Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 2
[1] Olenschlager Geschichte des Rom. Kayserthums in der ersten haelfte des XIV Jahrhunderts, _c. 31, p. 80_, Francf. 1755.
Nel giorno destinato, gli elettori si recarono alla città elettorale di Francoforte preparati a sostenere colle armi i loro suffragi; perciocchè il solo arcivescovo di Treveri conduceva più di quattro mila cavalli[2]; e quello di Magonza aveva occupato il campo di Rense, ove per antica consuetudine facevansi le elezioni. Si unirono ai due arcivescovi il re Giovanni di Boemia, Waldemaro elettore di Brandeburgo, e Giovanni il vecchio, duca di Sassonia Lavemburgo, che pretendeva di essere l'elettore Sassone. Ma nello stesso tempo Rodolfo conte ed elettore palatino di Baviera, affatto ligio alla casa d'Austria, invece di unirsi agli elettori che volevano dare la corona imperiale a suo fratello Luigi, si fermò a Sachsenhause sobborgo di Francoforte posto sulla riva sinistra del Meno, aprendovi un'altra dieta elettorale. Era egli munito della procura dell'arcivescovo di Colonia, il quale, essendo in aperta guerra colla casa di Lussemburgo, non aveva potuto venire a Francoforte, e si era unito a Rodolfo e ad Enrico duca di Carinzia che intitolavasi re ed elettore di Boemia.
[2] Olenschlager Gesch. _c. 32, p. 83_.
La dieta di Rense intimò al duchi di Sassonia e di Carinzia, all'elettore palatino e a quel di Colonia di presentare al collegio degli elettori i loro titoli al diritto elettorale; ma questi invece di rispondere, nominarono lo stesso giorno, con irregolare elezione, Federico d'Austria re de' Romani. I cinque elettori che trovavansi nel campo di Rense, avuta notizia dell'accaduto, nel susseguente giorno nominarono imperatore a pieni voti Luigi, duca di Baviera, che chiamossi Luigi IV[3].
[3] _Gio. Villani l. IX, c. 66. — Schmidt Histoire des Allemands trad. l. VII, c. 5, t. IV._
I due pretendenti avevano i medesimi diritti alla stima ed all'ubbidienza de' loro compatriotti. Il partito austriaco avendo suscitato un principe della casa di Brandeburgo per disputare il diritto di Waldemar, più non rimanevano in cadauna delle parti che due elettori il di cui suffragio non fosse contrastato, ed ognuna ne aveva altri tre, il di cui diritto era dubbioso. I principi rivali appartenevano a due illustri e potenti famiglie; amendue erano valorosi ed arditi, amendue diedero prove, almeno in Germania, di un carattere leale e cavalleresco, ed amendue avevano zelanti campioni che combattevano per loro valorosamente. Giovanni di Boemia difendeva la causa di Luigi, come fosse la sua propria; tenevano le parti di Federico i suoi fratelli, i duchi d'Austria Leopoldo ed Enrico, e Rodolfo elettore di Baviera.
Siccome pareva che l'osservanza delle formalità prescritte per l'incoronazione dovesse assicurare all'uno o all'altro di loro il favore de' popoli, perciò s'affrettarono ambedue di compierle. Luigi venne introdotto dai borghesi di Francoforte nella loro città; fu come imperatore eletto presentato al popolo nella chiesa di san Bartolomeo, consacrata per antica consuetudine a questa funzione; e Federico assediò inutilmente Francoforte per ottenere lo stesso vantaggio[4]. In appresso Luigi fu condotto ad Aquisgrana, di dove aveva dovuto ritirarsi il suo rivale, e vi fu consacrato nel luogo destinato a tale cerimonia, non però dall'arcivescovo di Colonia, che solo aveva il diritto di farlo, ma, in sua assenza, dagli arcivescovi di Magonza e di Treveri. Federico fu invece condotto a Bona dall'arcivescovo di Colonia, e colà consacrato colle sue mani, ma in un luogo in cui questa consacrazione diventava illegale. E per tal modo per una differente ragione le due consacrazioni furono incomplete ed invalide[5].
[4] _Olenschlager Geschichte, § 33._
[5] _Litterae archiepiscopi Maguntini et electorum ad Rom. Pontif. ap. Raynald. 1314, § 18._
I due imperatori eletti, Luigi e Federico, erano figli d'un fratello e d'una sorella; il proprio fratello di Luigi, Rodolfo, era il più caldo alleato del suo rivale; una simile discordia divideva tutte le case dei principi; tre cappelli elettorali erano contrastati come la corona imperiale, e le armi dovevano decidere della eredità e dei diritti delle più potenti famiglie. La stessa eguaglianza de' suffragi e l'indifferenza de' principi della Germania settentrionale prolungarono la guerra, soltanto di quando in quando sospesa da reciproco rifinimento di forze. In tale stato di cose i due rivali non potevano tentare di farsi riconoscere in Italia senza abbandonare la Germania al nemico; onde, mentre questa aveva due re de' Romani, l'Italia trovavasi agitata dagli intrighi degli ambiziosi. Nè andò lungo tempo che la cessazione d'ogni autorità suprema, che tenne dietro immediatamente alla vigorosa amministrazione di Enrico VII, produsse tra i Guelfi ed i Ghibellini una guerra non meno accanita di quella che facevansi in Germania i due pretendenti al trono. E questa guerra, resa generale da opposti interessi, da inveterati odj, era cagionata da tante cause diverse quanti erano i capi che la trattavano.
Il papa ed il re di Napoli uniti dal loro attaccamento alla corte di Francia, dallo spirito del partito guelfo, e da una comune ambizione, avevano nemici i nuovi principi Lombardi innalzati di fresco alla sovranità dall'intrigo e dal valore. Questi erano debitori della loro potenza alla violenza delle fazioni; ed i Ghibellini avevano comperato colla perdita della libertà il valore o l'accortezza de' loro capi: perciò i nuovi principi tenevano vive le burrascose passioni che avevano sperimentate tanto vantaggiose ai loro interessi; associavansi essi medesimi ai faziosi, e, quasi la sorte loro fosse attaccata alla difesa d'un trono ancora vacante, si facevano una feroce ed ostinata guerra.
Regnava ancora Clemente V, quando fu portata alla corte pontificia la notizia della morte d'Enrico VII. Sembra che questo papa dipendente dalla Francia, che dimorava ora in una ora in altra provincia di cui non era sovrano, debole per carattere come per situazione, ed incapace di meritarsi l'amore o il rispetto de' fedeli, abbia voluto sollevarsi da questo stato d'avvilimento, manifestando sul primo trono della cristianità pretensioni sconosciute allo stesso Ildebrando e ad Innocenzo III. Pubblicò una bolla per annullare la sentenza pronunciata da Enrico VII contro il re Roberto. «Lo che facciamo, egli diceva, tanto in virtù della indubitata autorità che noi abbiamo sopra l'impero romano, quanto pel diritto a noi competente di succedere all'imperatore nella vacanza dell'impero[6].» In virtù adunque di un tale diritto fin allora sconosciuto, Clemente accordò subito dopo a Roberto re di Napoli il titolo provvisorio di vicario imperiale in tutta l'Italia: il quale vicariato se non veniva rivocato dal sovrano pontefice, durava fino a due mesi dopo l'elezione del legittimo imperatore[7].
[6] _Lib. VII, decret. Clementina Pastoralem — Olenschlager Gesch. c. 28._
[7] _Bulla Clementis V, 2 idus martii, ap. Raynad. 1314, §§ 2._ Da questa concessione fu eccettuata la Liguria.
Furono queste due bolle gli ultimi atti dell'amministrazione di Clemente V in Italia. Questo pontefice che aveva così vilmente venduti gl'interessi della santa sede e quelli della propria coscienza a Filippo il Bello re di Francia, e che gli aveva sagrificato l'ordine de' Templari, morì a Rochemauri l'anno medesimo della morte di Filippo il 20 aprile del 1314, mentre preparavasi a tornare a Bordò sua patria per ricuperare col favore dell'aria nativa la mal ferma sua salute[8]. La terribile citazione d'un templario, che di mezzo alle fiamme aveva chiamati Clemente e Filippo innanzi al tribunale di Dio, parve in tal modo compiuta.
[8] _Clementis V vita ex Bernardo Guidonis t. III, p. II._
Clemente V aveva ammassati grandi tesori vendendo i beneficj ecclesiastici, e facendo altri scandalosi mercati, che lo resero esecrabile ai suoi contemporanei[9]. Oltre il danaro che teneva ne' suoi forzieri, aveva arricchiti tutti i suoi parenti e famigliari; ma le sue generosità non gli avevano guadagnato l'affetto di nessuno: perciocchè, appena morto, tutti coloro che abitavano nel suo palazzo, si scagliarono addosso ai suoi tesori; e non vi fu fra tanti neppure un solo servitore fedele che si prendesse cura del cadavere del suo padrone: onde essendo caduti alcuni torchi che ardevano intorno al feretro, vi appiccarono il fuoco, che, comunicatosi ben tosto all'appartamento, obbligò finalmente i rubatori ad occuparsene, e lo spensero; ma il palazzo e la guardaroba erano stati talmente spogliati, che non si trovò che un vecchio mantello per cuoprire il corpo mezzo abbrustolito del più ricco papa che governasse la chiesa[10].
[9] Il seguente aneddoto riferito da uno de' più religiosi scrittori italiani può risguardarsi come una prova della pubblica opinione sul conto di questo pontefice. Spaventato dalla morte di un cardinale suo nipote, ch'egli molto amava, mostrò grandissimo desiderio di sapere ciò che accaduto fosse della di lui anima. Uno de' suoi più fedeli cappellani si lasciò, per compiacerlo, trasportare da un famoso negromante nell'altro mondo. Questi vide nell'inferno un palazzo, entro il quale il cardinal nipote giaceva sopra un letto di fiamme in pena della sua simonia; e di contro a questo palazzo i demonj ne andavano fabbricando un altro egualmente infiammato. _Questo_, disse uno di costoro al cappellano, _è destinato pel tuo padrone_. Il cappellano, tornato dalla sua missione, riferì a Clemente V la terribile notizia. Il quale spaventato da tale racconto, più non fu veduto sorridere; ed in breve morì colla coscienza agitata da così spaventosa predizione. _Villani l. IX, c. 59._
[10] _F. Francisci Pipini Chron. in fine, p. 780._
Ventitre cardinali adunaronsi a Carpentrasso per dare un nuovo capo alla cristianità. Sebbene gl'Italiani non fossero che sei, siccome la lontananza del papa dalla greggia di cui era immediato pastore, risguardavasi come uno scandalo pubblico che aveva eccitate le lagnanze di tutti i cristiani, i pochi italiani contrappesavano ancora nel conclave il credito dei Francesi. Ma due parenti del papa defunto entrarono il 24 luglio con un corpo di truppa in Carpentrasso, e vi eccitarono la sedizione per isforzare il conclave a nominar papa un Guascone. Furono incendiate le case dei cardinali italiani e di molti cortigiani e mercanti della stessa nazione, e minacciati di morte i capi della chiesa; finalmente il pericolo si fece così urgente, che i cardinali italiani, chiusi in conclave, fecero atterrare un muro dietro al palazzo e fuggirono. Questa diserzione costrinse il collegio de' cardinali a separarsi, e protrasse più di due anni la nomina del nuovo pontefice[11].
[11] _Bernardi Guidonis, vite Clementis V, p. 464._
Filippo conte di Poitou, che fu poi conosciuto sotto nome di Filippo il lungo, re di Francia, ottenne di riunire a Lione i dispersi cardinali l'anno 1316. Per averli presso di lui aveva loro solennemente promesso di non segregarli in conclave; ma mancò loro di parola[12]. Li fece entrare nel sacro ricinto il 28 di giugno, di dove non uscirono che dopo quaranta giorni di lotta, proclamando il 7 agosto Giacomo d'Ossa, nativo di Cahors, in allora vescovo di Porto, che si fece chiamare Giovanni XXII. Era il d'Ossa cancelliere di Roberto, re di Napoli, e sua creatura. Era nato vilmente, ma aveva saputo innalzarsi co' suoi talenti non meno che coll'intrigo e coll'arditezza. Si dice che in principio della sua carriera aveva recato a Clemente false commendatizie del re Roberto, e che con tal mezzo ottenne i vescovadi di Frejus e di Avignone[13]. Si racconta pure che nel conclave in cui fu creato papa erano divisi i suffragi; che i Guasconi volevano un papa del loro paese, e che i Francesi ed i Provenzali si unirono agl'Italiani per riportare la santa sede a Roma. Allora non potendo i due partiti andare d'accordo, convennero di porre la nomina del successore di san Pietro in arbitrio del cardinale d'Ossa, il quale con infinito stupore del sacro collegio nominò sè stesso[14]. Per altro l'aperta parzialità di Giovanni XXII per gli oltramontani, la sua vile dipendenza dalle corti di Parigi e di Napoli, la risoluzione da lui presa di fissare in Provenza la sede pontificia, ed i mali cagionati all'Italia dalla sua ambizione e dalla sua venalità, inasprirono in modo gl'Italiani contro di lui, che forse non meritano intera fede le scandalose voci divulgate da' suoi contemporanei intorno alla sua promozione.
[12] _Vita Joan. XXII, a Canon. sanct. Victoris t. III, p. II._
[13] _Ferretus Vicentinus l. VII, p. 1168._
[14] _Gio. Villani l. IX, c. 79._
Dopo la morte d'Enrico VII, Roberto re di Napoli era rimasto senza paragone il più potente sovrano d'Italia. Aveva aggiunto al regno della Puglia la signoria di molte città del Piemonte e l'alleanza di tutti i Guelfi dello stato della chiesa, della Toscana, della Lombardia, che in forza della concessione di Clemente V lo riconoscevano per vicario imperiale. Era Roberto nello stesso tempo sovrano della Provenza, onde tenevasi i papi affatto soggetti, ed aveva un illimitato credito alla corte di Francia. Teneva uniti questi stati l'interesse del partito guelfo, del quale Roberto prendevasi più cura che di tutt'altro affare; e preparavasi ad approfittare dell'interregno dell'impero e delle guerre civili di Germania per ischiacciare affatto il partito ghibellino in Italia.
Ma questo partito era diretto da capi valorosi ed illuminati, da capi intrepidi e pieni di zelo, che potevano lungamente resistere ai loro nemici; da capi strettamente uniti dal timore d'imminente ruina, e che l'implacabile odio della parte guelfa teneva fermi ne' loro principj. Questi capi di parte avevano ottenuta la sovranità della loro patria. Contavansi tra i principali Matteo Visconti signore di Milano e di parte della Lombardia, Cane della Scala signore di Verona e di parte della Venezia, Passerino Bonacossi signore di Mantova, Castruccio Castracani signore di Lucca e capo in Toscana del partito cui aveva formato Uguccione della Fagiuola, e per ultimo Federico di Montefeltro, signore d'Urbino, capitano dei Ghibellini della Marca d'Ancona e del ducato di Spoleto. Altri meno potenti e meno rinomati gentiluomini comandavano in città di minore importanza, in castelli ed in villaggi fortificati, che tenevano soggetti alla lega ghibellina.
Come capo di tutti i Ghibellini d'Italia veniva risguardato, non meno per la sua avanzata età, che per i suoi maturi consigli e per la superiorità delle sue forze, Matteo Visconti. Perciò contro di lui diresse Roberto i suoi primi attacchi: Ugo di Baux che comandava per lui in Piemonte, essendosi alleato colle città di Pavia, Vercelli, Asti ed Alessandria[15], raccolti i fuorusciti della casa de' Torriani coi loro seguaci e la maggior parte de' Guelfi della Lombardia, portò la sua armata a due mila cavalli e dieci mila pedoni. Con queste forze entrò nella Lumellina; ed il giorno 24 decembre del 1313 incontrò presso di Abbiate Grasso l'armata de' Visconti e la ruppe[16]. Ma non tardò a manifestarsi la discordia nel campo di Ugo tra i Provenzali ed i Lombardi. I contadini abbandonati alle molestie delle truppe unironsi ai suoi nemici; ed Ugo, sebbene vittorioso, si trovò costretto di abbandonare vergognosamente il territorio milanese[17].
[15] _Galvan. Flam. Manip. Florum c. 354._
[16] _Alberti Mussati de Gestis Italic. l. I, R. 6._
[17] _Tristani Calchi Hist. Patriæ l. XXI._
Nel susseguente anno 1314 Roberto pose alla testa dei Guelfi di Lombardia Ugo, Delfino del Viennese; il quale riunì come il suo predecessore una bell'armata composta delle milizie delle città guelfe e de' fuorusciti delle ghibelline; ma anche quest'armata non ebbe successi proporzionati alla sua forza. Dopo avere invano tentato d'impadronirsi di Piacenza, Ugo si ritirò in disordine ad Alessandria; e l'armata si dissipò senza avere combattuto[18].
[18] _Alber. Mussati de Gest. Ital. l. III, Rub. 6._
Fu in questo stesso anno che le forze del re Roberto unite a quelle de' Fiorentini ebbero la terribile disfatta di Montecatini, di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo: come pure appartengono alla stessa epoca le vittorie riportate da Cane della Scala sopra i Padovani ed i Guelfi della Marca Trivigiana. Soltanto nel Milanese la vittoria non erasi dichiarata per verun partito; e nel cominciare della campagna del 1315, Matteo Visconti, stretto dalla banda di Bergamo dai fuorusciti di questa città[19], e dalla parte del Po dai Guelfi di Pavia, di Vercelli e di Alessandria[20], fu in pericolo di perdere Bergamo, e costretto ad abbandonare la Lumellina ai nemici che la saccheggiarono. Ma il Visconti, che conosceva quanto quella della guerra, l'arte delle negoziazioni, accordò agli esiliati bergamaschi una pace vantaggiosa[21], e volgendo tutte le sue forze contro i Pavesi, li ruppe la prima volta in luglio presso alla Scrivia, e nel susseguente ottobre s'impadronì per sorpresa della loro città[22]. La morte del conte Riccardo di Langusco, il capo de' Guelfi pavesi, la prigionia di molti signori della famiglia della Torre, il saccheggio e la ruina d'una città che doveva essere considerata come la capitale della parte guelfa in Lombardia, furono le prime conseguenze di questo avvenimento. Non tardò il terrore ad impadronirsi de' Guelfi, onde le città di Tortona e d'Alessandria si diedero volontariamente a Matteo Visconti[23]. Como, Bergamo e Piacenza erano di già a lui soggette, ed il partito ghibellino trionfò in quasi tutta la Lombardia.
[19] _Ibid. l. VII, Rub. 3._
[20] _Ibid. Rub. 5._
[21] _Albert. Mussati de Gestis Ital. l. VII. R. 9._
[22] _Ibid. Rub. 11._
[23] _Ibid. Rub. 19. — Tristani Calchi l. XXI._
Tale era lo stato delle fazioni, in Italia, quando venne creato in Lione papa Giovanni XXII. Roberto che aveva avuto una serie di sventure durante l'interregno della chiesa, volle allora sperimentare se col mezzo di un pontefice, che gli era affatto ligio, e coi soccorsi delle sue armi spirituali potrebbe restaurare quell'equilibrio che i suoi generali avevano lasciato distruggere. Siccome i capi che combattevano contro di lui, pretendevano di essere rivestiti dell'autorità imperiale, pensò di volerneli privare; e Giovanni XXII dichiarò con una bolla pontificia decaduti, alla morte d'Enrico VII, da' loro diritti quelli che il defunto monarca aveva nominati suoi vicarj imperiali. «Dio medesimo, diceva il papa, confidò l'impero della terra come quello del cielo al sommo pontefice, e durante l'interregno tutti i diritti dell'imperatore sono devoluti alla chiesa; e quello che, senza averne chiesta ed ottenuta la permissione dalla sede Apostolica, continua ad esercitare le funzioni che gli aveva accordate l'imperatore, si rende colpevole, offendendo la stessa divina maestà[24].»
[24] _Bolla in data dell'undici delle Calende d'aprile 1317. Rayn. § 27._
Non voleva il Visconti apertamente dichiararsi contro la chiesa, ma non voleva pure lasciarsi spogliare della sua autorità. S'avvide che il potere confidatogli da Enrico non poteva sopravvivergli, e rinunciò al titolo di vicario imperiale, ma chiese ai popoli da lui governati che colla loro approvazione confermassero la sua autorità, ed assunse il nuovo titolo di capitano e difensore della libertà milanese[25].
[25] _Bonin. Morigiæ Chron. Mediol. l. II, c. 22. — Galv. Flam. Man. Flor. c. 365. — Trist. Calchi Hist. l. XXI._
Quest'atto di deferenza non salvò il Visconti dalla collera del papa, il quale lo stesso anno 1317 pronunciò contro di lui sentenza di scomunica, e pose Milano sotto l'interdetto; ma tutt'ad un tratto le armate collegate di Roberto, del papa e de' Guelfi s'allontanarono dalla Lombardia a cagione della rivoluzione scoppiata in Genova; e tutte le forze delle fazioni si ridussero nella Liguria, in un angusto spazio tra le montagne ed il mare per decidere del dominio di tutta l'Italia.
Quattro grandi famiglie, i Doria, gli Spinola, i Grimaldi ed i Fieschi amministravano da lungo tempo la repubblica di Genova: una gioventù bellicosa, grandi ricchezze, vasti feudi nelle due riviere sparsi di fortezze assicuravano la loro potenza. Le due prime famiglie erano ghibelline, guelfe le altre; ed un'impaziente rivalità teneva sempre divisi coloro, che la stessa fazione avrebbe dovuto conservare uniti. I Doria e gli Spinola governavano Genova dopo il passaggio d'Enrico VII fino al presente, ed i Grimaldi ed i Fieschi n'erano sbanditi. Ma i primi non sapevano frenare la mutua loro gelosia, volendo ogni famiglia regnar sola; onde, in occasione d'una sommossa nella piccola città di Rapallo, i Doria attaccarono gli Spinola in febbrajo del 1314[26]. La guerra civile si prolungò ventiquattro giorni nell'interno della città; i molti loro palazzi eransi trasformati in fortezze, che venivano a vicenda attaccate e difese, e la sorte della guerra era sempre incerta[27]. Intanto i Doria chiamarono in loro soccorso gli esiliati guelfi, Grimaldi e Fieschi, e costrinsero gli Spinola ad abbandonare la città.
[26] _Gio. Villani l. IX, c. 56._
[27] _Uberti Folietae Genuens. Hist. l. VI._
Ma i vincitori che volevano attaccare gli Spinola nelle loro rocche, furono costretti prima di tutto di ricompensare gli alleati da cui erano stati ajutati; onde divisero il governo dello stato coi Guelfi, e non tardarono ad accorgersi di non essere i più potenti. Nel 1317 i Guelfi vollero finalmente ridonare la pace alla città, ed ordinarono ai Doria di riconciliarsi cogli Spinola; e perchè i primi non ubbidivano, aprirono le porte agli Spinola. Una strana rivoluzione emerse in allora da così violenta animosità e dal reciproco timore. Spaventati i Doria dalla superiorità che acquistavano i loro nemici, uscirono, senza combattere, dalle mura di Genova; e gli Spinola non meno dei Doria atterriti nel trovarsi in balìa de' Guelfi che gli avevano chiamati, abbandonarono ancor essi la città; onde i Grimaldi coi Fieschi si trovarono soli padroni della repubblica loro abbandonata dalle due fazioni ghibelline.
Le due famiglie rivali che trovaronsi esiliate assieme dopo avere volontariamente abbandonata la patria ai loro nemici, non tardarono, nel comune infortunio, a riconciliarsi. S'impadronirono di Savona e di Albenga, che fortificarono per servire di centro alle loro forze. I Ghibellini delle montagne si unirono ai fuorusciti genovesi, cui Matteo Visconti e Cane della Scala promisero larghi soccorsi[28].
[28] _Georg. Stellae Annal. Gen. t. XVII, p. 1029. — Gio. Villani L. IX c. 85. — Uberti Folietae Hist. gen. l. VI, p. 414._
In marzo del 1318 Marco Visconti, figliuolo del signore di Milano, passò le montagne della Bocchetta con un'armata, e si avanzò fino alle porte di Genova per assediarla. Una flotta ghibellina, equipaggiata a Savona dagli emigrati, presentossi nello stesso tempo innanzi al porto, e dopo varie scaramucce s'impadronì della torre del Faro. L'armata del Visconti si divise ne' sobborghi di san Giovanni e di sant'Agnese, occupando le valli di Bisagno e della Polsevera[29]. I Grimaldi ed i Fieschi, vedendosi addosso tutte le forze de' Ghibellini d'Italia, scrissero al re Roberto di Napoli ed a tutte le città guelfe per avere soccorsi.
[29] _Gio. Villani l. IX, c. 90. — Chron. Asten. t. XI, c. 99, p. 254._