Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 4
Ma gli spiriti ardenti ed inquieti che Matteo Visconti aveva calmati colla sua destrezza, o compressi coll'autorità, si abbandonarono a tutta la violenza delle loro passioni. Eravi in Piacenza un gentiluomo ghibellino detto Vergusio Landi, cui Galeazzo Visconti, avendone sedotta la consorte, esiliò per non trovarsi esposto alla sua vendetta. Landi rifugiatosi presso i Guelfi, erasi guadagnata la loro confidenza: ed avendoli impegnati ad ajutarlo nella sua vendetta, con quattrocento cavalli che gli affidò il legato, trovò modo d'introdursi in Piacenza il giorno 9 di ottobre, di far ribellare la città e di riconciliarla colla chiesa e colla parte guelfa[49]. Nello stesso tempo i negoziatori, che Matteo Visconti aveva spediti al legato, e che dopo la di lui morte vedevano perduta ogni speranza di pace, andavano esacerbando il popolo contro una famiglia che dicevano ambiziosa ed empia, la quale per conservare la sua tirannide sopra una città libera esponeva ogni giorno la vita dei cittadini al ferro de' nemici, l'onore delle loro mogli e de' loro figli alla brutalità de' soldati, i loro beni al saccheggio, le anime loro ai tormenti dell'inferno. Assicuravano che il papa ed il legato erano affezionati alla città di Milano, ed altro non desideravano che di ritornarla libera, essendo disposti ad assecondare gli sforzi che farebbero i cittadini per ottenere così glorioso intento. Lodrisio Visconti, parente di Galeazzo, valoroso e caro ai soldati, ma inquieto e geloso, riscaldava egli stesso i faziosi. La ribellione scoppiò finalmente in Milano il giorno 8 novembre del 1322, gridandosi per le strade _pace e viva la chiesa!_ La cavalleria tedesca, cui Galeazzo non aveva da più mesi pagato il soldo, si unì ai cittadini; e Galeazzo che in tre diversi quartieri della città volle opporsi ai sediziosi coi soldati rimasti fedeli, fu tre volte vinto, e per ultimo costretto ad abbandonare la città in cui aveva regnato[50].
[49] _Gio. Villani l. IX, c. 176. — Chron. Plac. t. XVI, p. 493. — Chron. Astens. t. XI, c. 109._
[50] _Gio. Villani l. IX, c. 179. — An. Anon. Med. t. XVI, c. 95. — Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 361. — Georgii Merulae Hist. Mediol. l. I, p. 77, t. XXV, Rer. Ital. — Boninc. Morigiae Chr. Modoet. l. III, c. 7. — Trist. Calc. l. XXII._ — Colla narrazione di questi avvenimenti il Calchi termina la sua storia.
Il governo dei Visconti diede luogo ad una nuova repubblica milanese, non però amministrata dal popolo come ne' gloriosi tempi dell'antica repubblica; tutto il potere rimase concentrato in pochi nobili, che avevano preparata la rivoluzione, ed in alcuni capi di truppe mercenarie i quali avevano tradito il loro antico signore. Gli uni e gli altri erano da lungo tempo attaccati al partito ghibellino, e non seppero risolversi ad abbandonarlo interamente; i della Torre non furono richiamati, ed il governo, incerto tra i Visconti ed il cardinale legato, non si consolidò. Galeazzo, ch'erasi ritirato a Lodi, ingrossava la sua truppa; Ladrisio, rimasto nel consiglio di Milano, era già pentito d'aver abbassata la propria famiglia, e comperava a prezzo d'oro que' Tedeschi che aveva prima sedotti acciò che abbandonassero Galeazzo, perchè nuovamente tornassero al suo servigio. Avvisava questi frequentemente de' progressi che andava facendo, ed il 12 dicembre gli aprì una delle porte; Galeazzo entrò arditamente nella città dalla quale era stato scacciato trentaquattro giorni avanti: la scorse da uno all'altro lato alla testa della sua cavalleria, e fecesi di nuovo proclamare signore e capitano generale. Coloro che avevano diretta la rivoluzione, abbandonarono la città, e si recarono presso al legato[51].
[51] _Gio. Villani l. IX, c. 182. — Pauli Jovit. Galeacius I princeps III. Ap. Graevium t. III, p. 285._
In sul cominciare del 1323 l'armata guelfa che aveva ricevuto rinforzi da tutte le repubbliche toscane, e dai principi guelfi della Lombardia, si avanzò per assediare Milano. In due battaglie date una il 23 febbrajo del 1323 al passaggio dell'Adda, l'altra il 19 aprile a Garazzuolo, fu disfatto Marco Visconti, il miglior capitano dei fratelli Visconti[52]; le città di Tortona e di Alessandria aprirono le porte al legato, e riconobbero l'autorità del re Roberto. In pari tempo i Guelfi, assediati in Genova, sorpresero il 17 febbrajo i Ghibellini ne' sobborghi, scacciandoli con uccisione di molta gente[53]. Nel mezzodì dell'Italia gli affari de' Ghibellini erano ancora in peggiore stato, perchè il conte di Montefeltro che veniva riconosciuto per sovrano in Urbino, Osimo e Recanati, era stato improvvisamente sorpreso e massacrato col figliuolo in un ammutinamento del popolo il 26 aprile del precedente anno[54], i suoi partigiani avviliti affatto, le città d'Assisi, Urbino ed Osimo cadute in potere de' Guelfi, quella di Recanati abbruciata e distrutta sotto l'assurdo pretesto che vi si adoravano gl'idoli, e per ultimo i superstiti figliuoli del conte erano caduti in mano de' loro nemici, tranne un solo ch'erasi rifugiato a san Marino[55]. Da ogni banda la sorte della guerra sembrava nemica ai Ghibellini, minacciati omai d'un totale esterminio, quando tre ambasciatori di Luigi di Baviera entrarono in Italia. Presentaronsi questi in aprile al legato, che allora trovavasi a Piacenza, intimandogli di desistere dal recare molestia al signore della città di Milano il quale era dipendente soltanto dall'impero[56]. Il legato rinfacciò agli ambasciatori di prendere le difese di un eretico, e di turbare la chiesa ne' suoi diritti, e poche settimane dopo incaricò Raimondo di Cardone dell'assedio di Milano[57]. Ma non tardò a sentire che l'intervento di un imperatore aveva bastato per restaurare gli affari de' Ghibellini: gli ambasciatori eransi gettati in Milano con quattrocento cavalli; dietro loro ordine i signori di Verona, di Mantova, di Ferrara mandarono ai Visconti cinquecento cavalli; ed inoltre cinquecento Tedeschi che servivano nell'armata guelfa, vedendo sventolare le bandiere imperiali sulle mura di Milano, entrarono in città per unirsi ai loro compatriotti. Raimondo di Cardone indebolito dalla loro diserzione e dalle malattie che si erano manifestate nel suo campo, il 23 luglio del 1323 abbandonò l'assedio di Milano e si ritirò a Monza[58].
[52] _Gio. Villani l. IX, c. 189 e 197._
[53] _Ivi c. 186._
[54] _Ivi c. 139._
[55] Questo castello fabbricato in cima alla più alta montagna della Romagna, era già libero, e governavasi a comune, ma era alleato de' Ghibellini e di Speranza di Montefeltro, cui diede asilo. _Mel. Delfico Mem. Stor. della repub. di san Marino, p. 97._
[56] I conti di Neyssen, Fruhendingen, e Graifspach. _Olenschlager Geschich. § 44, p. 119._
[57] _Gio. Villani l. IX, c. 194._
[58] _Chron. Asten. c. 112_, ed ultimo. — _Galvan. Flammæ Man. Flor., c. 362. — Georgii Merulæ Hist. Mediol. l. I, p. 85. — Bonincontri Morigiæ Chr. Modoetianæ l. III, c. 21._
Luigi di Baviera poteva finalmente pensare alle cose dell'Italia, cui i due concorrenti all'Impero non avevano fino allora preso parte. Amendue abbandonati dalla nobiltà che gli aveva eletti, non avevano potuto commettere la decisione dei loro diritti alla sorte delle armi: e sebbene del 1315 si fossero trovati a fronte nelle vicinanze di Spira, eransi separati senza battaglia. La più importante zuffa della guerra civile in Germania era stata quella degli Svizzeri de' tre primi cantoni a Morgarten, ove disfecero il duca Leopoldo, fratello di Federico d'Austria. Nel 1320 la Baviera fu in modo saccheggiata dagli Austriaci, che Luigi fu in procinto di comperare la pace colla rinuncia all'Impero[59]. Finalmente il 28 settembre del 1322 i due imperatori eletti incontraronsi a Muhldorf. Luigi ed il suo alleato il re di Boemia avevano adunate tutte le loro forze; Federico per lo contrario non aveva ancora ricevuti i rinforzi che gli conduceva suo fratello Leopoldo dalla Svevia e dall'alto Reno. La battaglia incominciò al levare del sole, e durò dieci ore. Siccome le due armate erano quasi composte di sola cavalleria, si combatteva coll'ordine e la regolarità d'un torneo. Dopo una carica impetuosa, ogni armata riordinavasi in battaglia per fare dopo breve intervallo una carica non meno violenta. Ma in questo terribile torneo che doveva decidere del destino d'un Impero, si sparse un fiume di sangue, avendovi perduta la vita quattro mila cavalieri. Finalmente gli Austriaci furono rotti compiutamente, e Federico e suo fratello Enrico fatti prigionieri. Il primo fu mandato nel forte di Trausnitz nell'alto Palatinato ed Enrico ceduto al re boemo che col suo valore aveva decisa la battaglia[60].
[59] _Olenschlager Gesch. des Rom. Kaiserthums § 41, p. 109._
[60] _Gio. Villani l. IX, c. 173. — Epitome Rer. Brem. R. P. Bohuslao Balbino, l. III, c. 17. — Olenschlager Geschichte des Rom. Kays. § 42. — Schmidt Hist. des Allem. l. VII, c. 5._
Dopo questo fatto, Luigi di Baviera cominciò a governare l'Impero come solo legittimo sovrano. In una grande dieta, tenuta a Norimberga pubblicò una bolla per istabilire la pace, abolì i pedaggi che si esigevano in tempo della guerra, dispose dei feudi rimasti vacanti, diede a suo figliuolo il margraviato di Brandeburgo; finalmente volgendo i suoi sguardi all'Italia, pensò a proteggere in questa contrada coloro che da lungo tempo eransi eretti campioni dei diritti imperiali.
Luigi di Baviera aveva partecipata la sua vittoria di Muhldorf a Giovanni XXII, il quale non essendosi fin allora dichiarato a favore d'alcuno dei due rivali, gli rispose amichevolmente. «Abbiamo ricevuto, mio caro figlio, le lettere dell'eccellenza tua, le abbiamo ponderatamente lette, ed uditi ancora i circostanziati racconti fattici dal portatore. Abbiamo notato con quanta umiltà e prudenza tu attribuisci al padrone delle battaglie la vittoria di fresco ottenuta sul tuo competitore. Abbiamo pure osservato che ti sei comportato con estrema umanità verso di lui nell'istante in cui fu fatto prigioniere e dopo che tu lo tieni cattivo: noi ti esortiamo a perseverare nella stessa condotta.... Rispetto al trattato di pace e di concordia fra te e lui, ci offriamo di occuparcene, e lo faremo ben tosto quando ci avrai fatte conoscere le tue intenzioni[61].»
[61] Lettera di Giovanni XXII 15 _cal. januarii_. _Raynald. 1322, § 15._
(1323) Ma allorchè il papa venne a sapere che Luigi aveva mandati soccorsi a Galeazzo Visconti, e costretto Raimondo di Cardone a levare l'assedio di Milano, si abbandonò alla più violenta collera. Determinato d'intentare un processo contro il re de' Romani, ricorse per dargli un titolo alla più strana pretensione. Asserì contro l'evidenza di tutti i secoli e di tutte le storie, «che la santa sede era amministratrice dell'Impero in tempo dell'interregno, che il solo papa era giudice tra i due competitori; che l'esame del candidato, la sua approvazione, la sua ammissione, o la sua ripulsa e riprovazione, erano di esclusiva pertinenza della sede apostolica; e che fin tanto che il papa non avesse approvato o rigettato l'uno o l'altro competitore, non esisteva ancora verun re de' Romani, e non era altrui permesso di assumerne il titolo[62]». Onde creò a Luigi di Baviera altrettanti delitti, quanti erano gli affari da lui trattati come re de' Romani. «Era, diceva egli, una grave offesa verso Dio, un manifesto ed ingiurioso disprezzo della chiesa romana l'avere assunta l'amministrazione dell'Impero, l'avere, sotto titolo reale, ricevuto in Germania ed in alcune parti d'Italia un giuramento di fedeltà, l'aver disposto delle dignità e degli onori imperiali, e tra questi del marchesato di Brandeburgo; finalmente d'avere osato di proteggere e difendere i nemici della chiesa romana, specialmente Galeazzo Visconti ed i suoi fratelli, sebbene condannati da giudici competenti per delitti d'eresia con sentenza definitiva[63]».
[62] Sentenza di Giovanni XXII contro Luigi di Baviera. _Raynald. 1323, § 30. — Gio. Villani l. IX, c. 226._
[63] _Raynald. 1323, § 30._
In conseguenza l'otto ottobre del 1323 il papa fece affiggere alle chiese d'Avignone una sentenza contro Luigi di Baviera, con cui, sotto pena di scomunica, gli veniva ordinato di dimettersi, entro tre mesi, da qualsiasi amministrazione dell'Impero: amministrazione che egli non potrebbe riassumere finchè la sua elezione non fosse approvata dalla sede apostolica. Gli fu nello stesso tempo ordinato d'annullare, per quanto da lui dipendeva, tutti gli atti precedentemente fatti come re de' Romani, e proibito a tutti gli ecclesiastici sotto pena di sospensione, a tutti i laici sotto pena di scomunica e d'interdetto, di ajutare in verun modo Luigi di Baviera, o di ubbidirlo nell'esercizio delle funzioni ch'egli si arrogava come re de' Romani.
Il papa si accontentò di far affiggere tale sentenza alle porte delle chiese d'Avignone senza farle notificare a colui contro del quale erano state fatte. Non pertanto se n'ebbe tosto sentore in Germania[64]; e saputolo Luigi, spedì tre deputati alla santa sede, per sapere i motivi della sua condanna, e chiedere un più lungo termine dell'accordato. Intanto il monarca passò a Norimberga, ove alla presenza di notaj e di testimonj confutò ogni imputazione fattagli dalla corte pontificia. Dichiarò che dopo essere stato nominato re de' Romani dagli elettori con grande maggiorità di suffragi, dopo avere ricevuta la corona imperiale ad Aquisgrana, egli trovavasi in possesso di tutte le prerogative imperiali in conformità al diritto costantemente riconosciuto in ogni tempo, e senza che vi fosse bisogno dell'approvazione della santa sede. Soggiunse di non saper capire come presentemente s'intentasse contro di lui un'azione per avere assunto il titolo di re dei Romani mentre che già da dieciotto anni, epoca della sua elezione, aveva sempre, anche nelle lettere dirette alla santa sede, fatto uso di questo titolo, senza che alcuno lo trovasse incompetente. Protestava che, se aveva preso a difendere Galeazzo Visconti, non era già per proteggere un eretico, ma perchè il Milanese dipendeva immediatamente dall'Impero; e perciò a questa provincia aveva mandato soccorsi, in conformità degli obblighi che gl'imponeva la sua dignità, quando il suo territorio fu invaso a mano armata. Per ultimo ritorse contro lo stesso papa la colpa di proteggere gli eretici, perchè Giovanni XXII non aveva voluto esaminare l'accusa portata al suo tribunale contro i frati Minori d'avere rivelato il segreto della confessione. Per tutte queste cause Luigi appellò della sentenza del papa al giudizio di un prossimo consiglio, di cui chiese l'adunanza, ed al quale promise di personalmente intervenire[65].
[64] _Olenschlager Geschichte des Rom. Kaiserth. § 47, p. 124._
[65] Apologia di Luigi di Baviera. _Presso Raynald. 1323, § 4._
Prima che quest'appello fosse noto alla corte d'Avignone, gli ambasciatori di Luigi ottennero dal papa una dilazione di due mesi per trattare la sua causa. Ma questa dilazione in tempi in cui le poste non erano per anco stabilite, appena bastava per portarne la notizia da Avignone in fondo alla Baviera, e per riaverne il riscontro. Perciò Luigi in un manifesto che sparse per tutta la Germania, protestò che il termine accordatogli era troppo breve, perchè potesse presentarsi in persona e giustificarsi. Dichiarava di essere e di voler essere il protettore della chiesa e della religione cristiana; ch'era disposto a sottoporsi umilmente alle correzioni della prima, se aveva verso di lei mancato ai proprj doveri; ma che nello stesso tempo riguardavasi come specialmente incaricato di difendere i diritti e l'onore dell'Impero; onde non soffrirebbe che venissero lesi in verun modo[66].
[66] _Raynald. An. Eccles. 1314, § 4._
D'altra parte quando il papa vide l'appello del re de' Romani al concilio, e la protesta, fulminò subito contro di lui la scomunica. Il 22 marzo del 1324 dichiarò in pieno concistoro, che Luigi di Baviera era caduto sotto le pene della scomunica, e vietava a tutti i fedeli di avere con lui veruna relazione[67]. Per altro gli assegnava altri tre mesi a presentarsi alla corte papale e giustificarsi. Ma perchè entro quest'ultimo termine Luigi non comparve, e non depose il titolo di re de' Romani, il papa, con una nuova bolla datata l'undici di luglio, annullò tutti i diritti che il suffragio degli elettori potesse aver dato al duca di Baviera, e lo dichiarò per sempre incapace dell'Impero[68].
[67] _Ib. § 13. Gio. Villani l. IX, c. 241. — Olenschlager Geschichte § 51, p. 133._
[68] _Raynald. An. § 21, p. 262. — Gio. Villani l. IX, c. 264._
CAPITOLO XXX.
_Principj di Castruccio Castracani. — Rivoluzioni nelle repubbliche di Toscana. — Tirannia dell'abate di Pacciana a Pistoja. — Rotta de' Fiorentini ad Altopascio._
1320 = 1325.
Gl'Italiani più non credevano che la Lombardia potesse sottrarsi ad un governo dispotico. Sebbene i principi che la governavano non fossero riconosciuti legittimi, più non si pensava all'oppressione ed alla schiavitù del popolo di cui avevano usurpati i diritti. Ma le città della Toscana che sempre si consideravano come libere, avevano quasi tutte conservato l'intero godimento degli antichi loro privilegi; tenevano gli occhi aperti sulla loro indipendenza con quella stessa gelosia che formava il carattere dei popoli dell'antichità; e l'odio che nudrivano pel governo d'un solo, era reso più forte dallo spettacolo della vicina tirannide.
In Toscana confondevasi la causa dei Guelfi con quella della libertà. Firenze, Siena, Perugia e Bologna trovavansi da questo doppio interesse collegate in istrettissima alleanza. Bologna per le sue relazioni politiche e per la forma del suo governo risguardavasi come appartenente alla Toscana, benchè posta fuori de' suoi confini. Pistoja, Prato, Volterra, Samminiato ed altre minori città seguivano la medesima fazione, ed eransi unite alla stessa lega. Pisa ed Arezzo conservavansi fedeli ai Ghibellini: la prima libera, l'altra ubbidiente al suo vescovo Guido Tarlati, uno de' signori di Pietramala. Tutte le città della Romagna erano schiave di piccoli tiranni, attaccati alla parte ghibellina; i Malatesti governavano Rimini, gli Ordelaffi Forlì, Francesco di Manfredi Faenza, Guido da Polenta Ravenna. Ma in mezzo di questo apparente equilibrio tra le forze delle opposte fazioni, erasi in Lucca innalzato alla testa del partito ghibellino un uomo che univa l'accortezza e la dissimulazione al valore ed alle più rare virtù militari; che aveva l'arte di farsi temere dal popolo ed amare dai soldati; che sapeva dare il giusto valore all'odio impotente che poteva disprezzare, all'amicizia ed al favore che gli era utile di acquistare; e che tenevasi sempre padrone di nuocere senza provocare la vendetta, di abbandonarsi all'amicizia, senza arrischiare di essere tradito. Quest'uomo era Castruccio Castracani, signore o tiranno di Lucca.
Nell'istante medesimo in cui Uguccione e Neri della Fagiuola erano stati scacciati da Pisa e da Lucca, gli abitanti di quest'ultima città, che riconoscevano da Castruccio la loro liberazione da un giogo straniero, lo nominarono capitano annuale delle loro milizie, e lo riconfermarono tre anni consecutivi. Castruccio, uscito dalla famiglia ghibellina degli Interminelli, era stato molto tempo in esilio per la fazione de' suoi antenati; nel suo esilio aveva avuta opportunità di militare sotto molti capi della stessa fazione in Lombardia; ed il trionfo della sua fazione non gli stava meno a cuore del proprio innalzamento. L'anno 1320, assicuratosi il favore popolare, fece esiliare da Lucca gli avvocati e tutta la parte guelfa, indi si presentò al senato domandando il supremo potere. Di duecento dieci suffragi ne ebbe duecento nove di favorevoli, ed il suo innalzamento alla signoria fu quasi con perfetta unanimità confermato dal popolo[69].
[69] _Beverini Ann. Lucenses p. I, l. VI._ Per istudiare quest'epoca, la più bella della storia di Lucca, approfittai di due preziosi MS. conservati negli archivj lucchesi. Contiene il primo la storia di Giovanni Ser Cambi, lucchese, che dovrebbe essere morto del 1409. La seconda parte di questa storia dal 1400 al 1409 si pubblicò nella grande collezione degli storici d'Italia _l. XVIII_. Ma il Muratori non ebbe copia della prima. Il manoscritto è correttissimo, legato in 4.º ed ornato di miniature. Non essendovi numeri di pagine nè di capitoli, non ho potuto citarli: altronde Ser Cambi, di cui dovremo parlare altrove, è un mediocre storico che merita poca confidenza. L'altro MS. è intitolato _Ann. Bartholomei Beverini, ab origine Urbis Lucae, 3. vol. in foglio_. Ma avendo il Beverini scritte le sue storie dopo il 1648 (vedasi _l. VII, p. 934_) non può risguardarsi come una fonte storica; ma egli aggiunse a Ser Cambi, che aveva tra le mani, tutti i titoli e documenti della repubblica conservati nel miglior ordine negli archivj dello stato. È scrittore erudito, e buon critico quando non viene traviato dalla sua parzialità per Lucca. L'antico governo non aveva permessa la pubblicazione di questa storia elegantissimamente scritta in latino.
La sovranità di Lucca non era per Castruccio che un primo passo verso la grandezza cui aspirava. La sua alleanza coi Ghibellini di Lombardia, e la stretta amicizia che lo univa alla famiglia Visconti, lo chiamava a prendere parte alla guerra che guastava il nord dell'Italia; e solo per mezzo della guerra egli ben vedeva di potere innalzarsi a quell'alto grado di potenza per cui sentivasi fatto. Era Lucca una ricca e commerciante città, sebbene minore di Firenze. Le gabelle delle sue porte davano grandi profitti allo stato, che Castruccio accrebbe con un'estrema economia. I cittadini, orgogliosi di aver avuto parte alla vittoria di Montecatini, eransi affezionati alle armi, ed il loro principe aveva saputo disciplinarli ricompensando le fatiche degli esercizj militari con premj e distinzioni d'onore. La campagna veniva coltivata da una robusta e coraggiosa razza di montanari che dava eccellenti soldati. Le castella degli Appennini, quelli della Varsilia e della Lunigiana appartenevano a gentiluomini ch'eransi in gioventù esercitati nelle piraterie di mare e di terra. Castruccio gli unì presso di lui; chiamò pure alla piccola sua corte gli esiliati e gli avventurieri che andavano errando d'una in altra città in traccia di battaglie e di piaceri. Il valore era per Castruccio la prima virtù, che premiava colla gloria e colla licenza; ma in pari tempo aveva l'accortezza di assoggettare alla disciplina coloro che scioglieva dalle regole della morale.
In tal modo avendo Castruccio lentamente formata la sua armata, ebbe opportunità di entrare in campagna in occasione della spedizione in Italia di Filippo di Valois. Le repubbliche guelfe che da tre anni trovavansi con lui in pace, avevano mandati mille cavalli al principe francese perchè potesse attaccare Matteo Visconti. I Ghibellini risguardarono la marcia di questa truppa come una violazione della pace di Toscana, e perciò i Pisani spedirono alcuni soccorsi a Castruccio[70], il quale s'impadronì del ponte della Gusciana, fiume paludoso, che divide la pianura di Val di Nievole e dello stato lucchese dalla Val d'Arno fiorentina; e per questo passaggio entrò improvvisamente nel territorio di Firenze, occupando tre castella abbastanza forti, Cappiano, Montefalcone e santa Maria a Monte, e guastando il territorio di val d'Arno di sotto. Tornando tosto addietro attraversò lo stato di Lucca per avvicinarsi a Genova assediata dai Ghibellini, e s'impadronì di molte terre della Garfagnana, della Lunigiana e della riviera di Levante[71]. I Fiorentini che a vicenda erano penetrati nella Val di Nievole, richiamarono Castruccio a difendere il proprio stato: ma le due armate divise dalle paludi si stettero osservando finchè l'inverno le sforzò a ritirarsi[72].
[70] _Gio. Villani l. IX, c. 104. — Bever. An. Luc. p. I, l. VI, p. 754._
[71] _Gio. Villani l. IX, c. 109. — Leon. Aretinus. l. V._