Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 18
Dopo questa disfatta si affrettò di lasciare il territorio di Lucca, e la signoria, rinunciando per il presente anno ad un secondo attacco, cercò di afforzarsi con nuove alleanze, per ricominciare più vigorosamente la guerra nella seguente campagna. Prima di tutto ella si volse al re Roberto di Napoli, che da lungo tempo non soddisfaceva agli obblighi contratti nelle precedenti alleanze, e acconsentì pure, per fargli cosa grata, di riconoscere i pretesi suoi diritti sopra Lucca[385]; ma perchè Roberto non si mosse per sostenere queste sue pretese nè per difendere i suoi alleati, i Fiorentini scordarono gli antichi odj, come altri aveva a riguardo loro scordata un'antica amicizia, e promossero l'alleanza d'un uomo di cui eransi fin allora mostrati acerbissimi nemici.
[385] _Gio. Villani l. XI, c. 136, p. 861. — Beverini Annales Lucens. l. VII, p. 919. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1008._
Luigi di Baviera, sempre scomunicato dal papa, sempre da lui spogliato di tutte le dignità, non lasciava perciò di regnare come imperatore sopra una vasta parte della Germania. Erasi egli intimamente unito al duca d'Austria, mentre Giovanni, re di Boemia, dichiaravasi suo nemico. La guerra che i Fiorentini avevano fatta al Boemo diventava per Luigi un motivo di scordare la guerra fatta prima a lui medesimo: altronde, dopo l'assenza di quattordici anni, l'imperatore desiderava di rivedere l'Italia, onde entrò in negoziazioni per condurre, a condizione di pagargli un considerabile sussidio, un'armata in servigio de' Fiorentini. I suoi ambasciatori giunsero per quest'oggetto in Firenze, e furono magnificamente ricevuti; ma mentre un tale trattato incontrava di sua natura molte difficoltà e veniva inoltre ritardato da nuovi affari che occupavano l'imperatore in Germania, la sua pubblicità arrecò ai Fiorentini gravissimi danni, perchè si cominciò a tenere per indubitato che fossero in procinto di abbandonare la parte guelfa per allearsi colla ghibellina. I nobili napoletani, che avevano fidate le loro sostanze al mercanti di Firenze, temettero una rivoluzione che obbligherebbe il loro re ad entrare in guerra contro la repubblica, e rivollero i loro capitali; la quale inaspettata domanda fu cagione del fallimento delle migliori case di Firenze[386].
[386] _Gio. Villani l. XI, c. 137, p. 863. — Beverini Annales Lucens. l. VII, p. 920._
Frattanto Malatesta de' Malatesti di Rimini aveva preso il comando dell'armata fiorentina; ed il 27 marzo del 1342 si pose in campagna accampandosi a Gragnano sui poggi che separano la Valle di Nievole dal piano di Lucca. Colà trovandosi ebbe modo di avere segrete corrispondenze nel campo nemico, ad oggetto di sedurre i Tedeschi che militavano per i Pisani. Ma questi avevano nominato loro capitano Nolfo di Montefeltro, parente di Malatesta, anche esso romagnolo, e non meno di lui addestrato negli intrighi e nelle trame, di cui la Romagna fu sempre maestra. Durante un mese e mezzo cercarono d'ingannarsi vicendevolmente, senza venir mai ad un fatto d'armi. In pari tempo i Fiorentini, sospettando che i Tarlati, signori di Pietra Mala, avessero tramato di sorprendere Arezzo, fecero sostenere in prigione i principali capi di questa famiglia: ma molti altri essendosi rifugiati ne' loro castelli, li fecero ribellare alla repubblica e spiegarono le insegne ghibelline[387].
[387] _Gio. Villani l. XI, c. 138. — Istorie Pistol. p. 483. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1010. — Ser Gorello, Cronaca d'Arezzo c. 5. p. 832._
Mentre ciò accadeva, Gualtieri di Brienne, duca d'Atene, quello stesso che nel 1326 era stato in Firenze luogotenente del duca di Calabria, andando dalla Francia a Napoli passò per Firenze. Era Gualtieri nato in Grecia, ed apparteneva a quella tralignata stirpe ch'era in Levante succeduta ai primi crociati, indicati perciò con ingiurioso soprannome. Era di bassa statura, ed aveva un ributtante aspetto, che nascondeva uno spirito sospettoso e falso, un cuor perfido, costumi corrottissimi. La sua ambizione non sentiva nè il freno della morale, nè quello della religione, e la sola avarizia avanzava l'ambizione: per dirlo in una parola, di tutte le virtù che avevano resi gloriosi i suoi antenati, non aveva ereditato che il valor militare; qualità abbagliante, sebbene non rara, compatibile con ogni sorta di vizj, e talvolta ancora colla stessa viltà. Il ducato d'Atene era stato tolto a suo padre dai Catalani l'anno 1312[388]; il ducato di Lecce, in Puglia, gli rimaneva, e quello era il solo suo patrimonio. Dopo il 1326 la compagnia de' Catalani essendosi sottomessa al re di Sicilia, tre figliuoli di Federico avevano successivamente avuto il titolo ed il governo del ducato d'Atene[389]. Nondimeno Gualtieri era tenuto in molta considerazione perchè supponevasi che avesse il favore dei re di Francia e di Napoli; e quest'ultimo nelle negoziazioni avute colla repubblica fiorentina le aveva annunziato che avrebbe dato a Gualtieri il comando della truppa che disponevasi a mandare in di lei soccorso; onde la signoria lusingavasi di vincere finalmente l'avarizia e l'irresoluzione dell'antico alleato, affidando qualche impiego a colui ch'era stato favorito di suo figliuolo, e che adesso veniva indicato come suo luogotenente[390].
[388] _Ducange, Storia di Costantinopoli l. VI, c. 8, p. 118._
[389] _Ib. l. VII, c. 21 e 22, p. 124._
[390] _Gio. Villani l. XI, c. 137, p. 862._
Gualtieri di Brienne recossi effettivamente all'armata fiorentina, che il Malatesta teneva accampata a san Pietro in Campo, presso Lucca, e fu colà raggiunto da molti baroni di Luigi di Baviera, che venivano in qualità di volontarj a militare sotto le bandiere di Firenze. Per le dirotte piogge del mese di maggio le acque del Serchio cresciute a dismisura, avevano rotti gli argini, e resa l'armata affatto inattiva, sebbene i Fiorentini avessero due volte più forze dei Pisani. Non potendo far altro, il duca d'Atene ed i baroni tedeschi si segnalarono vicendevolmente in alcune scaramucce, nelle quali se fossero stati sostenuti da Malatesta, avrebbero più d'una volta potuto romper tutta l'armata pisana: ma il Malatesta diede all'opposto ai Pisani quanto tempo volevano per afforzare le loro linee; e quando vide che più non potevano essere vantaggiosamente attaccati, e che le inondazioni del Serchio impedivano i trasporti delle vittovaglie, s'allontanò da Lucca il 29 di maggio, riconducendo la sua armata in Val d'Arno. Coloro che comandavano a Lucca per parte della repubblica fiorentina, vedendo che l'armata che doveva liberarli, non aveva potuto far levare l'assedio, e mancando affatto di munizioni, capitolarono, cedendo la città ai Pisani il giorno 6 di luglio del 1342[391].
[391] _Gio. Villani l. XI, c. 139. — Istorie Pistolesi; p. 484. — Cronica di Pisa t. XV, p. 1011. — B. Marangoni Cron. di Pisa, p. 696. — Andrea Dei Cronica Sanese, t. XV, p. 104. — Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 923._
Il malcontento del popolo manifestossi in Firenze con una terribile violenza, allorchè fu veduta entrare la potente armata di Malatesta che aveva lasciato prender Lucca sotto i suoi occhi; il pubblico accusava a vicenda d'inesperienza e di viltà il generale, d'ignoranza, di presonzione o di venalità i signori della guerra. Se avesse comandato, si diceva, il duca d'Atene, non avrebbe sofferta una così dannosa inazione, nè così vile ritirata; ma questi, a dispetto della fortuna de' Fiorentini che aveva loro mandato un così riputato generale, era stato ridotto al rango di semplice spettatore dei mancamenti e dell'ignoranza di un altro. Convenne, per soddisfare al popolo, dare all'istante il titolo di capitano di giustizia al duca d'Atene; ed allorchè il 1º agosto terminò la condotta del Malatesta, si dovette confidare al duca il comando generale dell'armata. In forza delle quali attribuzioni ebbe questi il diritto di alta giustizia nella città e nel campo[392].
[392] _Gio. Villani l. XII, c. 1._
Due fazioni erano di que' tempi in Firenze che miravano a distruggere la pubblica libertà. Formavasi la prima dell'antica nobiltà. Esclusi i nobili dal governo da un'ordinanza di giustizia, vedevansi esposti ad arbitrarie e talvolte ingiuste procedure qualunque volta il solo loro nome veniva pronunciato in qualche sommossa, e la gelosia del popolo rimproverava loro perfino il potere di cui esso gli aveva spogliati: perciò erano essi disposti a tutto intraprendere per rovesciare quella libertà cui essi non partecipavano. Un'altra non meno potente fazione trovavasi alla testa del governo, indicata col nome di _popolani grassi_; i quali in una repubblica, le di cui leggi erano tutte democratiche, avevano trovato il modo di arrogarsi esclusivamente la sovranità che doveva appartenere a tutto il popolo. La loro oligarchia borghese era oggetto dell'universale gelosia; erano accusati d'imprudenza e d'incapacità nel trattare gli affari, e di venalità negl'impieghi. Il Villani attesta che costoro s'arricchivano con vergognosa impudenza, appropriandosi il danaro dello stato, e che a Mastino della Scala per la compra di Lucca avevano dati cinquanta mila fiorini meno della somma portata nel conto. Questi per deviare la pubblica censura dalla loro amministrazione, progettarono di abbandonare il popolo alle vessazioni di un giudice crudele, lusingandosi di nascondere le azioni loro dietro questa subalterna tirannide. Sperarono di dirigere a voglia loro il duca d'Atene, come due anni prima avevano diretto Jacopo Gabrielli, senza che venisse perciò loro rimproverata la crudeltà del capitan generale. Eccitavano dunque segretamente Gualtieri ad abusare del potere ch'essi medesimi gli avevano affidato. Ma questi più di loro esperimentato nell'arte degl'intrighi, più di loro straniero alla pubblica ruina ed alle private disgrazie, si offerse come strumento a que' medesimi, di cui voleva essere padrone, promettendo di servire a tutte le passioni di que' malaccorti che di già sagrificava alla propria avarizia ed ambizione.
Ma le prime sentenze capitali che pronunciò il duca d'Atene, lasciarono travedere le sue intenzioni di non limitarsi ad un potere subalterno. Egli fece decapitare Giovanni de Medici che aveva il comando della fortezza di Lucca quando s'arrese ai Pisani, ed a Guglielmo Ottoviti, governatore d'Arezzo, che con alcune ingiustizie aveva provocata la sommossa dei Tarlati; sottopose a disonoranti processi Riccardo dei Ricci e Naddo Rucellai, accusati d'arricchirsi a spese del tesoro, e condannati avendoli ad enormi ammende a stento si lasciò piegare a salvar loro la vita[393]. Le quattro famiglie così duramente trattate dal duca nel primo mese della sua amministrazione facevano parte di quella dominante oligarchia, cui lo stesso Gualtieri andava debitore della sua autorità. Mentre le pronunciate sentenze spargevano il terrore nella classe de' grassi borghesi, rallegravano la nobiltà ed il popolo, soddisfacendo alla gelosia dei primi, ed all'odio degli altri. La scure della giustizia vedevasi posta in mano al vendicatore degli ordini oppressi, innanzi al quale il favore e l'intrigo restavano impotenti, ed i meglio radicati abusi sarebbero stati distrutti. Avendo Gualtieri dato a conoscere la strada che voleva tenere, e quali parti desiderava di rendersi amiche, accolse favorevolmente i loro progetti e s'unì coi più stretti vincoli ai nemici del governo. Promise ai grandi di far rivocare l'ordinanza di giustizia, se col mezzo loro poteva ottenere più stabile dominio, e con tale promessa le principali famiglie della nobiltà si dichiararono per lui[394]. Poi ch'ebbe guadagnata la nobiltà, si volse ad alcuni mercanti in procinto di fallire, promettendo loro grosse sovvenzioni dal tesoro dello stato onde potessero sostenere il ritardato pagamento de' loro crediti; e molte delle più riputate famiglie borghesi presero a favorirlo[395]: finalmente non contento di farsi strumento dell'odio e delle vendette del basso popolo contro la classe superiore, lo accarezzò mostrandosi popolare con affettata famigliarità e promettendogli di metterlo a parte de' pubblici onori.
[393] _Gio. Villani l. XII, c. 1 e 2. — Istorie Pistolesi p. 484. — Andrea Dei Cron. Sanese p. 104._
[394] I Bardi, Frescobaldi, Rossi, Cavalcanti, Bondelmonti, Adimari, Cavicciuoli, Donati, Gianfigliazzi e Tornaquinci.
[395] Come i Peruzzi, gli Acciajuoli, i Baroncelli e gli Antellesi.
Frattanto l'ufficio de' venti commissarj, o signori della guerra nominati per l'acquisto di Lucca, era spirato in principio di settembre; onde i partigiani del duca, liberati dalla loro sopraveglianza, ardivano più apertamente manifestare i loro progetti; dichiaravano che la repubblica aveva bisogno di essere riformata; che l'esito dell'ultima guerra dava a conoscere la totale corruzione del governo; che soltanto una mano vigorosa poteva svellere gli abusi, e riconciliare le parti esacerbate le une contro le altre; finalmente che il duca d'Atene aveva già fatto esperimento della sua capacità per così eminente carica, che richiedeva appunto quella fermezza di carattere, e quella giustizia, che aveva fin qui mostrata nella sua amministrazione. Simili discorsi ripetuti nelle adunanze de' corpi de' mestieri, e nelle taverne, ove i soldati del duca frammischiavansi al popolo per corromperlo, incoraggiarono alcuni grandi a proporre ai priori di offrire al duca la signoria di Firenze.
Il gonfaloniere fece, prima di rispondere, adunare il collegio de' dodici buoni uomini ed i sedici gonfalonieri delle compagnie della milizia, onde deliberassero colla signoria; e dopo aver manifestati a questi consiglieri i pericoli che sovrastavano alla pubblica libertà, si volse ai gentiluomini che avevano parlato per il duca. «Con estremo dolore, loro disse, vi vediamo dimentichi della virtù de' vostri antenati, e de' costumi della vostra patria; la repubblica, per la quale chiedete così estremo rimedio, non conosce verun altro pericolo fuor di quello, cui l'esponete al presente. Andate non pertanto, e dite al duca d'Atene, che in altri assai più infelici tempi che questi non sono, i vostri ed i nostri maggiori chiesero più volte ajuto a stranieri principi; i Ghibellini a Federico ed a Manfredi; i Guelfi ai due Carli ed a Roberto; ma non mai, per grande che fosse la dignità del monarca ed il pericolo dello stato, non mai fu sagrificata la pubblica libertà; giammai non fu dato a Firenze un signore sovrano. Le nostre consorti ed i nostri figliuoli non sapranno mai perdonarci la vergogna della schiavitù; noi medesimi mai non rinuncieremo alla felicità di vivere liberi»[396].
[396] _Gio. Villani l. XII, c. 3._
Il duca d'Atene si affrettò di calmare quel movimento d'entusiasmo che risvegliato aveva il discorso del gonfaloniere, assicurando ch'egli medesimo non desiderava un potere che sovvertisse la libertà dello stato, che soltanto chiedeva di aver libere le mani per breve tempo, finchè avesse potuto fare quel bene di cui sentivasi capace; che non pretendeva cosa insolita a Firenze, e che un'autorità dittatoriale in tempi calamitosi era stata più volte accordata a principi che assai meno di lui amavano la repubblica. Mentre rassicurava in tal modo i consiglieri della signoria, i suoi araldi d'armi sparsi per la città chiamavano il popolo a parlamento sulla piazza di santa Croce per deliberare intorno ai bisogni della repubblica.
L'autorità sovrana del parlamento era riconosciuta in tutte le repubbliche italiane; il governo non agiva mai che quale rappresentante della nazione, onde cessava il suo potere tosto che la nazione medesima era adunata. Non si era potuto far capire al popolo che il numero de' suoi suffragi non è l'espressione della sua volontà; che, supponendo ancora tutti i cittadini eguali, nè tutti vogliono, nè tutti sentono egualmente, e che il popolo non è sovrano che allora quando l'interesse di tutte le sue classi è ugualmente sacro, non quando la loro voce è confusa col clamore popolare. Per altro tutti i governi sapevano che l'interesse nazionale non è mai con tanta facilità sacrificato da qualunque altra adunanza, come da quella della nazione medesima; e che mentre i consigli mantenevansi fedeli al proprio dovere, i parlamenti avevano frequentemente acconsentito alla ruina della libertà, o alla sovversione della costituzione. I priori di Firenze temettero che il parlamento dasse la repubblica in mano al duca d'Atene. Essi non potevano impedire una convocazione che Gualtieri aveva diritto d'ordinare come capitano del popolo; si rivolsero perciò subito a lui medesimo, onde impegnarlo a ratificare solennemente le promesse che andava facendo. Gualtieri vi acconsentì di buon grado, convenne che i priori aprissero le deliberazioni, a condizione che eglino chiedessero al popolo la proroga per un anno dell'autorità data al duca d'Atene cogli stessi privilegi accordati sedici anni prima al duca di Calabria, e sotto le stesse riserve e restrizioni. Gualtieri obbligò la sua parola di cavaliere a non chiedere nè accettare maggiori poteri, quand'anche gli venissero dal popolo offerti. Questa vicendevole convenzione venne ridotta a formale contratto, ratificata dai notai e confermata con giuramento[397].
[397] _Gio. Villani l. XII, c. 3._
All'indomani 8 settembre, giorno della festa della Vergine, il popolo si adunò nella piazza del palazzo, ove giunse il duca in mezzo a cento venti uomini d'armi ed ai trecento fanti che formavano la sua guardia; ma tutti i nobili, tranne la famiglia della Tosa, avevano prese le armi, ed ingrossato il suo corteggio. I priori e gli altri magistrati scesero di palazzo e si collocarono presso al duca innanzi alla balaustrata di ferro. Francesco Rustichelli, uno de' priori, fece, a nome della signoria, la proposizione, convenuta il giorno avanti, di prorogare per un anno il potere del duca. Allora molti della più abbietta plebe, appostati da Gualtieri, interruppero all'istante il priore con grida da forsennati, chiedendo che gli si accordasse a vita la sovrana autorità. Nello stesso tempo, strettisi intorno a lui, lo sollevarono sulle loro braccia, mentre le guardie atterravano le porte del palazzo, e lo portarono sulla tribuna nelle sale riservate ai priori. Il popolaccio avido di oltraggiare ciò che aveva sempre rispettato, costrinse la signoria a ricoverarsi in una sala terrena, e poco dopo ad uscire di palazzo; diede in mano ai nobili il libro delle ordinanze di giustizia perchè lo facessero in pezzi, strascinò nel fango il gonfalone dello stato, indi lo abbruciò sulla pubblica piazza. Per ultimo gittò ovunque a terra gli stemmi del comune di Firenze, sostituendogli le insegne del duca[398].
[398] _Gio. Villani l. XII, c. 3. — Istor. Pist. p. 486. — And. Dei Cron. San. t. XV, p. 105._
Pochi giorni dopo il duca approfittò dello spavento dei consigli per far da loro ratificare quella signoria a vita, che si era arrogata colla forza. Invece di risguardare le diverse città conquistate da Firenze, come una dipendenza del medesimo stato, egli si fece successivamente dare dai popoli delle rispettive città le signorie di Arezzo, di Pistoja, di Colle di Val d'Elsa, di san Gemignano e di Volterra, onde lusingare la vanità loro e ravvivare l'animosità che conservavano contro i Fiorentini. In pari tempo il duca chiamò presso di sè tutti i Francesi ed i Borgognoni che servivano in Italia, e adunò in tal modo sotto i suoi ordini ottocento cavalieri suoi patriotti: fece inoltre venire dalla Francia molti suoi parenti ed amici per affidar loro i comandi militari. In tal modo egli credeva d'avere solidamente fondata la sua signoria; ma Filippo di Valois, cui il viaggio a Napoli del duca d'Atene era stato annunziato come un pellegrinaggio, rispose a chi gli parlava della recente sua grandezza: «il pellegrino ha trovato albergo, ma in cattiva locanda[399]».
[399] _Gio. Villani l. XII, c. 3._
Speravano i Fiorentini che il duca d'Atene li vendicarebbe almeno dell'affronto ricevuto sotto Lucca; ma il duca era povero, e voleva prima di tutto impinguare il suo tesoro, per rassodare il suo dominio se gli veniva fatto di conservarlo, o per avere un compenso se gli accadeva di perderlo. La guerra sempre dispendiosa non poteva perciò piacergli; altronde l'avrebbe obbligato ad abbandonare la città di fresco sottomessa, che avrebbe approfittato del primo rovescio per ricuperare la libertà. Propose quindi ai Pisani ed ai loro alleati condizioni di pace, che furono subito accettate. Loro cedette per quindici anni la sovranità di Lucca, riservando a sè la nomina in tutto questo tempo del podestà. Dopo tale epoca Lucca doveva tornare libera; essere richiamati tutti i Guelfi fuorusciti, e posti in possesso dei loro beni; ma in pari tempo dovevano pure rientrare in Firenze tutti i suoi esiliati, e rendersi i prigionieri senza taglia: Pisa inoltre si obbligava a pagare un annuo tributo di otto mila fiorini, ed accordava per cinque anni l'assoluta franchigia de' suoi porti ai Fiorentini[400].
[400] _Gio. Villani l. XII, c. 8. — Istor. Pistol. p. 487. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1012._
Come tale trattato, che si pubblicò il 14 ottobre nelle due città, non cancellava pei Fiorentini la vergogna delle ultime disfatte, scontentò perfino i partigiani del duca. Invano cercava questi di accarezzare il popolaccio, non chiamando agl'impieghi che persone della più bassa classe, gli artigiani de' mestieri minori, che appunto allora vennero a Firenze chiamati _ciompi_, voce derivata dal viziato vocabolo di _compères_ che loro davano nelle orgie loro i soldati francesi[401]. Ma gl'impieghi del duca più non appagavano nè meno l'ambizione della plebaglia. Gualtieri aveva cacciati i priori dal loro palazzo, e rilegatili in quello in addietro abitato dal giudice esecutore; gli aveva spogliati di ogni appariscenza e di ogni autorità; distrutto l'ufficio de' gonfalonieri di compagnia, levati i gonfaloni, e distrutta egli stesso la ricompensa che mostrava di promettere al popolaccio. In appresso annullò tutte le ordinanze intorno alle arti e mestieri, e successivamente indispose tutte le classi del popolo, tranne i macellai, i mercanti di vino ed i conduttori delle lane, de' quali cercava di conservarsi l'attaccamento con vili adulazioni.
[401] _Marchione de Stefani Ist. Fior. l. VIII, Rub. 575, t. XIII. — Deliz. degli Erud. Tosc._
Accrebbero ben tosto il malcontento altre novità: voleva rendere il pubblico palazzo da lui abitato una fortezza capace di tenere in freno la città; ed a tale oggetto fece atterrare molte case vicine; altre fece occupare dai suoi soldati cacciandone i proprietarj senza dar loro verun compenso. Ai creditori dello stato levò le gabelle loro date in pagamento, appropriandosene i profitti; accrebbe l'imposta del territorio, che portò dai trenta mila agli ottanta mila fiorini; assoggettò i più ricchi cittadini a prestiti forzati, e stabilì nuove gabelle delle prime assai più onerose; di modo che in dieci mesi e mezzo cavò da Firenze più di quattrocento mila fiorini, de' quali ne mandò più di duecento mila in Puglia o in Francia[402].
[402] _Gio. Villani l. XII, c. 7. — Istor. Pistol. p. 493._
Non era ignoto al duca d'Atene il malcontento da lui eccitato; onde si assicurò i soccorsi degli stranieri contro i suoi sudditi, naturali nemici di un tiranno, facendo, in primavera del 1343, alleanza coi Pisani, con Mastino della Scala, col marchese d'Este e col signore di Bologna. Obbligavansi i confederati a mantenere reciprocamente il loro governo ed a difenderlo contro tutti i nemici: e questa lega parve formarsi tra tutti i tiranni d'Italia per privare affatto questa contrada della sua libertà. Ma il duca d'Atene di mano in mano che vedeva rendersi più stabile la sua signoria, abbandonavasi con minore riserva alle proprie passioni. Le mogli de' più riputati cittadini erano esposte alle seduzioni che loro preparava il suo libertinaggio; e gli uomini che osavano lagnarsi, coloro che domandavano gli antichi privilegi, o in qualsiasi altro modo rendevansi sospetti al tiranno, erano condannati ad atrocissimi supplizj[403].