Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 5
[72] _Gio. Villani IX, c. 112. — Beverini An. Lucens. l. VI, p. 758._
Nel susseguente anno (1321) volendo i Fiorentini attaccare Castruccio da due lati, si collegarono col marchese Spinetta Malaspina, che il signore di Lucca aveva spogliato de' suoi feudi in Lunigiana, e gli mandarono un corpo di truppe, mentre con un'altra armata assediavano Montevetturini all'estremità della Valle di Nievole. Tutti i vassalli del marchese presero le armi pel loro signore; ma quando l'una o l'altra armata volle entrare nello stato di Lucca, essendo ogni villaggio fortificato, e tutti gli uomini soldati quando trattavasi di difendere la propria terra, ogni miglio di terreno costava un assedio o una battaglia. Intanto Castruccio veniva soccorso dai Ghibellini di Milano, di Piacenza, di Parma, di Pisa e d'Arezzo; e formava un'armata di mille seicento cavalli che univa alla sua infanteria. Ben tosto obbligò il capitano fiorentino a levare l'assedio di Montevetturini, saccheggiò venti giorni l'aperta campagna di Val d'Arno, di cui aveva libero l'ingresso; indi tornò in Lunigiana a riconquistare le castella che gli aveva tolto il marchese Spinetta[73].
[73] _Gio. Villani l. IX, c. 124. — Beverini An. Lucenses l. VI, p. 759._
Quando Castruccio ebbe, col soccorso degli alleati ghibellini, riportati questi vantaggi, si mostrò disposto ad abusarne, rendendosi ingrato ai Pisani, cui andava in parte debitore de' suoi successi. Il conte Renieri, o Nieri della Gherardesca, che i Pisani avevano fatto capitano delle loro milizie dopo la morte di suo nipote, aveva abbandonato il partito democratico, al di cui favore la sua famiglia andava debitrice d'ogni suo innalzamento, e si era unito ai nobili, perpetui nemici de' suoi antenati[74]. L'odio delle due fazioni plebea e patrizia, che da sì lungo tempo teneva divisa la repubblica, era cresciuto a dismisura, ed un nuovo demagogo, Coscetto del Colle, subentrando al Gherardesca, erasi fatto capo de' plebei. Finalmente il furore del popolo, lungo tempo compresso, scoppiò in maggio del 1322, ed i due partiti si batterono due giorni con estremo accanimento. Coscetto del Colle, fatto prigioniere, fu dal conte condannato a morte mentre quindici capi delle tre grandi famiglie Gualandi, Sismondi e Lanfranchi furono dal popolo esiliati, e spianate le loro case. Frattanto fu recata a Pisa l'improvvisa notizia che Castruccio, avuto avviso della loro zuffa, avanzavasi con tutte le sue forze per sorprendere la città. Le due fazioni si riconciliarono subito per resistere all'assalitore, ed il signore di Lucca trovò contro ogni sua aspettazione chiuse le porte e le mura coperte di soldati[75]. La sedizione contro il conte Nieri di cui egli era stato testimonio, fecegli sentire quanto la potenza di un signore sia poco sicura finchè si appoggia soltanto al favore popolare, ed appena tornato a Lucca, gettò i fondamenti di una fortezza che chiamò l'_Augusta_, o la _Gusta_, dalla quale signoreggiava tutta la città[76]. I territorj di Lucca e di Firenze non confinavano tra di loro che in Val d'Arno di sotto, e colà i Fiorentini avevano afforzato Fucecchio, Castelfranco e Santa Croce, ove tenevano molta cavalleria per opporsi alle scorrerie delle truppe lucchesi. Invece di continuare i suoi attacchi da questa banda, Castruccio si volse bruscamente contro il territorio di Pistoja. Per la Valle di Nievole di cui era padrone, egli poteva egualmente penetrare nel piano e nella montagna pistojese, senza che questa repubblica, spossata dalle guerre civili e dai sostenuti assedj, fosse in istato di opporsi alle sue forze.
[74] _Gio. Villani l. IX, c. 119. — Marangoni Cron. di Pisa, p. 644. — Cron. Anon. di Pisa t. XV, p. 997._
[75] _Gio. Villani l. IX, c. 151. — Marangoni Cron. di Pisa, p. 647._
[76] Questa fortezza occupava il luogo del presente palazzo del principe. _Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 763._
Di questi tempi il più riputato cittadino di Pistoja era l'abate di Pacciana, detto Ormanno dei Tedici. In una città indebolita e che aveva perduto il fiore della nobiltà, le ricchezze ed i soldati, questo monaco lusingossi di farsi sovrano. Egli declamava continuamente contro i mali della guerra e rappresentava al popolo la necessità di mettere fine alla guerra facendo tregua con Castruccio. Il vocabolo _tregua_ era la parola d'ordine del suo partito; i contadini del piano e della montagna, che ardentemente desideravano la cessazione delle ostilità, risguardavano l'abate quale loro salvatore[77].
[77] _Istor. Pistolesi Anon. t. XI, p. 415. — Jannotii Manetti Histor. Pistor. l. II, t. XIX, p. 1031. — Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 761._
Sembrava non per tanto impossibile che così accaniti nemici, com'erano i Fiorentini ed i Lucchesi, volessero accordare una tregua parziale al territorio di Pistoja che li divideva. Ma Castruccio conobbe i vantaggi che poteva ottenere grandissimi dall'innalzamento dell'abate di Pacciana; previde ch'egli solo raccoglierebbe i frutti di tutte le piccole astuzie del monaco diventato sovrano, e che approfitterebbe della sua debolezza. Il monaco promettevagli segretamente di dargli in mano la città quand'egli ne fosse padrone, e Castruccio fingeva di credergli e mostravasi disposto ad entrar seco in negoziazioni per la tregua: d'altra banda i Fiorentini mandarono subito deputati a Pistoja per chiedere al popolo di non impegnarsi in separati trattati, onde non esporsi agl'inganni del tiranno lucchese: offrirono in pari tempo di spedire a Pistoja sufficienti soccorsi per impedire che il suo stato fosse guastato dai nemici.
L'abate di Pacciana accoglieva prima degli altri i deputati fiorentini, offrendosi mediatore presso al popolo, come tra lo stesso popolo e Castruccio; sembrava ch'egli si occupasse continuamente di conciliare ogni cosa, e sostenendo le apparenze di conciliatore andava sempre più affezionandosi i contadini ed il popolo. Come questi però vedeva che la tregua non facevasi mai, prese le armi il lunedì di Pasqua 10 aprile del 1322, e, conducendo l'abate quasi in trionfo, s'impadronì delle porte, del palazzo del pubblico, del campanile e delle mura; ed ovunque si mutarono le guardie, sostituendovi le persone più ben affette all'abate. In seguito tentò replicatamente di far assassinare Ettore Taviani e Bonifacio Ricciardi, che credeva essere i suoi più pericolosi avversarj; ma non essendo riuscito nell'intento, impegnò Castruccio ad avvicinarsi fino a mezzo miglio di Pistoja, affinchè gli ambasciatori, i soldati fiorentini e tutti coloro che sarebbersi opposti ai suoi disegni, si ritirassero per timore di cadere nelle mani dei Lucchesi, ed accrebbe egli stesso questo timore, pregandoli artificiosamente a rimanere: ma appena usciti di città, fece chiudere le porte dietro di loro, adunò un consiglio al quale non chiamò che artigiani e gente della più bassa plebe, e si fece proclamar signore per un determinato numero di anni. Non volle per altro abitare nel palazzo pubblico, e dichiarò che tanto fasto mal si confaceva all'abate d'un monastero[78].
[78] _Istorie pistolesi anonime t. XI, p. 417. — Jannotii Manetti Histor. Pistor. l. II p. 1032._
Castruccio accordò all'abate di Pacciana una limitata tregua, e questi incominciò ad esercitare liberamente la sovranità di cui erasi impadronito. Ma i piccoli intrighi di convento che avevano servito a farlo principe, non bastavano ad assicurargli la sovranità. Le astuzie non possono supplire alla profonda politica, nè la crudeltà al carattere, nè l'ambizione equivale al coraggio ed alla fermezza. «In tutto ciò ch'egli faceva, dice lo storico pistojese suo coetaneo, agiva da uomo vile, non sapeva essere signore, ed aveva più fiducia negli altri che in sè medesimo; ogni suo parente voleva essere padrone, e non pensava che a derubare il comune o i particolari; per ultimo nulla facevasi in Pistoja senza che tornasse vantaggioso ai Tedici[79].» Così l'abate di Pacciana amministrò quattordici mesi lo stato, nel qual tempo esiliò i Rossi, i Lazzari ed una parte dei Cancellieri. Prometteva sempre a Castruccio di rinunciargli la sua signoria; ma questi non si lasciò lungo tempo ingannare dai trattati del monaco. Entrò impensatamente a Pupiglio, e se ne impadronì, onde occupò ben tosto la montagna pistojese[80].
[79] _Istorie pistolesi anonime p. 418._
[80] _Gio. Villani l. IX, c. 191. — Jannotii Manetti l. II, p. 1033._
(1323) Intanto quello de' nipoti dell'abate di Pacciana che più degli altri aveva abusato della sua autorità, Filippo Tedici, congiurò contro lo zio, non perchè aspirasse ad acquistare maggior potere di quello che aveva; ma per unire il titolo di signore all'esercizio delle prerogative della signoria. L'abate scoprì la congiura; ma egli non aveva tanta grandezza d'animo per disprezzare le trame de' suoi nemici, nè sufficiente clemenza per perdonare a suo nipote, nè bastante energia per difendersi e vendicarsi. Tentò vilmente di far assassinare il nipote, e non osò di resistergli in faccia. In un istante in cui i suoi partigiani erano adunati presso di lui, mentre i Fiorentini, chiamati in suo soccorso, avevano spinte le loro truppe fino alle porte di Pistoja, non ebbe mai il coraggio di avanzarsi verso la porta per farla aprire, e perdette per viltà quella signoria che aveva acquistata coll'astuzia.
Mentre Castruccio teneva gli occhi aperti sopra i Pistojesi, per approfittare delle loro divisioni, attaccava i Fiorentini più vigorosamente. Questi avevan fatto venire dal Friuli Giacomo di Fontanabuona, gentiluomo che faceva il mestier di _condottiere_, val a dire che conduceva la sua piccola armata al soldo di coloro che volevano adoperarla. I Fiorentini erano disposti a mandare questo capitano con trecento cinquanta cavalli, seco condotti, nella Valle di Nievole, ove teneva segrete intelligenze, e dove gli si doveva consegnare il castello di Buggiano. Ma avendo Castruccio avuto sentore di questo trattato, fece appiccare dodici de' cospiratori di Buggiano, e, coll'offerta d'un maggior soldo, persuase Giacomo di Fontanabuona a disertare colla sua truppa ed a passare al suo servigio[81]. Questo è il primo tradimento de' _condottieri_ che si fecero in breve così frequenti in tutta l'Italia, e resero così pericoloso l'uso de' soldati mercenari; pure si andava sempre più loro abbandonando la cura di difendere gli stati; perchè il loro valore e la perizia dell'arte militare li rendeva di lunga mano sempre più esperti delle truppe nazionali.
[81] _Gio. Villani l. IX, c. 207. — Beverini Annales Lucenses l. VI, p. 766._
Castruccio, poi ch'ebbe ottenuto questo rinforzo a spese dei Fiorentini, si affrettò di portare la guerra sul loro territorio. Il 13 giugno del 1313 passò la Gusciana con ottocento cavalli ed otto mila pedoni, ed entrò in Val d'Arno di sotto, guastando i distretti di Fucecchio di Castelfranco e di Santa Croce; poi passò l'Arno e saccheggiò le campagne di Samminiato di Montopoli e della estremità di Val d'Elsa, di dove tornò a Lucca senza aver incontrati nemici[82]. Dopo aver dato una settimana di riposo alle sue truppe, presentossi all'impensata sotto Prato il 1.º luglio con seicento cinquanta cavalli e quattro mila fanti. Questa piccola città lontana soltanto dieci miglia da Firenze fu compresa da grandissimo terrore. Vero è che gli abitanti chiusero le porte, ma fecero sapere ai Fiorentini, che, non venendo prontamente soccorsi, non tarderebbero ad aprire le porte al nemico.
[82] _Gio. Villani l. IX, c. 208._
La repubblica fiorentina, tradita dal Fontanabuona, trovavasi sprovveduta di truppa assoldata, ma la signoria chiamò i cittadini in difesa della patria. A tale chiamata si chiusero le botteghe, e tutti i Fiorentini presero le armi; onde lasciata una numerosa guardia alle porte e sulle mura, mille cinquecento cavalli con venti mila fanti si recarono il 2 luglio a Prato. Credevasi che l'armata di Castruccio fosse più forte assai che non era; e nel primo istante di trepidazione i priori avevano fatto proclamare che sarebbe fatta grazia a tutti i banditi che si recassero all'armata di Prato. E tale era stata la violenza delle proscrizioni, che quattro mila Bianchi o Ghibellini esiliati, assai più de' pacifici cittadini accostumati alle armi, si unirono all'armata. Castruccio non aspettò fino all'indomani a ritirarsi innanzi a forze tanto superiori, e si ridusse nella stessa notte a Serravalle.
Quando i Fiorentini s'accorsero la mattina del susseguente giorno che Castruccio era partito, tutto il loro campo fu in preda ad un tumultuario movimento. I borghesi che la vigilia avevano abbandonate le loro officine, più non respiravano che sentimenti di gloria militare e vendetta contro Castruccio. «Il nemico, dicevano essi, fugge innanzi a noi, non ha osato di aspettare l'insegna trionfante del giglio; ma oggi s'appartiene a noi l'inseguirlo: noi dobbiamo distruggere le messi del nemico, togliergli i bestiami, e punirlo dell'insolenza con cui insultò tante volte il nostro territorio. Venti mila soldati uscirono jeri di Firenze, e non devono rientrare senza aver prima ottenuta una compiuta vittoria.» Ma i nobili che componevano la cavalleria di quest'armata, rispondevano con amara ironia, che i cittadini non erano tutto ad un tratto divenuti soldati per essersi vestiti delle loro armi; che avevano di già ottenuto il maggiore successo, cui potessero aspirare; che avevano spaventato il nemico col loro numero, prima che avesse conosciuto per prova quanto avesse avuto torto di esserne spaventato; che entrati una volta nel paese nemico, la fame e la sete non meno che la spada farebbero loro desiderare la tranquillità delle loro officine che avevano poc'anzi abbandonate. Potevano i nobili temere a ragione l'esito di una campagna che volevasi intraprendere senza truppe di linea con un'armata senza disciplina; ma si abbandonarono a quell'impazienza che in loro eccitavano le millanterie de' borghesi: quindi i motteggi con cui rispondevano all'entusiasmo del popolo, destavano la collera de' più pacifici cittadini. Altri motivi di disputa avevano risvegliata la sopita animosità dei due ordini. Col finire del 1321 era spirata l'autorità data sopra la repubblica al re Roberto, ed a tale epoca erasi rinnovata l'ordinanza di giustizia contro i nobili, che li rendeva garanti dei delitti gli uni degli altri, e si lagnavano che mentre erano nelle armate i soli difensori dello stato, fossero i soli privati della protezione delle leggi. Non potendo il consiglio di guerra deliberare, risolse, per sedare la discordia che agitava l'armata, di chiedere a Firenze nuove istruzioni. Ma i sentimenti della signoria e dei consigli si divisero come nel campo. Tutti i nobili volevano che si differisse la pugna, i borghesi che si marciasse verso il nemico, e perchè le discussioni si protrassero fino a notte, il popolaccio attruppato nelle strade fissò le irresoluzioni dei consigli, chiedendo, con forsennate grida, la battaglia; onde fu mandato ordine al conte Novello di condurre l'armata contro Lucca. Questo generale tardò alcuni giorni a porsi in cammino; e perchè i gentiluomini facevano sempre nascere qualche nuovo ostacolo alla marcia, non si avanzò al di là di Fucecchio.
Gli esiliati, ch'eransi uniti all'armata, in mezzo alle dissensioni che agitavano il campo, credettero, quando furono a Fucecchio, di dovere ancora occuparsi del proprio vantaggio; ed i nobili andavano loro consigliando ad assicurarsi gli effetti dell'amnistia loro promessa. Abbandonarono perciò le insegne, e si presentarono il 14 luglio, uniti in un corpo d'armata, alle porte di Firenze per rientrare nella loro patria. La signoria, atterrita, fece chiudere le porte, e mandò ordine al conte Novello di ricondurre l'armata per difendere la città contro i ribelli. Ed in tal modo ebbe fine questa campagna senza che i Fiorentini vedessero il nemico[83].
[83] _Gio. Villani l. IX, c. 213. — Leon. Aretinus l. V, p. 153._
Intanto gli esiliati, sempre accampati presso Firenze, mandarono deputati alla signoria, lagnandosi di essere trattati come nemici, e riclamando l'esecuzione delle promesse. I gentiluomini appoggiavano con tutto il loro credito le istanze de' fuorusciti; ma il popolo decise che, coll'aver tentato di entrare in città per sorpresa, avevano perduto il beneficio di una amnistia che non era stata accordata che alla loro sommissione. Si scoperse una congiura dei nobili per introdurli in città, ed i principali capi furono esiliati[84].
[84] _Gio. Villani l. IX, c. 218._
E per tal modo infiniti pericoli circondavano la repubblica. Un potente nemico l'andava continuamente tribolando, guastava le campagne, sorprendeva le fortezze e facevale temere la perdita delle città la di cui alleanza eragli più necessaria; un grosso corpo di esiliati non aveva deposte le armi e valevasi a vicenda della forza e degli artifizj per rientrare in patria; per ultimo entro la medesima città manifestavansi non infrequenti sedizioni, ed i più pericolosi nemici trovavansi forse entro le sue mura. In così difficile situazione temevansi le agitazioni periodiche occasionate ogni due mesi dall'elezione della signoria. Il corpo elettorale trovavasi in allora composto dei priori che uscivano di carica, dei buoni uomini e dei gonfalonieri delle compagnie, e di un determinato numero di aggiunti di ogni quartiere. Questi elettori erano in certo modo i rappresentanti del popolo, e nella loro scelta si uniformavano alla sua opinione che gli eleggibili cercavano di rendersi affezionata. La città veniva ravvivata dall'emulazione di coloro che aspiravano alle cariche, ma era pure frequentemente agitata dalle loro brighe. Il ritorno delle elezioni ogni due mesi non lasciava quasi riposo alla nazione, e sei volte ogni anno avevasi cagione di temere sedizioni o guerre civili.
La signoria che aveva regnato in settembre ed in ottobre del 1323, e che colla scoperta della congiura dei gentiluomini erasi guadagnata la pubblica confidenza, si prese l'incarico di mutare questo sistema d'elezioni, e di nominare in una sola volta, di concerto cogli aggiunti che rappresentavano il popolo, tutti i priori dei quarantadue mesi avvenire, ossia ventuna magistrature che dovevano successivamente entrare in carica. Tale elezione si fece nel modo consueto; i nomi degli eletti vennero scritti in polizze suggellate, che si chiusero in alcune borse, dalle quali dovevano cavarsi i nomi a sorte, finchè fossero esaurite le polizze[85]. In tal maniera il rinnovamento della magistratura si mutò in un lotto, decidendo la sorte della nomina de' capi della repubblica. Quasi tutte le città libere d'Italia adottarono ben tosto questa innovazione dei Fiorentini, che conservossi fino alla presente età in Lucca e nelle municipalità della Toscana e degli stati della chiesa.
[85] _Gio. Villani l. IX, c. 228. — Leon. Aretino l. V. — Macchiavelli Stor. Fior. l. II._
Questa nuova maniera di elezione sembrò più democratica della precedente, ponendo maggiore eguaglianza tra i candidati, e chiamando un maggior numero di cittadini agli onori pubblici. Le sole borse delle tre supreme magistrature[86] dovevano contenere i nomi di sei in settecento candidati; ed essendosi adottato lo stesso metodo per tutte le elezioni, furonvi cento trentasei magistrature od ufficj diversi, cui nominava la sorte[87]. Per tal modo non facevasi che pochissimo luogo alla scelta, e tutti i cittadini arrivavano tosto o tardi ad occupare qualche carica. Gli elettori imborsavano spesso uomini affatto inetti e che non sarebbero giammai stati eletti se avessero dovuto entrar subito in carica. Il broglio fu soppresso, ma si spensero col broglio l'emulazione, il timore de' giudizj di un popolo che condannava il vizio ed il desiderio di procacciarsi i suffragi coi talenti e colle virtù. Molte cause tendevano, non v'ha dubbio, a corrompere i costumi nelle repubbliche italiane; ma è cosa notabile che appunto nell'epoca in cui s'introdusse l'elezione a sorte, i cittadini rinunciarono alla professione delle armi; i capi dello stato abiurarono lo studio dell'arte militare, ed affidarono la difesa della libertà a' generali ed a' soldati mercenarj. Nella stessa epoca il lusso, la mollezza, la corruzione s'introdussero in tutte le famiglie, e la pubblica morale venne macchiata dall'adozione di una falsa e perfida politica. Non pertanto i talenti de' repubblicani sopravvissero alle loro virtù; sei in ottocento cittadini continuamente mutati dalla sorte, prima d'aver avuto tempo d'imparare il mestiere dell'uomo di stato, seguirono con costanza, e molte volte con intelligenza i medesimi progetti, i medesimi principj; e Firenze mostrò che ella sola conteneva un maggior numero di esperti politici, di quello che sarebbesi trovato nel più vasto regno. Così Atene eleggeva ogni anno dieci generali, mentre Filippo riputavasi fortunato d'aver potuto, mentre visse, trovarne un solo in Macedonia[88].
[86] La signoria composta d'un gonfaloniere e sei priori, il collegio de' dodici buoni uomini, e quello dei 16 gonfalonieri delle compagnie.
[87] Statuti Fiorentini _l. V. Tract. I, R. 233_.
[88] Questo elogio che Filippo accordava a Parmenione era un sarcasmo contro gli Ateniesi. Ma tra i generali di questi contavansi Timoteo, Ificrate, Cabria o Focione.
Dopo questa riforma dell'interna amministrazione, la repubblica di Firenze cercò di unirsi più strettamente che mai colle città guelfe; unione necessaria per la comune salvezza. Ma Perugia trovavasi impegnata in una interminabile guerra coi Ghibellini d'Assisi e di città di Castello; Siena era agitata dai cattivi umori eccitati dalle rivali famiglie de' Salimbeni e de' Tolomei, e più ancora dalla gelosia che nodrivano tutti gli ordini dello stato contro i mercanti, che sotto nome di Monte dei Nove eransi impadroniti del supremo potere[89]. Finalmente Bologna più potente che non erano le altre due repubbliche e più strettamente legata con Firenze veniva pure scossa da violenti convulsioni.
[89] _Gio. Villani l. IX, c. 145. — Cronica Sanese di Andrea Dei t. XV, p. 63. — Malavolti Storia di Siena p. II, l. V, p. 82._
Bologna andava debitrice di parte della sua ricchezza, siccome della sua gloria, all'affluenza degli scolari alla sua università. L'amore delle scienze era, in questo secolo, diventato una vera passione, una passione comune a tutti. Prima del ritrovamento della stampa erano i libri tanto rari e di così alto prezzo, che l'istruzione vocale doveva supplire a quella che trovasi negli scritti. Quindici mila giovani italiani e tedeschi frequentavano in Bologna le pubbliche lezioni di diritto civile e canonico, e di medicina. Questi giovani prendevano in ogni occasione a difendersi vicendevolmente, di modo che difficilmente si potevano assoggettare ai tribunali ed alle leggi.