Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)

Part 15

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I Bolognesi erano entrati nella lega de' Fiorentini e de' Veneziani contro i signori della Scala, e la guerra in cui trovavansi impegnati, obbligavali a tenere molti cavalieri al loro soldo. Questi mercenarj, per la maggior parte Tedeschi, preferivano il servigio di un principe a quello della repubblica. D'altra parte, i tiranni la di cui potenza era fondata sulla forza militare avevano tutti studiata l'arte di rendersi cari ai soldati. Taddeo dei Pepoli aveva saputo guadagnarsi coloro che stavano allora in Bologna; avevali impegnati per mezzo di segreti emissarj ad accorrere a romore sulla piazza il 28 agosto 1337, gridando: _viva messer Taddeo dei Pepoli!_... I cittadini si ragunarono alle grida di viva il popolo; ma essi erano senza capo, ed i veri repubblicani erano stati esiliati colla fazione de' Maltraversa. Taddeo incoraggiava i suoi soldati, che disarmarono la guardia della signoria, e senza combattere, anzi senza resistenza, Taddeo fu introdotto nel pubblico palazzo. I mercenarj, che gli avevano aperto l'ingresso, lo proclamarono i primi signore generale di Bologna; alcuni giorni dopo le compagnie delle milizie, e più tardi ancora il consiglio del popolo acconsentirono a questa elezione. Gli amici della libertà erano affatto scoraggiati; e, perduta ogni speranza d'impedire lo stabilimento del despotismo, si assentarono da queste assemblee, nelle quali dieci soli cittadini ebbero la fermezza, di dichiararsi contro Taddeo dei Pepoli[320].

[320] _Cron. Miscella di Bologna t. XVIII, p. 375. — Math. de Griffon. Hist. p. 161. — Gio. Villani l. XI, c. 69._

Il nuovo signore scoprì ben tosto, o suppose delle congiure contro di lui per esiliare, sotto questo pretesto, i cittadini che potevano ancora tenerlo inquieto[321]. Cercò poi di rappacificarsi col papa, che aveva messa la sua capitale sotto l'interdetto; riconobbe la sovranità dei pontefici sopra Bologna; promise alla Chiesa un annuo tributo di otto mila lire bolognesi; obbligossi a far marciare le sue truppe qualunque volta ne fosse richiesto dalla corte d'Avignone, ed ottenne a questi patti d'essere ammesso da Benedetto XII in seno della Chiesa, e fu riconosciuta la legittimità del suo potere[322].

[321] _Cron. di Bologna p. 377._

[322] _Ghirardacci Stor. di Bologna l. XXII, t. II, p. 136 e seguenti._

La pace di Venezia fu posteriore a queste diverse rivoluzioni di Bologna. Questa pace, smembrando gli stati di Mastino della Scala, aveva posto il rimanente dell'Italia al coperto dalla sua ambizione; ma una casa più potente erasi di già arricchita delle sue spoglie. I talenti e le virtù d'Azzo Visconti, il quale era succeduto in Lombardia alla preponderanza di Mastino, rendeva la sua ambizione ancora più pericolosa. Visconti era in allora il solo signore che si occupasse del ben essere de' suoi popoli, e che sapesse farsi amare. La dolcezza della sua amministrazione gli guadagnava ammiratori e partigiani in ogni luogo, ed i sudditi del tiranno si felicitavano d'essere da lui conquistati. Brescia erasi ribellata contro Mastino per aprire le porte al signore di Milano; ed altre città avevano tentato d'imitarne l'esempio; ma il signore di Verona, facendo la pace con Azzo, occupavasi di già della sua vendetta; e fu precisamente col deporre le armi che suscitò contro al principe che lo aveva umiliato, i più pericolosi nemici.

(1338) Noi abbiamo veduto che i sobborghi di Vicenza erano stati abbandonati all'armata della lega: i Tedeschi assoldati prima da Fiorenza e da Venezia, vi si erano accantonati dopo conchiusa la pace, conservandoli come pegno d'una pretesa indennizzazione; onde rifiutarono di separarsi minacciando egualmente Mastino e gli alleati al di cui servigio erano stati fin allora. Il signore di Verona, volendosene liberare, pensò di rovesciarli addosso ad Azzo Visconti. Incaricò di quest'affare quello stesso Lodrisio Visconti che aveva due volte congiurato contro Galeazzo, e, costretto ad emigrare da Milano, erasi riparato a Verona.

(1339) Enrico VII, Federico d'Austria, Luigi di Baviera, il duca di Carinzia ed il re di Boemia avevano successivamente condotte in Italia nuove armate tedesche, e ben pochi degli avventurieri venuti con loro erano tornati in Germania: i sovrani d'Italia gli avevano assoldati, promettendo loro ricompense maggiori di quelle che trovar potevano nella loro patria. La prodigiosa superiorità che aveva nelle battaglie la cavalleria pesante, dovevasi molto meno al numero che all'abitudine delle armi: il cavaliere aveva un soldo proporzionato al lungo tempo che doveva impiegare, ed ai pericoli cui doveva soggiacere per imparare un tale mestiere; e mentre oggi la paga del soldato è minore di quella dell'ultimo mercenario, era in allora maggiore di quella del più esperto e ricco artefice.

I principi e le città d'Italia non erano in istato di tenere costantemente queste truppe al loro soldo; in tempo di guerra invitavano i mercenarj che avevano militato in altre armate, e li licenziavano all'epoca della pace. I Tedeschi, arrivati in Italia al seguito de' loro principi, erano ben tosto chiamati a servire altre potenze coll'allettamento di più larga mercede; e perchè le contese degl'Italiani erano affatto indifferenti a questi stranieri, vendevansi sempre al migliore offerente.

Generalmente parlando, ai principi tornava meglio d'avere dei Tedeschi al loro soldo, che dei nazionali, perchè la diversità della lingua li faceva più stranieri allo spirito di partito, e meno accessibili agl'intrighi. Sembrò a bella prima che le truppe mercenarie avessero pure altri vantaggi. Le forze degli stati si proporzionarono alle loro ricchezze, non alla popolazione; esse s'accrebbero coll'industria e coll'attività, e si perdettero per l'inerzia; si risparmiò il sangue de' sudditi cittadini; gli stessi soldati vestirono un carattere più umano, e la guerra si trattò con minor ferocia, perchè i combattenti erano quasi tutti compatriotti e non avevano veruna cagione di odio, che gli esacerbasse gli uni contro gli altri. In tempo della battaglia si risparmiavano reciprocamente; dopo la vittoria i vinti venivano spogliati delle loro armi e de' loro cavalli, e posti in libertà senza taglia. Non si previde a principio che l'uso de' soldati stranieri faceva perdere alla nazione il carattere militare, e la privava dei mezzi di respingere colle proprie forze le aggressioni che potevano opprimerla; non si previde che i mercenarj, ne' quali essa riponeva la sua confidenza, potevano un giorno tradirla. La negoziazione di Lodrisio Visconti con quelli che occupavano i sobborghi di Vicenza, fece per la prima volta conoscere ciò che doveva temersi da tali truppe.

Lodrisio Visconti giunse presso ai Tedeschi che occupavano i sobborghi di Vicenza, col danaro datogli da Mastino. Propose loro, poichè allora verun sovrano assoldava truppe, di marciare con lui contro Azzo Visconti; ed in cambio di soldo promise loro il saccheggio della città e del territorio di Milano. Richiamò alla loro memoria la grande compagnia de' Catalani ed Arragonesi che in principio del secolo era passata in Grecia e vi aveva fondato uno stabilimento, e li determinò ad intraprendere la guerra per conto loro proprio. I Tedeschi nominarono generali Lodrisio Visconti ed uno de' loro compatriotti detto Rinaldo di Givres[323]; presero il titolo di compagnia di san Giorgio, ed in principio di febbrajo del 1339 passarono l'Adige per entrare nel territorio milanese. La compagnia quando si pose in cammino era numerosa di due mila cinquecento cavalli e di molta infanteria, e di mano in mano che andava avanzando, faceva sempre nuove reclute.

[323] _Cortusiorum Hist. de novit. Paduæ l. VII, c. 20._

Azzo Visconti trovavasi allora a letto tormentato dalla gotta, onde gli fu forza di affidare il comando della sua armata a suo zio Lucchino Visconti. Quest'armata, composta di tre mila cavalli e di dieci mila pedoni, uscì di Milano il giorno 15 febbrajo per andar contro alla compagnia di san Giorgio ch'erasi accampata a Legnano, e guastava il territorio milanese.

Lucchino divise la sua armata in due colonne, una delle quali sotto gli ordini di Giovanni da Fieno e di Giovanelli Visconti, e stabilì il suo quartiere a Parabiago; l'altra sotto l'immediato comando di Lucchino s'accampò a Nerviano. Lodrisio approfittò di questa divisione, e la notte del 19 al 20 febbrajo piombò improvvisamente sopra la colonna di Parabiago, e la ruppe interamente. Lasciò allora quattrocento cavalli a Parabiago per custodire il bottino ed i prigionieri, ne mandò settecento presso all'Olona per tagliare la ritirata ai fuggiaschi, e col rimanente s'avanzò contro Lucchino. La battaglia si rinnovò con un furore che non erasi da molto tempo veduto nelle guerre d'Italia: la speranza del saccheggio di Milano animava i soldati della compagnia; quelli di Lucchino erano animati dalla difesa di quanto avevano di più prezioso contro una truppa di assassini che non avrebbero usato moderatamente della vittoria. Pure i Milanesi furono vinti, ma dopo una vigorosa difesa che aveva poco meno dei vinti indeboliti anche i vincitori. Lo stesso Lucchino venne in potere de' nemici. Mentre durava la battaglia, un'altra colonna di settecento cavalieri tutti italiani era uscita di Milano sotto la condotta d'Ettore da Panigo, ed entrata in Parabiago, aveva sorpresi e tagliati in pezzi i quattrocento cavalieri lasciati da Lodrisio a guardare il castello, e si era ingrossata coi prigionieri che aveva liberati. Di là marciò verso Nerviano, e giunse sul campo di battaglia mentre lo truppe di Lucchino di già rotte si difendevano ancora debolmente. Ettore da Panigo piomba su la compagnia rifinita dalla fatica di due battaglie e disordinata dalla caccia data al vinti, fa un orribile macello di questi avventurieri; libera Lucchino e fa Lodrisio prigioniero.

In una sola giornata la compagnia aveva ottenute due vittorie, e due ne aveva pure ottenute il conte da Panigo suo avversario. Questi ricondusse allora le vittoriose sue truppe verso Milano. Al passaggio dell'Olona incontrò il capitano tedesco Malerba che da Lodrisio era stato posto alla custodia di quel fiume per tagliare la ritirata ai fuggitivi. Fu anche questi disfatto dopo un ostinato combattimento che fu il quinto di questo giorno e pose fine alla battaglia di Parabiago distruggendo la compagnia di san Giorgio. Questa rapida campagna, terminata in meno di venti giorni, richiamò a sè gli sguardi di tutta l'Italia: l'incredibile accanimento con cui aveano combattuto i mercenarj in quest'occasione, nella quale portavano le armi contro l'intera società, ispirava tanto maggiore spavento, in quanto che si paragonava alla mollezza con cui sostenevano le altre guerre. La spedizione di Parabiago disvelò il loro segreto.

Si osservò che le loro ordinarie battaglie non erano che un trastullo nel quale cercavano di guadagnare la paga col minor sangue e fatica possibile; ma che non facevan uso di tutte le loro forze, che quando le destinavano alla sovversione dell'ordine sociale. Più di quattro mila cavalieri delle due armate erano rimasti sul campo di battaglia[324]: assai maggiori erano i morti dell'infanteria. I soli Milanesi avevano perduti più di cinquecento cavalieri e di tre mila fanti[325]. Lodrisio Visconti ed i due suoi figliuoli furono chiusi nelle prigioni di Milano. Si rimandarono senza taglia gli altri prigionieri dopo aver loro tolti i cavalli e le armi e avuta da loro la promessa che più non servirebbero contro i Visconti. Non si sarebbero potuti ritenere senza condannarli ad una perpetua prigionia, perchè veruna potenza sarebbesi curata di comperare la loro libertà[326].

[324] _Cortusior. Hist. l. VII, c. 20._

[325] _Gio. Villani l. XI, c. 96._

[326] _Chron. Modoet. l. IV, c. 2. — Galvan. Flamma Opuscula t. XII, p. 1022. — Istor. Pistol. Ann. t. XI, p. 475._

Sebbene la guerra di Parabiago togliesse al Visconti alcune migliaja di soldati, aveva non pertanto accresciuta la sua riputazione e la sua potenza. Era a quest'epoca sovrano di dieci città lombarde prima indipendenti[327], senza contare Pavia di cui ne divideva il dominio colla casa Beccaria. Cercava occasione d'acquistare qualche diritto in Toscana, onde aprirvi una nuova carriera alle sue pratiche ed alla sua ambizione; nè dovette aspettarne lungo tempo l'occasione: sua madre Beatrice d'Este aveva avuto dal suo primo marito, il giudice Nino di Gallura, una unica figliuola detta Giovanna, sorella uterina d'Azzo Visconti; la quale morì ed era l'ultima erede dei Visconti di Pisa, signori di una parte della Sardegna. Azzo presentossi subito per raccogliere l'eredità di quest'illustre famiglia; chiese ed ottenne la cittadinanza pisana, entrò in possesso dei beni di sua sorella, e per far comprendere che le sue pretensioni stendevansi altresì sul terzo della Sardegna, che gli Arragonesi avevano tolta ai giudici di Gallura, inquartò i suoi stemmi coi loro[328]. I Pisani desideravano ardentemente la sua alleanza, e le loro forze riunite avrebbero potuto togliere agli Arragonesi quest'isola, sulla quale i Pisani avevano così giusti diritti, ed il di cui possesso era tanto necessario alla sua potenza marittima. Ma Azzo Visconti fu colpito dalla morte nel colmo delle sue prosperità e de' suoi vasti progetti. Spirò il 16 agosto del 1339 nella fresca età di 37 anni[329]; e perchè non lasciava figliuoli maschi, i suoi due zii, Giovanni, vescovo di Novara, e Lucchino, ambedue figliuoli di Matteo, furono dall'elezione della nobiltà e del popolo chiamati insieme alla sovranità di Milano[330]. Il primo rassegnò ben tosto al fratello la parte della sua signoria, per sollecitare l'investitura del vacante arcivescovado di Milano, che ottenne dalla corte d'Avignone contro il pagamento di cinquanta mila fiorini, e la riserva di dieci mila fiorini di rendita[331].

[327] Milano, Como, Vercelli, Lodi, Piacenza, Cremona, Borgo san Donnino, Bergamo e Brescia.

[328] _Galvan. de la Flamma Opusc. de Gestis Vicecomitum t. XII, c. 1028._

[329] _Gio. Villani l. XI, c. 100._

[330] _Galv. de la Flam. Opusc. p. 1030._

[331] _Gio. Villani l. XI, c. 100._

Fu pure quest'anno memorabile per una importante rivoluzione nella repubblica di Genova. Dopo liberata dall'assedio, ci siamo limitati, rispetto a questa città, d'indicare sommariamente gli avvenimenti della guerra civile che laceravano questa repubblica: indebolita da continue zuffe, non impiegava nelle sue guerre intestine tali forze che richiamar potessero l'attenzione dell'Italia. Ma le nuove fazioni, che si manifestarono nel presente anno, meritano di essere più circostanziatamente descritte, poichè produssero nel governo della repubblica un durevole cambiamento, che forma epoca nella sua storia.

Era questo il tempo in cui Filippo di Valois sosteneva contro gl'Inglesi una ruinosa guerra. L'anno 1338 aveva prese al suo servigio venti galere armate dai Guelfi di Monaco e venti armate dai Ghibellini genovesi. Queste quaranta galere passarono in Francia sotto il comando d'Antonio Doria. I marinai genovesi dopo un anno di servigio lagnaronsi che questo ammiraglio loro non pagasse l'intero soldo. In una sedizione, ch'ebbe luogo sopra le galere, furono scacciati il Doria ed i suoi capitani, ed i marinai nominarono altri ufficiali[332]. Il re di Francia si dichiarò a favore dell'ammiraglio; fece porre in prigione Pietro Capurro di Valtaggio risguardato quale capo dei sediziosi e quindici suoi compagni. La subordinazione si ristabilì sulla flotta, ma fu abbandonata da moltissimi marinai, che tornarono alla loro patria lagnandosi dell'ammiraglio.

[332] _Georg. Stellae Ann. Genuens. t. XVII, p. 1071._

Al loro arrivo questi uomini inquieti trovarono molti concittadini mal disposti contro gli Spinola, i Doria, i Fieschi ed i Grimaldi. Da oltre sessant'anni queste quattro grandi famiglie avevano scossa la repubblica colle loro rivalità. A vicenda vittoriose o fuggitive, avevano a vicenda oppressi gli altri nobili ed il popolo. Sembrava che aspirassero ad assoggettare Genova ad una oligarchia ereditaria; attribuivansi tutte le funzioni onorevoli sia nella capitale, sia nelle città e castelli che ne dipendevano, come nelle flotte e nelle armate. Gli abitanti di Valtaggio presero i primi le armi per difendere o vendicare il loro compatriota Pietro Capurro, capo de' sediziosi della flotta. Il loro esempio fu seguìto dagli abitanti delle valli della Polsevera e di Bisagno ed in ultimo dai cittadini di Savona; nella quale città i sediziosi si adunarono nella chiesa di san Domenico, ove uno de' loro capi, salito sulla cattedra dei predicatori, e richiamando alla memoria de' suoi uditori le ingiurie e l'orgoglio della nobiltà, gli eccitò a scuotere il giogo di quest'ordine, ed a vendicarsi. «L'arroganza de' nobili è tanto grande, egli disse, che sdegnansi perfino che il popolo riclami i diritti guarentiti dalle leggi. Colui che alza gli occhi sopra di loro, e che ricordandosi d'essere Genovese osa invocare la libertà, viene strascinato in prigione o punito di morte come un ribelle. Chi dobbiamo però accusare di una così ingiuriosa oppressione? La nobiltà che l'impone, o noi che la soffriamo? La nobiltà prima di tutto nulla fece di nuovo, nulla che non sia conforme alla sua natura: ma noi con una vergognosa viltà, con una imperdonabile debolezza, noi non impieghiamo in nostra difesa le armi che d'ogni tempo sono state riservate al popolo. Non lo sappiamo noi forse, che agli oppressi non rimane che una risorsa, la sollevazione? E che in questa sola trovano la guarenzia dei loro diritti? Speriamo noi forse che un giudizio, o procedure giudiziali ne ridonino i nostri privilegi? Che potremmo noi sperare dai consigli composti di soli nobili, da tribunali creati da loro, da giuristi che sviano con tutti i sutterfugi della cavillazione? Il popolo ha egli un mezzo regolare d'ottenere giustizia quando la domanda contro i suoi magistrati? Può egli invocare in suo soccorso l'ordine sociale, quando questo istesso ordine sociale è corrotto? Non temete, cittadini, i giudizj dei tribunali venduti ai vostri nemici, l'obbrobrio di cui vorrebbero vedervi coperti, o i supplicj di cui vi minacciano; non temete i nomi di ribelli e di sediziosi di cui vi caricano; voi conoscete i vostri diritti, le leggi che devono proteggervi, e ch'essi violano senza pudore; voi le avete tutte scolpite nella vostra memoria; queste medesime leggi si sono fatte delle vostre braccia l'ultima guarenzia[333].»

[333] _Uberti Folietae Genuens. Hist. l. VII._

Gli abitanti di Savona, riscaldati da questo discorso, assediano il pretorio, ove Odoardo Doria governatore della città erasi rifugiato coi magistrati e con pochi gentiluomini. Dopo averli costretti ad arrendersi, li rinchiusero nella fortezza di santa Maria; nominarono capitani del popolo due plebei, e formarono loro un consiglio di venti marinai. Marciarono in appresso contro Genova, ove tutto era disposto per un'eguale rivoluzione che non tardò a scoppiare. La repubblica era governata da due capitani di parte ghibellina, un Doria ed uno Spinola, i quali avevano spogliato il popolo dell'elezione del suo Abate, magistrato che come i tribuni di Roma era specialmente incaricato della protezione e della difesa de' plebei. I malcontenti di Genova, tosto che videro arrivare in loro soccorso gli ammutinati di Savona, domandarono che fosse loro restituito il diritto d'eleggere il magistrato del popolo; ed il governo riconobbe la giustizia di questa domanda.

Venti plebei scelti dai loro concittadini per l'elezione dell'Abate adunaronsi in pretorio il 23 settembre del 1339[334]. I capitani, i nobili ed il popolo riuniti intorno a loro ne aspettavano la decisione; quando un uomo oscuro, alzando la voce, propose di nominare alla vacante piazza Simone Boccanigra, uomo attivo e pieno d'esperienza, che a somma prudenza univa un coraggio a tutte prove, e che sempre aveva protetti i plebei sebbene appartenente ad una delle più antiche famiglie della nobiltà. Questo nome venne ripetuto con entusiasmo; il popolo unendo la sua voce a quella degli elettori proclama il nuovo Abate che malgrado la sua resistenza fu costretto a sedersi tra i due capitani del popolo, e gli fu posta in mano la spada del comando.

[334] _Georgii Stellae Annal. Gen. p. 1072._

Quando Boccanigra potè ottenere un istante di silenzio, disse: «Io sento, cittadini, tutta la riconoscenza ch'io debbo a tanto zelo, a tanta benevolenza; ma il titolo che voi mi date, non era ancora entrato nella mia famiglia, ed io non voglio essere il primo ad introdurvelo. Accordate dunque, vi prego, quest'onore ad alcun altro cui meglio che a me si convenga[335].» I cittadini sentirono allora che il titolo di Abate del popolo non poteva appartenere che ad un plebeo, e che Boccanigra, che contava un capitano del popolo tra i suoi antenati, non poteva, senza far loro torto, accettare una così diversa magistratura[336]. «Siate dunque nostro signore, nostro doge, gridarono essi; ma siete voi, voi solo che vogliamo riconoscere per nostro protettore.» I medesimi capitani del popolo, temendo che la rivoluzione si rendesse più feroce, supplicarono Boccanigra ad accettare la sua elezione; e perchè il titolo di doge, che per accidente eragli stato offerto, ricordava il doge di Venezia, capo d'uno stato libero simile a Genova, la nuova costituzione, stabilita in mezzo ai clamori popolari, rimase libera e repubblicana: Boccanigra ebbe un consiglio popolare, e la sua autorità venne limitata dai poteri che si riservò la nazione[337].

[335] _Georg. Stellae Ann. Genuens. p. 1073. — Ann. Mediol. t. XVI, c. 11._ Quest'ultimo non è, a dir vero, che un miserabile plagiario che qui copia verbalmente lo Stella, come in altri luoghi. _Galv. Flamma e Azario._

[336] Un Guglielmo Boccanigra aveva il primo, del 1257, portato il titolo di capitano del popolo; e come Simone era stato eletto dalla fazione democratica. Veggasi nel _tomo III, il cap. 20_.

[337] _Georgii Stellae Annal. Gen. p. 1074._

Boccanigra nel corso de' cinque anni che tenne l'affidatogli potere, ne usò gloriosamente: con mano vigorosa represse gli eccessi cui il popolo si abbandonava ne' primi istanti della rivoluzione; trasse di mano ai sediziosi Rebella Grimaldi, sebbene suo particolare nemico; contenne il marchese del Carretto e gli altri feudatarj che commettevano frequenti ladronecci in vicinanza de' loro feudi; assoggettò ai magistrati della repubblica le fortezze tutte ed i castelli delle due riviere, tranne Monaco, difeso dai Grimaldi, e Ventimiglia in cui si erano uniti i capi delle quattro grandi famiglie[338]. E la sua amministrazione fu pure illustrata da alcune vittorie ottenute dalle flotte della repubblica sui Turchi nel mar nero, sui Tartari presso Caffa, ed in Ispagna sui Mori[339].

[338] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. VII._

[339] _Ivi. — Georgii Stellæ An. Gen. p. 1076._

Peraltro dovette lottare incessantemente contro gl'intrighi delle quattro potenti famiglie escluse dal governo; le quali avevano dimenticate le vicendevoli nimistà ed i nomi di Guelfi e di Ghibellini, che le tennero tanti anni divise, per collegarsi contro di lui; ed unitesi in Venti miglia mossero guerra alla repubblica ed al suo capo[340]. Vedremo altrove il Boccanigra, stanco di così lunga guerra, deporre spontaneamente il comando, e lasciare in altrui mano la cura di proteggere il popolo contro la nobiltà.

[340] _Uberti Folietæ Gen. Hist. l. VII._