure una parte di Val di Marina dall'altra parte dell'Arno, Castruccio fortificò Signa, ove lasciò guarnigione, e condusse a Lucca i suoi prigionieri con un ricchissimo bottino. Scelse pel suo trionfale ingresso in Lucca il giorno di san Martino, patrono della cattedrale di quella città, e diede a quest'ingresso la magnificenza di un trionfo. Conducevasi tuttavia il carroccio dalle armate, sebbene più non si facesse dipendere l'onore o la sorte delle battaglie dalla conservazione di questo sacro carro, dopo che non veniva più difeso dalla migliore infanteria. Il carroccio di Fiorenza preso nella battaglia d'Altopascio precedeva la comitiva. I buoi che vi stavano aggiogati, erano coperti di rami d'ulivo e di tappeti collo stemma di Fiorenza, ma questi stemmi erano capo volti come ancora quelli che ornavano il carro. La campana _Martinella_[113] che doveva suonar sempre in tempo della battaglia, suonava ancora in tempo di questa marcia umiliante: veniva dietro al carro Raimondo di Cardone coi principali prigionieri fiorentini i quali portavano de' torchi, che deposero avanti all'altare di san Martino. Frattanto le dame lucchesi erano uscite incontro a Castruccio, felicitando il vincitore colle loro acclamazioni. I prigionieri che ornarono il trionfo, furono obbligati a riscattarsi dalla loro prigionia, lo che produsse al signore di Lucca la somma di quasi cento mila fiorini, che gli furono utili per continuare la guerra[114].

[113] Una campana sospesa all'antenna del carroccio.

[114] _Gio. Villani l. IX, c. 319. — Vita Castrucci Antelminelli a Nicolao Tegrimo t. XI, p. 1339. — Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 800._

CAPITOLO XXXI.

_La Sardegna tolta ai Pisani dal re d'Arragona. — Il duca di Calabria, signore di Fiorenza. — Spedizione in Italia dell'imperatore Luigi di Baviera. — Grandezza e morte di Castruccio Castracani._

1324 = 1328.

L'attaccamento che i Pisani avevano mostrato pel partito ghibellino, il loro zelo per Federico II, Corrado, Manfredi e Corradino, ed i sagrificj fatti per Enrico VII gli avevano chiamati a figurare eminentemente nella politica continentale dell'Italia. Erano essi stati lungo tempo capi della fazione ghibellina in Toscana, e gli sforzi fatti per questa causa avevano pienamente pareggiata, e talvolta superata la loro possanza e la loro ricchezza: perciò, mentre s'indebolivano nelle guerre del continente, avevano dovuto sempre più abbandonare il commercio e l'impero del mare, da cui riconoscevano la loro grandezza. Dopo la battaglia della Meloria avevano rinunciato alla guerra coi Genovesi, e l'antica rivalità dei due popoli era spenta in tal modo, che i Pisani non approfittarono delle guerre civili che desolarono Genova per ricuperare la perduta superiorità. A poco a poco i più lontani possedimenti della repubblica furono abbandonati; cessarono d'essere i più ricchi commercianti di Costantinopoli e dell'Arcipelago; rinunciarono ai loro banchi della Siria, sentendosi incapaci di proteggere i loro stabilimenti contro i Musulmani, e la navigazione contro i corsari; si astennero dal commerciare col regno di Napoli dove, in odio del nome ghibellino, non erano sofferti dalla regnante famiglia d'Angiò; nè poterono vantaggiosamente sostenere in Sicilia la concorrenza coi Siciliani medesimi protetti da' Catalani. L'Africa soltanto restava loro aperta colle isole di Sardegna e di Corsica che avevano altra volta conquistate; ma nell'istante in cui Castruccio, dopo averli impegnati in una guerra contro i Guelfi, aveva cercato di sorprendere la loro città, la Sardegna veniva attaccata da un potente monarca, che fino a quel tempo avevano risguardato come loro alleato.

Nel 1295, Bonifacio VIII aveva accordato a Giacomo, re d'Arragona, l'investitura della Sardegna, per allettare questo monarca ad abbandonare suo fratello Federico di Sicilia. Ma questa ingiusta mercede d'un vergognoso contratto non gli si era poi data, ed i soccorsi dalla repubblica di Pisa sempre somministrati ai principi arragonesi di Sicilia, avevano fatto scordare questo progetto d'usurpazione, allorchè alcuni feudatarj dei Pisani in Sardegna istigarono Alfonso d'Arragona, figlio del re Giacomo, ad intraprendere la conquista della loro isola.

La Sardegna non era per i Pisani che una colonia di commercio; al quale oggetto avevano fortificate alcune città marittime e specialmente Città di Chiesa e Castro di Cagliari ove tenevano guarnigioni per difesa dei loro banchi. Il rimanente dell'isola era posseduto da feudatarj investiti dalla repubblica, i quali per altro si mostravano poco ben affetti alla metropoli, della quale erano molti di loro originarj; meno poi ubbidivano alle sue leggi. I più potenti feudatarj erano il giudice d'Arborea che possedeva ancora Oristagni, e teneva sotto di lui il terzo della Sardegna. Quello che allora regnava era Ugo Bassi dei Visconti[115]; e perchè questi era un bastardo di quell'illustre famiglia, la repubblica gli aveva fatti pagare per l'investitura del feudo dieci mila fiorini[116]. Costui, tenendosi offeso di questo procedere del governo pisano, offrì agli Arragonesi la Sardegna ed impegnò segretamente nella loro alleanza i marchesi Malespina ed i Doria possessori di vasti feudi nell'isola. Quando Alfonso ebbe fatti i necessarj apparecchi, fu il primo a darne avviso alla repubblica, chiedendole soccorsi; ma distribuì i soldati mandati dai Pisani ne' suoi castelli; ed il giorno 11 d'aprile del 1323, quando ebbe notizia dell'avvicinamento d'Alfonso, fece massacrare tutti i Pisani soldati e mercanti che abitavano ne' suoi stati, ed aprì i porti alla flotta arragonese[117].

[115] _Zurita indices rerum ab Aragon. Regib. Gestar. Hisp. illust. t. III, p. 165._

[116] _Gio. Villani l. IX, c. 196._

[117] _Ibid. — Georg. Stellæ Ann. Genuenses t. XVII, p. 1052._

Il re Alfonso aveva chiesti soccorsi al papa per far l'impresa della Sardegna, quasi che si trattasse di una guerra sacra; ma Giovanni XXII erasi limitato ad invitare l'Arragonese a far valere le sue ragioni innanzi ai tribunali ecclesiastici[118]. Il re era entrato in negoziazioni con un conte di Donoratico che aveva molti possedimenti in Sardegna; aveva sedotti due Visconti del ramo di Roccabertino, finalmente aveva aggiunti tutti i mezzi di seduzione e di tradimento ad una forza superiore. Il 30 di maggio aveva abbandonate le coste dell'Arragona con sessanta navi da guerra, venti palandre per la cavalleria, e trecento navi di trasporto. Conduceva su questa flotta mille cinquecento cavalieri e più di dodici mila pedoni. Il terzo della Sardegna fu ceduta agli Arragonesi dal giudice d'Arborea e da Doria; ma le città di Cagliari, Castro e città di Chiesa si prepararono ad una vigorosa difesa, come pure Terra nuova, Acqua fredda e Giojosa-Guardia; ed i Sismondi d'Oleastro armarono i loro vassalli per secondare le truppe della repubblica[119].

[118] _Zurita indices rerum ab Aragon. Regib. Gestar. p. 165._

[119] _Gio. Villani l. IX, c. 209. — Zurita Indices l. II, p. 166. — B. Marangoni Cronica di Pisa, p. 649. — Cron. Anon. di Pisa t. XV, p. 998._

I Pisani, minacciati dalla lega guelfa di Toscana e da Castruccio, il solo Ghibellino di questa contrada; traditi dai loro vassalli ed attaccati dalla potente casa d'Arragona, senz'essere in pace colla casa rivale di Napoli, non disperarono però di difendere la Sardegna. Armarono trentadue galere che mandarono nel golfo di Cagliari; ma l'ammiraglio della repubblica, trovandolo occupato dalla flotta catalana assai più numerosa della sua, si credette abbastanza fortunato d'essersi sottratto ad un attacco dopo avere sbarcato Manfredi, figlio del conte Nieri della Gherardesca, con trecento cavalli tedeschi e duecento arcieri, che si gettarono in Cagliari[120].

[120] _Zurita Ind. R. l. II, p. 166._

L'armata arragonese aveva contemporaneamente intrapreso l'assedio di Cagliari e di Città di Chiesa, che si difesero ostinatamente otto mesi: l'eccessivo calore, le acque e l'aere corrotti cagionarono tra gli assedianti terribili malattie, che distrussero dodici mila uomini[121]. Finalmente Città di Chiesa capitolò il 7 febbrajo del 1324; e la guarnigione uscì cogli onori di guerra e si unì a quella di Cagliari per continuare la difesa di questa seconda piazza.

[121] _Gio. Villani l. IX, c. 209._

Intanto Manfredi della Gherardesca, ch'erasi portato a Pisa per avere nuovi soccorsi, ricomparve il giorno 25 di febbrajo nel golfo di Cagliari con una flotta di cinquantadue vascelli che aveva a bordo, cinquecento cavalli e due mila arcieri. Sbarcò senza trovar resistenza la sua gente, e marciò verso Castro di Cagliari per costringere gli Arragonesi a levare l'assedio. Di fatti Alfonso abbandonò i suoi trincieramenti e si fece incontro ai Pisani fino a Luco Cisterna. Colà le due armate vennero alle mani il 28 febbrajo, e, dopo una lunga ostinata battaglia, gli Arragonesi, superiori di forze, rimasero finalmente vittoriosi. Manfredi, sebbene ferito, potè entrare in Castro con circa cinquecento soldati, ed il rimanente della sua armata fu dispersa. Le navi da trasporto della sua flotta caddero in potere degli Arragonesi, i quali attaccarono i feudatarj fedeli ai Pisani e ne occuparono le province. A quest'epoca molti di costoro furono spogliati delle piccole sovranità che possedevano fin dall'epoca in cui la Sardegna era stata tolta ai Saraceni: ma perchè in un paese mezzo barbaro il potere de' signori ereditarj è il solo che venga rispettato, gli Arragonesi credettero più utile consiglio il fare la pace con questi capitani indipendenti, che lo spogliarli de' loro dominj, onde trovansi ancora per molti anni ne' fasti della Sardegna i nomi delle famiglie pisane[122].

[122] _Gio. Villani l. IX, c. 236. — Zurita Ind. l. II, p. 167._ — Pare che a quest'epoca i Sismondi fossero spogliati del principato d'Oleastro, posseduto da loro duecento settantaquattro anni. Per altro un antico storico di Lucca riferisce, sotto l'anno 1404, la morte di un Sismondi e di suo figlio Dragonetto, giudici e signori d'Arborea. _Cronica di Lucca di Giov. Ser Cambi t. XVIII, p. 838._

Appena terminata la battaglia di Luco Cisterna, Alfonso riprese l'assedio di Castro di Cagliari, di cui Manfredi, poichè fu guarito delle sue ferite, prese il comando. Egli tentò di sturbare con una vigorosa sortita le operazioni degli assedianti, sorprese il loro campo e vi sparse il disordine, ma le vecchie bande de' Catalani non tardarono a circondarlo da ogni parte. Di cinquecento cavalli ch'egli comandava, trecento perirono sul campo di battaglia; ed egli stesso, mortalmente ferito, ricondusse gli avanzi della sua gente in Castro, ove morì dopo pochi giorni. Gli assediati, perduta ogni speranza di soccorso, domandarono di capitolare[123].

[123] _Zurita Indices rer. ab. Arag. Reg. Gest. l. II, p. 167. — Gio. Villani l. IX, c. 250._

Alfonso, che aveva di già perduti quindici mila uomini e che sperava di consolidare colla pace la sua conquista, accordò agli assediati onoratissime condizioni. Castro di Cagliari dovea rimanere alla repubblica pisana a titolo di feudo dipendente dal re, e le private possessioni possedute dai Pisani nell'isola doveano rimaner pure in piena loro proprietà: ma la repubblica dovea riconoscere Alfonso come re di Sardegna. Queste condizioni essendo state accettate dalla signoria, fu ben tosto fatta la pace; ma Alfonso ne approfittò per fortificare all'ingresso del porto di Cagliari un castello ch'egli intitolò Bonaria, o Aragonetta, il quale signoreggiava talmente l'ingresso di Castro, che i vascelli, le vittovaglie e le mercanzie non potevano giugnere ai Pisani senza il permesso degli Arragonesi.

La guarnigione di Bonaria non tardò ad abusare arrogantemente del vantaggio della sua posizione. L'anno seguente s'impadronì di alcune navi che i Pisani mandavano a Cagliari[124], onde la repubblica fu forzata a ricominciare la guerra per vendicare questa fresca ingiuria. Spossata affatto dalle precedenti disfatte, riclamò l'assistenza de' Ghibellini genovesi, che, rifuggiati a Savona, sussistevano colla professione delle armi. Col loro soccorso i Pisani equipaggiarono una flotta di trentatre galere e ne affidarono il comando a Gasparo Doria. Questa flotta incontrò il giorno 29 dicembre gli Arragonesi nel mare Sardo, e la fortuna fu ancora per l'ultima volta contraria ai Pisani. Furono prese otto galere, e le altre si ritirarono assai danneggiate dopo aver perduti molti soldati e marinai. I Genovesi guelfi e ghibellini furono egualmente sensibili all'affronto fatto alla bandiera della nazione, e poco mancò che il desiderio d'umiliare i Catalani non riconciliasse le due fazioni, spegnendo quell'odio che da tanto tempo le armava l'una contro l'altra[125]. Ma i Pisani non furono in istato di aspettare questa tarda riconciliazione. Il castello di Castro, ultimo possedimento della repubblica in Sardegna, venne ceduto agli Arragonesi, e nel susseguente anno fu, colla mediazione del papa, conchiusa la pace. La repubblica di Pisa abbandonò la Sardegna al re d'Arragona, e furono rilasciati reciprocamente i prigionieri senza taglia[126].

[124] _Gio. Villani l. IX, c. 307._

[125] _Georgius Stella Annal. Gen. p. 1054._

[126] _Cron. Anon. Pisa t. XV, p. 998. — B. Marangoni Cron. di Pisa p. 665. — Gio. Villani l. IX, c. 326. — Zurita Ind. rer. l. II, p. 169. — Mariana Istoria de las Españas l. XV, c. 18. — La pace pubblicossi in Pisa il 10 giugno 1326._

Una piccola parte della Toscana riacquistava con questo trattato di pace la tranquillità. Tutti gli altri stati di questa provincia erano in allora scossi dall'ambizione di Castruccio; e la parte guelfa, abbattuta per la disfatta dei Fiorentini ad Altopascio, ebbe poche settimane dopo, mentre cercava di rifarsi, un nuovo infortunio nello stato di Bologna.

La lega de' signori ghibellini di Lombardia attaccava Bologna con un accanimento eguale a quello di Castruccio contro i Fiorentini. Romeo de' Pepoli era morto in esiglio, ma i di lui figliuoli non erano stati abbandonati dai signori di Lombardia; Passerino Bonacossi, Cane della Scala, ed il marchese d'Este erano entrambi nel Bolognese con un'armata, cui si congiunse Azzo Visconti che ritornava da Lucca. I Ghibellini avevano due mila ottocento cavalli, ai quali i Bolognesi non potevano opporre che due mila duecento; ma la loro infanteria di oltre trentamila uomini sopravanzava d'assai quella de' loro nemici. La disfatta avuta dai Fiorentini ad Altopascio mosse i Bolognesi, persuasi d'essere loro riservato l'onore di vendicare la parte guelfa, ad affrettare la battaglia. Malgrado le calde istanze de' Fiorentini che loro mandavano molte truppe, il 15 novembre offrirono la battaglia ai Ghibellini alle falde del Monteveglio, e furono rotti. Perirono o furono fatti prigionieri cinquecento cavalieri e mille cinquecento fanti; e tra i prigionieri contaronsi Malatestino da Rimini loro generale e podestà, ed i più ragguardevoli cittadini. I principi lombardi dopo la loro vittoria cinsero Bologna d'assedio, ma non tardarono ad accorgersi che le loro forze non bastavano contro una città così potente, e si ritirarono con un ricchissimo bottino[127].

[127] _Mathæi de Griffonibus Memor. Histor. de reb. Bonon. t. XVIII, p. 142. — Cronica Miscel. di Bologna p. 338. — Chron. Esten. t. XV, p. 386. — Chronicon Mutin. Joh. de Bazano t. XV. — Gio. Villani l. IX, c. 321. — Istorie Pistolesi, p. 428._

L'antico capo della lega guelfa in Italia solo non prendeva parte alla guerra generale ed alle disfatte della sua parte. Roberto, re di Napoli, poi ch'ebbe lasciata Genova l'anno 1319, erasi trattenuto parecchi anni in Provenza, per sottomettere alle sue pratiche la corte d'Avignone ed assicurare la sua influenza sopra il papa. Era partito finalmente alla volta di Napoli in aprile del 1324 con una flotta di 45 vascelli, e, passando per Genova, erasi fatto riconfermare per altri sei anni la signoria di quella città[128].

[128] _Georg. Stellae Annales Genuens. t. XVII, p. 1053._

Un'ambascieria della repubblica fiorentina giunse a Napoli ed espose al re i gravissimi pericoli de' suoi alleati i Guelfi di Toscana. Gli esposero quali fossero le forze e l'ambizione di Castruccio, l'unione ch'egli aveva stabilita nella sua fazione, e quali ajuti aveva ottenuti dai Ghibellini di Lombardia. Gli ricordarono i servigi che i Fiorentini avevano resi alla casa d'Angiò, quando i dominj del re erano stati minacciati in Piemonte, e quando non avevano temuto di provocare Castruccio per allontanarlo da Genova, ove Roberto trovavasi assediato. Finalmente gli domandarono, in virtù de' trattati che essi avevano sempre fedelmente osservati, i soccorsi da lui dovuti alla lega guelfa. Ma il re di Napoli sapeva egualmente approfittare dei disastri e delle prosperità de' suoi alleati. Attribuì il suo raffreddamento e le perdite de' Fiorentini alla mancanza loro che avevano lasciata spirare nel 1321 la sua signoria: soggiugneva d'essere sempre disposto a difenderli, ma che la sua real dignità e lo stesso vantaggio della fazione non gli permettevano di prender parte alla guerra che in qualità di capo. Chiese in somma ch'egli, o suo figlio il duca di Calabria, fossero investiti dalla repubblica di assoluti poteri. I consigli di Fiorenza, costretti di comperare l'ajuto dei loro alleati a così caro prezzo, scelsero di preferenza per loro signore il duca di Calabria, Carlo, unico figlio del re, e cercarono nelle loro convenzioni d'allontanare ogni arbitrio dall'autorità che gli confidavano, e di conservare intatta la libertà della repubblica. Chiesero che mantenesse al suo soldo mille cavalieri d'oltremonti finchè durerebbe la guerra; e che in tempo di pace lasciasse in città quattrocento cavalieri sotto gli ordini del suo luogotenente. Gli furono assegnati duecento mila fiorini nel primo periodo e cento mila nel secondo. La signoria del duca di Calabria doveva durare dieci anni, cominciando il 13 gennajo del 1326, giorno in cui fu firmato il trattato[129].

[129] _Gio. Villani l. IX, c. 318. — Istor. Pistolesi p. 430. — Leon. Aret. l. V._

Un luogotenente del duca di Calabria venne prima di lui in Toscana per prendere possesso della signoria di Fiorenza. Era questi Gualtieri di Brienne, duca titolare d'Atene, e figlio di quello ch'era stato ucciso del 1311 nella grande battaglia di Cefiso, quando i Catalani conquistarono il suo ducato[130]. Venne accompagnato da quattrocento cavalieri francesi; ed i Fiorentini gli giurarono fedeltà, e gli permisero di nominare, a nome del duca Carlo, una nuova signoria[131].

[130] Vedasi nel tomo IV il capitolo 26.

[131] _Gio. Villani l. IX, c. 346._

Il duca di Calabria giunse in Toscana verso la metà dell'estate con intenzione di unire tutte le comuni guelfe sotto una sola direzione. Approfittò del suo viaggio a Siena per chiedere la signoria di quella città, che gli fu accordata solamente per cinque anni e sotto più gravi condizioni che quelle imposte da' Fiorentini[132]. Il 30 luglio entrò solennemente in Fiorenza accompagnato dai più grandi signori del regno delle due Sicilie, e da duecento cavalieri dello speron d'oro. Aveva sotto i suoi ordini mille cinquecento cavalli, che aggiunse a quelli condotti pochi mesi prima dal duca d'Atene[133].

[132] _Cron. Sen. di And. Dei t. XV, p. 74. — Orlando Malavolti Stor. di Siena p. II, l. V, p. 84._

[133] _Gio. Villani l. X, c. 1._

Questa bella armata, che fu ben tosto ingrossata dalle truppe ausiliarie di tutti i Guelfi toscani, avrebbe potuto tentare qualche fatto d'importanza, approfittando della presente malattia di Castruccio; ma il duca si ristrinse a far ribellare due castelli della montagna pistojese, che furono ben tosto ritolti; ed a impegnare Spinetta Malaspina in un tentativo sopra la Lunigiana ove fu respinto con perdita[134]. Frattanto Carlo di Calabria faceva sopra i suoi alleati le conquiste che far non sapeva sui nemici dello stato. Ridusse molte città soggette ai Fiorentini, Prato, san Gemignano, Samminiato e Colle, a darsi a lui direttamente[135]. Impose nuovi tributi, e costò alla repubblica quattrocento cinquanta mila fiorini all'anno, invece dei duecento mila, che gli erano stati accordati; spogliò i priori di quasi tutte l'autorità costituzionali; abolì le leggi _sontuarie_ intorno al lusso delle donne; finalmente si rese tanto più odioso che non compensò tante vessazioni con alcuna vantaggiosa impresa contro Castruccio[136].

[134] _Gio. Villani l. X, c. 6. — Ist. Pist. p. 431. — Beverini An. Lucens. l. VI, p. 813._

[135] _Gio. Villani l. X, c. 13._

[136] _Ivi c. 9._

La città di Bologna seguì, dopo alcuni mesi, l'esempio datole dai Fiorentini, e cercò di assicurarsi una potente protezione, assoggettandosi alla signoria di uno dei capi di parte guelfa; e chiamò in suo ajuto il cardinale Bertrando del Poggetto, legato del papa in Italia. Questi dal 1322 in poi era stato potentemente secondato da Vergusio Landi, una volta capo de' Ghibellini di Piacenza, ma ch'era passato alla parte guelfa per vendicarsi di Galeazzo Visconti, seduttore di sua moglie. Tortona, Alessandria, Piacenza, Parma, Reggio e Modena eransi successivamente date alla chiesa per tutto il tempo che l'impero rimarrebbe vacante. Bologna anch'essa aprì le sue porte al cardinale legato, conferendogli, il giorno 8 febbrajo del 1327, la signoria della città e del territorio[137].

[137] _Matthæi de Griffonibus Memor. Histor. p. 143. — Cron. Miscel. di Bolog. t. XVIII, p. 343. — Chron. Mutin. Bonifazii de Morano t. XI, p. 113. — Ghirard. Stor. di Bologna t. II, l. XX, p. 75._

Ma in questo medesimo tempo andava condensandosi all'estremità della Lombardia una tempesta che poteva ruinare tutto il partito guelfo. Era giunto a Trento Luigi di Baviera, l'imperatore eletto in febbrajo del 1327, ove aveva presieduta un'adunanza de' principali Ghibellini d'Italia. Marco Visconti, Passerino Bonacossi, Obizzo marchese d'Este, Guido Tarlati, vescovo d'Arezzo, e Cane della Scala eransi recati presso l'imperatore, come pure gli ambasciatori di Federico re di Sicilia, di Castruccio e de' Pisani. Luigi aveva promesso di venire a Roma a prendere la corona imperiale, ed i Ghibellini gli avevano promesso un dono di cento cinquanta mila fiorini per ispesare la sua truppa[138].

[138] _Gio. Villani l. X, c. 15. — Albert. Mussatus Ludovicus Bavar. t. X, p. 770. — Istorie Pistolesi p. 442. — Cortusior. Hist. l. III, c. 10, t. XII, p. 839. — Chron. Esten. t. XV, p. 388. — Georg. Merulae Histor. Mediol. l. II, p. 101, t. XXV. — Leon. Aretini l. V, p. 173._

Luigi di Baviera sembrava allora in istato d'intraprendere esterne guerre, e di vendicarsi del papa che lo aveva tanto crudelmente oltraggiato. Il suo rivale, Federico d'Austria, dopo una lunga prigionia a Trausnitz, erasi finalmente stancato della sua schiavitù. Luigi lo aveva visitato nella sua prigione l'anno 1325, avevagli offerta la libertà, non domandando altra ricompensa che la sua amicizia ed alleanza. Una condotta così generosa toccò il cuore di Federico, che riconobbe Luigi per suo imperatore, obbligandosi a difenderlo verso tutti e contro di tutti, _anche contro quello_, diceva egli, _che si dà il titolo di papa_. Molti de' suoi baroni eransi fatti garanti delle sue promesse, e la sua figlia aveva sposato il figlio di Luigi[139]. Invano Giovanni XXII annullò questo trattato; invano Leopoldo, fratello del duca d'Austria, continuò la guerra; che Federico fu fedele alle sue promesse: i due rivali diventati amici sinceri ebbero comuni la tavola ed il letto, e furono in procinto di dividere tra di loro la dignità imperiale[140].

[139] _Olenschlager Geschichte des Rom. Kays. § 63. — Schmidt, Hist. des Allemands l. VII, c. 5._

[140] _Olenschlager Geschichte § 67._