Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 22
Durante l'assenza dei papi, Roma trovavasi in preda alla più turbulenta anarchia; i baroni romani avevano afforzate tutte le castella dello stato della chiesa, e tutti i palazzi che possedevano in città; avevano posta guarnigione in tutti gli antichi monumenti capaci d'essere ridotti a fortezze, e perchè nel vasto circondario delle mura di Aureliano la metà dei quartieri era deserta, i baroni trovavansi soli padroni di molte strade, ove avevano innalzati steccati ed altre difese in mezzo alle ruinate case. Ma perchè non erano abbastanza ricchi per tenere continuamente truppe regolate al loro soldo, ne confidavano la guardia ad assassini, a persone perseguitate dai tribunali, cui accordavano la loro protezione e l'impunità de' delitti, accordando loro un luogo sicuro onde riporre i profitti degli assassinj[461].
[461] _Frammenti di Storia Romana d'anonimo contemporaneo, l. II, c. 5, p. 411. — Ant. Ital. t. III._
Per altro vedevansi ancora in Roma gli avanzi d'un governo popolare: i tredici quartieri della città nominavano il rispettivo capo, e l'adunanza di questi magistrati, chiamati _Caporioni_, rappresentava il sovrano; ma non aveva nè la forza nè l'autorità per farsi ubbidire. Il papa erasi usurpata l'elezione del senatore, e non affidava questa sublime dignità che a nobilissimi personaggi; quindi il potere giudiziario e la forza armata trovavansi in mano di quell'ordine contro del quale avrebbero dovuto adoperarsi.
Il senatore chiudeva gli occhi sui disordini dei gentiluomini, non prendendo le armi per punire i delitti che quando trattavasi di un suo personale nemico. Allora la vendetta nazionale si esercitava in modo da turbare maggiormente la pubblica tranquillità. I nobili scendevano frequentemente ai più bassi intrighi per ottenere dalla corte d'Avignone grazie o beneficj, non però essi riconoscevano nel papa un'autorità sovrana, ed i feudatarj della Chiesa credevano di avere diritto ad una maggiore indipendenza, che quelli dell'impero. Ne abusavano specialmente nelle guerre civili; la rivalità delle case Colonna ed Orsini divideva in due partiti tutta la nobiltà, e rinnovava ogni giorno le ostilità. Cola da Rienzo quando commettevasi qualche delitto, un ratto, un omicidio, un incendio, aveva nuovi motivi d'imputare ai nobili l'anarchia in cui versavano i Romani; sentivasi animato contro di loro da un odio che confondeva colle memorie della storia, da un odio ereditato dai Gracchi; ed egli aveva ben più ragione degli antichi tribuni, di trovare i patrizj del suo tempo degni della collera e della vendetta del popolo.
Cola si mostrò per la prima volta rivestito di un pubblico carattere poco dopo l'elezione di Clemente VI. Egli fu spedito ad Avignone nel 1342 per supplicare il nuovo papa di ritornare la santa sede nella sua naturale residenza[462]. In tale deputazione sebbene gli fosse associato il Petrarca, parlò Cola; la sua eloquenza ed il suo entusiasmo per Roma gli avevano già guadagnata l'amicizia del poeta. Clemente VI non si lasciava dirigere nelle sue decisioni politiche dagli oratori popolari; ma notò lo straordinario talento del deputato romano; lo nominò notajo apostolico con ragguardevole assegno[463], e lo incaricò di annunciare ai suoi compatriotti che pel loro vantaggio e di tutta la cristianità pubblicherebbe un secondo giubbileo l'anno 1350 colle indulgenze che Bonifacio aveva accordate alla festa secolare, e che dovevano rendersi comuni a tutte le generazioni.
[462] _Framm. della storia Romana, l. II. c. I, p. 399._
[463] _Memorie per servire alla vita del Petrarca, l. III, t. II, p. 50._
Cola, di ritorno a Roma, si acquistò il rispetto de' suoi concittadini esercitando con integrità la sua nuova carica. Cercò di ricondurre i suoi colleghi alla stessa purità di condotta; ma dovette ben tosto avvedersi che nulla poteva da loro sperare, e che doveva rivolgersi allo stesso popolo se voleva far cessare l'anarchia, e rendere a Roma quella gloria e quella grandezza, quella giustizia e quella potenza, ch'egli enfaticamente chiamava il buono stato.
Per fare impressione sopra la moltitudine, parlò da principio ai suoi occhi. L'impiego lo chiamava in Campidoglio; ed egli vi fece esporre un quadro dalla banda della piazza in cui tenevasi il mercato. «Vi si vedeva, dice lo storico di Roma anonimo e contemporaneo, un gran mare burrascoso; nel mezzo una nave senza timone e senza vele in procinto di affondare. Una donna stava inginocchiata sul cassero vestita di nero e colla cintura della tristezza; aveva la veste squarciata sul petto, i capegli sparsi, le mani incrocicchiate in atto di chi prega per essere salvato da imminente pericolo. Vedevasi in cima al quadro un breve che diceva: _è questa Roma_. Intorno a questo vascello stavano altri quattro che già avevano fatto naufragio; le loro vele erano cadute, rotte le antenne, spezzato il timone; e sopra cadauna di loro vedevansi i cadaveri di una donna coi nomi di _Babilonia_, _Cartagine_, _Troja_, _Gerusalemme_, ed al di sopra: _l'ingiustizia è quella che le pose in pericolo, e che le fece finalmente perire_[464]». Quando il popolo affollato intorno a questo quadro l'ebbe considerato alquanto, Cola si avanzò in mezzo a tutti e con maschia eloquenza inveì contro i delitti dei nobili che strascinavano la loro patria nell'abisso.
[464] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 2, p. 401._
Pochi giorni dopo, fece collocare nel coro di san Giovanni di Laterano una tavola di rame con una bella iscrizione latina ch'egli aveva scoperta. Invitò i dotti ed il popolo a venire ad interpretarla, e quando l'assemblea fu adunata, egli si fece innanzi per leggere l'iscrizione. Era un senatoconsulto, col quale il senato conferiva a Vespasiano i diversi poteri de' Romani imperatori: atto di schiavitù, nel quale erano ancora conservate le forme de' tempi liberi. Cola, poi ch'ebbe terminata l'interpretazione, si volse al popolo adunato: «Voi vedete, o signori, egli disse, quale era l'antica maestà del popolo romano; egli era quello che conferiva agli imperatori, come suoi vicarj, i proprj diritti e la propria autorità. Questi ricevevano l'essere e la possanza dalla libera volontà de' vostri antenati, e voi, voi avete acconsentito che a Roma fossero cavati gli occhi; che il papa e l'imperatore abbandonassero le vostre mura, e non fossero più da voi dipendenti. Da quell'istante la pace fu sbandita dalle vostre mura, il sangue de' vostri nobili e de' vostri cittadini fu versato inutilmente in private contese; le vostre forze esaurite dalla discordia, e la città, già regina delle nazioni, diventata oggetto del loro scherno. Romani, io ve ne scongiuro, riflettete che voi vi esponete ad essere lo spettacolo dell'universo; il giubbileo si avvicina, i Cristiani verranno dall'estremità del mondo a visitare la vostra città; volete che non trovino che debolezza e ruina, che oppressione e delitti[465]!»
[465] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 3, p. 405._
I nobili, da Cola da Rienzo attaccati così gagliardamente, ascoltavano motteggiando i suoi discorsi, e non pensando che potessero avere qualche effetto; i cittadini andavano dicendo che un oratore romano non cambierebbe lo stato di Roma coi quadri e colle allegorie; ma il popolo cominciava a fermentare, e le persone suscettibili di entusiasmo erano non meno scosse del volgo. Cola conobbe ch'era tempo di andare più avanti, ed il primo giorno di quaresima fece affigere alla porta di san Giorgio al Velabro una scrittura con queste sole parole: _entro pochi giorni i Romani ritorneranno nel loro antico e buono stato_. Dopo ciò tenne sul monte Aventino una segreta adunanza di tutte le persone che credette animate da patriotici sentimenti. Ebbero parte a quest'unione mercanti, letterati, ed ancora varj nobili di second'ordine. Cola da Rienzo supplicò quest'assemblea di veri Romani, di ajutarlo a salvare la patria; rappresentò loro la miseria, la servitù, i pericoli cui trovavasi abbandonata la loro città patria; ricordò l'antica estensione della romana repubblica, la fedele sommissione delle città d'Italia, che tutte al presente erano ribellate; egli piangeva parlando, e con lui piangevano i suoi uditori: ma ben tosto cercò di risvegliare il loro coraggio, assicurandoli che Roma non aveva ancora perduti gli elementi della sua potenza, che le sole imposizioni da loro pagate ogni anno bastavano per rendere la forza al governo e sottomettere i loro sudditi ribelli[466]; che il papa approvava gli sforzi ch'essi facevano per repristinare il _buono stato_, e che potevano far capitale della sua assistenza. Dopo averli raggirati con questi discorsi, Cola volle che tutti gli adunati sul monte Aventino giurassero sul Vangelo di prestarsi con tutte le loro forze al ristabilimento della romana libertà[467].
[466] Lo storico Romano fa dire a Cola, che oltre la capitazione, le gabelle del sale e quella delle porte, le entrate di Roma ammontavano a trecento mila fiorini; ma vi dev'essere senza dubbio qualche cosa di esagerato: le entrate di Roma non potevano di que' tempi uguagliare quelle di Firenze.
[467] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 4, p. 409._
Era necessario valersi d'un favorevole istante per privare i nobili della sovrana autorità. Cola avvisato, il 19 maggio, che Stefano Colonna aveva condotto un grosso numero di gentiluomini a Corneto per iscortare un convoglio di biade, non aspettò più oltre; fece pubblicare a suono di trombe, in tutta la città, che chiunque dovesse nel susseguente giorno recarsi senz'armi presso di lui, onde provvedere al buono stato di Roma. Dalla mezza notte fino alle nove ore del mattino fece dire in sua presenza trenta messe dello Spirito Santo, nella chiesa di san Giovanni della Piscina; ed il 20 maggio, giorno dell'Ascensione, uscì di chiesa armato, ma col capo scoperto. Gli stava intorno molta gioventù che faceva risuonare l'aere con grida di giubbilo. Raimondo, vescovo d'Orvieto, vicario del papa in Roma stava al suo fianco; tre de' più grandi patriotti di Roma portavano i gonfaloni innanzi a lui, ne' quali vedevansi figurati soggetti allegorici della libertà, della giustizia e della pace. Lo scortavano cento uomini d'armi ed un'infinita moltitudine di popolo disarmato, e tutto questo pacifico corteggio si avanzò tranquillamente verso il Campidoglio.
Giunto al limitare dello scalone, Cola fermossi presso al Leone di basalto, e, voltosi al popolo, lo richiese di approvare i regolamenti per lo stabilimento del buono stato, che fece tutti leggere ad alta voce. Questo primo schizzo di costituzione provvedeva alla pubblica sicurezza, piuttosto che alla libertà dei diversi ordini dello stato. Si stabiliva per ogni quartiere della città una guardia di venticinque cavalli e di cento pedoni; alcuni vascelli guardacoste venivano destinati lungo le rive del Tevere per proteggere il commercio, i nobili erano privati del diritto di tenere fortezze, ed il popolo doveva avere la guardia dei ponti, delle porte e di tutti i luoghi fortificati. In ogni quartiere della città si dovevano stabilire pubblici granaj; guarentire i sussidj di carità ai poveri; ed i magistrati dovevano dare sollecito corso alle procedure ad al castigo dei delitti[468]. Queste leggi vennero accolte con entusiasmo dal popolo adunato, che autorizzò Cola a dar loro esecuzione, investendolo a tale effetto del suo sovrano potere.
[468] _Frammenti di Storia Rom. l. II, c. 6, p. 413._
Il vecchio Stefano Colonna, avuto avviso in Corneto de' movimenti del popolo, rivolò a Roma coi suoi gentiluomini. Questo signore era ad un tempo il più potente de' Romani baroni, ed il più amato dal papa. All'indomani del di lui arrivo, Cola gli ordinò di uscire dalla città; e quando seppe che il Colonna aveva con disprezzo lacerato il suo ordine, fece suonare la campana d'allarme del Campidoglio; onde tutto il popolo fu in armi, e Colonna ebbe appena il tempo di fuggire con un servitore verso Palestrina. Gli altri baroni romani ebbero tutti ordine d'abbandonare la città, ed ubbidirono. Allora tutti i luoghi fortificati della città, le porte, i ponti ec. furono dati in custodia alle compagnie della milizia. I più famosi banditi che da molti anni sprezzavano la giustizia e le leggi furono mandati al supplicio; ed il popolo adunato in parlamento conferì i titoli di tribuno e di liberatore di Roma a Cola da Rienzo. I medesimi titoli furono pure accordati al vescovo d'Orvieto, vicario del papa, che raggirato, come gli altri, dalla eloquenza di quest'uomo straordinario, contribuiva di buon cuore all'abbassamento dell'antica oligarchia ed al ristabilimento del buono stato[469].
[469] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 7, p. 415._ — Il vicario dei papa in Roma lo rappresentava in sua assenza per le cose spirituali, non per le temporali.
Il tribuno, dopo aver fatta riconoscere la propria autorità entro il circondario di Roma, cercò di richiamare il territorio all'ubbidienza del popolo romano. Erano le campagne di Roma sotto l'immediata giurisdizione della nobiltà, la quale vi teneva un infinito numero di fortezze, ed inoltre poteva far capitale della fedeltà dei contadini suoi vassalli. Non pertanto Cola mandò ad ordinare a tutti i gentiluomini di recarsi in Campidoglio a giurare di contribuire dal canto loro al buono stato di Roma. Un giovane Colonna si presentò a Cola, non mosso da desiderio d'ubbidire, ma per osservare ciò che facevasi in città: poichè vide il tribuno in Campidoglio, circondato da un popolo immenso, cui faceva giustizia, e sempre preparato ad eseguire i suoi ordini, giurò sull'Eucaristia e sul Vangelo quanto gli veniva domandato. Poco dopo si videro arrivare tre altri Colonna, un Orsini ed un Savelli, ed altri distinti baroni, che prestarono lo stesso giuramento. Obbligavansi tutti a spedire vittovaglie al mercato di Roma, a mantenere la sicurezza delle strade, a proteggere le vedove e gli orfani, ed a presentarsi in Campidoglio colle armi o senza ad ogni richiesta. Promettevano in pari tempo di non attaccare i tribuni ed il popolo di Roma, di non prestare asilo ai malfattori ed agli assassini, e finalmente di non appropriarsi le entrate del comune. I gentiluomini, i giudici, i notaj, i mercanti furono chiamati a dare lo stesso giuramento di mantenere il buono stato[470].
[470] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 8, p. 417._
Dopo una violenta anarchia, durante la quale uomini colpevoli di orribili misfatti osavano passeggiare per le contrade di Roma con piena sicurezza e facendo tremare i pacifici cittadini, sembrava a' Romani d'avere ricuperata la libertà quando videro puniti gli assassini, i furti, gli adulterj. Arbitrarie ma giuste sentenze atterrivano i delinquenti; e l'ordine vedevasi ristabilito in Roma. La giustizia d'un despota non era più separata da quella d'un popolo libero, e la sicurezza del maggior numero faceva dimenticare l'arbitrario potere che opprimeva pochi individui.
Frattanto Cola da Rienzo aveva spediti ambasciatori in Avignone per informare il papa di quanto aveva fatto, ed averne la sua approvazione. Le proteste del tribuno di sommissione e di ubbidienza calmarono alquanto l'estremo terrore che prodotto aveva nella corte pontificia il primo avviso della recente rivoluzione[471]. Era il secolo dell'erudizione e della pedanteria: le stesse opinioni intorno agli eterni diritti de' Romani, alla loro antica potenza, all'ubbidienza loro dovuta dai papi, dagl'imperatori, da tutto il mondo, che avevano invaso Cola da Rienzo, e procuratogli un caldo difensore ed entusiasta nel Petrarca, erano poco più poco meno comuni a tutti i letterati d'Europa, ed ottenevano a Cola partigiani che da lui si ripromettevano le più grandi imprese. In allora, secondo lo andava con orgoglio dicendo il Petrarca, il solo nome di Roma valeva assai. La sicurezza ridonata alle strade nelle vicinanze di Roma risguardavasi da tutta l'Europa come un pubblico vantaggio, perchè mantenevasi tuttavia in vigore la moda dei pellegrinaggi, e perchè il giubbileo annunciato per l'anno 1350 andava a richiamare la moltitudine de' fedeli nella capitale della cristianità. I corrieri di Cola portavano una bacchetta argentata colle insegne del popolo di Roma, del papa e del tribuno; e tale distintivo li faceva ovunque rispettare. «Ho portata questa bacchetta, diceva uno di loro, nelle strade delle città e nelle foreste; migliaja di persone sonosi poste in ginocchio, e la baciarono con lagrime di gioja, riconoscenti della sicurezza resa alle strade, e dell'espulsione degli assassini[472].»
[471] _Petrar. Epistolæ edit. Basil. in fol. 1071. — Mem. per la vita del Petrar. l. III, p. 328._
[472] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 11, p. 421._
In effetto i corrieri di Cola avevano attraversata quasi tutta l'Europa, essendo stati mandati alle città ed ai comuni della Toscana, della Lombardia, della Campania e della Romagna, al doge di Venezia, ai signori di Milano e di Ferrara, ai principi di Napoli, al re d'Ungheria, al papa ed ai due imperatori eletti, per annunciar loro il ristabilimento in Roma del buono stato, della pace e della giustizia. _Nicola severo e clemente, tribuno della libertà, della pace e della giustizia, illustre liberatore della santa repubblica romana_ (tali sono i titoli ch'egli prendeva[473]) gli eccitava colle sue lettere a mandare a Roma deputati, muniti di bastanti istruzioni, per deliberare con lui in un'adunanza europea intorno al buono stato dell'Europa. Tutte le strade, soggiugneva egli, sono oramai sicure, ed i pellegrini, non meno che gli ambasciatori dei principi, possono fare senza timore il viaggio di Roma[474].
[473] In appresso adottò titoli più fastosi e più ridicoli: _Candidatus Spiritus Sancti, Miles Nicolaus, severus et clemens, liberator Urbis, zelator Italiæ, amator Orbis, et Tribunus augustus_. _Ist. Pist. p. 520. — Cron. Sanese, p. 118. — Cron. Est. p. 441._
[474] _Cron. Est. p. 438._
Questi messi del tribuno furono ben accolti, e più che altrove in Toscana: i Fiorentini onorati dal titolo di figliuoli di Roma, e Colonia de' Romani, gli spedirono cento cavalieri, promettendo di mandarne un maggior numero, tostochè ne avesse bisogno[475]. I Perugini gli mandarono sessanta cavalli, cinquanta i Sienesi[476]; e l'intera Italia mostrossi disposta ad assecondare, o fors'anco a ricevere ben tosto i suoi ordini.
[475] _Gio. Villani l. XII, c. 89._
[476] _Andrea Dei Cronica Sanese t. XV, p. 118._
Ma il capo del tribuno non era abbastanza forte per resistere alla vertigine cagionata da un inaspettato innalzamento. Pochi uomini usciti da una classe subalterna sanno conservarsi veramente grandi in mezzo alla prosperità. Cola da Rienzo aveva fatta impressione sul popolo di Roma colle allegorie, seguendo in ciò il gusto del suo secolo, e lo spirito di una nazione avida di spettacoli; proseguì anche quand'ebbe conseguito il potere, a voler abbagliare il popolo coi medesimi mezzi; i suoi abiti, le corone, le bandiere che portavansi innanzi a lui, le iscrizioni sulla croce e sul globo che teneva in mano nelle processioni, ogni cosa era simbolica e destinata ad istruire i Romani. Frattanto lo stesso tribuno era più abbagliato da questa pompa, che il popolo spettatore. Di già egli andava moltiplicando le feste e le ceremonie non meno per viste politiche, che per piacere o per vanità; e dimenticando che la sua grandezza consisteva nell'essere uomo unico e non paragonabile a verun altro, sforzavasi d'imitare gli altri sovrani, e di emularli nel fasto dei titoli, e nella pompa che lo circondava. Compiacevasi di vedersi servito dai principali signori, e godeva della loro umiliazione. La sua consorte era corteggiata dalle signore, i suoi parenti innalzati a grandi dignità; ed egli medesimo cercava il parentado dell'antica nobiltà maritando la sorella ad un barone romano[477].
[477] Lo storico anonimo di Roma ci lasciò nel suo ingenuo dialetto una curiosa descrizione di questa corte. «Puoi se faceva stare denanti a se, mentre sedeva, li baroni tutti in piedi, ritti, colle vraccia piecate, e colli capucci tratti. Deh! como stavano paurosi! aveva questo Cola una sia moglie molto iovene e bella, la quale quanno ieva a santo Pietro, ieva accompagnata da iovani armati. Delle patricie la sequitavano. Le fantecche colli sottili pannicelli nanti a lo visaio li facevano viento, e innustriosamente rostavano, che soa faccia non fosse offesa da mosche. Havea uno sio zio, Janni Barbieri avea nome, Barbieri fò, e fatto fò granne signiore, e fò chiamato Janni Roscio; ieva a cavallo forte accompagnato da cittatini romani. Tutti li siei parenti ievano a paro; havea una soa sorella bedoa, la quale voize maritare à barone de castella, ec.» _Frammenti di Storia Romana p. 20, p. 439._
La prosperità delle imprese di Cola e l'approvazione dell'universo che sembrava aspettare i suoi ordini, accresceva la presunzione del tribuno. Giovanni di Vico, signore di Viterbo e prefetto di Roma, era stato forzato a sottomettersi: assediato dai Romani in Viterbo, ne uscì col favore d'un salvocondotto ed era venuto in Campidoglio a gettarsi ai piedi di Cola implorando la sua grazia e la clemenza del popolo romano, che gli conservò il suo governo[478]. Tutte le fortezze del patrimonio di san Pietro erano state cedute ai luogotenenti del tribuno, il quale vedeva continuamente arrivare a Roma solenni ambascerie di Fiorenza, d'Arezzo, Siena, Todi, Terni, Spoleti, Rieti, Amelia, Tivoli, Velletri, Pistoja, Foligno ed Assisi. Il popolo di Gaeta gli mandò dieci mila fiorini, i Veneziani gli fecero offerta delle loro persone e beni per difesa del buono stato. Luchino Visconti di Milano gli scrisse chiedendogli la sua alleanza. Vero è che gli altri tiranni d'Italia, Taddeo de' Pepoli, il marchese d'Este, Mastino della Scala, Filippino Gonzaga, i signori di Carrara, gli Ordelaffi ed i Malatesti avevano ingiuriosamente risposto alle sue lettere; ma siccome il tribuno aveva annunciato il progetto di liberare l'Italia dai tiranni, la nimicizia loro poteva essere per lui compensata dall'affetto de' loro popoli. Luigi di Baviera che ancora viveva colla coscienza inquieta per scomuniche contro di lui fulminate, gli aveva scritto, pregandolo a riconciliarlo colla Chiesa. Il duca di Durazzo, il principe Luigi di Taranto, e la regina Giovanna l'avevano nelle loro lettere chiamato _carissimo amico_; per ultimo il re Luigi d'Ungheria gli aveva spedita un'ambasciata per chiedergli vendetta degli uccisori di suo fratello. Il tribuno condusse gli araldi d'armi di quest'ambasciata innanzi al popolo adunato, e ponendogli la corona tribunizia in sul capo, rispose loro: _io giudicherò il globo della terra secondo la giustizia, ed i popoli secondo l'equità_[479]. Ben tosto infatti la causa della regina Giovanna e del re Luigi fu disputata innanzi al suo tribunale dagli ambasciatori nominati dalle contrarie parti[480]; ma Cola non pronunciò veruna sentenza.
[478] _Chronic. Estense t. XV, p. 439._
[479] _Framm. di Storia Romana l. II, c. 22, p. 443._
[480] _Ivi, c. 24, p. 447._