Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 21
La regina Giovanna contava soltanto sedici anni quando successe a suo avo, ed Andrea, suo cugino e suo sposo, era nato pochi mesi prima di lei. Molti principi del sangue, figliuoli de' fratelli di Roberto[435], facevano splendida e voluttuosa la corte di Giovanna, e cercavano a gara il favore de' giovanetti sposi, onde governare lo stato in loro nome. Sebbene i sovrani fossero più inclinati ai piaceri che alla gloria o al potere, davano di già non equivoci indizj di rivalità. Gelosi l'uno dell'altro, ma egualmente incapaci di amministrare il regno, nè il re, nè la regina sapevano soffrire che l'altro volesse regnare in proprio nome[436]. Andrea, figliuolo di Cariberto, nipote di Carlo Martello e pronipote di Carlo II, pretendeva d'essere il legittimo erede del trono. Vero è che suo padre era stato soppiantato da Roberto; ma dopo la morte di questi risguardavasi come rientrato negli originarj suoi diritti[437]; e gli Ungari che aveva seco condotti, ed in particolare un monaco, detto frate Roberto, suo principale consigliere, cercavano di fomentare questa sua pretesa onde avere poi esclusivamente nelle loro mani l'autorità reale. D'altra parte Giovanna ed i principi del sangue suoi cugini sostenevano che legittima era stata la successione di Roberto e convalidata dall'approvazione di Clemente V l'anno 1309; e che un re, riconosciuto legittimo dal suo popolo nel corso di trent'anni, non poteva essere altrimenti considerato come un usurpatore. Roberto, che prima di morire aveva già veduto gl'indizj di questa gelosia, si era fatto sollecito di consolidare i diritti della nipote. Aveva richiesto da tutti i baroni suoi feudatarj, e dagli ufficiali della corona, che prestassero il giuramento di fedeltà a Giovanna; ed aveva nel suo testamento ordinato che si dilazionasse la coronazione d'Andrea fino all'epoca in cui questo principe toccherebbe i ventidue anni[438].
[435] Filippo di Taranto e Giovanni di Durazzo, fratelli di Roberto, avevano ambidue lasciati tre figli; Roberto, Luigi e Filippo di Taranto; Carlo, Luigi e Roberto di Durazzo.
[436] _Domin. de Gravina de rebus in Apulia gestis, p. 554._
[437] Il re Luigi d'Ungheria, fratello d'Andrea, acconsentì nel 1344 a pagare 44,000 marche alla corte pontificia per ottenere da Clemente VI che per diritto di successione coronasse Andrea, re di Sicilia. _Contin. Chr. Hungar. Jo. de Thwrocz a Jo. Archid. de Kikullew, p. III, c. 4, p. 176. Scrip. rer. Hungar, t. III._
[438] _Matteo Villani Ist. Fiorent. t. XIV, l. I, c. 9._
In questa corte, la più colta ad un tempo e la più corrotta d'Europa, il principe ungaro aveva conservata la natìa rozzezza. Orgoglioso ed iracondo dava il nome di ribellione alla più leggiera resistenza, e di oltraggio al sorriso o al silenzio de' cortigiani della regina. Disprezzava i costumi e gli usi de' Napoletani, e non pertanto credevasi continuamente oggetto delle loro derisioni; sdegnavasi di non avere che il titolo di duca di Calabria, di non essere re che per i cortigiani, e di non potere pretendere da tutti ubbidienza[439]. Fu spesso udito minacciare la regina, i principi del sangue, ed i principali baroni del regno, aspettando ogni giorno una bolla pontificia che acconsentisse alla sua coronazione, onde sullo stesso stendardo reale destinato a tale cerimonia aveva fatto dipingere al di sopra de' suoi stemmi due stromenti di supplicio, la mannaja e la scure, quasi per annunciare che dall'istante in cui regnerebbe, farebbe giustizia de' suoi nemici, ai quali volle anticipatamente mostrare questa bandiera[440].
[439]
«Oltraggio chiamo io l'alterigia, i modi Superbi, usati a me dagli insolenti Ministri, o amici, o consiglieri, o schiavi; Ch'io ben non so come a nomar me gli abbia, Quei che intorno ti stanno. E oltraggi chiamo Quanti ogni giorno a me si fan; del nome Appellarmi di re, mentre mi è tolto Non che il poter, perfin la inutil pompa Apparente di re; vedermi sempre Più a servitù che a libertà vicino; E i miei passi e i miei detti, opre e pensieri, Tutto esplorarsi, e riferirsi tutto.» _Alfieri in Maria Stuarda Att. II, Sc. 3._
[440] _Domin. de Gravina Chron. rer. Apulia p. 559._
Andrea aveva sospetta la regina di tenere colpevoli pratiche con Luigi di Taranto, suo cugino; e la pubblica opinione accreditava tali sospetti, accusando inoltre la regina d'altri secondari amori. Caterina, madre dei principi di Taranto, che portava il titolo d'imperatrice di Costantinopoli, dava l'esempio della più scandalosa scostumatezza, ed avendo la più alta influenza sul cuore della sua pronipote, favoreggiava le di lei pratiche con Luigi, sperando di potere coll'allontanare Andrea dalla corona farla dare a suo figliuolo. La regina Sancha, vedova di Roberto, abborriva tanta corruzione, ed erasi ritirata in un convento, ove morì un anno dopo il consorte; onde più veruno salutare rispetto contener poteva la piena di questa voluttuosa corte.
Gl'intriganti che avvicinavano la giovane regina, non si appagarono di averle ispirata avversione per Andrea; ma mirando a disfarsi d'un principe, di cui avevano a temere le vendette ed il collerico temperamento, fomentavano la criminosa passione della regina per suo cugino: poi tutt'ad un tratto l'atterrivano riferendole i sospetti e le minacce del marito; talvolta ancora gli parlavano del bene de' suoi popoli, del tiranno cui permetterebbe di regnare sopra di loro, rappresentandogli come un atto virtuoso il delitto che gli proponevano di commettere. In mezzo a tante seduzioni, Giovanna, strascinata, sedotta dalla sua passione, permise ai suoi cortigiani di servirla, acconsentendo alla loro trama senza volerne conoscere le circostanze.
Il conte d'Artusio, bastardo del re Roberto, e Filippina la Catanese, confidente della regina, si fecero capi della congiura[441]. Ottennero che la corte abbandonasse Napoli in settembre del 1345, per villeggiare in un luogo solitario, nel convento di san Pietro di Morone o dei Celestini posto a poca distanza d'Aversa. La notte del 18 di settembre, mentre Andrea stava a letto a canto alla regina, alcune cameriere vennero ad avvisarlo essere giunte da Napoli importanti notizie, e che i consiglieri lo aspettavano per avere i suoi ordini. La regina mostrossene turbata, e cercò di trattenere il marito; ma questo impotente rimorso fece luogo al timore[442]. Andrea uscì, e le cameriere chiusero dietro lui le porte della camera della regina.
[441] Gli altri congiurati erano, Bertrando figlio del conte d'Artusio, Tommaso e Massolo della Lionessa camerieri del re, Caraffello Caraffa, i conti di Tralizzo e di Eboli, Raimondo di Catania, Giacomo Capanno gran marescalco, i conti della Stella, Pace di Turpia, e Nicola di Merizzano.
[442] _Chron. Mutin. Joh. de Bazano t._ XV, _p._ 612.
I congiurati aspettavano Andrea nel vicino corritojo, ove appena giunto, gli furono sopra; ma persuasi che un anello regalatogli da sua madre fosse un talismano che gl'impedirebbe di morire di ferro o di veleno[443], cercavano di passargli intorno al collo un laccio di seta. Andrea difesesi vigorosamente, e ferì alcuni de' congiurati; ma finalmente fu spinto fuori d'una finestra, ed alcuni de' congiurati, che stavano appostati nel giardino, lo presero per i piedi, e terminarono di strozzarlo[444].
[443] _Domin. de Gravina Chr. de rer. Apulia p._ 560.
[444] _Gio. Villani l._ XII, _c._ 50, _p._ 931.
La nudrice d'Andrea, chiamata Isolda, che lo aveva accompagnato a Napoli, e che, teneramente amandolo, gli stava quasi sempre vicina, improvvisamente risvegliata dalle grida e dal tumulto, entrò nella camera della regina, e la vide sola seduta presso al letto nuziale tenendosi la testa tra le mani. Le chiese affannosa ove fosse il suo padrone; e spaventata dalla di lei risposta, si affacciò con una fiaccola ad una finestra, onde i congiurati fuggirono, lasciando il cadavere d'Andrea steso al suolo: l'infelice Isolda chiamando con disperate grida alla vendetta la corte, il convento e la stessa città d'Aversa, non lasciò tempo ai congiurati di mascherare il loro delitto[445].
[445] _Chron. Estense t_. XV, _p._ 421.
Giovanna, oppressa dal terrore e dal rimorso, tornò subito a Napoli seco conducendo il cadavere dello sposo, che fu sepolto con poca pompa nella chiesa di san Luigi[446]. Coloro che non avevano avuta parte nella congiura, non dissimulavano l'orrore che loro ispirava così grave delitto; ognuno si precauzionava come se fosse personalmente minacciato, o come se questo delitto avesse tutti infranti i legami della società. Roberto di Taranto, fratello di Luigi, armava i suoi vascelli, e fortificava i suoi palazzi; Carlo di Durazzo eccitava il popolo a vendicare la morte del suo re; questi, avendo sposata la sorella di Giovanna, sperava probabilmente di succederle, quando il popolo la privasse del trono. Finalmente la regina ed il suo amante, Luigi di Taranto, adunavano i loro partigiani, e preparavansi a sostenere la guerra civile di cui vedevansi minacciati.
[446] _Tristani Caraccioli opus. historic. t. XXII, p. 12. — Domin. de Gravina Chr. Apul. p. 562._
Tutta l'Europa parve sollevarsi udendo tale attentato. Clemente VI, che il 7 maggio 1342 era succeduto a Benedetto XII morto il 25 aprile, si credette chiamato dalla sua suprema dignità e dall'alto dominio sul regno di Napoli a punire i colpevoli che non potevano essere giudicati dai giudici ordinarj. Incaricò pertanto Bertrando di Baux, grande giustiziere del regno, a formare un processo contro l'uccisore del re Andrea, e di perseguitare il delitto senza aver riguardo a veruna persona, e senza rispetto alcuno per le secolari dignità[447]. La regina che non ardiva proteggere i congiurati, per non confessarsi complice, vide soggiacere alla tortura Raimondo di Catania, suo grande maniscalco; dopo di che il grande giustiziere, facendosi portare innanzi uno stendardo, sul quale era dipinto l'assassinio d'Andrea, venne seguito dal popolaccio di Napoli a prendere perfino nel palazzo della regina i suoi amici, i suoi servitori più affezionati, ed in particolare la Catanese, confidente de' suoi più intimi segreti. Vero è che la regina tentò alcun tempo di difenderla, ma, temendo il furore popolare, l'abbandonò poscia ai suoi carnefici[448].
[447] _Gio. Villani l. XII, c. 51. — Note alle Memorie per la Vita del Petrarca, t. II, p. 23. — Domin. de Gravina p. 564._
[448] _Chron. Esten. t. XV, 442. — Istor. Pist. p. 513. — Memor. per la Vita di Petr. t. II, l. III, p. 145._
Prima d'essere condotti al supplicio, gl'imputati furono sottoposti a terribili torture per istrappar loro la confessione del proprio delitto; nel qual tempo uno steccato custodito dai soldati non permetteva al popolo di udire le loro deposizioni. La Catanese morì tra gli orrori della tortura; gli altri furono condannati ad un ributtante supplicio, durante il quale venne loro posto un amo in bocca perchè non potessero parlare[449].
[449] _Gio. Villani l. XII, c. 51._
È indubitato che temevasi da coloro che venivano mandati al supplicio l'accusa della complicità della regina; ma le precauzioni prese per impedirla, l'accusavano ancora più apertamente. Non pertanto Giovanna scrisse al re d'Ungheria, fratello di suo marito, per iscolparsi di un delitto di cui l'accusava la voce pubblica. In risposta ricevette una lettera, resa celebre dal suo laconismo. «Giovanna, gli scriveva Luigi, i disordini della tua passata vita, l'ambizione che ti fece ritenere il regio potere, la vendetta trascurata, e le scuse in appresso allegate, provano abbastanza che tu sei complice della morte di tuo marito[450].» Alcuni ambasciatori del re d'Ungheria eransi nel mese di maggio del 1346 presentati alla corte del papa chiedendo che al loro padrone fosse dato il possesso del regno di Napoli, di cui era il più prossimo erede, e venisse deposta Giovanna, resasi, per il commesso delitto, indegna di regnare. In pari tempo Luigi appellava ad un altro tribunale, a quello delle armi, invocando il valore de' suoi sudditi. Fece fare uno stendardo sul quale era dipinto l'assassinio d'Andrea, e lo inalberò egli stesso in su gli occhi d'una dieta ungarese per impegnare quella valorosa nobiltà a vendicare il fratello del suo re. In appresso marciò verso Zara, in Dalmazia, con trenta mila cavalli, sperando d'obbligare i Veneziani a levare l'assedio di quella città che si era loro ribellata, onde colà imbarcarsi alla volta del regno di Napoli[451].
[450] _Johanna! inordinata vita præterita, ambitiosa continuatio potestatis, neglecta vindicta, et excusatio subsequuta, te viri tui necis arguunt consciam, et fuisse participem._ — _Bonfinius de rebus Hungaric. Dec. II, l. X, p. 261. — Chron. Esten. t. XV, p. 445. — Cron. di Bologna t. XVIII, p. 408. — Giannone Ist. Civile del regno di Napoli l. XXIII, t. III. p. 301._
[451] _Bonfinius Rer. Hungar. Dec. II, l. X, p. 259. — Petri de Reva, De Monarchia et S. Corona Regni Hungar. Cent. VI. — In Script. Rer. Hung. t. II. p. II, p. 644._ (Vienna 6 vol. in foglio 1746) — _Joh. de Kikullew Chr. Ungaror. p. III, c. 8, p. 178. — Scr. Rer. Hungar. t. I._
I Veneziani, all'avvicinarsi del re d'Ungheria, afforzarono il loro campo, guastarono il paese intorno a loro, ma non si rimossero perciò dall'assedio, e senza esporsi all'eventualità d'una battaglia, impedirono al re di comunicare cogli assediati, e di avanzarsi fino al mare. Gli Ungari non tardarono a soffrire mancanza di vittovaglie ed a conoscere l'impossibilità di attraversare l'Adriatico coperto da una flotta veneziana; onde il re Luigi, rinunciando nel presente anno all'impresa del regno, tornò in Ungheria onde entrare in trattati coi suoi vicini ed assicurarsi della loro amicizia, mentre rimarrebbe lontano da' suoi stati[452].
[452] _Gio. Villani l. XII, c. 38, p. 938. — Hist. Pist. p. 515._
Mentre il re d'Ungheria s'impegnava in una lontana guerra, gli si rendeva più che mai necessaria l'amicizia de' Polacchi; e fortunatamente trovavansi unite queste due nazioni da stretta alleanza, giacchè Luigi dal canto di sua madre Elisabetta era nipote di Loctec, re di Polonia; e suo zio Casimiro, non avendo figliuoli, lo aveva destinato suo successore[453]. Il re d'Ungheria era inoltre alleato dell'imperatore Luigi di Baviera, e questo monarca, padrone del Tirolo, poteva aprire agli Ungari le porte dell'Italia. Il nuovo papa Clemente VI aveva rinnovate contro i Bavari le scomuniche fulminate da Giovanni XXII; aveva rotte le negoziazioni aperte da Benedetto XII; non voleva ad alcun patto accordare l'assoluzione all'imperatore, e non curandosi delle sue offerte e delle sue umiliazioni non si lasciava placare dalla sua penitenza, e voleva costringerlo alla guerra a dispetto de' suoi scrupoli[454]. Luigi di Baviera, ridotto alle ultime estremità, accettò le proposizioni del re d'Ungheria, promise di scendere nel susseguente anno in Italia con suo figlio il marchese di Brandeburgo, e con il suo alleato il duca d'Austria, allettato dalla speranza di potersi una volta vendicare de' Guelfi, della Chiesa e di quella casa d'Angiò che pel corso di trent'anni l'aveva tanto crudelmente perseguitato.
[453] La successione al trono di Polonia era stata assicurata a Luigi fino nel 1338 nel congresso di Visgrado. _Bonfinius, decad. II, l. IX, p. 254._ Pure Luigi non ebbe quella corona che nel 1371, dopo morto Casimiro. Maritò la più giovane delle sue figlie, Adiuga, al principe di Lituania, che prese il nome di Ladislao Jagellon, facendosi cristiano. Di qui ebbe origine l'illustre famiglia de' Jagelloni, e le pretese della corona d'Ungheria sulla Polonia. _Bonfin. Rer. Hung. Dec. II, l. X, p. 273-275._
[454] _Schmidt Hist. des Allem. l. VII, c. 7, t. IV, p. 522._
Ma il papa non poteva essere indifferente al movimento della metà dell'Europa verso l'Italia. Allorchè assoggettava la regina Giovanna alle criminali procedure del conte Bertrand de Baux, onde umiliare in tal modo i troni al di sotto della cattedra di san Pietro, era ben lontano dal voler permettere che questa regina, sua vassalla, venisse spogliata dal re d'Ungheria, e molto meno dall'imperatore. Accrebbe pertanto le sue pratiche per muovere contro il Bavaro nuovi nemici, e risolse finalmente di nominare il suo successore, estremo rimedio protratto dalla santa sede fino a quest'epoca.
A tale oggetto Clemente VI s'addirizzò a Giovanni, re di Boemia, quello stesso che procurato aveva a Luigi la corona imperiale, e che già da più anni mostravasi il più accanito de' suoi nemici. Giovanni era diventato cieco, ma non aveva perduti que' militari talenti e quella rapidità che confondeva tutti i progetti de' suoi nemici, nè quella instabilità che gli toglieva di condurre a buon fine i proprj. Non era proponibile per imperatore un cieco, ma suo figlio, Carlo, margravio di Moravia, sembrava opportunissimo ai disegni del papa; onde il re di Boemia cominciò a sollecitare a di lui favore i suffragi degli elettori.
Carlo, che acconsentiva a ricevere la corona dai preti, si portò subito in Avignone per concertare col papa le condizioni della sua elezione. Soscrisse una capitolazione, colla quale prometteva di abrogare tutti gli atti di Luigi in Italia, di rinunciare ad ogni diritto sopra lo stato ecclesiastico, e non entrarvi che con espressa licenza del papa, di non trattenersi che un solo giorno in Roma in tempo della sua coronazione[455]. A tale prezzo Clemente VI prometteva a Carlo tutto il suo appoggio; e dopo avere, con una nuova bolla, dichiarato il Bavaro infame, eretico, scismatico ed incapace di più regnare, adunò gli elettori a Rense per nominare il successore.
[455] Il diploma _apud Olenschlager Geschichte § 93._ — _Kaiser karl der vierte von Franz Martin Pelzel I. Theil, p. 143._ (2 vol. in 8 Praga 1780) — _Schmidt, Stor. dei Tedeschi l. VII, c. 7, p. 532._ La vita di Carlo IV scritta da lui medesimo finisce sgraziatamente all'epoca della sua coronazione. _Apud R. Reim. Steinhemium, p. II, p. 39, v._
Baldovino fratello d'Enrico VII occupava ancora la sede elettorale di Treveri, ed il suo suffragio era per suo nipote[456]. L'elettore di Colonia era ugualmente attaccato alla casa di Lussemburgo; ma Enrico di Virnebourg, elettore di Magonza, gli era contrario: perciò Clemente VI lo depose, e nominò per succedergli un giovane di vent'anni, chiamato Gerlach di Nassau. Rodolfo duca di Sassonia, che Luigi di Baviera aveva spogliato del Brandeburghese, si unì ai suoi nemici per vendicarsi. Finalmente il re Giovanni portava alla dieta di Rense il voto della Boemia; nella quale non facendosi carico dell'assenza dell'elettore palatino di Baviera, e del marchese di Brandeburgo figliuolo di Luigi, il 10 di luglio fu solennemente eletto re de' Romani Carlo, margravio di Moravia, e posto in trono.
[456] _Epitome Rerum Bohemicarum l. III, c. 18, p. 348._
Ma nel collegio elettorale la pluralità de' suffragi non decideva di quella degli stati e delle forze della Germania; ed il nuovo re de' Romani chiamavasi comunemente l'imperatore de' preti. La casa di Baviera che si era appropriata il Tirolo, il Margraviato di Brandeburgo, le province dell'Olanda, della Zelanda e della Frisia che si era afforzata coll'alleanza de' re d'Ungheria e di Polonia, e dei duchi d'Austria, poteva far pentire Carlo IV dell'ardir suo, tanto più che, sei settimane dopo la sua elezione, Giovanni di Boemia, suo padre era stato ucciso nella battaglia di Crecy, il 26 agosto del 1346[457]. Lo stesso stato della chiesa e l'equilibrio d'Italia potevano essere rovesciati dall'imprudente maniera, colla quale Clemente VI provocava un potente monarca. Il collegio de' cardinali erasene accorto, perciò non aveva dato il suo assenso all'elezione di Carlo IV, che in seguito ad un violento alterco, nel quale furono veduti i cardinali di Perigueux e di Comminges sguainare i loro coltelli per azzuffarsi[458]. Ma la Chiesa fu avventurosamente salvata dai pericoli in cui la strascinava il suo capo. Luigi di Baviera, dopo avere avuti molti vantaggi sopra il suo rivale pel corso d'un anno, si uccise quando meno credevasi cadendo da cavallo l'undici ottobre del 1347. Invano i suoi partigiani offrirono la corona ad Odoardo III re d'Inghilterra, ed a Federico margravio di Misnia. In vista del loro rifiuto proclamarono re de' Romani Gontieri, conte di Schwarzembourg, che a poco a poco, abbandonato dai suoi fautori, fu costretto di rinunciare egli stesso alla corona, e venne riconosciuto Carlo IV legittimo monarca, non meno dall'impero che dalla chiesa[459].
[457] _Gio. Villani l. XII, c. 66. — Epit. Rer. Boemic. Balbini, l. III, c. 18, p. 348._
[458] _Gio. Villani l. XII, c. 59._
[459] _Schmidt, Storia degli Allemanni, l. VIII, c. 8, p. 540._
CAPITOLO XXXVII.
_Cola da Rienzo dà una nuova costituzione alla repubblica romana. — Abbagliato dalla sua grandezza, disgusta il popolo che lo abbandona._
1347
Mentre gli apparecchi del re d'Ungheria per vendicare l'assassinio di suo fratello, a sè chiamava tutti gli occhi degl'Italiani; mentre la resistenza de' Veneziani in Dalmazia chiudeva a questo monarca il passaggio dell'Adriatico, e che l'elezione di Carlo IV privava gli Ungari de' soccorsi che loro poteva dare Luigi di Baviera; mentre per ultimo si trepidava tra il timore d'un'invasione de' barbari, ed il desiderio di vedere punito un delitto, un'inaspettata rivoluzione fissò sull'antica capitale del mondo l'attenzione di tutta la cristianità. La città di Roma, risvegliata da un eloquente entusiasta demagogo, riclamò le antiche sue prerogative, e volle sottomettere alla sua sovranità il papa e l'imperatore, che dividevansi i diritti e le spoglie del popolo romano.
Cola da Rienzo, autore di questa rivoluzione, era un uomo di bassi natali[460]. Non pertanto era stato ammaestrato nelle lettere, ed i suoi singolari talenti avevangli fatti fare rapidissimi progressi. Erasi egli in particolar modo dato allo studio degli storici e degli oratori dell'antichità; e trovandosi in mezzo ai monumenti della gloria della romana potenza, aveva cercato altresì d'investirsi dell'antico spirito de' suoi concittadini. Niun altro uomo del suo secolo aveva maggiore venerazione per l'antichità, o una più nobile emulazione per farne rivivere le virtù; veruno aveva più profondamente studiati i costumi e le leggi della repubblica romana, nè meglio sapeva interpretare le iscrizioni ed i monumenti che fino allora erano stati con occhio stupido risguardati dal popolo, senza trovarvi memoria delle virtù de' loro antenati; verun altro uomo era animato da uno zelo più puro per il ben comune, o da più caldo patriottismo; verun altro finalmente sapeva agli altri comunicare con più persuasiva eloquenza i proprj pensieri e sentimenti. Questo distinto letterato, questo profondo antiquario, dai suoi talenti fatto capo del governo, non tardò a far conoscere che non aveva nè il coraggio necessario per la difesa del popolo, nè la modestia che avrebbe dovuto preservarlo dall'abbagliamento dell'inaspettata sua grandezza, nè la cognizione degli uomini, che si acquista difficilmente sui libri, e senza la quale un dotto non è un uomo di stato.
[460] Suo padre Rienzo, diminutivo di Lorenzo, era oste, e sua madre lavandaja.