Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 23
Frattanto la sempre crescente vanità del tribuno l'impegnò a farsi armare cavaliere, come se tale distinzione, che lo innalzava al rango della nobiltà, non lo riponesse al di sotto di coloro, di cui era in avanti padrone. Questa ceremonia si fece il primo giorno d'agosto nella chiesa di san Giovanni di Laterano. Venne preceduta da una corte plenaria, ove splendidissime feste furono date a tutti gli ambasciatori, agli stranieri ed ai più distinti Romani nei tre palazzi di Laterano. La vigilia della festa di san Pietro in Vincola, il tribuno bagnossi nella conca di porfido, ove la tradizione dice che si era bagnato Costantino, dopo essere guarito dalla lepra da papa san Silvestro. Cola passò la notte nel recinto del tempio, e nel susseguente giorno si presentò al popolo coperto di scarlatto e di vajo, facendosi cingere la spada da messer Vico Scotto, cavaliere e gentiluomo romano[481]. Ascoltò poscia la messa nella cappella di papa Bonifacio, durante la quale si volse al popolo gridando: «Noi vi citiamo messer papa Clemente a venire a Roma, sede della vostra chiesa con tutto il collegio de' vostri cardinali[482]. Citiamo voi Luigi di Baviera e Carlo di Boemia, che vi chiamate re ed imperatori de' Romani, e con voi tutto il collegio degli elettori germanici, perchè giustifichino innanzi a noi i diritti che hanno all'impero, e su quali fondamenti pretendono disporne. Dichiariamo intanto, che la città di Roma e tutte le città d'Italia sono e devono conservarsi libere; noi accordiamo a tutti i cittadini di queste città la cittadinanza romana, e chiamiamo il mondo in testimonio che l'elezione dell'imperatore romano, la giurisdizione e la monarchia appartengono alla città di Roma, al suo popolo ed a tutta l'Italia.» In appresso sguainando la sua spada, percosse l'aria verso cadauna delle tre parti del mondo, ripetendo: _questo appartiene a me, questo appartiene a me, questo appartiene a me_. Spedì subito corrieri a portare le citazioni alla corte d'Avignone ed ai due imperatori[483]. Il vicario del papa, vescovo d'Orvieto, che aveva assistito a tutta questa cerimonia, rimaneva come fuor di sè vedendo tanto e così inaspettato ardire. Chiamò per altro un notajo per protestare in faccia a lui ed al popolo, che ciò facevasi dal tribuno senza sua saputa e senza l'assenso del papa. Ma Cola fece subito suonare le trombe, onde i Romani non potessero udire tali proteste[484].
[481] _Framm. di Storia Romana l. II, c. 25, p. 449._
[482] Il signor de Sade lascia in dubbio la chiamata del papa, ed adduce varj buoni motivi per distruggere la testimonianza dell'anonimo di Roma.
[483] Alcune lettere mandate in tale occasione a tutte le città d'Italia, sono riferite da Giovanni di Bazzano, _Chron. Mut. t. XV, p. 609_.
[484] _Frammenti della Storia Romana l. II, c. 26, p. 451. — Cortus. Histor. l. IX, c. 12, p. 923. — Chron. Esten. t. XV, p. 440._
Ciò null'ostante il vicario non rifiutò di pranzare solo col tribuno alla tavola di marmo, mentre la moglie di Cola presiedeva nel palazzo nuovo alla mensa di nobili signore. Altre tavole venivano servite nel palazzo vecchio, senza distinzione di ranghi, ad abbati, a monaci, a cavalieri, a mercanti, invitati alla ceremonia; e fin allora non erasi altrove veduta in un banchetto tanta magnificenza[485].
[485] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 27, p. 453._
Questo fasto esauriva l'entrate di Roma, e le persone sagge cominciavano ad avvedersene. In un pranzo dato da Cola poche settimane dopo ai principali signori della nobiltà romana, il vecchio Stefano Colonna propose se meglio convenisse ad un popolo l'essere governato da un prodigo o da un avaro. Dopo molte parole Stefano sollevò il lembo del mantello del tribuno ch'era ornato di frange d'oro e di ricami, e gli disse presentandoglielo: «Tu stesso, o tribuno, dovresti portare i modesti abiti de' tuoi eguali, piuttosto che questi pomposi ornamenti.» Cola turbossi ad un rimprovero che pareva accomunarlo al volgo, ed uscì della sala senza rispondere; ed in un primo movimento di collera ordinò l'arresto di tutti i nobili che si trovavano nella sala. Per giustificare questo subito rigore, disse ben tosto d'avere scoperta una congiura che i nobili ordivano contro il popolo e contro di lui[486]. Fece adunare in Campidoglio il parlamento, o assemblea generale, per il susseguente giorno 17 di settembre, ed annunciò che per liberare per sempre il popolo dal giogo dell'oligarchia, disponevasi a far decapitare tutti i nobili che avevano presa parte al tradimento. Tutto parve disposto per quest'orribile esecuzione; nella sala de' giudizj si stese un drappo di seta bianca screziata a colore di sangue; fu mandato ad ogni barone un frate minore per confessarlo e dargli la comunione, ed intanto le campane del Campidoglio suonavano per adunare il popolo. Il vecchio Stefano Colonna, cui pesava il morire, rimandò il frate e la comunione, dichiarando che non era disposto, e che gli affari dell'anima sua e quelli della sua famiglia non erano altrimenti accomodati, nè lo potevano essere così presto[487].
[486] Nella sala furono arrestati il vecchio Stefano Colonna, Pietro Agapito Colonna, signore di Jenazzano, ch'era allora senatore, il conte Bertoldo Orsino suo collega, Giovan Colonna, Giordano, Rainaldo e Nicola Orsini, e Bertoldo di Vicovaro. _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 28, p. 453._
[487] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 28, p. 455._
Forse il Tribuno non aveva altra mira che quella di spaventare i nobili, e fors'anco si lasciò piegare dalle istanze de' loro amici: quando vide il popolo adunato salì la tribuna delle arringhe, e prese per tema le parole _dimitte nobis peccata nostra_, e si fece presso al popolo intercessore per i baroni prigionieri; dichiarò in loro nome che questi gentiluomini si pentivano dei loro errori, e che d'or innanzi servirebbero il popolo con fedeltà. I prigionieri si presentarono l'un dopo l'altro innanzi al popolo, e ricevettero la grazia a capo chino; in seguito risguardando la loro fedeltà come indubitata, Cola accordò loro importanti cariche, prefetture e ducati nella Campania ed in Toscana[488].
[488] _Idem, c. 29, p. 455._
La clemenza che tien dietro ad un'ingiusta collera, non merita in verun caso riconoscenza; i nobili furono appena fuori delle prigioni del tribuno e delle mura di Roma, che pensarono a vendicarsi. Il Colonna e due Orsini presero a fortificare il castello di Marino; vi adunarono uomini d'armi e munizioni, senza che Cola pensasse ad opporsi a questi ostili apparecchi; in breve spiegarono lo stendardo della ribellione, ed, occupato Nepi, abbruciarono molte castella, e portarono i loro guasti fino alle porte di Roma[489].
[489] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 50, p. 457._
Il ristauratore della repubblica romana non era fatto per le cose della guerra; egli non conosceva altrimenti quel valore che ammirava negli antichi, e che pensava di far rivivere: e per tal modo l'opposizione tra il coraggio di spirito spiegato nella sua impresa, e l'assoluta mancanza di coraggio militare che mostrò in appresso, può sembrare all'osservatore o ridicola o affliggente. Lungo tempo prima di prendere le armi, cercò d'intimidire i suoi nemici colle citazioni o colle minacce. Finalmente le grida del popolo, che non sapeva pazientemente soffrire il guasto delle campagne, l'obbligarono a muovere la milizia romana. Ottocento cavalli e venti mila pedoni sotto la condotta di Cola da Rienzo si avanzarono contro i Colonna e guastarono il territorio di Marino com'era stato guastato quello di Roma. Dopo otto giorni di minacce piuttosto che di battaglie, il tribuno ricondusse l'armata in città; si fece vestire in Vaticano della _dalmatica_, mantello fino allora riservato ai soli imperatori, ed accolse con tale abito un legato che il papa mandava a Roma per farvi rivivere la propria autorità[490].
[490] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 31, p. 459._
Frattanto i Colonna avevano, dal canto loro, fatta ribellare Palestrina; e molti de' loro partigiani li richiamavano in Roma, assicurandoli d'essere pronti ad aprir loro le porte tosto che li vedessero avvicinarsi con sufficienti forze. Perciò i Colonna adunarono in Palestrina seicento uomini d'armi e quattro mila fanti, avanzandosi poi fino al luogo, detto il Monumento, lontano quattro miglia dalle porte. Ma il romano valore era egualmente spento nel petto de' nobili come nel popolo, e la lotta per difendere o per rovesciare il buono stato, la libertà e la repubblica, trattavasi da ambo le parti con una pusillanimità indegna di così gloriosi nomi. Benchè il tribuno avesse ragguardevoli forze, non osava sortire di città; ma invece faceva ogni mattina chiamare a suono di campana il popolo a parlamento; e per incoraggiare il popolo adunato, faceva il racconto de' sogni avuti la precedente notte, e le promesse di soccorsi a lui fatte da papa san Martino, figlio di un tribuno di Roma, o da Bonifacio VIII, nemico dei Colonna[491].
[491] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 32, p. 461._
I nobili, dal canto loro, occupavansi ancor essi dei loro sogni; e Pietro Agapito Colonna voleva persuadere i suoi compagni d'armi a ritirarsi, perchè aveva veduto ne' suoi sogni sua moglie in abito di corrotto. Malgrado questo presagio, il vecchio Stefano Colonna presentossi ad una delle porte di Roma accompagnato da un solo servitore, e domandò d'essere introdotto in città; le guardie lo minacciarono, senza per altro cercare di farlo prigioniero, come avrebbero potuto agevolmente fare. L'armata dei nobili erasi avanzata dalla banda di Monte Testaceo[492] fin presso alla porta di san Paolo, di dove i Colonna potevano udire la campana del Campidoglio che suonava sempre a stormo; onde argomentarono che v'erano aspettati, e si ritrassero dall'attaccare il popolo, tostochè ebbero perduta la speranza di sorprenderlo. Ma senza voler venire ad un fatto d'armi, risolsero, prima di ritirarsi, di sfilare avanti le porte in atto di sfidare il tribuno. La truppa loro era divisa in tre battaglioni; i due primi passarono senz'essere molestati, e la porta fu tenuta chiusa finchè cominciò a passare il terzo battaglione, ed allora fu aperta per rispondere colle bravate alle bravate. Il giovane Giovanni Colonna quando vide aperta la porta sperò che i suoi partigiani se ne fossero impadroniti, spronò il cavallo ed entrò in città, avanzandosi fino ad un tratto d'arco. Con eguale viltà i suoi compagni d'armi lo lasciarono solo mentre i cittadini fuggivano innanzi a lui. Quando Giovanni s'accorse d'essere abbandonato, volle dar addietro, ma il suo cavallo inciampò, ed il popolo affollandoglisi addosso, lo uccise mentre domandava la vita in dono. Suo padre, il vecchio Colonna, giunto la volta sua innanzi alla porta volle entrare per soccorrere il figliuolo, poi ripartì quando conobbe la grandezza del pericolo; ma ferito con un sasso lanciatogli mentre fuggiva, fu atterrato ed ucciso alla stessa porta senza avere neppure potuto valersi delle sue armi. Gli altri gentiluomini non tentarono nè meno di prendere parte alla battaglia, inseguiti nella loro fuga da un popolo furibondo, che ne fece molti prigionieri: Pietro Agapito Colonna ed il signore di Belvedere furono uccisi in una vigna ove cercavano di nascondersi; gli altri gittarono le armi e non si fermarono avanti di giugnere ne' loro castelli[493].
[492] _Storie Pistolesi t. XI, p. 521._
[493] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 34, p. 467._ Ho seguito il racconto dell'anonimo di Roma, che trovavasi presente a tale fatto, e che non aveva pensiere di dileggiare i suoi compatriotti. Non devesi per altro lasciar di dire che altri contemporanei più lontani da Roma, raccontarono ch'erasi combattuto da ambe le parti con valore ed ostinazione. _Ist. Pistol. t. XI, p. 521. — Gio. Villani l. XII, c. 104. — Andrea Dei Cron. Sanese, t. XV, p. 119. — Cron. Esten. p. 444._
La gioja del tribuno dopo questa vittoria cui aveva presa sì poca parte, fu tanto più smoderata, quanto più grande era stata la sua paura. Tornò trionfante in Campidoglio, e depose innanzi all'immagine della Vergine in Araceli la sua bacchetta tribunizia, e la sua corona d'argento a foglie d'ulivo. Arringò in seguito il popolo, e si vantò d'aver abbattute quelle teste che nè gl'imperatori nè i papi avevano potuto mai far piegare. Finalmente non permise che si rendessero gli onori funebri ai cadaveri dei Colonna[494]: ma invece di approfittare della vittoria e di assediare Marino, che i nobili avrebbero, in quel primo istante di terrore, abbandonato, perdette un tempo prezioso nelle feste ed intorno a ridicole cerimonie; armò cavaliere della vittoria suo figliuolo, nel luogo medesimo in cui era stato ucciso Stefano Colonna; accrebbe le imposte per pagare i soldati, e ne consumò i proventi in un fasto insensato. Frattanto il popolo s'andava da lui alienando; vedeva Giordano Orsini portare la desolazione fino sulle porte di Roma; vedeva che il tribuno era incapace di far rispettare il suo governo, e lo accusava egualmente degli errori che gli vedeva commettere e degli oltraggi che gli facevano i suoi nemici.
[494] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 56, p. 469._
Il legato che Clemente VI aveva spedito a Roma, chiamavasi Bertrando di Deux; il quale manteneva corrispondenza colla nobiltà romana, e dopo il suo arrivo in Italia erasi formato una svantaggiosa opinione del tribuno. Passando per Siena aveva detto a que' magistrati, che Cola da Rienzo era un nemico della chiesa; che il papa disponevasi a farlo processare per delitto di ribellione, onde pregava la repubblica a richiamare le truppe ausiliarie che gli aveva fin allora somministrate[495]. Non pertanto il legato era stato ricevuto, entrando in Roma, da Cola da Rienzo con segni di profondo rispetto per la sua persona e per il pontefice; era stato presentato al popolo in pieno parlamento, ed assicurato dell'ubbidienza della repubblica e del suo capo. Ma Bertrando di Deux non si appagò di queste esteriori dimostrazioni di sommissione; egli volle privare il popolo dell'autorità per renderla alla nobiltà romana che godeva il favore del papa e del collegio de' cardinali: perciò fece alleanza con Luca Savelli e Sciarreta Colonna; ed accusando il tribuno di eresia, fulminò contro di lui una sentenza di scomunica.
[495] _Cron. Sanese di And. Dei t. XV, p. 119._
Un altro ancora più pericoloso nemico e più intraprendente armavasi in pari tempo contro Nicola da Rienzo. Giovanni Pepino, conte di Minorbino, esiliato dal regno di Napoli, dove aveva, col mezzo di assassinj, tentato di vendicare la morte del re Andrea[496], erasi rifugiato in Roma con alcuni de' suoi compagni d'armi, accostumati com'egli a disprezzare gli ordini e le leggi. Il tribuno, avvisato dei disordini che commettevano e degli omicidj di cui si rendevano colpevoli, volle arrestarli, o costringerli ad uscire di Roma: ma il conte di Minorbino erasi fatto forte coll'alleanza del legato e dei Colonna; e con cento cinquanta cavalli si pose nel quartiere ove i Colonna tenevano i loro palazzi, ed avevano più partigiani che altrove; vi si afforzò con barricate; e rimandò con disprezzo coloro che gli portavano gli ordini del tribuno.
[496] _Dom. de Gravina Chron. de reb. in Apulia gestis._
Cola da Rienzo andò ad attaccare con una compagnia di cavalleria le barricate del conte di Minorbino, e nello stesso tempo fece suonare a stormo la campana di sant'Angelo Pescivendolo. Ma tutto quel giorno e tutta la seguente notte il popolo non volle prendere le armi sebbene la campana suonasse sempre. I Romani rifiutavansi ugualmente di combattere contro il conte di Minorbino, o di difenderlo, non prendendo verun interesse alla sorte di questo straniero; perciò non pensavano nè a seguire il suo esempio, resistendo al tribuno, nè ad approfittare di quest'occasione per ribellarsi. Erano omai diventati affatto indifferenti per quel _buono stato_ tanto pomposamente annunciato, poi trovato così poco stabile; erano stanchi delle rappresentazioni teatrali e delle arringhe del tribuno; determinati di aspettare tranquilli gli avvenimenti, e non di prepararli essi medesimi.
Frattanto molto popolo erasi adunato in Campidoglio, ma disarmato; il tribuno lo arringò, ma inutilmente; parlò della propria amministrazione, del bene che aveva fatto, di quello che voleva fare; imputò all'altrui invidia d'aver posti ostacoli a' suoi benefici progetti, pianse, sospirò, e la sua eloquenza seppe ancora farsi strada al cuore, di modo che i sospiri e le lagrime del popolo risposero alle sue; ma non perciò si vide tra i suoi uditori alcun movimento coraggioso, niuno gli annunziò una vittoria facile ad ottenersi. «Dopo aver governato sette mesi, disse alla fine, io deporrò adunque la mia autorità;» e niuna voce fu udita per fargli una dolce violenza per pregarlo di tenere ancora le redini del governo. Allora Cola da Rienzo fece suonare le trombe d'argento, e coperto di tutte le insegne della sua dignità, accompagnato da tutti coloro che trovavansi dipendenti dalla sua fortuna, e dai suoi soldati, scese dal Campidoglio, attraversò in pompa Roma quasi in tutta la sua lunghezza ed andò a chiudersi in Castel sant'Angelo. Sua moglie si trasvestì per seguirlo; e tre giorni dopo la sua ritirata i baroni esiliati rientrarono in Roma, che ricadde all'istante in uno stato di anarchia peggiore di quella che precedette il governo del tribuno[497].
[497] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 38, p. 475. — Gio. Villani l. XII, c. 104. — Chron. Estense t. XV, p. 446._
La rivoluzione che rovesciò Cola da Rienzo, ebbe luogo il 15 dicembre del 1347, meno di sette mesi dopo essersi fatto capo della repubblica. In questo breve spazio di tempo, quest'uomo aveva dato al mondo un maraviglioso esempio del poter dell'eloquenza e dell'entusiasmo che il nome e le memorie di Roma eccitavano in tutta l'Europa, come pure dell'inebriamento cui si espone il dotto che dalla sua biblioteca viene portato sul trono, e che non ha potuto prepararsi che coi libri all'esercizio del sovrano potere.
FINE DEL TOMO V.
TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO V.
CAPITOLO XXIX. _Nuovi capi dell'impero e della chiesa. — Guerre di Genova. — Guerra universale in Italia. — Papa Giovanni XXII scomunica e depone Luigi IV di Baviera, re de' Romani._ 1314-1323 _pag._ 3