Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 17
Il vecchio Roberto che aveva più gusto per lo studio, e rispetto per le scienze letterarie che militari, pareva scontare finalmente i delitti da suo avo Carlo I, il conquistatore di Napoli ed il carnefice di Corradino. Nel 1328 Roberto aveva perduto l'unico figlio Carlo, duca di Calabria, il quale morendo aveva lasciata una fanciulla, e la consorte gravida di un'altra. Il nipote di Roberto, Carlo Uberto, figlio di Carlo Martello, e nipote di Carlo II di Napoli, regnava allora in Ungheria. Roberto che gli aveva tolta la corona di Napoli col favore della corte pontificia, quando vide spenta la sua maschile discendenza, pensò di ritornare la corona alla casa d'Ungheria. Carlo Uberto venne a Manfredonia colla sua famiglia, e, valendosi della dispensa del papa, fece sposare ad Andrea suo secondogenito, allora di sette anni, Giovanna, maggior figliuola del duca di Calabria, che ne aveva cinque. Tale maritaggio si celebrò il 26 settembre del 1333; ed Andrea che fu dal padre lasciato alla corte di Napoli per esservi educato dall'avo della sposa, ricevette il titolo di duca di Calabria, e fu riconosciuto erede presuntivo della corona[359].
[359] _Gio. Villani l. X, c. 224._
D'altra parte il re di Sicilia, Federico, quello stesso che dal 1295 innanzi aveva difesa la Sicilia con tanto coraggio e fortuna contro gli attacchi de' Napoletani, de' Francesi e della Chiesa, morì assai vecchio il 14 giugno del 1337, lasciando la corona a D. Pedro suo maggior figliuolo, che, lungi dall'avere i talenti e le virtù del padre, aveva opinione di scimunito[360].
[360] _Gio. Villani l. XI, c. 70._
Roberto tentò invano di approfittare della debolezza del nuovo re siciliano e della ribellione che si manifestò ne' suoi stati. I Napoletani, dopo un'inutile campagna nel 1338, furono forzati di ritirarsi[361]. Genova e molte altre città della Lombardia e del Piemonte eransi sottratte al dominio di Roberto. La guarnigione che aveva posta in Asti, non vedendosi pagata, vendè quella importante piazza al duca di Monferrato[362]. Intanto l'avarizia e la debolezza di Roberto davano il regno in preda a gravissimi disordini. I conti di Minerbino e di san Severino si facevano la guerra; e le città di Barletta, Sulmona, Aquila, Gaeta e Salerno erano divise in accanite parti che distruggevansi a vicenda. I fuorusciti eransi fatti assassini, e tutto il regno era esposto alle vessazioni dei proscritti e dei malviventi[363]. Roberto non andava dunque debitore alla prosperità de' suoi stati, o alla gloria delle sue armi del titolo di più saggio re della Cristianità. I letterati da lui beneficati furono i soli artefici della sua fama, celebrando quali prodigi di scienza e di buon gusto le lettere del monarca, i suoi editti, le sue scritture d'ogni genere. In fatti la sua pedantesca erudizione somministrava materia ai loro elogi[364].
[361] _Ivi, c. 78._
[362] _Ivi, c. 103._
[363] _Gio. Villani l. XI, c. 79. — Dominici de Gravina Chron. de rebus in Apulia gestis, t. XII, p. 551._
[364] Veggasi, tra le altre, la sua lettera ai Fiorentini in occasione dell'inondazione, riportata dal Villani nel _l. XI, c. 3_.
Tale fu l'esaminatore scelto da Petrarca per giudicarlo degno di ricevere la corona in Campidoglio. Dopo l'esame, il poeta addirizzò una lettera alla posterità per informarla di tutte le particolarità del suo trionfo. «Roberto, egli scrive, fissò per quest'esame un giorno solenne, e mi tenne sotto le prove da mezzodì fino a sera; ma perchè discutendo ogni materia, la vedevamo andar crescendo, ricominciò l'esame ne' due susseguenti giorni. Così dopo avere tre giorni _scossa_ la mia ignoranza, il terzo mi dichiarò degno dell'alloro poetico[365]». Allora Roberto cercò d'indurre Petrarca a ricevere la corona in Napoli; ma non potendo ottenere l'assenso del poeta, destinò Giovan Barili, uno de' suoi cortigiani, a rappresentarlo in questa cerimonia, impedito da vecchiaia di recarsi egli stesso a Roma[366]. Il Barili che sulla strada di Roma erasi separato dal Petrarca, fu svaligiato dagli assassini e costretto di rifare la strada di Napoli.
[365] _Franc. Petrar. Epistola ad posteros._
[366] _Memorie per la vita del Petrarca, l. II, p. 445._
Roma aveva allora due senatori, Orso, conte d'Anguillara, di casa Colonna, e Giordano Orsini. Il primo, amico e protettore del Petrarca, aveva operato per la sua coronazione. Egli usciva di carica all'indomani di Pasqua, ed il giorno appunto destinato a tale funzione, che nel 1341 cadeva nell'otto d'aprile, fu scelto per la cerimonia[367].
[367] _Ivi, l. III, t. II, p. I._
Erano passati dodici secoli dopo che il Campidoglio più non vedeva trionfi; ed il popolo di Roma applaudì il poeta che saliva la sacra scala collo stesso trasporto con cui applaudiva in altri tempi i vincitori de' barbari, i liberatori della patria. Alcuni giovanetti vestiti di porpora indirizzavano ai Romani, in nome del Petrarca, versi fatti dal poeta per questa cerimonia. Le più illustri famiglie della nobiltà eransi conteso l'onore di far entrare i loro figli nel corteggio del grand'uomo[368].
[368] Dodici giovanetti vestiti di porpora appartenevano alle famiglie Forni, Trinci, Capizucchi, Caffarelli, Cancellieri, Coccini, Rossi, Papazucchi, Paparesi, Altieri, Leni ed Astalli. Altri sei in abito verde, che lo circondavano, portavano gl'illustri nomi de' Savelli, de' Conti, degli Orsini, degli Annibaldi, de' Paparesi, e de' Montanari.
Il Petrarca, coperto da una veste di porpora, donatagli dal re Roberto, era preceduto dal suono delle trombe e dei tamburi. Giunto nella sala della giustizia si rivolse al popolo che lo accompagnava, dicendo ad alta voce: «Dio conservi il popolo romano, il senato e la libertà!» Indi postosi ginocchioni innanzi al senatore, questi, che teneva in mano la corona di lauro, la collocò sul capo di Petrarca, ed il popolo fece allora eccheggiare il palazzo e la piazza de' suoi applausi, gridando: «viva il Campidoglio ed il poeta[369].»
[369] _Annali di Lodovico Bonconte Monaldeschi, t. XII, Rer. Ital. p. 540._ Il Monaldeschi incomincia il suo racconto dicendo che ne' cento quindici anni da lui vissuti, e de' quali pensa di scrivere la storia, non ebbe altra malattia che quella di cui morì. Ma l'autore che faceva fondamento sopra una vita così lunga, e che di già l'annunziava come una verità storica, non continuò che per pochi anni il suo giornale.
CAPITOLO XXXV.
_I Fiorentini comprano Lucca, mentre i Pisani l'occupano colle armi. — Guerra tra le due repubbliche. — Tirannide del duca d'Atene in Firenze._
1340 = 1343.
I Fiorentini avevano accettato il trattato di Venezia onde por fine ad una guerra che mantenevasi in Toscana quasi senza intervallo da oltre dieciotto anni. Le ostilità, cominciate da Castruccio nel 1320, eransi continuate contro Gherardino Spinola, Giovanni di Boemia e Mastino della Scala, senza che le campagne di Val di Nievole, dello stato di Lucca e di Val d'Arno godessero un solo anno di riposo. A vicenda guaste dai nemici e dai soldati destinati a difenderle, erano state spogliate delle loro ricchezze, ed abbandonate da non pochi coltivatori. Non pertanto i ricchi commercianti di Firenze, proprietarj di non poche di quelle campagne, soccorrevano i loro spogliati coloni, e riparavano generosamente i danni della guerra. Infinite ricchezze dei Fiorentini non esposte alla rapacità del nemico circolavano continuamente dall'una all'altra estremità dell'Europa. Ne' magazzini d'Anversa e di Venezia, ne' mercati di Parigi e di Londra, sopra le navi che scorrevano il Mediterraneo e l'Oceano, nelle carovane che attraversavano la Germania, la Francia, l'Italia, trovavansi ovunque proprietà fiorentine, ed il mercante cui appartenevano, disponeva con piacere per la difesa della libertà, di que' beni che non erano sottoposti alle leggi del paese.
Come i guasti della guerra erano presto risarciti dai Fiorentini, così erano ben tosto scordate ancora le sue calamità; e lo stato dopo un breve riposo veniva strascinato in nuove guerre. Il rango che oramai occupava la repubblica tra le potenze italiane, più non gli permetteva di rimanersi neutrale nelle rivoluzioni di questa contrada; e la sua ambizione andava acquistando attività in ragione dell'ingrandimento del suo potere. Firenze non era più contenta de' suoi antichi confini, e cercava in ogni occasione di allargarli, aspirando al dominio di tutta la Toscana: per cui non durò che tre anni la pace conchiusa in Venezia, sebbene calamità di altro genere, la peste e le civili discordie, avessero, prima di ricominciare la guerra, privata la repubblica di quella tranquillità che aveva sperato di godere.
La peste tenne dietro, nel 1340, ai cattivi raccolti di due anni consecutivi, che avevano fatto soffrire al popolo la fame, ed indebolito il temperamento dei poveri. Ne' caldi dell'estate l'epidemia colse quindici mila vittime, non lasciando, per così dire, intatta veruna famiglia. Pure per impedire che l'immaginazione si spaventasse alla vista di tanti morti e delle continue processioni funebri, i magistrati vietarono al banditore pubblico d'invitare alle tumulazioni, ed ai parenti di tenersi adunati nella chiesa ov'era portato il morto[370]. I freddi dell'inverno misero finalmente termine al contagio, che dopo pochi anni doveva riprodursi con maggiore violenza, e rinnovarsi altre volte in diverse epoche del 14º secolo, togliendo alla terra la metà de' suoi abitanti.
[370] _Gio. Villani l. XI, c. 113, p. 840. — Istorie Pistolesi t. XI, p. 477._ — Eguali divieti si fecero ancora a Siena, ove la peste non fu meno perniciosa. _Andrea Dei Cron. Sanese, t. XV, p. 98._
Quasi senza interrompimento tenne dietro a tanta calamità quella della civile discordia. Dodici cittadini di Firenze eransi in quest'epoca usurpata tutta l'autorità della repubblica; non già mutando le leggi costituzionali, o le magistrature dello stato; ma rendendo le ultime dipendenti dalla propria autorità, ed assicurando che le elezioni dell'estrazione a sorte non cadessero che sopra loro, e sui loro amici clienti. Per conservare questo potere oligarchico, egualmente odioso ai grandi ed al popolo, e per impedire che una più attenta sopravveglianza sullo scrutinio de' priori non correggesse gli abusi da loro introdotti, crearono un nuovo rettore o magistrato; ed in onta della legge che dichiarava quelli di Agobbio incapaci d'esercitare in Firenze veruna signoria, chiamarono, col titolo di capitano della guardia, lo stesso Giacomo Gabrielli d'Agobbio che aveva dato motivo a tale legge; e gli affidarono una guardia di cento uomini a cavallo e di duecento fanti al soldo del comune, destinandolo a mantenere, con una giurisdizione affatto arbitraria, l'usurpato potere[371].
[371] _Gio. Villani l. XI, c. 117, p. 841._
Fra coloro che trovaronsi esposti i primi alla persecuzione di Gabrielli, si credettero le più offese le nobili famiglie dei Baldi e dei Frescobaldi, per essere state condannate ad arbitrarie non meritate ammende, e costrette a deporre in mano della signoria i castelli di Mangona, di Vernia ed altri, che avevano comperati dai loro antichi conti. I Baldi ed i Frescobaldi non si sottoposero senza resistenza all'oppressione; tentarono di disfarsi di Gabrielli e dell'oligarchia che governava; fecero entrare in una congiura i principali capi della nobiltà; in pari tempo mossero una corrispondenza coi signori de' castelli, che ancora si mantenevano quasi indipendenti, i conti Guidi, i Tarlati d'Arezzo, i Pazzi di Val d'Arno, i Guazzallotti di Prato, i Belforti di Volterra, gli Ubertini e gli Ubaldini degli Appennini, e chiesero il loro soccorso. Tutti questi gentiluomini avrebbero dovuto trovarsi presso le mura della città la notte d'Ognissanti, ed all'indomani, in tempo del divino ufficio, i congiurati prendere le armi per disfarsi di Giacomo Gabrielli, e di coloro che lo avevano chiamato.
Ma la congiura fu scoperta un dì prima dell'esecuzione da Giacomo Alberti membro della dominante oligarchia; e la stessa sera d'Ognissanti gli amici del governo si adunarono nel palazzo dei priori, e fecero dar il segno dell'allarme. Le compagnie del popolo vennero in piazza coi loro gonfaloni, e furono chiuse le porte della città prima che i congiurati potessero ricevere i soccorsi dai loro amici di fuori. I Baldi ed i Frescobaldi, vedendo la trama scoperta, si fortificarono oltr'Arno, e tentarono di tagliare i ponti; ma non riuscì loro d'impadronirsi di quello di Rubaconte; onde non essendo impedita la comunicazione tra le due parti della città, convennero col podestà di uscire di Firenze senza venire alle mani[372].
[372] _Gio. Villani l. XI, c. 117, p. 843. — Istorie Pistolesi t. XI, p. 477._
La parte vittoriosa fece condannare i Baldi, i Frescobaldi ed altri gentiluomini all'esilio. In appresso fece atterrare le loro case, ed invitare le città guelfe sue amiche a non accordar loro asilo. Tanta asprezza usata dal governo nel vendicarsi forzò gli esiliati a ripararsi a Pisa, ed unirsi colà ai nemici dello stato, ai quali non fu inutile il loro soccorso[373].
[373] _Gio. Villani l. XI, c. 118, p. 844._
Nel seguente anno 1341 i Fiorentini avendo tentato d'acquistare la signoria di Lucca, fecero esperienza degli ostacoli che i loro emigrati sapevano opporre ai loro progetti. Mastino della Scala aveva posto ad altissimo prezzo il possedimento di Lucca quando questa città gli apriva le porte della Toscana. Il territorio di Lucca comunicava allora per mezzo dello stato di Parma cogli stati degli Scaligeri posti al di là dell'Adige. Parma univa in un solo corpo i diversi paesi sottomessi a questa famiglia, onde per meglio assicurarsi della sua ubbidienza, Mastino l'aveva ceduta in feudo ai suoi zii materni, i figliuoli di Giberto da Coreggio. Egli credeva di potersi fidar loro interamente sia pei legami del sangue, come per la riconoscenza che gli dovevano, e per l'odio inveterato che la casa di Coreggio nudriva contro quella dei Rossi da lui spogliata di Parma, e cacciata in esilio. Ma Azzo, il terzo de' quattro fratelli da Coreggio, non si accontentava del rango di signore feudatario, ed aspirando alla sovranità, sperava di poterla conseguire congiurando contro il suo benefattore. Per riuscire ne' suoi progetti chiese soccorsi a Roberto di Napoli, a Luchino Visconti ed al Gonzaga di Mantova; ed il 17 maggio del 1341, essendogli state aperte dai fratelli le porte di Parma, corse la città alla testa de' cavalieri che aveva adunati, facendosene proclamare signore[374]. Allora fu tolta ogni comunicazione tra Lucca e gli stati di Mastino, il quale trovossi impegnato in una pericolosa guerra coi signori di Milano e di Mantova; onde posto fuori di speranza di ricuperare Parma e di conservare Lucca, risolse di vendere l'ultima ai Fiorentini o ai Pisani, che ne desideravano egualmente la signoria.
[374] _Gio. da Cornazzano Stor. di Parma t. XII, p. 742. — Gio. Villani l. XI, c. 126, p. 848. — Istorie Pistolesi, p. 479. — Cortus. Hist. l. VIII, c. 6, t. XII, p. 905. — Chron. Mutin. Joh. de Bazano, t. XV, p. 600. — Chr. Esten. t. XV, p. 404._
I Fiorentini avevano avuto sentore della trama di Azzo da Coreggio, senza che volessero avervi parte; ed avevano pure rifiutata l'alleanza di Luchino Visconti, che loro faceva l'offerta di mille cavalli per attaccar Lucca[375]: bensì accolsero avidamente le prime aperture loro fatte da Mastino. Non si era mai cessato di rinfacciare alla signoria il rifiuto dell'acquisto di Lucca quando i Tedeschi volevano venderla all'incanto; ed il governo credette giunta l'opportunità di riparare quest'errore. Si nominarono venti commissarj con illimitate facoltà di stringere con Mastino il contratto, e di riscuotere le somme necessarie al pagamento[376]. Questi, coll'intervento del marchese d'Este, convennero di pagare duecento cinquanta mila fiorini al signore della Scala pel possesso di Lucca, e si mandarono cinquanta ostaggi a Ferrara dalle due parti contraenti, per rimanervi fino alla totale esecuzione del trattato[377].
[375] _Gio. Villani l. XI, c. 126, p. 848._
[376] _Ibid. c. 129, p. 850._
[377] Il Villani era uno degli ostaggi, dandocene egli stesso notizia, e non pertanto _eransi scelti dei migliori uomini popolani e dei più ricchi di tutta Fiorenza_, dice _Andrea Dei Cron. Sanese t. XV, p. 99_. Ma il Villani era ad un tempo ricco mercante, buon magistrato e grande storico.
I Pisani, che dal canto loro erano entrati in negoziazioni con Mastino, ma che non avevano potuto offrire così alto prezzo, intesero con ispavento che i naturali loro nemici erano in procinto di acquistare così importante città, e di chiuderli con tale acquisto da ogni lato. La signoria avendo adunato un consiglio generale nella chiesa cattedrale, il priore degli anziani si alzò per aprire la deliberazione.
«Signori, egli disse, noi vi abbiamo chiamati presso di noi per avvertirvi che i Fiorentini hanno comperato Lucca: essi pretendono che tale acquisto loro aprirà ben tosto le porte di Pisa, e già ne minacciano di porre steccati fino al piede delle nostre mura, e ridurci in servitù colle privazioni e colla fame: e finalmente quando la nostra città si sarà loro resa, di spianare le fortificazioni, di distruggere tre de' suoi principali quartieri, conservandone un solo, cui daranno il nome di Firenzuola. Vedete voi medesimi ciò che convenga di fare.»
A tali parole tutta l'adunanza fremè di sdegno. Invano alcuni oratori tentarono di richiamarla a pacifici sentimenti.
«È a Lucca, risposero, che dobbiamo marciare; per la guerra impegneremo le nostre fortune e le nostre vite; per la guerra prenderanno le armi anche le nostre spose, e Dio accorderà la vittoria al diritto contro l'orgoglio e l'iniquità!» Allora gli Anziani fecero votare per la proposizione di dichiarare la guerra ai Fiorentini, e fu adottata quasi unanimamente[378].
[378] _Cron. di Pisa t. XV, p. 1004. — Bernar. Marangoni Cron. di Pisa p. 688._
Gli esiliati fiorentini che si erano rifugiati in Pisa, procurarono a questa repubblica l'alleanza di tutti i signori che avevano presa parte alla loro trama nel precedente anno, i conti Guidi, gli Ubaldini, Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì, e tutti i Ghibellini di Toscana e della Romagna. Unironsi inoltre ai Pisani nemici di Mastino il doge di Genova, i Gonzaga, i Carrara, i Coreggieschi di Parma, ed in prima il signore di Milano, Luchino Visconti, che mandò loro due mila cavalli sotto la condotta di Giovan Visconti d'Oleggio, suo nipote. Anche prima che arrivassero le truppe sussidiarie, un'armata pisana, composta delle milizie di due quartieri della città, sostenuta da mille duecento cavalli, e da cinquecento arcieri, aveva invaso lo stato di Lucca nel mese di luglio, ed occupati Ceruglio, Montechiaro, Porcari, ed alcuni ponti sul Serchio[379].
[379] _Gio. Villani l. XI, c. 139, p. 851. — Beverini Annales Lucens. l. VII, p. 912._
I Fiorentini non si erano preparati a sostenere una non preveduta guerra; ed i Lucchesi non potevano mantenersi in campagna; onde l'armata Pisana, dopo avere occupate tutte le strade di Lucca, strinse la città stessa con una linea fortificata di dodici miglia di circuito, quasi senza incontrare resistenza. Era questa linea formata da due profonde fosse, difese da una palafitta con ridotti di piazza in piazza. L'armata dividevasi in tre campi, posti di fronte alle tre porte della città, ed il frapposto terreno tra l'un campo e l'altro era stato da ogni luogo appianato ed aperto alla cavalleria. Dopo pochi giorni di servizio le milizie dei due quartieri di Pisa che formavano l'assedio di Lucca, venivano rilevate da quelle degli altri due[380]. Intanto si presentò innanzi a Pisa il Visconti d'Oleggio colle truppe sussidiarie mandate dal signore di Milano. Si dà per certo che fosse segretamente intenzionato di occupare la città che avevalo chiamato in suo soccorso; ma la signoria, che n'ebbe sospetto, aveva spediti ufficiali incontro alla cavalleria per pagarle un doppio soldo nell'istante che giugnerebbe alle porte e farla all'istante partire per raggiugnere l'armata.
[380] _Gio. Villani l. IX, c. 130, p. 853. — Cron. Pis. t. XV, p. 1006. — And. Dei Cron. Sanese p. 99. — B. Marangoni Cron. di Pisa p. 491. — Beverini Annales Lucens. l. VII, p. 913._
I Fiorentini avevano consumati due mesi nell'adunare un'armata capace di attaccare i Pisani nello stato di Lucca. Quest'armata composta di due mila cavalli al soldo della repubblica, di mille seicento ausiliarj somministrati in parte da Mastino della Scala, e di dieci mila pedoni, entrò finalmente in campagna verso la metà di agosto comandata da Matteo di Pontecarali di Brescia, in allora capitano della guardia. Questo generale non era nè pel suo rango, nè per la sua esperienza fatto per così grande impresa, e non tardò a darne prova. Dopo aver fatta inoltrare la sua armata tra Pisa e Lucca in un luogo acconcio a tagliare al campo degli assedianti ogni comunicazione colla loro patria, si ritirò per ripararsi dalle violenti piogge che lo sorpresero[381]. Entrò in appresso nel territorio lucchese per Val di Nievole, seco conducendo i commissarj di Mastino che dovevano dargli il possesso di Lucca. Il signore di Verona, da che seppe essere questa città in pericolo, aveva abbassate le sue pretese; egli la cedeva ai Fiorentini per cento cinquanta mila scudi, e l'avrebbe ceduta ancora a più basso prezzo, se questi avessero saputo tirar profitto dalle circostanze. Pontecarali, avvicinandosi alle linee pisane, s'aprì il passaggio sopra un punto, che attaccò di concerto cogli assediati, e fece entrare in città trecento cavalli e cinquecento pedoni coi commissarj dei due governi; ma invece di approfittare dell'ottenuto vantaggio attaccando l'armata pisana, che il suo avvicinamento aveva già posta in qualche disordine[382], si ritirò sulle colline di Gragnano e di san Gennaro, per isloggiarne alcuni corpi pisani che le occupavano.
[381] _Gio. Villani l. XI. c. 133, p. 853. — Ist. Pistolesi p. 481._
[382] _Gio. Villani l. XI, c. 132, p. 855. — Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 915._
Lucca essendo stata consegnata ai commissarj fiorentini da quelli di Mastino, e congedato la guarnigione ghibellina per far luogo alla guelfa, la signoria di Firenze ordinò al suo generale di dar battaglia. Di fatti Pontecarali sfidò i Pisani a battaglia, e questi l'accettarono pel giorno 2 ottobre; onde svelsero le palafitte, per non avere altra difesa che il proprio valore, ed ogni armata appianò dal canto suo il terreno che la separava dal nemico[383].
[383] _Gio. Villani l. XI, c. 135, p. 857. — B. Marangoni Cron. di Pisa p. 692._
Alcuni giovani appartenenti alle più nobili famiglie di Siena che si ritrovavano in qualità di ausiliarj nel campo fiorentino, si fecero armare cavalieri la stessa mattina del 2 ottobre prima che cominciasse la battaglia, e subito si posero nelle prime file della prima divisione condotta da Pontecarali. Questa divisione si condusse valorosamente, rompendo le due prime linee pisane che le si opposero consecutivamente, e facendo prigionieri la maggior parte de' loro capi, fra i quali Visconti d'Oleggio. Ma la seconda linea de' Fiorentini non si mosse quando doveva farlo, ed ingannata da un falso avviso sull'esito del precedente combattimento, fuggì senza avere abbassata la lancia. Ciupo degli scolari, che comandava la terza linea dei Pisani, piombò in allora sulla prima divisione fiorentina, i di cui soldati trovavansi in parte spossati dai due sostenuti combattimenti, ed in parte dispersi nell'inseguire i nemici fuggitivi: non gli fu quindi difficile di romperli affatto e di ricuperare tutti i prigionieri, tranne Visconti d'Oleggio, ch'era di già stato mandato all'altro corpo d'armata, e di far prigioniero con mille soldati il generale de' Fiorentini Matteo di Pontecarali[384].
[384] _Gio. Villani l. XI, c. 133, p. 858. — Istorie Pistolesi p. 482. — And. Dei Cron. Sanese p. 100. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1007. — Beverini Annales Lucens. l. VII, p. 918._