Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 20
La prosperità del commercio era proporzionata alla popolazione; eranvi duecento fabbriche di lane che davano ogni anno settanta in ottanta mila pezze di stoffe del valore complessivo di un milione e cinquecento mila fiorini. Calcolavasi che il terzo di questa somma serviva al pagamento di trenta mila operai ch'erano impiegati in questa manifattura. Il commercio delle stoffe straniere si faceva da venti mercanti riuniti sotto il nome di compagnia della _Calimala_, che smerciava, un anno compensato l'altro, dieci mila pezze del valore di trecento mila fiorini. Ventiquattro case erano destinate al commercio di banco, e la zecca coniava ogni anno trecento cinquanta in quattrocento mila fiorini d'oro, e venti mila lire in bilione di rame[413]. Trent'anni prima le manifature delle lane avevano occupate un centinajo di fabbriche di più, e date perfino cento mila pezze di stoffe; ma quelle stoffe erano molto più grossolane, ed il loro valore minore della metà, perchè ancora non vi s'impiegavano le lane dell'Inghilterra.
[413] _Gio. Villani l. XI, c. 93._ Il collegio dei giudici era composto di ottanta in cento persone; quello de' notai di seicento. Eranvi sessanta tra medici e chirurgi, cento farmacisti o droghieri, cento quarantasei maestri muratori o falegnami, trecento maestri o calzolaj; non erasi potuto calcolare il numero de' merciajuoli perchè avevano botteghe ambulanti. _Ibid._
Tale era la prosperità della repubblica fiorentina prima che l'ambizione e la discordia de' suoi cittadini, la gelosia, e l'avarizia dasse loro un padrone. Allorchè ne scossero il giogo, e con uno sforzo generoso giunsero a ristabilire la repubblica, trovaronsi spogliati di ogni loro conquista. Gli Aretini, all'avviso che il duca d'Atene trovavasi assediato dal popolo, presero le armi per ricuperare la loro libertà, attaccarono la fortezza fabbricata dai Fiorentini nella loro città, e costrinsero Guelfo Bondelmonti, suo comandante, a darla in loro potere. In pari tempo i Tarlati con i Ghibellini d'Arezzo occuparono Castiglione Aretino[414]. I Pistojesi cacciarono la guarnigione fiorentina, e spianarono il castello che occupava, ricuperarono Serravalle, la chiave del loro territorio, e ripristinarono il governo de' loro padri, quello del popolo e della libertà[415]. Santa Maria a Monte e Montopoli, due castelli in altri tempi tolti ai Lucchesi, si ribellarono, e presero a governarsi come terre indipendenti; altrettanto fecero Colle e san Gemignano; e per ultimo ancora Volterra prese le armi, a ciò consigliata da Ottaviano de' Belforti, ch'era già stato signore di questa città; ma in cambio di racquistare la perduta libertà, mutò la signoria del duca d'Atene con quella del suo domestico tiranno.
[414] _Gio. Villani l. XII, c. 16._
[415] _Storie Pistolesi p. 496._
I Fiorentini frattanto, dopo ch'ebbero cacciato il duca, pensarono al ristabilimento della loro repubblica, ed alla riforma delle leggi. Il Vescovo, gli ambasciatori di Siena ed i quattordici cittadini eletti durante la sedizione cercavano di conciliare le pretese delle opposte fazioni. Prima di tutto mutarono la divisione della città, e ridussero a quattro i sei quartieri, facendoli presso a poco eguali di popolazione e di ricchezze, i quali dovevano avere un'eguale rappresentanza nella suprema magistratura[416].
[416] Nell'antica divisione i due sestieri d'Oltr'Arno e di san Pietro Scheraggio comprendevano essi soli la metà di tutta la città. I quattro nuovi quartieri furono santo Spirito (Oltr'Arno), santa Croce, santa Maria Novella, e san Giovanni.
Ma era più facile assai il ricondurre all'uguaglianza i diversi quartieri della città, che non i diversi ordini dei cittadini. I nobili erano esclusi dal governo in forza dell'ordinanza di giustizia. I ricchi borghesi avevano formata più tardi una nuova oligarchia, che non eccitava meno la gelosia del popolo, di quello che si facesse altra volta l'oligarchia della nobiltà. A guisa dei nobili avevano essi palazzi fortificati, grandi possedimenti in campagna, vassalli, clienti, ed una numerosa famiglia; essi educavano nelle case loro una gioventù orgogliosa; e per dirlo in una parola, univano tutti que' mezzi di forza e di resistenza che possono rendere pericoloso un ordine di cittadini. L'abuso del passato potere, faceva temere che tentassero di rinnovarlo; e loro si rinfacciavano tutte le perdite fatte dalla repubblica per la mala fede di Mastino della Scala, per la guerra di Lucca, per la tirannide del duca d'Atene. La gelosia ed il desiderio di dominare manifestavasi egualmente nelle inferiori classi del popolo, e già sotto il nome di mezzi borghesi e di artigiani si distinguevano due separati ordini di cittadini, le di cui rivalità difficilmente si sarebbero potute conciliare.
Venticinque deputati di ogni quartiere, otto nobili e diecisette cittadini, furono chiamati dal vescovo e dai commissarj del popolo a formare una _balìa_ per riunire i diversi partiti, e dare una nuova forma alla costituzione. La balìa decise che, avendo tutti i cittadini preso parte alla distruzione della tirannia, dovevano tutti partecipare alla libertà. La balìa non volle riconoscere che due ordini nella nazione, il popolo e la nobiltà; attribuì al primo i due terzi degli onori pubblici, l'altro terzo ai secondi; e sospese il rigore dell'ordinanza di giustizia, affinchè i delitti de' grandi fossero puniti colle forme e le leggi comuni agli altri cittadini.
Ma i grandi non si videro appena usciti dall'oppressione in cui vissero sì lungo tempo, che presero a vendicare le ingiurie fin allora sofferte in silenzio. Molti loro nemici furono uccisi non solo nelle campagne, ma nelle contrade e nelle piazze della città, senza che le leggi comuni avessero forza di reprimere o punire tanta audacia. Una generale indignazione secondò la gelosia de' borghesi; perfino alcuni nobili unironsi al popolo, ed il 22 settembre del 1343, non ancora compiuti due mesi dopo la cacciata del duca d'Atene, cominciò una sedizione sulla pubblica piazza de' priori, ed i quattro nobili che sedevano nella signoria, furono forzati dalle minacce e dalle grida del popolo ad uscire del palazzo ed a rinunciare alla loro magistratura[417].
[417] _Gio. Villani l. XII, c. 18._
Ma i nobili non si ritrassero per altro dalle difese. Uno di loro, Andrea Strozzi, cercò d'ammutinare il popolaccio contro i borghesi; ma dissipati i sediziosi da lui adunati, fu costretto di sottrarsi colla fuga ad una condanna di morte[418]. I suoi consorti facevano entrare in città i loro vassalli e contadini, e gli armavano; si diceva pure che avevano domandato ajuto alla nobiltà immediata degli Appennini, ai Pisani ed ai tiranni di Lombardia. Ma il popolo li prevenne; chiamato dai Medici alle armi nel quartiere di san Giovanni, attaccò i palazzi degli Ademari-Cavicciuoli situati in vicinanza della cattedrale, e dopo una lunga accanita zuffa, gli sforzò a capitolare; le loro barricate furono atterrate, disarmati e dispersi i loro clienti; ma rispettate le loro persone e le proprietà. Dopo questa vittoria il popolo assediò successivamente tutti i palazzi fortificati. Non poteva opporsi lunga resistenza alle forze di tutti adunate contro un solo; i Donati ed i Cavalcanti furono i primi a sottomettersi, maggior tempo resistettero i gentiluomini che abitavano oltr'Arno e che avevano afforzate le teste dei ponti; ma occupato finalmente dal popolo il ponte della Carraja, s'arresero subito i Frescobaldi, i Nerli ed i Rossi; le case de' Bardi furono prese d'assalto, saccheggiati e distrutti ventidue palazzi di questa famiglia[419].
[418] _Ivi, c. 19._
[419] _Gio. Villani l. XII, c. 20._
Dopo tale vittoria fu creata una nuova balìa per cambiare un'altra volta la costituzione. La signoria continuò ad essere composta di un gonfaloniere di giustizia e di otto priori delle arti e della libertà, scelti due per ogni quartiere. Di questi nove magistrati dovevano prendersene tre a sorte da ciascheduna classe del popolo. Dodici buoni uomini e sedici gonfalonieri delle compagnie furono dati per consiglieri alla signoria[420].
[420] _Gio. Villani l. XII, c. 21, p. 903._
L'ordinanza di giustizia contro i grandi fu rimessa in attività colle modificazioni volute dall'equità; e fu ristretto ai più vicini parenti del reo l'obbligo di rispondere per il commesso delitto, che prima estendevasi a tutti i membri d'una nobile famiglia; cinquecento trenta famiglie furono cancellate dal ruolo della nobiltà, per essere poste in quello dei popolani. Gli uni col loro impoverimento, o coll'estinzione di molti rami collaterali avevano cessato d'ispirar timore; altri colla lodevole loro condotta eransi meritata la benevolenza del popolo, onde alcune delle più illustri case di Firenze furono ascritte alla classe de' popolani[421].
[421] Come gli Spini, gli Scali, i Brunelleschi, i Compiombesi, i Giandonati, i Guidi, alcuni Tosinghi, ed i conti di Certaldo e di Puntorno. _Gio. Villani l. XII, c. 22._
Mentre i Fiorentini venivano agitati da queste interne rivoluzioni, cercavano di mantenersi in pace colle vicine potenze, affinchè i nemici del nuovo governo non trovassero appoggio presso i nemici dello stato; perciò il 16 novembre ratificarono il trattato che il duca d'Atene aveva fatto coi Pisani, aggiugnendovi soltanto alcune nuove condizioni[422].
[422] _Ivi, c. 24._
Dopo la conquista di Lucca pareva che la repubblica di Pisa tenesse il primo rango tra gli stati toscani. Pistoja e Volterra, staccandosi dai Fiorentini, eransi poste sotto la sua protezione, e l'alleanza che i Pisani avevano contratta coi Visconti poteva moltiplicare le sue risorse[423]. Ma l'ultima guerra aveva costato ai Pisani un milione e mezzo di fiorini, le antiche contese tra la nobiltà ed il popolo si andavano ravvivando, e Lucchino Visconti, invece d'essere un utile alleato, doveva ben tosto riconoscersi per un terribile nemico.
[423] _Cronica di Pisa t. XV, p. 1014._
Mentre Betto dei Sismondi aveva condotte al signore di Milano le truppe ausiliarie della repubblica pisana, Giovanni Visconti d'Oleggio cospirava in Pisa unito ad un altro Sismondi[424] e ad alcuni capi dell'antica nobiltà. Volevano essi richiamare i figli di Castruccio, e cacciare fuori di città il conte della Gherardesca, in allora capitano generale. Ma, scopertasi la trama, uno de' congiurati perdette la testa sul palco, altri cacciati in bando, e furono spianate le loro case, e Giovanni d'Oleggio costretto ad uscire vergognosamente da Pisa. Avutane notizia il signore di Milano, fece imprigionare i Pisani che militavano nella sua armata, e rimandò Oleggio in Toscana con due mila cavalli per vendicarsi; ma quest'armata avanzatasi per la via di Pietra Santa e di Lucca, essendo poi entrata nelle Maremme, dovette combattere un clima più pericoloso che i nemici. Onde dopo avere perduta molta gente senza essersi azzuffata colle truppe pisane, fu richiamata dal Visconti il quale fece la pace con Pisa nel 1345[425].
[424] Guelfo Buzzaccherini, secondo la cronaca di Pisa, o Bartolomeo, secondo quella di Pistoja.
[425] _Cron. di Pisa t. XV, p. 1012-1015. — Storie Pistol. Anon. p. 490-505. — B. Marang. Cron. di Pisa, p. 697. — Gio. Villani l. XII, c. 28, e 37._
E per tal modo questa guerra tra le due prime potenze d'Italia non si rese notabile per alcuno importante avvenimento; lo che non sarebbe accaduto se Pisa avesse conservata sotto i suoi ordini la bella cavalleria colla quale aveva protetto l'assedio di Lucca; ma quand'ebbe sottoscritto il suo trattato di pace col duca d'Atene, si era data premura di licenziarla, e quell'armata che già militava sotto i suoi ordini, erasi resa indipendente: nuova potenza senza stati e senza sudditi, e che non essendo composta che di soldati, era appunto per tale motivo più formidabile. Un avventuriere tedesco, che facevasi chiamare il duca Guarnieri, aveva proposto ai soldati che si licenziavano dai Pisani, di rimanere uniti e di fare la guerra per conto loro. Si obbligò di pagare il soldo ai militari che volessero servire sotto di lui, e con ciò ottenne senza difficoltà d'essere riconosciuto per capo da uomini che guerreggiavano per mestiere e non per dovere. Non proponevasi già Guarnieri di fare in Italia qualche conquista di paese, ma solamente di taglieggiare tutti quelli che si proporrebbe di trattare come nemici. Quando sortì di Pisa la sua armata, ch'egli intitolò la grande compagnia, contava due mila cavalli. Si diresse colla medesima verso il territorio di Siena con intenzione d'abbandonarlo al saccheggio, e ne' pochi giorni che durò la marcia ingrossò l'armata con molte reclute[426].
[426] _Gio. Villani l. XII, c. 8. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1012._
Le repubbliche ed i piccoli principi d'Italia non potevano opporre che una debole resistenza a queste formidabili compagnie che cominciarono in quest'epoca a minacciare l'esistenza di tutti gli stati. La loro formazione era sempre inaspettata; e siccome niun sovrano teneva in tempo di pace al suo soldo un grosso corpo di truppe, niuna forza trovavasi in istato di opporre loro una valida resistenza. E quand'ancora i soldati arruolati in queste compagnie non fossero stati superiori di numero, l'abitudine della guerra dava loro un infinito vantaggio sulle milizie che dovevano combatterli. Se in cambio venivano loro opposti altri soldati mercenarj, erano questi sempre disposti ad abbandonare i loro stendardi per entrare nella compagnia; in ogni evento essi non si battevano che mollemente, non dimenticandosi mai che potrebbero in breve trovare vantaggioso un asilo in seno ai loro fratelli d'arme, entrando a parte dei loro pericoli e dei loro guadagni. La più sfrenata licenza regnava nel campo di questi assassini: gli stessi capi applaudivano ai loro eccessi per guadagnarsi l'amore dei soldati, ed allettare un maggior numero di reclute ad arruolarsi sotto le loro insegne. Essi non si vergognavano di verun delitto o crudeltà; ed il duca Guarnieri accoppiava al titolo di signore della grande compagnia quelli di _nemico di Dio, della pietà e della misericordia_. Aveva fatti incidere questi odiosi titoli sopra una lastra d'argento che portava per ornamento sul petto[427].
[427] _Istorie Pistolesi t. XI, p. 489._
I cittadini sienesi, che non sospettavano nè meno di vedere turbata la profonda pace di cui godevano, furono all'impensata assaliti da questi feroci soldati, che, non contenti del saccheggio delle case e delle loro mandre, cercavano frequentemente di levar loro il danaro, sottoponendoli a crudeli torture. Il governo non sapeva come difendere i suoi sudditi, che fuggivano all'avvicinarsi degli assassini, seco portando gli effetti che avevano potuto sottrarre al saccheggio; e la città riempivasi di contadini, di donne, di vecchi. Frattanto Guarnieri, cui la signoria faceva chiedere la ragione di quest'attacco, le offeriva di uscire all'istante dal territorio di Siena per la tenue somma di dodici mila fiorini. Egli voleva ostentare in faccia ai più deboli stati le umilianti condizioni che accordava alla repubblica di Siena, onde maggiormente atterriti dall'avvicinamento della compagnia si sottoponessero più facilmente ancor essi alle condizioni ch'egli crederebbe loro d'imporre[428]. In fatti i Sienesi gli pagarono la chiesta contribuzione, e Guarnieri, abbandonando il loro territorio, si gettò in quello di Montepulciano, di Città di Castello e di Perugia, le quali tre città, per non esporsi a maggiori danni, furono costrette di pagare la taglia che volle Guarnieri.
[428] _Stor. Pistol. p. 487. — And. Dei Cron. Sanese t. XV, p. 105._
Dopo avere sparso il terrore in tutto il patrimonio di san Pietro, Guarnieri piegò bruscamente a sinistra, ed attraversò la Romagna, mettendola a fuoco e sangue. Era in allora questa provincia divisa fra molti piccoli tiranni, nemici gli uni degli altri, sebbene troppo deboli per farsi la guerra: perciò ognuno di loro offriva danaro a Guarnieri, perchè danneggiasse i suoi rivali; poi era ognuno costretto di pagare altro danaro per liberarsi dalle sue molestie. Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, impegnò il duca ad attaccare Rimini, ove comandava Malatestino de' Malatesta; e Ferrantino Malatesta approfittò di quest'occasione per ribellarsi contro il suo parente; onde il territorio di Rimini fu per tutto un mese saccheggiato dagli assassini della compagnia, i quali nel susseguente mese guastarono il Cesenatico, benchè Cesena appartenesse a Francesco degli Ordelaffi che gli aveva chiamati in Romagna[429].
[429] _Cronaca Riminese t. XV, p. 900._
Conosceva Guarnieri il pericolo di rimanere in una provincia così lungo tempo da ridurre gli abitanti agli estremi di prendere in comune le armi contro di lui. Perciò sempre avanzandosi d'uno in altro stato, senza mettere distinzione alcuna tra amici e nemici, era omai pervenuto ai confini del territorio bolognese. Per quanto far potesse di male nel suo passaggio, un nemico era sempre meno odioso ai repubblicani di Bologna, del tiranno che gli opprimeva; il primo guastava le campagne a guisa di passaggero turbine, l'altro corrompeva il principio dell'esistenza, come que' pestilenziali miasmi de' pantani che infettano l'aria. I Gozzadini, i Beccadelli, e tutti i vecchi amici della libertà recaronsi al campo del duca, promettendogli quante ricchezze sapeva desiderare, se cacciava di Bologna Taddeo dei Pepoli, e ridonava alla libertà quest'antica e potente città. Ma il generale tedesco preferiva alle promesse de' fuorusciti le immediate offerte del signore di Bologna, che aveva trovato alla testa di tre mila cinquecento cavalli in vicinanza di Faenza. La battaglia era dubbiosa, e la vittoria non lo avrebbe compensato del sangue che gli sarebbe costata. Accettò dunque sessanta mila lire di Bologna, che Taddeo Pepoli gli fece dare a titolo del soldo di due mesi dovuto alle sue truppe, ed attraversò pacificamente il territorio bolognese, conducendo la grande compagnia nello stato di Modena[430].
[430] _Cron. di Bologna t. VIII, p. 387._
In questa breve campagna aveva Guarnieri levate ragguardevoli contribuzioni, e le sue truppe eransi arricchite col saccheggio; onde il capitano ed i soldati desideravano del pari di tornare in Germania per godervi tranquillamente le ammassate ricchezze. Ma non sembrava loro che la Lombardia, che dovevano attraversare, potesse facilmente essere vinta o intimidita come i piccoli stati che avevano fino allora posti a soqquadro. Guastarono, gli è vero, una porzione del territorio di Modena, di Reggio, di Mantova finchè non si trovarono a fronte con ragguardevoli forze i marchesi d'Este ed i Gonzaga, spalleggiati da Mastino della Scala, dai Pepoli e dallo stesso Luchino Visconti. Guarnieri non conosceva ancora tutto il vantaggio che la compagnia avrebbe avuto sulle truppe che gli venivano opposte; egli non aveva ancora perfezionata con una lunga pratica quell'arte del saccheggio che doveva ancora esercitare molti anni, ed acconsentì, per una grossa somma di danaro, che gli venne pagata dai principi lombardi, di ricondurre in Germania la formidabile sua truppa, divisa in così piccoli corpi, che non potessero incutere spavento alle province che egli attraversava[431]. Guarnieri ed i suoi soldati più non ricomparvero in Italia finchè tutto ebbero dissipato ne' vizj e nelle dissolutezze il danaro ammassato colle rapine.
[431] _Istor. Pist. p. 990. — Cortusior. Hist. l. VIII, c. 10, p. 909. — Chron. Estensa t. XV, p. 408._
Se le burrascose passioni delle repubbliche, se la debolezza delle piccole signorie esponevano le prime a frequenti rivoluzioni e le altre a crudeli vessazioni, nè meno i grandi stati d'Europa erano in quell'epoca più felici o più tranquilli, perciocchè trovavansi tutti in preda ad accanite guerre, o internamente divisi da violenti rivoluzioni. La Germania era agitata dagl'intrighi della corte pontificia, che si valeva della gelosia e dell'ambizione de' principi per tenere perpetuamente vive le guerre civili. Giovanni di Boemia erasi fatto capo dei nemici dell'imperatore, e la sua attività aveva ridotto l'impero a mal termine ed accresciuti gl'imbarazzi di Luigi di Baviera. La Francia, perduto il suo antico splendore sotto il rovinoso regno di Filippo di Valois, veniva saccheggiata dagl'Inglesi; ma in pari tempo le vittorie d'Edoardo III non riuscivano meno funeste all'Inghilterra, spogliandola d'uomini e di danaro. La Spagna consumava le proprie forze nelle guerre civili suscitate dalle tiranniche imprese dei due Pietri, il crudele di Castiglia, ed il cerimonioso d'Arragona. Per ultimo il regno di Napoli, avendo perduto il vecchio re Roberto, trovavasi nuovamente esposto all'anarchia ed alle convulsioni da cui l'aveva preservato sessant'anni il regno dei principi Angioini.
Roberto era morto in Napoli il 19 gennajo del 1843 in età di ottant'anni dopo un regno di oltre trentatre anni[432]. Suo nipote Cariberto, o sia Carlo Uberto, re d'Ungheria, cui Roberto aveva sottratto il regno di Napoli, era morto sei mesi prima di lui, il 14 luglio del 1342, a Visgrado, dopo avere regnato quarantadue anni[433]. Il primo lasciava erede una figlia di suo figlio, chiamata Giovanna, maritata ad Andrea, secondo figlio di Cariberto. Il primogenito Luigi, re d'Ungheria, era succeduto al padre.
[432] _Gio. Villani l. XII, c. 9. — Dominici de Gravina Chron. de rebus in Apulia Gestis t. XII, p. 553._
[433] _Antonii Bonfinii Rer. Hungar. Dec. II, l. X, p. 254._
Pochi sovrani godettero così alta riputazione di sapere e di virtù al pari di Roberto, re di Napoli; ma la pubblica opinione, indulgente per i principi, colloca spesse volte tra gli uomini grandi coloro che, se fossero privati, non uscirebbero dalla mediocrità. La costante protezione da Roberto accordata ai letterati, e l'equità di molte sue leggi, gli meritarono in parte a giusto diritto gli elogi del suo secolo: ma devonsi rimproverare alla sua avarizia gli arbitrj dati ai giudici di permettere che si scontasse col danaro la pena dei delitti[434]; alla sua ambizione l'aver fomentato l'odio tra Guelfi e Ghibellini, quando era già cessato il motivo dei loro partiti, e di avere suscitate quasi tutte le guerre che lacerarono, durante il suo regno, l'Italia e la Germania, dalle quali ne derivarono a' suoi stati più mali che prosperità. Il regno della nipote Giovanna fece dimenticare i suoi falli, e diede all'Italia gravi motivi di desiderare una più ferma e felice amministrazione.
[434] Tra le sue _lettere arbitrali_ vedasi la 4.ª _de componendo et commutatione pœnarum_, colla quale autorizza i giudici _in certa quantitate pecuniæ componere pro curiæ nostræ parte. Gian. l. XXII, c. 5, t. III, p. 251._