Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)

Part 3

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Roberto che fino allora aveva affidato il maneggio della guerra in Lombardia ed in Toscana ai suoi generali e ai principi del sangue, credette la difesa di Genova di tale importanza, che volle incaricarsene egli medesimo. Genova signoreggiava per alcuni rispetti il mar Tirreno, e teneva aperta la comunicazione tra gli stati di Roberto nella Provenza e nel regno: e le città che possedeva in Piemonte, e le città guelfe di Lombardia non potevano difendersi o riconquistarsi che per la via di Genova. Apparecchiata perciò una flotta di venticinque galere, il re colla regina sua consorte e due de' suoi fratelli s'imbarcò il 10 luglio a Napoli, ed entrato il 21 nel porto di Genova, scese all'istante sulla piazza del palazzo con mille duecento cavalli dichiarando al popolo adunato ch'era venuto a difenderlo e salvarlo[30].

[30] _Georg. Stellæ Annal. Gen. t. XVII._

L'apparente generosità del re eccitò quella del popolo; il suo discorso riscosse i più vivi applausi, e per uno spontaneo movimento l'assemblea accordò per dieci anni a lui ed al papa congiuntamente la signoria dello stato. I due capitani o capi dello stato abdicarono la loro autorità, e tutti i cittadini giurarono ubbidienza al re di Napoli. Questo subito impensato avvenimento fece sospettare agli stessi Guelfi che fosse stato anticipatamente preparato dai suoi intrighi[31].

[31] _Gio. Villani l. IX, c. 92._

La presenza di Roberto non iscoraggiò gli assedianti, i quali continuarono i loro attacchi contro il corpo medesimo della piazza, e s'impadronirono di sant'Agnese, che per mezzo d'un ponte comunicava colle mura della città. Durante l'autunno e l'inverno ebbero luogo quasi ogni giorno caldissime zuffe, nelle quali i Ghibellini erano d'ordinario vincitori[32]. Le due parti che dividevano tutta l'Italia, attaccavano la maggiore importanza all'assedio di Genova, e pareva che i loro campioni avessero convenuto di trovarsi tra quelle montagne per combattere. Si videro arrivare un dopo l'altro al campo ghibellino il marchese di Monferrato, Castruccio Castracani, signore di Lucca, e le genti mandate dai Pisani, da Federico, re di Sicilia, e dallo stesso imperatore di Costantinopoli. Dal canto suo, Roberto riceveva soccorso dai Fiorentini, dai Bolognesi e dai Guelfi della Romagna. Gli assedianti avevano mille cinquecento cavalli, gli assediati più di due mila cinquecento; ma questa greve cavalleria, che in tutt'altri luoghi decideva la sorte delle battaglie, chiusa in mezzo a selvagge scoscese montagne, non aveva terreno abbastanza piano per combattere, e languiva nell'ozio e nelle privazioni senza poter metter fine a questa guerra con un'azione generale. Roberto, la di cui impazienza veniva accresciuta dalla superiorità delle forze, aveva più volte tentato d'uscire da questa specie di prigione; ma soltanto il 5 febbrajo del 1319 gli riuscì di sbarcare a Sestri di Ponente ottocento cavalli e quindici mila fanti. Con ciò tagliava la comunicazione tra Savona, ove trovavasi il grosso degli emigrati, ed il campo degli assedianti; i quali essendo stati rotti nel voler impedire lo sbarco de' nemici, dovettero, dopo dieci mesi d'inutili attacchi, levare l'assedio di Genova, abbandonando parte delle loro salmerie, e ritirarsi in Lombardia, senza che Roberto osasse d'inseguirli attraverso le gole dell'Appennino[33].

[32] _Georg. Stella Gen. Hist. p. 1033. — Gio. Villani l. IX, c. 93. — Ubert. Folieta l. VI._

[33] _Georg. Stellæ Ann. Genuens. p. 1034. — Gio. Villani l. IX, c. 95. — Chron. Astense c. 99. — Uberti Folietæ l. VI._

Ma il re volendo consolidare in Genova quell'autorità concessagli dalla violenza dello spirito di partito, consigliava i Guelfi ad abusare della vittoria. I magnifici palazzi dei Ghibellini che facevano il principale ornamento della città, furono dal popolo furibondo incendiati e distrutti fino ai fondamenti. Furono egualmente distrutte le belle case di campagna, circondate da deliziosi giardini nelle valle di Bisagno e della Polsevera: e dopo quest'odioso saccheggiamento, il re, il clero, ed i cittadini, quasi avessero ottenuta una vittoria contro i barbari e gl'infedeli, non contro i loro compatriotti, portarono in processione le reliquie di san Giovanni Battista, e ringraziarono Dio nelle chiese degli ottenuti vantaggi e del sangue sparso[34].

[34] _Georgii Stellæ Ann. Gen. p. 1091. — Ubertus Folieta Hist. Genuens. l. VI._

Dopo avere in tal modo celebrata la sua vittoria, Roberto partì dalla Liguria il giorno 29 d'aprile con parte delle sue truppe e delle sue galere; e mentre andava in Provenza alla corte del papa, i Ghibellini riconducevano la loro armata sotto Genova per riprenderne l'assedio. Fino dal 25 di maggio alcune galere di Savona erano entrate nel porto di Genova facendovi varie ricche prede, ma l'armata assediante si accampò presso le mura di Genova soltanto il giorno 27 di luglio; ed il 3 di agosto Corrado Doria chiuse il porto agli assediati con ventotto galere. I Ghibellini ripresero nuovamente i sobborghi, e vi rimasero quattro anni, azzuffandosi frequentemente pel possesso d'ogni ridotto, di ogni chiesa, di ogni casa che poteva fortificarsi. La medesima guerra sostenevasi con egual furore nelle due Riviere; ma l'occidentale era principalmente occupata dai Ghibellini, e l'orientale dai Guelfi. I Genovesi si andavano cercando per azzuffarsi anche ne' più rimoti mari, e per fino nelle colonie della Grecia e del Levante[35]. Per altro i principali capi ghibellini dell'Italia non trovaronsi personalmente al secondo assedio di Genova, e tennero viva la guerra nelle altre province.

[35] _Georgii Stellæ Ann. Genuens. p. 1051. — Ubertus Folieta Genuens. l. VI._

L'anno 1317, Ferrara era stata tolta alla parte guelfa. Questa città, già da un secolo sottomessa alla casa d'Este, erasi costantemente mantenuta fedele al partito della chiesa; ma era stata governata ed oppressa dai Guasconi mandativi dal papa e dal re Roberto, quando nel 1308 approfittando delle guerre civili che dividevano i principi d'Este, avevano spogliati gli antichi loro alleati della propria sovranità. I marchesi d'Este rifugiati a Rovigo avevano perciò dovuto cercare l'alleanza de' Ghibellini per difendersi contro un papa che gli aveva traditi; ed i Ferraresi dal canto loro accecati da immenso odio confondevano la chiesa coi Guasconi, alle di cui soverchierie erano stati dal papa abbandonati. Improvvisamente presero le armi il 4 agosto 1317, scacciarono i Guasconi da Ferrara, che si rifugiarono in castel Tealdo, ove furono assediati dagl'irritati cittadini, e costretti a capitolare il giorno 15 dello stesso mese. I marchesi d'Este furono di nuovo proclamati signori di Ferrara, e si affrettarono di entrare nella lega ghibellina che sola poteva mantenerli nella loro signoria[36].

[36] _Chron. Est. t. XV, p. 381. — Ann. Casen. t. XIV, p. 1137. — Joh. de Bazano Chron. Mutin._ _t. XV, p. 579. — Math. de Griffon Mem. Hist. t. XVIII, p. 138. — Cron. Misc. di Bologna p. 331, libro del polistore, t. XXIV, c. 9, p. 729._

Questa lega cercava in tal tempo di consolidarsi per mezzo di più regolare organizzazione. In dicembre del 1318 adunossi in Soncino, grossa borgata posta sulla riva dell'Oglio, una dieta de' principali capi, ove Cane della Scala, signore di Verona, cui il valore e la munificenza avevano fatto dare il nome di Grande, fu di comune consentimento dichiarato direttore e capitano della lega de' Ghibellini in Lombardia[37].

[37] _Cortusiorum Hist. l. II, c. 15, t. XII, p. 803. — Tristani Calchi Hist. Patriae l. XXI, p. 472._

Mentre Cane, per giustificare la confidenza de' suoi alleati, assediava Padova, che avrebbe espugnata, se, impensatamente attaccato dal conte di Gorizia, non avesse dovuto ritirarsi[38], e che Marco Visconti sorprendeva sotto Alessandria Ugo di Baux, che nella totale disfatta della sua armata perdè la gloria e la vita[39], il papa, trovandosi in Avignone al sicuro da tutti i rovesci de' suoi alleati, andava cercando quale nuovo avversario potesse far insorgere contro i Visconti, che mortalmente odiava. Un prelato, universalmente creduto suo figliuolo, Bertrando del Poggetto, cardinale di san Marcello, arrivò in Italia l'anno 1319 col titolo di legato. Egli aveva ordine di perseguitare acremente i Ghibellini, che la corte d'Avignone non esitava di risguardare come eretici. Bertrando, appena giunto in Asti, ordinò a Matteo Visconti di presentarsi entro due mesi alla corte pontificia per giustificarsi, se lo poteva, dalle accuse d'eresia ond'era aggravato; gl'ingiungeva pure di richiamare i Milanesi esiliati, di sottomettersi al re Roberto, vicario imperiale in Italia, e di rinunciare al governo della sua patria[40].

[38] _Gio. Villani l. IX, c. 98, e 118. — Cortusiorum Histor. l. II, c. 29, e c. 41. — Albertinus Mussatus Poema; seu de Gestis Ital. l. IX, X, XI._

[39] _Gio. Villani l. IX, c. 100. — Guglielmi Venturæ Chron. Astense c. 100, t. XI, p. 258._

[40] _Raynald. Ann. Eccles. 1320 § 10. — Galvan. Flamma Manip. Florum, c. 359._

La corte d'Avignone non era più diretta da religioso fanatismo, e lo stesso legato, profanamente ambizioso pensava a tirar profitto dalle guerre civili per formarsi una sovranità in Italia, non già per sostenere colle armi la purità della fede, ed una religione costantemente smentita da' suoi perduti costumi: e s'egli adoperava contro i nemici le armi ecclesiastiche, lo faceva lusingato di fare ancora qualche impressione sullo spirito del popolo; ma non ignorava che i Visconti le avrebbero disprezzate, onde cercava più efficaci sostegni alle sue sentenze.

Filippo di Valois, figliuolo di quel Carlo che un altro papa aveva chiamato in Italia per sottomettere i Bianchi di Firenze, aveva accettato con vivo trasporto una tale missione, mercè la quale sperava di ottenere facile gloria e grandi ricchezze. Filippo, in allora nipote del re di Francia al quale doveva in breve succedere, scese in Italia col magnifico corteggio di sette conti, cento venti alfieri, e circa seicento cavalli. Mille cinquecento cavalieri lo stavano aspettando in Asti, ed altri mille mandati da Firenze e da Bologna si avanzavano per incontrarlo. Carlo di Valois, padre di Filippo, il siniscalco di Beaucaire, il re di Francia ed il re Roberto facevano pure sfilare alcuni corpi di truppa verso la Lombardia; ma Filippo pensò che prima del loro arrivo avrebbe potuto condurre a fine qualche gloriosa impresa, e con circa due mila cavalli entrò nel paese nemico e s'accampò a Mortara posta fra Tortona e Novara.

Ma non tardò ad accorgersi dell'imprudente sua marcia, quando per altro non eragli più permesso di riparare al fallo in cui l'aveva strascinato la sua presunzione. I due figli del signore di Milano Galeazzo e Marco Visconti si avanzarono sopra di lui con forze assai maggiori, ed invece di attaccarlo, gli chiesero un abboccamento. «La vostra posizione è affatto disperata, essi gli dissero; voi vi trovate chiuso tra due grandi fiumi, il Po ed il Ticino, circondato da città nemiche, e da forze molto superiori alle vostre; onde dovete aspettarvi di essere rotto in battaglia, o di perire di fame; ma noi siamo ben lontani dal voler approfittare della vostra pericolosa situazione. Nostro padre fu armato cavaliere dal vostro, onde dev'esservi tra di noi amicizia e fraternità d'armi: ricevete dunque il pegno di quest'amicizia ereditaria nei regali che vi offriamo, e più non v'immischiate negli affari d'Italia.» Filippo accettò in fatti i magnifichi presenti che i Visconti avevan fatti recare per lui e pei suoi consiglieri; poi parte per timore ed in parte cedendo alla seduzione, invece di pensare a farsi strada colla punta della spada, si ritirò vergognosamente in Francia dopo aver aperti ai Ghibellini alcuni castelli, che Roberto gli aveva affidati. I corpi d'armata che venivano a raggiugnerlo, rimasero esposti ad essere separatamente attaccati e distrutti dai Visconti[41].

[41] _Gio. Villani l. IX, c. 107 e 108. — Ann. Mediol. c. 92. — Chron. Asten. c. 101. — Bonincontri Morigiae Chron. Modetiens. l. II, c. 26. — Cronica Miscella di Bologna t. XVIII, p. 333._

Dopo la ritirata di Filippo di Valois, Raimondo di Cordone gentiluomo aragonese, ch'erasi assai distinto nell'assedio di Genova, fu scelto da Roberto e dal papa per comandare i Guelfi in Italia: ma intanto altre vittorie dei Ghibellini assicuravano sempre più la potenza de' Visconti; Vercelli dovette loro arrendersi nel 1321, ed il 5 gennajo del susseguente anno Galeazzo Visconti entrò in Cremona per la breccia e l'abbandonò al saccheggio.

Fin a quest'epoca il papa erasi lusingato di approfittare delle guerre civili di Germania per disoggettare affatto l'Italia dall'impero, e stabilire sopra di lei colle armi francesi una nuova autorità. Però erano già otto anni passati da che era incominciato l'interregno di Germania, ed in questi otto anni di confusione e di guerra civile, l'autorità del papa invece di consolidarsi in Italia, pareva che andasse declinando. Giovanni XXII non aveva mai voluto dichiararsi per alcuno dei due canditati all'impero; sperava che, snervandosi vicendevolmente colla guerra, avrebbe potuto obbligarli a riconoscersi dipendenti dalla santa sede; e fors'anche, come ne corse allora la voce, pensava di allontanarli un giorno ambedue, per disporre a suo arbitrio della corona imperiale. Ma finalmente le vittorie de' Visconti gli fecero cambiare il suo sistema di politica. Si volse dunque a Federico d'Austria, sul quale conosceva di avere maggior credito che sopra Luigi di Baviera. Il primogenito di Federico aveva sposata una sorella del re Roberto, e la casa d'Austria erasi piuttosto mostrata favorevole ai Guelfi. Giovanni XXII del 1322 promise a Federico di dichiararsi pel suo partito, chiedendogli in contraccambio che facesse una diversione in suo favore. Federico che sommamente desiderava l'appoggio del papa, spedì suo fratello Enrico in Italia con mille cinquecento uomini d'armi[42]. Enrico d'Austria entrò in Brescia il giorno 11 d'aprile, ove fu raggiunto dai fuorusciti delle città vicine, dai Torriani rifugiati in Venezia, e da circa due mila volontarj.

[42] _Sua lettera presso Raynaldo 1322. § 8._

Il Visconti trovandosi ad un tempo stretto da Raimondo di Cordone e dal cardinale Bertrando che andava contro di lui rinnovando le scomuniche, desiderava di evitare una battaglia col nuovo avversario suscitatogli dal papa in Germania. Fece offrire ad Enrico ragguardevoli donativi perchè sospendesse la marcia fino all'arrivo de' riscontri che aspettava da Federico, cui aveva mandati degli ambasciatori. Faceva a questi rappresentare che senza pretendere di farsi giudice tra i due candidati all'impero, egli difenderebbe i diritti spettanti al vincitore. Ch'era pronto a riconoscere Federico come suo superiore, _suzerain_, quando venisse a prendere la corona a Monza: che allora gli aprirebbe le porte di Milano, e l'accompagnerebbe co' suoi cavalli per tutta l'Italia: ma che se egli stesso veniva spogliato dal papa e dal re Roberto, l'impero più non potrebbe riavere ciò che gli si farebbe perdere; che la nuova pretensione di Giovanni XXII di dare un vicario all'impero in tempo dell'interregno, non era meno lesiva dei diritti di Federico, che di quelli di Luigi; che quand'avrebbe stabilito un eguale diritto sopra l'Italia, il papa lo stenderebbe subito alla Germania, e con tale pretesto spoglierebbe in fine i due competitori per giugnere più direttamente a' segreti suoi fini di dare a Roberto la corona imperiale[43].

[43] _Tristani Calchi Hist. Patr. l. XXII._

Federico, illuminato da queste considerazioni, scrisse a suo fratello che lo vedrebbe con piacere ritirarsi dall'Italia, quando potesse farlo senza vergogna. D'altra parte Enrico, arrivato a Brescia, chiese come luogotenente del re de' Romani che la città riconoscesse la sua autorità. Ma quello che comandava a Brescia per parte di Roberto, si rifiutò, dichiarando che il suo padrone era il solo vicario in tempo dell'interregno. Enrico offeso da tale rifiuto, e determinato di non voler combattere per il solo vantaggio di Roberto, si ritirò senza aver veduti i confini del territorio di Milano. Il 18 maggio del 1322 si pose in cammino alla volta di Verona, ove fu magnificamente accolto da Cane della Scala; talchè i capi del partito ghibellino erano sicuri del favore dei due pretendenti[44].

[44] _Jacob. Malvecius Chr. Brixian. D. IX, c. 58. — Gio. Villani l. IX, c. 142, 143. — J. D. Olenschlager. Geschichte del Rom. Kay. § 40. — Raynald. Ann. Eccl. 1322, c. 9, 10._

In tal modo i Ghibellini di Lombardia attaccati nel loro proprio paese dalla contraria fazione che aveva eguali forze, mentre lottavano al di fuori colla superiore potenza del re di Napoli e colle ricchezze del papa, riuscivano a far ritirare due ragguardevoli armate, venute dalla Francia e dalla Germania per unirsi ai loro nemici: onde quando la loro condizione sembrava peggiorare, acquistavano maggiore opinione con inaspettate vittorie. Ma queste costanti prosperità erano in ispecial modo dovute a Matteo Visconti, e dovevano avere con lui fine. Matteo, chiamato il Grande, epiteto di cui il quattordicesimo secolo fu a molti liberale, può risguardarsi come il più perfetto modello dei principi d'Italia. Valoroso senza ostentazione, buon capitano senza per altro aver talenti militari superiori al suo secolo, egli s'innalzò al di sopra di tutti i principi suoi coetanei coi suoi talenti politici, colla profonda conoscenza del cuore umano, degl'interessi e delle passioni di tutti coloro ch'egli voleva maneggiare, colla sua calma in mezzo alle agitazioni, colla sua prontezza nel risolvere e colla costanza nel tener dietro al suo scopo, colla sua destrezza nel fingere, talvolta nell'ingannare, col suo talento di saper predominare gli opposti caratteri e gli spiriti indomabili. Nella prima epoca della sua grandezza, avanti la fine del secolo terzo decimo, erasi imprudentemente abbandonato all'orgoglio che gl'ispirava il sentimento della propria potenza, aveva offesi i principi suoi vicini, e disgustati i popoli da lui governati; onde la sua caduta l'anno 1302 fu una conseguenza de' suoi errori. Ma un esilio e un avvilimento di nove anni avevano sviluppato in lui tutte le qualità di un capo di parte, e insegnatogli l'arte di sapersi moderare. Dopo che, l'anno 1311, la venuta d'Enrico VII in Milano gli aveva dato il modo di riprendere la sovranità, l'aveva conservata undici anni, senza che i popoli indocili ch'egli si era assoggettati dassero il più piccolo segno di malcontento per la ruinosa guerra in cui gli aveva strascinati, senza che gli si ribellasse una sola delle città conquistate, senza che le scomuniche della chiesa, da cui era frequentemente colpito, smovessero la coscienza di un solo de' suoi servitori, senza che andasse a male in sua mano una sola della sue negoziazioni. Matteo Visconti non era un uomo virtuoso; ma la di lui riputazione, di cui si prendeva estrema cura, non era macchiata da verun delitto, da veruna perfidia: non era sensibile, nè generoso, ma non gli si potevano nemmeno rimproverare crudeltà. I suoi quattro figli, i migliori capitani de' tempi loro, erano quasi parti di lui medesimo; ne dirigeva egli stesso tutti i movimenti, e soltanto la sua morte fece conoscere quali caratteri intolleranti, indomabili aveva saputo piegare all'ubbidienza. Finalmente Matteo era giunto ad un'avanzata vecchiaja[45], quando un subito cambiamento del suo carattere fu il presagio della sua morte e delle rivoluzioni che dovea cagionare.

[45] Il Villani dice novant'anni, _l. IX, c. 144_: però gli storici milanesi lo fanno morire di settantadue.

Erano omai più di vent'anni che Matteo Visconti trovavasi in guerra colla chiesa, e doveva in gran parte l'attaccamento de' suoi partigiani al loro odio per il governo de' preti; era egli stato più volte scomunicato, e recentemente, il 14 gennajo di questo stesso anno, il cardinale del Poggetto con tre giudici inquisitori avevalo condannato come eretico sulla pubblica piazza di Asti, dichiarandolo empio, colpevole, nemico di Dio e del nome cristiano[46]. Matteo aveva sempre con dignitosa calma respinti questi violenti attacchi; aveva protestato essere pura la sua fede, indipendente il suo principato; aveva risposto che sottometteva la sua coscienza alla chiesa, ma non il suo governo ai preti, ed aveva mostrato di accarezzare l'opinione de' cattolici nello stesso tempo che combatteva il papa. Tutt'ad un tratto sorpreso da un rimorso, si vide con estremo turbamento sull'orlo del sepolcro involto in una sentenza che condannava la sua anima agli eterni tormenti; dimenticando l'esperienza che aveva fatto della politica affatto mondana del papa, e le regole dietro le quali erasi egli stesso condotto, ad altro più non pensò che ad involarsi all'inferno che sembravagli aprirsi sotto i suoi passi. Tra i Milanesi più ben affetti alla chiesa scelse dodici ambasciatori che mandò al legato, per chiedere di trattare con lui, e per sapere a quali condizioni potrebbe ottenere l'assoluzione de' suoi peccati, e far levare l'interdetto dagli stati da lui governati. Il cardinale Bertrando, cui le sofferte sconfitte non avevano niente tolto della sua arroganza, domandò che i Visconti richiamassero a Milano tutti gli esiliati, loro restituendo i proprj beni, e rinunciassero alla sovrana autorità. Matteo esaminò queste proposizioni, che avrebbero interamente minata la sua famiglia, le comunicò al consiglio della città, e da tale istante mancò l'incantesimo con cui aveva governato lo stato; sentì ognuno che le lunghe guerre in cui vedevasi impegnato, che i pericoli cui esponeva la sua anima e tutti i suoi beni temporali, non avevano altro oggetto che la difesa di una famiglia ambiziosa ch'erasi usurpata l'autorità sovrana nella repubblica. Un vivo desiderio della pace s'impadronì degli spiriti: ma Galeazzo, il figliuolo primogenito di Matteo, che, avendo avuto sentore di tale trattato, era sollecitamente ritornato da Piacenza, si oppose con tanta forza alle ruinose concessioni cui rassegnavasi il padre, che, non potendo Matteo fare scelta tra gl'interessi di sua famiglia e quelli del cielo, rinunciò la sovranità in mano del figliuolo, ad altro più non pensando che a rendere la pace alla sua coscienza; e fu veduto ne' pochi giorni che sopravvisse frequentare soltanto le chiese, e tra le pratiche divote ripetere il simbolo della fede, e chiamare i fedeli in testimonio della sua ortodossia. Essendo stato a visitare la chiesa di Monza, cui aveva reso il suo tesoro lungo tempo impegnato, cadde infermo, e morì fuori di Milano (in Crescenzago) il 22 giugno del 1322; ma non si propalò nè la morte, nè il luogo in cui fu sepolto, perchè non fossero sparse al vento le sue ceneri, come avealo ordinato il papa[47].

[46] _Trist. Calchi Hist. l. XXII. — An. Eccles. 1322, § 5. — Chron. Astense, c. 105, p. 260._

[47] _Trist. Calchi Hist. Pat. l. XXII. — Bonincontri Morigiae Chron. Modoet. l. III, c. 2._

Galeazzo si adoperava per farsi molti partigiani nella città e nell'armata finchè non si conosceva la morte del padre; e quando non potè più celarla, trovossi abbastanza forte per prendere egli stesso il titolo di capitano generale; ed il suo credito venne subito assodato dalla vittoria che Marco Visconti, suo fratello, riportò il 6 di luglio al ponte di Basignano sopra Raimondo di Cardone e le truppe della chiesa[48].

[48] _Gio. Villani l. IX, c. 158. — Bonincontri Morigiae Chron. Modoet. l. II, c. 27._