Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 19
[403] _Gio. Villani l. XII, c. 7, p. 881._
Il potere di un solo era stato creato dalla discordia degli ordini della nazione; ma tutte le classi de' cittadini provavano a vicenda l'oppressione e si adiravano contro il giogo che le opprimeva. I grandi che avevano procurata al duca la signoria, erano disgustati della sua ingratitudine, vedendo che non dava loro parte alcuna nel governo. La superior classe de' borghesi, che prima di lui era la sola potente, l'odiava mortalmente trovandosi da lui ingannata e spogliata degl'impieghi; nè meno di questi erano irritati i borghesi del second'ordine a cagione dell'accrescimento delle imposte, del sovvertimento d'ogni giustizia, e pei vergognosi trattati fatti in nome della loro patria; finalmente il minuto popolo, sedotto da ineseguibili promesse, aveva aperti gli occhi; all'odio contro i suoi magistrati, era succeduta la compassione, onde la gioja che a principio avevano manifestata pei supplicj ordinati dal duca, eccitava adesso l'orrore. Una carestia probabilmente non imputabile a Gualtieri accresceva il malcontento del popolo. _Firenze_, dice un antico suo proverbio, _non si muove se tutta non si duole_. Firenze soffriva tutta intera, e tutta intera si sollevò. Ogni classe era separatamente oppressa; ed ogni classe cercò separatamente di liberare la patria senza l'altrui soccorso. Tramaronsi molte congiure senza che le une avessero sentore delle altre; ma tre furono più potenti delle altre, e più delle altre a portata di presto eseguire i loro progetti. Capo della prima era lo stesso vescovo di Firenze, di casa Acciajuoli, e vi entravano quasi tutti i grandi e spezialmente i Bardi, i Rossi, i Frescobaldi, gli Scali, ed alcuni potenti borghesi, come gli Altoviti, i Magalotti, gli Strozzi ed i Mancini. Questi congiurati erano uniti coi Pisani, coi Sienesi, coi Perugini e coi conti Guidi. Erano intenzionati d'attaccare il duca d'Atene nel proprio palazzo nell'atto che riunirebbe il consiglio; ma il duca che facevasi ogni giorno più sospettoso, licenziò una parte delle sue guardie, tra le quali trovavansene molte guadagnate dai congiurati, e loro sostituì nuovi soldati più fedeli ed in maggior numero, onde porsi in sicuro contro qualunque attacco; fece inoltre chiudere con cancelli di ferro tutti i passaggi pei quali i congiurati, delusi ne' loro progetti precedenti, pensavano d'entrare in palazzo[404].
[404] _Gio. Villani l. XII, c. 15._
Dirigevano la seconda congiura Manno e Corso Donati coi Pazzi, coi Cavicciuoli ed alcuni Albizzi. Avevano questi determinato d'attaccare il duca il dì della festa di san Giovanni nell'atto ch'entrerebbe nel palazzo degli Albizzi per vedere una corsa di cavalli. Ma il duca ebbe qualche sospetto del pericolo, e non v'andò.
Principali della terza congiura erano Antonio degli Adimari, i Medici, i Bordoni, gli Oricellai, gli Aldobrandini e moltissimi altri ricchi borghesi. Saputosi da questi che il duca manteneva una corrispondenza amorosa in una delle case Bordoni, fecero alcuni preparativi per sbarrare la strada, e posero cinquanta uomini de' più coraggiosi alle due estremità, i quali dovevano chiudere l'uscita tosto che il duca sarebbe entrato nella casa dei Bordoni; ma Gualtieri che rendevasi ogni giorno più sospettoso, cominciò appunto allora a farsi accompagnare, anche nelle visite galanti, da cinquanta cavalli e da cento pedoni ben armati, che restavano di guardia presso la casa in cui entrava; ed erano tali da sostenere vantaggiosamente un primo attacco.
Le tre congiure, sebbene continuamente impedite dal timore o antivegenza del duca, sussistevano sempre, e meditavano nuove imprese, quando la terza fu scoperta per l'imprudenza d'un uomo d'armi ch'essa aveva guadagnato. Tostochè il duca ebbe un leggero sospetto, fece il 18 luglio arrestare due oscuri cittadini del numero de' congiurati, e per mezzo della tortura strappò loro di bocca la confessione della congiura, ed il nome di Antonio di Baldinaccio degli Adimari che n'era capo; il quale fu subito per ordine del duca posto in prigione ed avvisato di prepararsi alla morte[405].
[405] _Istorie Pistolesi p. 494._
Ma la notizia dell'imprigionamento di così distinto cittadino, e dell'imminente suo pericolo, sparse il terrore in tutta la città: ciascuno trovavasi a parte di qualche congiura, o conoscevasi colpevole d'avere assistito a qualche adunanza in cui disponevansi nuove trame; ciascuno credevasi compromesso, e cercando di porsi in istato di difesa, mostrava di essere reo. Il duca, veduto questo generale movimento, s'accorse che tutta la città era contro di lui congiurata, e trovandosi troppo debole per incrudelire all'istante contro coloro che aveva fatti sostenere, volle prima di tutto assicurarsi i soccorsi de' suoi alleati, ond'essere poi in istato d'avviluppare i capi di tutte le congiure in una sola vendetta. Fece chiedere a Taddeo Pepoli, signore di Bologna, di spedirgli alcuni rinforzi, e quando seppe che trecento cavalli eransi avanzati negli Appennini per venire in suo ajuto, ordinò a trecento de' principali cittadini di Firenze di portarsi all'indomani, 26 luglio, nel suo palazzo, per deliberare con lui intorno alla sorte de' colpevoli. Per l'adunanza di questo consiglio scelse una sala le di cui finestre erano difese da cancelli di ferro, ed ingiunse alle sue guardie di chiudere le porte del palazzo tosto che sarebbersi adunati i cittadini, di assalirli all'impensata ed ucciderli, promettendo loro in premio di tanta barbarie il sacco della città[406].
[406] _Gio. Villani l. XII, c. 15._
Tra coloro che il duca aveva chiamati nel suo consiglio, trovavansi i principali capi di tutte le congiure, i quali avevano ragione di credere il tiranno almeno in parte informato delle loro trame, e non erano altrimenti disposti di porsi essi medesimi nelle sue mani. Altronde un confuso bucinamento dei preparativi che facevansi in palazzo erasi sparso in tutta la città, e ne accresceva ii terrore. Fin allora eransi tutti per timore taciuti, ma un nuovo motivo di timore più grande e più imminente fece rompere questo silenzio; tutti presero a domandare consiglio o assistenza ai loro vicini, ai loro amici; tutti fecero conoscere la situazione in cui si trovavano; durante quella notte tutti i diversi conciliaboli comunicarono assieme, ed i Fiorentini vennero in chiaro che tre congiure indipendenti le une dalle altre erano in procinto di scoppiare nello stesso tempo. L'occasione di sorprendere il tiranno non era più sperabile, ma le forze per attaccarlo apertamente erano maggiori assai che non lo avevano creduto gli stessi congiurati. Tutti coloro che il duca aveva chiamati, convennero prima di tutto di non andare al consiglio, tenendosi invece armati nelle proprie case coi loro servi, clienti ed amici. Intanto molte persone s'andavano in silenzio adunando senza che si facesse per le strade verun movimento: seicento cavalli del duca occupavano diversi quartieri della città per mantenervi la quiete, e gli ajuti che aspettava da Bologna e dalla Romagna avevano di già passata la sommità degli Appennini. Tutto ad un tratto alcuni oscuri plebei diedero il segno della rivoluzione gridando alle armi sulla piazza di mercato vecchio ed alla porta di san Pietro. A questo grido tutti i palazzi di Firenze s'aprirono, e le truppe che vi si erano adunate in silenzio marciarono rapidamente alle loro piazze d'armi; le strade furono barricate, ovunque spiegati gli stendardi del comune e del popolo, e tutti i cittadini chiamaronsi e si risposero col grido di viva il popolo, il comune, la libertà.
La cavalleria del duca, sorpresa ne' diversi quartieri della città, faceva ogni sforzo per ritirarsi verso il palazzo ed unirsi presso al duca, ma non ve ne giunsero che trecento, essendone stati uccisi molti, altri fatti prigionieri e spogliati delle loro armi. Frattanto il principale corpo della cavalleria del duca occupava la piazza de' priori innanzi al palazzo, onde il popolo vi accorse affollato, e, barricando tutte le strade che vi conducevano, impedì alla cavalleria d'attaccare i cittadini, e di scorrere la città. Allora tutte le case che circondano la piazza si aprirono ai cittadini armati per la libertà; tutti i tetti si cuoprirono di assalitori che passando dagli uni agli altri, lanciavano pietre e tegole contro i soldati, bersagliati ancora dagli arcieri che stavano alle finestre. La cavalleria chiusa in piazza ed esposta ad una grandine di saette, fu avanti sera forzata a fuggire in palazzo, abbandonando i cavalli al popolo, che occupò pure la piazza medesima.
Intanto era stato attaccato e preso da altri insorgenti il palazzo del podestà, aperte le prigioni della Stinca e di Volognano, e liberati i prigionieri. Dall'altra parte dell'Arno gl'insorgenti avevano occupate le porte, le mura ed i ponti e convertito il loro quartiere in una fortezza, nella quale erano disposti a difendere la loro libertà, se i loro concittadini rimanevano altrove soccombenti; ma in sul fare della sera attraversarono essi medesimi i ponti, distrussero le barricate, e riaprirono le comunicazioni cogli altri quartieri della città; poi si avanzarono verso la piazza dei priori ripetendo la parola che aveva servito di segnale all'insurrezione: _muora il duca, viva il comune e la libertà!_ Ebbe allora Firenze sotto le armi mille cittadini a cavallo, e dieci mila, che, quantunque a piedi, erano armati di corazze e di barbuti come i cavalieri. Quelli non avevano intera armatura, o soltanto gli stromenti che avevano mutati in armi non furono contati.
Il duca assediato nel suo palazzo da forze tanto superiori, cercò di calmare il popolo. Armò cavaliere di propria mano Antonio degli Adimari che aveva prima fatto imprigionare, e lo mandò verso i congiurati per cercar di calmare la loro collera. Di già molti satelliti della sua tirannide erano stati sorpresi in varj luoghi, ed implacabilmente uccisi. Da ogni banda giugnevano soccorsi ai Fiorentini, i quali avevano di già organizzato un nuovo governo composto di sette nobili e di sette cittadini; e il duca che difendeva il palazzo con circa quattrocento Borgognoni, cominciava a soffrire la fame. In tale stato di cose il vescovo di Fiorenza, che aveva congiurato contro la tirannide, si fece mediatore tra il popolo irritato ed il tiranno per salvargli la vita; ma il duca non ottenne grazia dal popolo, che abbandonandogli Guglielmo d'Assisi il più odiato de' suoi ministri, il giudice che aveva prestato il proprio ministero a tutte le sue crudeltà. Quest'uomo feroce fu dalla plebe furibonda fatto in pezzi con suo figliuolo, il quale non contava più di quattordici anni, ed aveva un volto fatto per intenerire il popolo; ma era stato veduto sempre assistere ai supplicj ordinati dal padre, e domandare in grazia agli esecutori la continuazione della tortura, ch'era il suo più favorito spettacolo; onde a suo riguardo veniva dato un nuovo colpo di corda a coloro che il carnefice aveva cessato di tormentare.
In forza del trattato convenuto colla mediazione del vescovo, il duca d'Atene rinunciava a qualunque siasi autorità sopra Firenze, ed a qualunque diritto dipendente dalla elezione del popolo. Prometteva di ratificare tale rinuncia tostochè fosse condotto sano e salvo fuori del territorio fiorentino. D'altra parte il vescovo, i quattordici commissarj del popolo, gli ambasciatori dei Sienesi ed il conte di Battifolle, ch'era accorso in ajuto degl'insorgenti, si obbligavano di proteggere la ritirata del duca e de' suoi soldati, assicurandoli dagl'insulti del basso popolo finchè fossero in sicuro fuori del territorio della repubblica. Il duca d'Atene aprì il 3 agosto il suo palazzo ai negoziatori, dopo avere sofferti otto giorni di assedio; ma vi rimase, così da loro consigliato, fino alla notte del mercoledì 6 agosto, onde dar tempo al popolo di calmarsi. Uscì finalmente in quella notte dal palazzo e dalla città sotto la scorta de' più potenti cittadini di Firenze, che dovevano guarentire da ogni insulto la sua persona, e fu condotto per la via di Valombrosa a Poppi, feudo indipendente, posto su le montagne. Giunto in questo territorio neutrale rinunciò a tutti i diritti che aver poteva sopra Firenze, suo distretto, e sopra le città che gli si erano assoggettate, promettendo di non cercare mai più vendetta della loro ribellione. In appresso attraversò la Romagna, e passò a Venezia, ove s'imbarcò, quando meno si credeva, per andare in Puglia, abbandonando senza averli pagati i suoi più fedeli soldati. Il 26 luglio, giorno di sant'Anna, in cui la sua tirannide era stata distrutta, fu dai Fiorentini dichiarata festa solenne[407].
[407] _Gio. Villani l. XII, c. 16. — Ist. Pist. p. 494. — Andrea Dei Cron. Sanese, p. 108._
CAPITOLO XXXVI.
_Firenze, dopo la cacciata del duca d'Atene. — Grande compagnia del duca Guarnieri. — La regina Giovanna succede a Roberto, e fa uccidere suo marito. — Carlo IV eletto in opposizione a Luigi di Baviera._
1343 = 1346.
La tirannide di pochi mesi basta a distruggere la prosperità, prezzo di molti anni di vittoria, e la saggia economia di molte generazioni. Firenze che uguagliava Venezia in ricchezze ed in potere, e superava tutte le altre repubbliche d'Europa, perdette nel breve corso della signoria del duca d'Atene tutti i suoi tesori, e tutti i suoi stati. In tempo della guerra con Mastino della Scala la signoria aveva guarnigione propria in Arezzo, Pistoja, Volterra e Colle di Val d'Elsa, possedeva diecinove castelli murati nel territorio di Lucca, e quarantasei nel proprio, senza contare quelli che appartenevano ai nobili suoi cittadini. Le pubbliche entrate ascendevano allora a trecento mila fiorini[408]. Il solo re di Francia era più ricco assai fra tutti i monarchi della cristianità; quelli di Sicilia e di Arragona erano più poveri, e quello di Napoli aveva un'entrata eguale appena a quella de' Fiorentini[409].
[408] Peso per peso 3,600,000 lire; ma il valore del danaro era quadruplo del presente, ed inoltre tutti i sovrani erano infinitamente più poveri.
[409] _Gio. Villani l. XI, c. 91._
Le spese del comune in tempo di pace non consumavano il sesto delle entrate[410]. Lo stato ordinario delle spese non oltrepassava i quaranta mila fiorini, senza per altro contare il salario delle truppe a cavallo. Ma perchè la repubblica, appena falla la pace, licenziava i suoi condottieri, essa riprendeva un reggime economico, che la poneva ben tosto in situazione di pagare i suoi debiti[411]. A me pare che nel circostanziato conto della spesa siavi qualche cosa di commovente, quando ci ricordiamo essere un cotal conto di uno de' più potenti stati d'Europa, e che non vi si trova pagato un solo pubblico funzionario quando non sia forastiere. In una repubblica è sufficiente compenso del lavoro l'onore di governare, e quando il buon nome è la sola ricompensa de' magistrati, tutti si sforzano di meritarlo; per lo contrario, ricevendo un salario, conseguono il loro intento quando ottengono la mercede, e l'impiego non lascia d'essere loro utile sebbene non siansi meritato l'amore del popolo, nè il rispetto della posterità.
[410] Di quest'epoca appunto abbiamo uno stato dell'entrate e delle spese della repubblica fiorentina, dettato da Giovan Villani ed in appresso copiato con poche variazioni da Marchione de Stefani. Gli è questo un curioso documento per l'economia politica e per la storia delle finanze.
_Entrate della città e repubblica di Firenze dal 1336 al 1338 a fiorini d'oro del peso di 72 grani, di 24 carati._
Gabella delle porte e diritto di entrata ed uscita, appaltate per un anno _fior._ 90,200 Gabella per la vendita del vino alla spicciolata 1/3 del valore 59,300 Estimo 30,100 Gabella del sale venduto quaranta soldi per stajo ai borghesi e venti soldi ai contadini 14,450 Entrata dei beni de' ribelli, esiliati e condannati 7,000 Gabella sui prestatori ed usuraj 3,000 Prestazione dei nobili possidenti nel territorio dello stato 2,000 Gabella dei contratti (iscrizioni in ipoteca) 11,000 Gabella dei macellaj di città 15,000 Gabella dei macellaj di campagna 4,400 Gabella degli albergatori 4,050 Gabella delle farine e mulini 4,250 Tassa sui cittadini nominati podestà in paesi esteri 3,500 Gabella delle accuse 1,400 Prodotto della zecca sulle monete d'oro 2,300 Simile per le monete di rame 1,500 Rendita dei beni del comune e de' pedaggi 1,600 Gabella sui mercanti di bestie in città 2,150 Gabella per la verificazione dei pesi e delle misure 600 Immondezza ed affitto dei vasi d'Orsanmichele 750 Gabella sugli albergatori di campagna 550 Gabella dei mercanti della campagna 2,000 Ammende e condannazioni delle quali si ottengono il pagamento 20,000 Mancanza de' soldati (per esempio a titolo di dispensa dalla milizia) 7,000 Gabella sulle porte delle case di Firenze 5,550 Gabelle sulle fruttajuole e venditrici alla spicciolata 450 Licenza per portar armi a 20 soldi per testa 1,300 Gabella dei sergenti 100 Gabella sulla zattera dell'Arno 100 Gabella dei revisori delle guarenzie date alla comunità 200 Parte spettante allo stato dai diritti percetti dai consoli delle arti 300 Gabelle sui cittadini abitanti in campagna 1,000 ------- _fior._ 297,100 Gabella sulle possessioni di campagna Gabella sulle battaglie senz'armi Gabella di Firenzuola Gabella de' mulini e pescagioni ------- Il totale oltrepassa _fior._ 300,000
[411] _Spese della repubblica di Firenze dal 1336 al 1333 in lire fiorentine, valutato il fiorino d'oro lir. 3, sold. 2._
Salario del podestà e della sua famiglia, cioè arcieri e birri _lir._ 15,240 ---- del capitano del popolo e della sua famiglia 5,880 ---- dell'esecutore dell'ordinanza di giustizia 4,900 ---- del conservatore con cinquanta cavalli e cento fanti (ufficio straordinario ben tosto abolito ) 26,040 Giudice delle appellazioni sui diritti della comunità 1,100 Ufficiale incaricato di contenere il lusso delle donne 1,000 ---- del mercato d'Orsanmichele 1,300 Ufficio del salario delle truppe 1,000 ---- delle paghe morte ai soldati 250 Tesorieri del comune loro ufficiali e notaj 1,400 Ufficio delle entrate fondiarie del comune 200 Custodi e guardie delle prigioni 800 Tavola dei priori e della loro famiglia in palazzo 3,600 Salario dei donzelli del comune e dei guardiani delle torri del podestà e dei priori 550 Sessanta arcieri e loro capitano in servigio dei priori 5,700 Notajo delle riformazioni col suo ajutante 450 Leoni, torcie, lumi e fuoco in palazzo 2,400 Notajo al palazzo de' priori 100 Salario degli arcieri ed uscieri 1,500 Trombetti del comune 1,000 Elemosine ai religiosi ed agli spedali 2,000 Seicento guardie di notte in città 10,800 Stendardi per le feste e corse de' cavalli 310 Spie e messaggieri del comune 1,200 Ambasciatori 15,500 Castellani e guardie delle fortezze 12,400 Approvvigionamento annuale di armi e freccie 4,650 ------- Fior. 39,119 a lir. 3, ss. 2 per fiorino _lir._ 121,270
I lavori alle mura, ai ponti, alle chiese formano la spesa straordinaria unitamente al soldo delle milizie di guerra. In tempo di pace la repubblica non manteneva che settecento in mille cavalli ed altrettanti pedoni.
Tutte le classi della nazione avevano prosperato sotto questo provido governo, e quanto più l'entrate dello stato venivano economicamente amministrate, vedevansi maggiormente crescere le ricchezze de' privati. La sola vista di Firenze annunciava l'opulenza de' cittadini. Deliziosi giardini circondavano la città, ed in quella ridente campagna ogni poggio era coronato da qualche edificio, ed ogni casa privata sembrava un palazzo. Entro la città l'architettura era ancora più magnifica, antichi monumenti, che ne formano anche al presente uno de' più vaghi ornamenti, univano la solidità e la maestà. Il lusso de' nostri antenati aveva su quello della presente età il vantaggio di essere destinato a durare lungamente. L'emulazione de' suoi cittadini nasceva da desiderio di gloria, onde aveva sempre innanzi agli occhi la posterità; la nostra non è che vanità, e, non cercando che l'ammirazione de' contemporanei, i nostri monumenti si distruggono in pari tempo che la nostra fama.
La città di Firenze contava 25 mila cittadini atti alle armi; ritenuto per altro che l'obbligo della milizia durava dai quindici anni fino ai settanta; e l'intera popolazione ammontava a 150 mila abitanti[412]. Gli uomini atti alle armi nel territorio ammontavano ad 80 mila; mille cinquecento nobili erano subordinati alle ordinanze di giustizia, sessantacinque de' quali soltanto erano ordinati cavalieri. Le scuole di leggere e scrivere venivano frequentate da otto in dieci mila fanciulli; mille duecento studiavano l'aritmetica sotto sei maestri, e cinque in sei cento applicavansi allo studio della grammatica e della logica. Contavansi entro le mura cento dieci chiese, cinquantasette delle quali erano parrocchiali, cinque abbazie, due priorati abitati da ottanta regolari; ventiquattro monasteri di donne, che racchiudevano cinquecento religiose; settecento monachi di differenti ordini, duecento cinquanta in trecento preti cappellani, e trenta spedali con mille letti per i poveri e gli infermi. Oltre gli abitanti trovavansi sempre in Firenze almeno mille cinquecento forastieri.
[412] Calcolando in ragione di 5,800 in 6,000 battesimi all'anno, lo stesso Villani ritiene la popolazione di Firenze assai più bassa, ma nella peste, del 1348, morì più gente in Firenze, che il Villani non credeva trovarsi in città.