Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 16
E per tal modo gli stati d'Italia o monarchici o repubblicani andavano perdendo per le interne loro convulsioni i vantaggi dell'ordine sociale; verun riposo compensava sotto il governo dei principi la perdita della libertà; nelle repubbliche veruna stabile amministrazione rassicurava dai timori d'un tempestoso avvenire. Ogni anno un'improvvisa rivoluzione precipitava dal suo trono un principe italiano, o in una città libera privava un partito dell'autorità che godeva. Masnadieri riuniti in regolari corpi d'armata movevano guerra ai sovrani, e ne minacciavano l'esistenza; avventurieri, scesi in Italia dalla Francia e dalla Germania, innalzavano rapidamente grandiosi edificj di nuovi potentati che venivano rapidamente distrutti. Siamo perciò costretti di presentare ai nostri lettori, come sopra una mobile scena, nuovi stati e nuovi personaggi che si premono e incalzano e distruggono gli uni gli altri, senza dar tempo di fissare sopra di loro lo sguardo. Non è da dubitarsi che i popoli soffrissero per questa instabilità d'istituzioni, ma i loro patimenti ci pajono ancora più grandi di quel che lo fossero realmente, perchè nella narrazione storica gli avvenimenti lontani si vanno gli uni sugli altri ammucchiando. Era l'Italia più tosto agitata che infelice; e lo sforzo energico e costante di tutti i cittadini rialzava la fortuna nazionale abbattuta da ogni pubblica calamità: la piccolezza degli stati favoreggiava la fuga de' proscritti, cui prestava facile asilo la gelosia de' sovrani, e conforto nel loro esilio la speranza di non lontana vendetta. Quell'attività di spirito, quella energia di carattere, quella fermezza di volontà, di cui i moderni tempi non ci offrono verun esempio, erano per l'intera popolazione il risultato d'una vita agitata. L'uomo non può giungere alla grandezza, cui fu destinato dalla divinità, finchè ogni individuo non si risguarda come un essere indipendente, e come una potenza isolata rimpetto agli altri. Guasto è l'ordine sociale e degradata l'umana natura, quando ogni uomo cessa d'essere lo scopo della sua propria esistenza, e non è che un mezzo impiegato dal sovrano per soddisfare alla propria ambizione.
Passioni più violenti di quelle della presente età strascinavano gli uomini nei pubblici affari: ma al potere politico non andava congiunta molta celebrità; e nell'agitamento d'una vita tanto attiva, più che la vanità, era soddisfatta l'ambizione. Il magistrato d'una repubblica, il ministro d'un principe appena potevano sperare di rendersi noti a tutta l'Italia; e un nome che fosse noto a tutta Europa, non poteva acquistarsi che colla superiorità dell'ingegno. La considerazione era la ricompensa accordata ad una vita consacrata al ben pubblico; la gloria si acquistava soltanto colle lettere; e questa divisione riusciva egualmente utile all'amministrazione ed alla scienza. La piccolezza degli stati tanto favorevole alla indipendenza, diminuendo alquanto il lustro de' principi, dava ai sommi ingegni un rango superiore a quello de' sovrani.
Era infatti convenevole cosa che a coloro, i quali consacravano allo studio que' talenti che avrebbero potuto procurar loro le principali cariche ed il supremo potere dello stato, si accordassero le più onorevoli ricompense. La lingua era appena formata, ed il capo d'opera di Dante faceva soltanto conoscere quel che poteva diventare. Non erano per anco stabilmente fissati i confini tra l'italiano ed il latino idioma; il primo non aveva ancora la sua grammatica, ed ancora incerto ne era il carattere. Il Villani, il Boccaccio e Franco Sacchetti formarono la prosa, e lasciarono eccellenti esemplari d'eleganza, di chiarezza, d'ingenuità e di gusto, che i susseguenti secoli non superarono. Cino da Pistoja, Cecco d'Ascoli, Petrarca, Zanobio Strada crearono, o perfezionarono la poesia lirica; facendo a vicenda parlare ne' loro versi l'amore, la religione, l'immaginazione e l'entusiasmo; fissarono per l'Italiano il linguaggio poetico, quel linguaggio pittorico, ove non sono ammessi vocaboli che non presentino alcuna immagine. L'antichità era mal conosciuta, e su la terra la più doviziosa d'ogni altra per antiche memorie, il popolo poteva appena approfittare dell'esperienza de' passati secoli. Ma Albertino Mussato, Ferreto Vicentino e Giovanni da Cermenate mostrarono come doveva studiarsi la lingua de' Romani per possederla come se fosse la propria. Cola da Rienzo, Petrarca e Boccaccio insegnarono il modo di cercare lo spirito dell'antichità ne' suoi monumenti e ne' suoi scrittori, di spiegar gli uni col soccorso degli altri, riunendo in un solo corpo le parti staccate dell'erudizione classica. Giovanni Calderino e Giovanni Andrea consacrarono un'erudizione dello stesso genere nell'interpretazione delle leggi civili e canoniche; Giovanni Gianduno e Marsiglio di Padova rischiararono coi lumi della filosofia i rapporti che esistono tra l'autorità civile e l'autorità religiosa; la medicina, la fisica, le scienze naturali cominciarono in pari tempo ad uscire dalle tenebre che le avevano affatto ricoperte. Lo zelo dei discepoli era più caldo di quello de' maestri: ogni città voleva avere un'università, per leggere nella quale chiamava gli uomini più famosi per dottrina, cercando colle ricompense e cogli onori, che loro accordava, di soverchiare le città vicine. A fronte di tanti studi pubblici, nella sola Bologna contavansi dieci mila scolari che udivano le lezioni de' più illustri professori. In altro tempo non eransi giammai con tanta passione coltivate le scienze e le lettere; al merito letterario non era mai stata accordata così larga ricompensa di gloria, nè così magnifici trionfi ai poeti ed ai filosofi.
Tra i sommi ingegni, che illustrarono il quattordicesimo secolo, parve che il Petrarca fosse scelto dai suoi contemporanei per ricevere in nome di tutti i poeti e di tutti i dotti la più luminosa ricompensa che sia mai stata accordata al merito letterario. Nel 23 agosto del 1340 ricevette una lettera dal senato di Roma, che lo invitava in quella capitale del mondo, per ricevervi in Campidoglio la corona d'alloro, che ne' tempi della romana grandezza accordavasi talvolta ai poeti in occasione de' giuochi capitolini. La sera dello stesso giorno ebbe Petrarca una seconda lettera da Roberto de' Bardi Fiorentino, cancelliere dell'università di Parigi, in allora la più celebre dell'Europa, che in nome della medesima lo invitava colle più lusinghiere espressioni a Parigi per esservi egualmente coronato d'alloro. Francesco Petrarca aveva in allora trentasei anni, e vivea nel suo tranquillo ritiro di Valchiusa, presso Avignone, quando le due più grandi città del mondo sembravano disputarsi l'onore di preparargli un trionfo[341].
[341] _Memorie per la vita del Petrarca dell'ab. de Sade t. I, l. II, p. 428._
Petrarca, per la sua coronazione, diventò un personaggio affatto degno di storia: e fu così altamente collocato nell'opinione del suo secolo, che da qui innanzi lo vedremo pronunciare i suoi oracoli sulla politica e sulla letteratura; giudicare i pontefici e gl'imperatori, ed ottenere un rispetto talvolta esagerato da que' medesimi ch'egli condannava. Notabile fu l'influenza di tanta gloria sopra un carattere pieno di vanità: Petrarca non cessò mai nella sua carriera politica di essere un trovatore; e tutti i tiranni d'Italia, lusingando il suo amor proprio, ottennero da lui ricompensa di bassa adulazione. Alcuni lo impegnarono in azioni contrarie a' suoi principj ed a' suoi doveri come cittadino di Fiorenza e come Guelfo[342]. Anche il suo merito letterario medesimo può essere attaccato. Molti critici accusarono le sue poesie di ricercatezza e di affettazione; molti osservarono che nelle sue lettere ed altre opere latine traspare una stentata vanità, mentre in mezzo ai continui sforzi che fa l'autore per comparire eloquente, non sanno ove trovare i suoi veri sentimenti e pensieri; per ultimo molti lo accusano in particolare d'avere guasto il gusto della sua nazione, ritraendo gl'Italiani dal cercare il vero bello per farli tener dietro a futili gentilezze, ad apparenti bellezze. Ma per altro costoro devono confessare che Petrarca fu dotato di talenti tali, di un tal genio, di cui non possono forse portar essi giudizio; imperciocchè non è possibile di riscuotere l'ammirazione d'un intero secolo, nè di trasmettere il proprio nome alle più remote nazioni, e di generazione in generazione alla posterità, se tali veri o supposti difetti non vengono largamente compensati da una vera grandezza degna di una gloria così universale e durevole.
[342] Petrarca non era di nulla debitore alla sua patria, da cui visse sempre in esilio e che solo assai tardi gli mandò Giovanni Boccaccio col decreto del suo richiamo. Desiderò la libertà d'Italia, ma non prese alcuna parte ben decisa nè pel partito guelfo, nè pel ghibellino.
Era Petrarca figlio di ser Petracco dell'Ancisa, notajo fiorentino, originario del castello dell'Ancisa posto sulla strada d'Arezzo, quattordici miglia lontano da Firenze. Ser Petracco era notajo delle riformagioni[343] quando furono esiliati i Bianchi di Firenze. Bandito con Dante del 1302, si stabilì in Arezzo, ove nacque Petrarca nella notte del 19 al 20 luglio del 1304 quasi all'epoca del mal diretto tentativo fatto dai Bianchi sotto la condotta di Baschiera dei Tosinghi, per rientrare in Firenze[344].
[343] Così chiamavasi l'archivista delle deliberazioni della signoria.
[344] Il 22 luglio del 1304. Vedasi nel _tomo IV, il cap. XXVI_. — _Memorie per la vita del Petrarca t. I, p. 16._
Il nome di Petrarca dato al poeta toscano non è che il nome del padre alquanto alterato, Petracco, ossia Pietro. Pare che questa famiglia non avesse ancora nome proprio, come di que' tempi non lo avevano ancora molte famiglie della plebe. Petrarca incominciò di otto anni a studiare in Pisa la grammatica; di dove, perduta ogni speranza di rientrare in patria, suo padre lo trasportò con tutta la famiglia in Avignone allorchè morì Enrico VII. Avignone, diventata residenza dei papi, apparteneva in allora al re Roberto; ma il contado limitrofo Venosino formava da oltre trent'anni parte del dominio della Chiesa. Filippo l'ardito, re di Francia, aveva ceduta quella piccola provincia alla chiesa in forza d'un trattato conchiuso nel 1228 tra il papa e Raimondo VII, conte di Tolosa.
Petrarca trovò a Carpentasso, lontano quattro sole leghe da Avignone, il precettore toscano Convannole, che gli aveva date le prime lezioni di grammatica in Pisa[345], e proseguì a studiare sotto di lui pel corso di cinque anni la grammatica, la dialettica e la rettorica. Di 14 anni fu mandato a Monpellier per istudiare il diritto; ma ne' quattro anni che vi si trattenne trascurava lo studio commessogli per leggere Cicerone; pel quale fino da quell'epoca sentiva una così violenta passione, che propose di averlo a suo unico esemplare; e in fatti l'imitazione dello stile ciceroniano fu la cagione principale della sua gloria. Del 1322 fu dal padre mandato a Bologna per continuarvi lo studio del diritto sotto il famoso canonista Giovanni Andrea, sotto Giovanni Caldarini ed altri riputatissimi professori: ma anche in Bologna lo studio de' classici lo alienavano in modo da quello della giurisprudenza, che suo padre credette indispensabile un viaggio a quella città per toglierlo a così gagliarda seduzione, gettando sul fuoco tutti i prediletti suoi libri[346].
[345] _Memorie di Sade t. I, p. 30._
[346] _Memorie di Sade t. I, p. 44._
Ma in Bologna eranvi di que' tempi, oltre i legisti, altri maestri dai quali poteva Petrarca ascoltare lezioni al suo gusto più confacenti. Scelse adunque quelle di Cino da Pistoja e di Cecco d'Ascoli, dopo Dante, i due più illustri poeti di que' tempi, sebbene fosse il primo professore di diritto, l'altro di filosofia e di astrologia. L'uno e l'altro ispirarono a Petrarca il gusto per la poesia lirica italiana leggendogli le loro poesie ch'egli superò di lunga mano. Del 1327, sotto il governo del duca di Calabria, il professore d'astrologia Cecco d'Ascoli, che appunto in tale anno era pure astrologo del duca, fu abbruciato in Firenze come fattucchiere dal tribunale dell'Inquisizione[347].
[347] _Gio. Villani l. X, c. 39, p. 625._
Petrarca aveva, del 1325, perduta la madre, cui nel susseguente anno tenne dietro anche il genitore; onde gli fu forza di lasciare Bologna e di recarsi in Avignone col fratello Gerardo per raccoglierne la piccola eredità[348]. I sottili redditi del loro patrimonio consigliarono i due fratelli ad abbracciare lo stato ecclesiastico; e Petrarca, già conosciuto per alcune poesie alla corte pontificia, vi fu cortesemente accolto da alcuni principali signori romani e da alcuni prelati. Era Petrarca di gentile aspetto, e gagliardamente inclinato a conversare colle donne, la di cui protezione, in allora potente alla corte d'Avignone, conduceva facilmente a grandi fortune. Petrarca, volendo cattivarsene il favore coi versi, fece scelta della lingua italiana; perfezionando la quale, e dandole maggiore armonia, si acquistò tanta gloria[349].
[348] _Memorie de Sade, t. I, p. 54._
[349] «Questo dialetto» così parlò l'A. de Sade del maraviglioso linguaggio di Dante, «questo dialetto era tuttavia assai grossolano, quando Petrarca si degnò di sceglierlo per le sue poesie.» _Memor. l. I, p. 80._
La rima formava una parte essenziale della poesia italiana e della provenzale; e Dante aveva artificiosamente alternate le rime in modo che si legassero le une alle altre, onde giovare alla memoria di coloro che canterebbero i suoi versi, senza affaticare l'orecchio con una monotona consonanza. Petrarca non fu forse di così fino gusto nell'avvicendare le sue rime; e cercò più d'ogni altra cosa la tortura e la difficoltà, scrivendo trecento in quattrocento sonetti, e talvolta duplicando la tortura di questo infernale letto di Procuste, come ingegnosamente chiamò il Sonetto un poeta italiano[350].
[350]
_In questo di Procuste orrido letto_ _Chi ti sforza a giacer?_
Petrarca non impiegò per le quattro rime de' quattordici versi ond'è composto un sonetto, che le più ricche e più sonore desinenze: lo che gli fece più volte trascurare i vocaboli più adattati al sentimento. Imitò ancora le sestine de' Provenzali, piccoli poemi di sei stanze, cadauna di sei versi, dovendo ogni verso essere terminato da un sostantivo di due sillabe, senza che i versi della medesima stanza rimino fra di loro. In cambio di rima, gli stessi vocaboli sostantivi dissillabici devono soli terminare i versi delle seguenti cinque stanze, in modo che la rima che chiude la prima stanza sia principio della seconda, e così di seguito; infinchè cadauno de' sei vocaboli trovisi a suo luogo in fine di ognuno de' sei versi di ciascheduna stanza. Alcune sestine sono doppie, talchè la tortura si protrae per dodici stanze. Il poema si chiude col ripigliare tre versi che devono essere terminati da tre vocaboli de' sei adoperati nelle precedenti strofe. Questo metodico collocamento di vocaboli non offre veruna specie d'armonia all'orecchio, ma non è perciò meno difficile ad eseguirsi, e sottopone il poeta a tante difficoltà, che gli riesce quasi impossibile di conservare il pensiero della sua composizione (ciò sarà accaduto più frequentemente che al Petrarca, ai poeti provenzali).
In quasi tutte le edizioni del Petrarca le sestine sono stampate sotto il titolo di _canzoni_; ma la 3ª, 21ª, 32ª e 36ª canzoni, sono sestine. La 46ª, _Mia benigna fortuna e 'l viver lieto_, è una doppia sestina di 12 stanze.
Le canzoni sono i componimenti nei quali il Petrarca spaziò con maggiore libertà, e sono altresì quelli nei quali trovasi frequentemente una grandezza lirica che lo pareggia agli antichi lirici, ed a Dante, suo maestro. Le canzoni sono composte di più strofe di versi endecasillabi e settenarj; ma ogni strofe dev'essere perfettamente eguale alla prima, sia per conto delle rime, che per rispetto ai differenti piedi, ed alla distribuzione dei riposi. La canzone non deve avere più di quindici strofe, nè la strofa più di venti versi; e terminare con una chiusa o invio, nel quale l'autore addirizzava la parola ai suoi versi. Rare volte accade che quest'aggiunta che riconduce in iscena il poeta non distrugga con alcun poco di vanità o di galanteria l'impressione fatta dal poema con più elevati pensieri e con un andamento più lirico[351].
[351] La canzone 5.ª: _O aspettata in ciel beata e bella_, destinata ad incoraggiare Carlo IV alla Crociata, può addursi in esempio di questa mancanza di gusto. Questo canto di guerra veramente lirico viene chiuso da questi versi:
_Tu vedra' Italia e l'onorata riva,_ _Canzon, che agli occhi miei cela e contende_ _Non mar, non poggio o fiume,_ _Ma solo Amor ec._
Nel 1326, Petrarca strinse amicizia con Giacomo, figliuolo di Stefano Colonna, di età conforme e di studj, dal papa in appresso nominato vescovo di Lombez. Questi lo fece conoscere ai più rispettati personaggi della corte d'Avignone onde potè spiegare i suoi talenti in più vasto teatro[352].
[352] _Memorie de Sade t. I, p. 96._
Ma la celebrità del Petrarca crebbe a dismisura da che cominciò a cantare i suoi amori per madonna Laura, da lui veduta la prima volta nella chiesa delle monache di santa Chiara il 16 aprile del 1327. Per lo spazio di venti anni, e fino alla morte di Laura, non cessò d'esprimere ne' suoi versi la propria passione e di lagnarsi del suo rigore. Era Laura figlia d'Odiberto di Noves, cavaliere della provincia avignonese, che la maritò in gennaio del 1325 con Ugo di Sade, figliuolo di Paolo, ed uno de' sindaci della città d'Avignone[353]; se dobbiamo dar fede ai versi dell'innamorato giovane, fu scrupolosamente fedele allo sposo, sebbene non fosse insensibile agli omaggi di così riputato poeta ed alla celebrità che le procurava; e sebbene non trascurasse i mezzi familiari alle donne per non perdere un prigioniere che di quando in quando minacciava di fuggire.
[353] _Memorie de Sade l. II, p. 130._
In tempo che Petrarca trovavasi a Lombez presso l'illustre suo amico Stefano Colonna, riprese i suoi studj de' classici. Petrarca sentiva un vivo trasporto per le cose de' Romani, onde cercava di conoscerne a fondo i poeti, gli oratori, gli storici. Per avanzarsi in così vasta erudizione richiedevansi, a que' tempi, maggiori sforzi assai, che ne' nostri. Rarissimi erano i manoscritti e venduti a caro prezzo; non trovavansi riuniti nello stesso luogo, ma era d'uopo intraprendere diversi viaggi per leggere il solo Cicerone, di cui conservavansi alcuni libri in una provincia, altri in altre. Il Petrarca che aspirava ad averli tutti, e che apprezzava più d'ogni altro questo autore, possedeva il trattato _de Gloria_ di Cicerone, che prestò al suo maestro Convennole, che lo smarrì, senza che fino a' nostri giorni siasi potuto più rinvenire.
Il Petrarca, pieno la mente ed il cuore delle opere de' Romani scrittori, non credeva esservi altre scienze oltre quelle da loro coltivate, nè maggiore grandezza di quella della loro patria. Egli aveva adottati perfino i pregiudizj dell'antica Roma, che per lui continuava ad essere la capitale del mondo, risguardando come barbaro tutto quanto non era romano. Perciò non poteva tenere segreto il suo sdegno contro i papi per avere trasportata la loro sede in un'oscura e schifosa città delle Gallie, preferendola alla capitale dell'universo ricca di magnifici palazzi. I Barbari francesi ed allemanni che osavano scendere armati in Italia, eccitavano egualmente la sua collera, non vedendo in costoro che schiavi ribelli, cui di continuo rimproverava i ferri che avevano infranti[354].
[354] Così scriveva nel 1333 quando Giovanni di Boemia entrò in Italia col conte di Armagnac. «Ove troverò io bastanti lagrime per piangere la ruina della mia patria? Terribile destino! quale vergognoso giogo siamo vicini a portare! Nemici mille volte vinti immergeranno ne' nostri fianchi quelle spade che servirono ai nostri trofei, la signora del mondo gemerà nella schiavitù, porterà i ferri fabbricati da mani che furono strette dalle sue catene; e ciò che pone il colmo alle nostre sventure, ciò che i più feroci popoli e lo stesso Annibale non avrebbero veduto senza piangere, la bella, la possente Ausonia pagherà tributo ai Galli, a que' barbari, di cui Cesare non potè comprimere la rabbia, che tingendo del loro sangue i fiumi ed il mare.» Lettera in versi a Bartolomeo Tolomei di Siena. _Fran. Pet. Car. l. I, ep. 3. De Sade Mem. l. II, p. 197._ Del resto il terrore del Petrarca non fu giustificato dagli avvenimenti. Abbiamo di già veduto che Giovanni di Boemia dopo una campagna senza gloria tornò in Germania; che il conte d'Armagnac fu fatto prigioniero, e l'Italia quasi interamente sottratta a straniero dominio.
Non pertanto il Petrarca credette ben fatto di raccogliere da que' popoli, che tanto spesso chiamava barbari, tutto quanto conservavano di scienza. Visitò Parigi nel 1333, poi le città delle Fiandre, Aquisgrana e Colonia, di dove, passando per Lione, tornò ad Avignone[355]. Stefano Colonna, suo protettore, andava intanto a Roma, di modo che la fama del Petrarca dilatavasi in tutta l'Europa per mezzo suo e de' suoi amici. L'anno 1336 venne per mare in Italia, ove visse alcuni mesi in casa dei Colonna, allora in aperta guerra cogli Orsini; ed avanti di tornare in Provenza, visitò pure le coste della Spagna[356]; dopo i quali viaggi comperò in Valchiusa una piccola casa per istabilirsi in quel solitario paese. Nel 1339 diede principio ad un poema epico in versi latini, di cui Scipione doveva essere l'eroe, e che intitolò l'Africa. Lusingavasi di eternare con quest'opera la sua memoria; ma l'effetto non corrispose alle sue speranze[357].
[355] _Franc. Petr. Famil. Epist. l. I, ep. 3 e 4. — Memor. de Sade l. II, p. 206._
[356] _Memor. de Sade l. II, p. 330._
[357] _Ivi, l. II, p. 403._
Ritirato nella sua solitudine, nulla trascurava il nostro poeta che potesse giovare alla sua celebrità. Le lettere che gli furono ricapitate nello stesso giorno, per invitarlo a Parigi ed a Roma, gli arrecarono più gioja che sorpresa; poichè già da lungo tempo andava egli stesso preparando questo glorioso avvenimento. La sua ammirazione per la romana grandezza non lo lasciò nell'incertezza; ma per dare maggiore splendore al suo coronamento in Roma, risolse di subire un esame che non gli veniva richiesto; e prima di cingersi l'offerto alloro, si addirizzò a Roberto, re di Napoli, il più letterato sovrano di que' tempi, e grande protettore de' letterati, pregandolo di giudicare intorno alle sue cognizioni ed ai suoi talenti. Quando seppe accolta la sua domanda, Petrarca s'imbarcò alla volta di Napoli, ove sbarcò alla metà di marzo del 1341[358].
[358] _Memor. de Sade per tenere alla vita del Petrarca l. II, p. 435._