Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 6
Uno di costoro detto Giacomo di Valenza, che l'avvenenza della sua persona, l'eleganza delle maniere, la generosità del carattere rendevano carissimo ai suoi compagni di studio, incontrossi in una chiesa, un giorno di solenne festa, con Costanza de' Zagnoni d'Argela, nipote di Giovanni d'Andrea, il più riputato di tutti i giureconsulti canonisti[90]. Giacomo, rimasone perdutamente innamorato, dopo avere inutilmente tentata ogni onesta strada per piacerle, la rapì violentemente dalla propria casa, mentre trovavasi assente il padre, e coll'ajuto de' suoi amici difese disperatamente la casa in cui l'aveva condotta quando il padre di Costanza venne ad attaccarlo alla testa del popolo ch'egli aveva chiamato in suo soccorso. Giacomo di Valenza fu dopo lungo contrasto arrestato dal podestà, e la commessa violenza non potendo in verun modo scusarsi, fu condannato a perdere la testa, ed il giorno dopo la sentenza fu eseguita. Ma gli studenti pretendevano di non essere subordinati agli ordinarj tribunali, o a dir meglio, riclamavano l'impunità dei delitti. L'amore che portavano a Giacomo di Valenza accresceva il loro malcontento, onde la sua condanna, sebbene giusta e meritata, eccitò l'indignazione di tutta l'università; e gli studenti coi loro professori partirono alla volta di Siena, dopo aver tutti giurato di non tornare a Bologna prima di avere ottenuto intero soddisfacimento[91].
[90] Intorno a Giovanni d'Andrea, vedasi _Tiraboschi Stor. della Lett. t. V, l. II, c. 2. § 3_.
[91] _Ghirardacci Stor. di Bologna l. XIX, t. II, p. 4. — Cron. Miscella di Bologna t. XVIII, p. 333. — Matthaei de Griffonibus Mem. Hist. p. 140._
Vivea allora in Bologna Romeo Pepoli creduto comunemente il più ricco particolare che fosse in Italia. I beni che i suoi maggiori ed egli stesso avevano ammassati colle usure, facevansi ammontare a cento venti mila fiorini di rendita, corrispondenti press'a poco ad un milione e mezzo di lire, di cui ora cominciava a servirsi per aprirsi una strada alla sovranità della sua patria. Cercava perciò di guadagnarsi il popolo colle liberalità, spesso ancora accordando protezione e sottraendo i delinquenti al rigore delle leggi; e si acquistava in tal maniera opinione d'essere l'amico degli infelici e degli oppressi. Lo stesso anno aveva tentato di salvare a forza aperta un notajo convinto di falso: tentò pure di difendere Giacomo di Valenza prima che fosse giudicato, e dopo morto questi, prese a favoreggiare la causa degli studenti, annunciandosi come il protettore dell'università. La diserzione degli scolari aveva sparsa la desolazione in tutta la città, temevasi di vedere Bologna decaduta per sempre dall'antico suo splendore, e Romeo di Pepoli, secondato dal favor popolare, mosse il senato a posporre il rigore della giustizia al comune interesse. Furono spediti deputati agli scolari rifugiati in Siena; il podestà chiese loro pubblicamente scusa, rinunciando ad ogni giurisdizione sopra di loro, ed accrescendo l'onorario de' professori.
Gli scolari soddisfatti con questa sommissione tornarono a Bologna; ma in tale circostanza la condotta di Romeo aveva svegliati i più vivi sospetti negli amici della libertà. Quasi tutti i gentiluomini guelfi ed i migliori borghesi che penetravano più a dentro che il popolo, scoprirono i progetti di Romeo, e si unirono per impedirne l'esecuzione. Il loro partito prese il nome di _Maltraversa_[92] ed i fautori del Pepoli ebbero quello di _scacchesi_. Questa fazione ottenne il 1 luglio del 1321 di far nominare un podestà affatto ligio a Romeo, il quale non tardò a manifestare colle sentenze la sua decisa parzialità. Allora i Maltraversi accusarono apertamente Romeo di aspirare alla tirannide; spaventarono il popolo, mostrandogli le tristi conseguenze del favore che gli era stato accordato, il prezzo che questo ambizioso cittadino voleva ricavare da' suoi beneficj, risvegliando coll'esempio dei tiranni di Lombardia e di Romagna la tema e l'orrore del potere di un solo, il 17 luglio chiamarono alle armi gli amici della libertà, attaccarono nella propria casa Romeo, il quale, abbandonato da tutti i suoi partigiani, trovò modo di fuggire per una porta segreta mentre per suo ordine andavansi gettando innanzi ai cittadini armati dei sacchi di danaro per ritardarne la marcia. Tutta la famiglia Pepoli fu esiliata da Bologna, confiscati i suoi beni, atterrate le sue case, e banditi per un tempo più o meno lungo, in determinati luoghi, i suoi partigiani[93].
[92] Il nome di _Maltraversa_ si diede in molte repubbliche al partito che difendeva la costituzione; quasi, _che si attraversa al male_. Il nome di _scacchese_ veniva dallo stemma della famiglia Pepoli ch'era uno scacchiere.
[93] _Cron. di Bologna t. XVIII, p. 334. — Mathæi de Griffonib. Mem. Hist. p. 140. — Gio. Villani l. IX, c. 129. — Cherub. Ghirardacci Stor. di Bolog. l. XIX, t. II, p. 12._
Ma nè la scossa cagionata da questa congiura, nè i pericoli della repubblica avevano avuto fine coll'esilio dei Pepoli. Romeo manteneva corrispondenze in città, e nel susseguente anno si scoprì una congiura in suo favore, che costò la vita ai principali suoi fautori[94]. D'altra parte egli si era collegato coi signori di Mantova, di Verona e di Ferrara; e tutti i principi delle città lombarde erano sempre disposti a favorire chiunque cercasse di fondare una nuova tirannide in uno stato libero. I Fiorentini invece, risguardandosi come i difensori della libertà, mandavano a Bologna più frequenti ajuti di quel ch'essi potessero domandarne a questa repubblica loro confederata.
[94] _Ivi l. XIX, p. 30. — Gio. Villani l. IX, c. 150._
Nel 1323 Castruccio, dopo essersi sottratto alla vendetta dei Fiorentini per la scissura scoppiata nel loro campo, aveva ricominciato a guastare Val d'Arno di sotto, non acconsentendogli ancora la debolezza del suo stato e della sua armata di proseguire la guerra con vigore. Talvolta nel corso d'una campagna non rimaneva che pochi giorni nel territorio nemico e solo per agguerrire i cittadini di Lucca che riconduceva ben tosto alle loro case. Confidava assai più negli stratagemmi e nelle sorprese, che nella forza delle armi; e ne' suoi progetti d'aggrandimento non faceva troppa diversità tra gli amici ed i nemici. I Pisani, coi quali era alleato pel comune interesse de' Ghibellini, trovavansi al presente impegnati in una pericolosa guerra col re d'Arragona, per difesa della Sardegna; e Castruccio si lusingò di potersi approfittare delle loro circostanze per rendersene padrone. Corruppe Betto de' Lanfranchi e quattro comandanti dei mercenarj tedeschi, che promisero di aprirgli le porte di Pisa, dopo avere ucciso il conte Nieri della Gherardesca: ma la trama si scoperse; i Lanfranchi perdettero la testa sul patibolo, e la repubblica pisana, sdegnata del tradimento di Castruccio, rinunciò alla sua alleanza, e mise una taglia sul suo capo[95].
[95] _Gio. Villani l. IX, c. 229. — Beverini Annales Lucenses l. VI, p. 772._
Nel susseguente anno 1324, la guerra tra Castruccio e la repubblica fiorentina si trattò ancora più debolmente, perchè questa sembrava unicamente occupata della sommissione di alcuni gentiluomini di Val d'Arno di sopra, ai quali prese alcune castella; l'altro non prendevasi pensiero che delle sue pratiche per avere Pisa e Pistoja. Pistoja trovavasi tuttavia sotto la signoria di Filippo di Tedici, che cercava di mantenere la sua indipendenza col favore della rivalità de' due più potenti popoli tra i quali era situata Pistoja; e negoziando sempre con ambedue, pagava tributi a Castruccio per evitare la guerra, e domandava sussidj a Fiorenza per sostenerla. Ma finalmente il signore di Pistoja conobbe di non potere lungo tempo ingannare i suoi vicini con finti trattati, e s'avvide che Castruccio che aveva voluto lasciargli praticare tutti i suoi piccoli scaltrimenti, non tarderebbe a perdere la pazienza: onde risolse di vendergli la sua signoria. Il principe di Lucca gli offriva dieci mila fiorini, e per pegno della protezione che gli accordava, e dell'autorità che voleva affidargli nella sua patria, lo faceva sposo di una sua figliuola. Tedici aprì segretamente il 13 di maggio del 1325 una porta di Pistoja a Castruccio che stava appiattato a poca distanza con un corpo di cavalleria; il quale entrò subito in città, attraversando le strade e rovesciando e tagliando a pezzi i Guelfi ed i soldati fiorentini che avevano tentato di opporsegli. Ciò chiamavasi _correre una città_, ed in tal modo se ne prendeva possesso[96].
[96] _Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 779._
La notizia della presa di Pistoja giunse a Firenze mentre il popolo trovavasi adunato per una solenne festa. Nella stessa mattina la repubblica aveva armati cavalieri, il giudice esecutore dell'ordinanza di giustizia, ed un contestabile tedesco; onde i priori coi nuovi cavalieri, tutti i magistrati ed i principali cittadini trovavansi ad un banchetto. Eransi poste le tavole nella chiesa di san Pietro Schieraggio, le quali furono rovesciate nell'istante che si seppe essersi Castruccio impadronito di Pistoja; e perchè non potevasi credere che fosse interamente perduta, sperando che la guarnigione che v'era stata mandata difenderebbe almeno una porta, tutti corsero alle armi, e le compagnie della milizia si avanzarono lo stesso giorno fino a Prato, ove seppero circostanziatamente il tradimento di Filippo de' Tedici; e conoscendo che Pistoja era del tutto perduta, tornarono tristissimi a Firenze[97].
[97] _Gio. Villani l. IX, c. 294. — Ist. Pistolesi Anon. p. 421. — Jannotti Manetti Hist. Pistor. l. II, p. 1235. — Leon. Aretini l. V._
All'indomani della caduta di Pistoja il capitano che i Fiorentini avevano assoldato, entrò solennemente in città. Era quello stesso Raimondo di Cardone che aveva comandate le truppe della lega guelfa contro Matteo Visconti ed i suoi figliuoli. Dopo essere stato costretto del 1323 a levare l'assedio di Milano, fu fatto prigioniero da Galeazzo Visconti, che lo aveva posto in libertà per intavolare col di lui mezzo una negoziazione colla chiesa, non altro avendo da lui richiesto che il giuramento di non portare le armi contro i Ghibellini. Il papa non contento di rigettare tutte le proposizioni fattegli da Cardone, lo assolse dal giuramento e lo mandò ai Fiorentini.
Questi adunarono sotto gli ordini del nuovo generale la più potente armata che avessero fin allora messa in campagna. Mille Fiorentini servivano a cavallo a proprie spese; ai quali eransi aggiunti mille cinquecento cavalli mercenarj, quasi tutti Francesi, e quindici mila pedoni; onde il soldo dell'armata ammontava ogni giorno a più di tre mila fiorini d'oro[98]. Raimondo di Cardone marciò subito verso Pistoja ove Castruccio stava fabbricando una fortezza.
[98] _Gio. Villani l. IX, c. 300. — Ist. Pistol. Anon. p. 423. — Cron. Sanese d'And. Dei p. 66. — Beverini Annales Lucen. l. VI, p. 782._
Poi ch'ebbe prese alcune castella, vedendo il generale fiorentino che Castruccio non si muoveva per venire a giornata, tentò di provocarlo, offrendo premj per una corsa di cavalli innanzi alle porte di Pistoja. In appresso cinse d'assedio Tizzana; ma mentre richiamava su questo castello l'attenzione di Castruccio, staccò dalla sua armata mille cavalli che passarono la Gusciana sopra un ponte volante; fece fortificare quest'importante passaggio che gli apriva il territorio lucchese, e lo stesso giorno, 10 luglio 1325, trasportò tutte le sue truppe sull'opposta riva. Attaccò subito dopo i castelli di Cappiano e di Montefalcone, e se ne rese tosto padrone[99]. Frattanto l'armata fiorentina ingrossava cogli ajuti delle città guelfe[100], di modo che i soli ausiliarj contavano più di mille cinquecento cavalli, mentre Castruccio ne aveva appena altrettanti, sebbene avesse ricevuti i rinforzi de' suoi alleati, il vescovo d'Arezzo, il conte di santa Fiora presso di Siena, ed i signori ghibellini di Maremma e di Romagna. Egli colla sua piccola armata erasi accampato a Vivinaio, in Val di Nievole per osservare gli andamenti de' Fiorentini[101].
[99] Siena, Perugia, Bologna, Camerino, Agobbio, Grossetto, Montepulciano, Colle san Gemignano, Samminiato, Volterra, Faenza ed Imola.
[100] _Beverini Annales Genuenses l. VI, p. 784._
[101] _Gio. Villani l. IX, c. 301. — Jan. Manetti Hist. Pistor. l. II, p. 1037._
In mezzo alle paludi dell'estremità superiore del lago di Bientina sollevasi un poggio sul quale fu fabbricato il castello d'Altopascio, riputato a quell'epoca assai forte. Vi si contavano cinquecento uomini abili alle armi, e Castruccio lo aveva provveduto di vettovaglie per due anni. Cardone l'assediò il giorno 3 agosto, ed il giorno 29 lo ebbe a patti dietro la falsa notizia d'una rotta avuta da Castruccio a Carmignano[102]. Ma per importante che fosse tale conquista, che era costata assai meno tempo che non si credeva, non compensava però lo svantaggio della dimora di più di tre settimane in mezzo alle paludi nel cuore dell'estate. Le malattie si erano manifestate nell'armata fiorentina, e le truppe, scoraggiate da un penoso servizio, non avevano quell'ardore e quella confidenza con cui avevano cominciata la campagna. Molti cavalieri annojati dall'assedio d'Altopascio avevano dato danaro a Cardone per ottenere il loro congedo. Risvegliatasi da così vergognoso commercio la naturale avidità di quest'uomo, sagrificò i più grandi avvenimenti al guadagno che credeva di fare vendendo i congedi. Per conseguire più presto il suo scopo, cercò d'accrescere l'impazienza de' cavalieri e de' ricchi mercanti che aveva nell'armata, tenendo ancora otto giorni l'armata sotto Altopascio, dopo averlo preso. Finalmente si mosse l'otto di settembre, ed andò ad accamparsi all'Abbadia di Pozzevero sempre in riva al paludoso lago di Bientina, in tempo che avrebbe potuto avvicinarsi alle montagne e trovarvi un'aria assai più sana.
[102] _Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 785._
Castruccio occupava queste montagne, ed aveva approfittato del tempo che perdeva Cardone a sollecitare i soccorsi di Galeazzo Visconti, il di cui figlio Azzo comandava ottocento cavalli a san Donnino nel territorio di Parma. Il signore di Lucca promise di pagare dieci mila fiorini per prezzo dell'assistenza che domandava; Azzo Visconti, avendo ricevuto un rinforzo di duecento cavalli mandatigli da Passerino Bonacossi, prese la via di Lucca, senza che il legato, Bertrando del Poggetto, che trovavasi a Parma con forze superiori, facesse verun tentativo per chiudergli la strada[103].
[103] _Chron. Placentinum t. XVI, p. 404. — Georg. Merulæ Hist. Mediol. l. I. p. 97, t. XXV._
Ma molto tempo prima che Azzo si unisse a Castruccio, la guerra diretta da tutt'altri che da Cardone, avrebbe potuto ridursi a termine. Finalmente questo generale tentò l'undici di settembre di occupare le alture; ed in cambio d'attaccare Castruccio con tutta la sua cavalleria, gli mandò contro per isloggiarlo un debole distaccamento. I suoi cavalieri si scontrarono in un più grosso corpo di cavalleria lucchese; dei rinforzi giunsero successivamente alle due truppe; ma i Fiorentini li ricevevano più tardi de' Lucchesi, di modo che metà della cavalleria di Cardone dopo una breve zuffa dovette ritirarsi perdente. Dopo questo giorno l'armata fiorentina perdette la confidenza che aveva delle proprie forze, e più non combatteva coll'usato ardore[104].
[104] _Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 790._
Castruccio ebbe finalmente avviso che Azzo erasi mosso per raggiugnerlo; ma ebbe nello stesso tempo paura che i Fiorentini si ritirassero prima ch'egli ricevesse un soccorso che otteneva a sì caro prezzo, e senza che potesse approfittarne per dar loro una battaglia. Per fermare Cardone fece che giugnessero al suo campo alcuni abitanti di varie castella di Val di Nievole, che gli proponevano di dargli in mano quelle fortezze. Cardone, per tener dietro a queste simulate negoziazioni, andò procrastinando di giorno in giorno la partenza, aspettando in vano che scoppiassero le trame ch'egli supponeva di dirigere. Finalmente Azzo Visconti entrò in Lucca il 22 settembre, e ne giunse contemporaneamente l'avviso ai due campi. Allora i Fiorentini si posero in movimento per ritirarsi verso Altopascio; e Castruccio, temendo di perdere la preda sulla quale teneva gli occhi aperti da tanto tempo, corse a Lucca per affrettare Visconti a combattere lo stesso giorno; ma questi chiedeva danaro ed un giorno di riposo. La moglie di Castruccio seguita da tutte le dame lucchesi recossi allora presso al signore milanese e lo pregò a marciare contro ai nemici, facendogli presentare sei mila zecchini perchè li distribuisse alle sue genti: ma tutto fu inutile; Azzo dichiarò che non combatterebbe che all'indomani, onde Castruccio, tornato alla sua armata, si fece ad inseguire i Fiorentini per vedere se gli riuscisse di trattenerli[105].
[105] _Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 793._
Era in arbitrio di Cardone il ritirarsi a Galleno, o passare la Gusciana per mantenersi sempre padrone d'accettare o rifiutare la battaglia; ma temette che la sua ritirata avesse apparenza di fuga, e volle terminare la campagna con una bravata. All'indomani, lunedì 23 di settembre, venne a sfilare in parata innanzi a Castruccio, quasi per invitarlo a battaglia prima di porsi in marcia. Il signore di Lucca, sebbene non avesse ancora che mille quattrocento cavalli, accettò la disfida per ritardare la marcia de' Fiorentini, ed approfittò della vantaggiosa posizione che occupava, per non impegnare tutta la truppa nella battaglia, dando a dietro dopo ogni scaramuccia. Con tale accorgimento si sostenne dallo spuntare del giorno fino alle nove ore del mattino, che Azzo Visconti giunse alla fine in suo soccorso con i suoi mille cavalli; ed allora tutta l'armata ghibellina scese al piano e la battaglia si fece generale.
Malgrado le sofferte perdite, le forze de' Fiorentini trovavansi ancora per lo meno eguali a quelle di Castruccio, ma quasi al primo tirare di lancia il maresciallo di battaglia di Raimondo di Cardone fuggì con un corpo di settecento cavalli da lui comandati, e gettò il disordine in tutta l'armata[106]. I Fiorentini, scossi e scoraggiati dall'abbandono di così ragguardevole corpo, non si sostennero lungamente; la cavalleria fu rotta quasi subito, e l'infanteria che combatteva valorosamente, ma con armi che sgraziatamente non bastavano a difenderla dall'urto della cavalleria pesante, dovette anch'essa ripiegare. Quelli che guardavano il ponte di Cappiano, furono i primi a fuggire; onde Castruccio, sopravanzando il rimanente de' fuggitivi, s'impadronì del ponte, e chiuse come in una rete coloro che cercavano di salvarsi al di là del fiume. Molti distinti personaggi rimasero suoi prigionieri, fra i quali lo stesso Raimondo di Cardone con suo figliuolo e molti baroni francesi. Per altro la perdita della battaglia fu più accompagnata da vergogna che da strage. Molti fuggitivi trovarono modo di tornare a Fiorenza, ma i castelli di Cappiano, di Montefalcone e d'Altopascio, ch'erano stati tolti a Castruccio con tanta fatica, furono da lui in pochi giorni riconquistati. Fece spianare i due primi, e tagliare il ponte di Cappiano[107].
[106] _Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 794._
[107] _Gio. Villani l. IX, c. 304. — Ist. pistolesi Anon. t. XI, p. 425. — Cron. Sanese di Andrea Dei t. XV. — Leon. Aret. l. V. — Jannotii Manetti Hist. Pistor. l. II, p. 1038._
Il possedimento di Pistoja rendeva a Castruccio facile e sicure le scorrerie fino nel cuore degli stati di Fiorenza. Perciò, dopo avere radunate in Pistoja le sue milizie e quelle di Filippo Tedici, attaccò, il 27 di settembre, Carmignano che gli si arrese vilmente. Trasportò allora il suo campo a Signa, e bruciò Campi, Brozzi e Quarrata. Questi villaggi posti nel piano fiorentino erano appena fortificati e non capaci di lunga resistenza. Finalmente il 2 ottobre stabilì il suo quartier generale a Peretola, grosso villaggio due miglia lontano da Fiorenza, di dove i suoi soldati si avanzavano, tutto guastando, fin sotto alle mura di Fiorenza. Quella ricca valle era in allora coperta di magnifici edificj e di deliziosi giardini; perciocchè l'opulenza e l'eleganza de' Fiorentini non era ancora pareggiata da verun popolo dell'Europa; e mentre i soldati si arricchivano colle loro spoglie, Castruccio faceva trasportare a Lucca i quadri e le statue, che dopo il risorgimento delle arti, formavano il migliore ornamento de' palazzi de' Fiorentini[108].
[108] _Beverini Annal. Lucens. l. VI. p. 796._
Era giunto l'istante in cui Castruccio poteva anch'egli provocare i Fiorentini celebrando i giuochi presso le loro porte, com'erasi praticato da Cardone presso Pistoja. Uno spazio lungo un miglio la strada di Peretola a Fiorenza era stato sempre destinato alle corse dei cavalli. Vien tesa una corda a traverso al ponte alle mosse[109], e dietro alla corda cavalli barbari ornati di nastri e di fiori aspettano fremendo d'impazienza, che cadendo la corda loro apra l'arringo: allora slanciansi soli e senza condottieri nell'arena, e la scorrono con un'emulazione, una passione così calda per la gloria, che non crederebbesi propria che degli uomini. Fu in questo luogo medesimo consacrato dalle feste di molte generazioni, che Castruccio pose, il giorno di san Francesco, tre premj per la corsa; il primo ai cavalieri, il secondo ai pedoni, e l'ultimo, per insultare più vivamente i nemici, alle cortigiane. Voleva così dare a conoscere che gli esseri più deboli e più vili della sua armata potevano senza pericolo insultare i nemici. Sebbene i Fiorentini avessero entro le loro mura forze maggiori di quelle di Castruccio, erano in modo scoraggiati per la fresca disfatta, che non osarono uscire dalle loro porte per disturbare la festa[110].
[109] Un miglio fuori di Fiorenza dalla parte di Prato.
[110] _Gio. Villani l. IX, c. 315._
Dopo la vittoria Azzo Visconti era tornato a Lucca; di dove, poi ch'ebbe ricevuto venticinque mila fiorini pel soldo e per il premio dovuto alla sua truppa, aveva raggiunto Castruccio. Voleva anch'esso vendicarsi dei giuochi dati due anni prima dai Fiorentini alle porte di Milano, quando Raimondo di Cardone assediava quella città[111]; ed il giorno 26 di ottobre ricominciò presso alle mura le corse de' cavalli. Ma i Fiorentini non potevano persuadersi che l'armata nemica fosse ritornata per questo solo motivo, e sospettavano che i prigionieri di Castruccio avessero voluto comperare la libertà con qualche tradimento, ed erano agitati da mortali inquietudini. Intanto la città era in modo affollata di contadini, che avevano dovuto abbandonare la campagna, che vi si manifestò una crudele epidemia. La signoria proibì in tale occasione gl'inviti ai funerali per non occupare la città con sì triste dovere, che avrebbe dovuto rinnovarsi ogni ora, e per non ispaventare gli ammalati facendo loro sapere quanti ne perivano ogni giorno[112].
[111] _Gio. Villani l. IX, c. 210. — Istorie Pistol. p. 428._
[112] _Gio. Villani l. IX, c. 316._