Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 14
Nel tempo che i Fiorentini mantenevano un'armata nella Marca Trivigiana, e combattevano in Toscana contro i Lucchesi, e contro Pietro Saccone e gli Aretini, non ignoravano che dovevano stare in guardia contro le trame dei Ghibellini, che nelle città della provincia ed anche entro Firenze mantenevano segrete intelligenze, oltre che venivano caldamente eccitati dalle promesse di Saccone e dagli artificj di Mastino. In così pericolose circostanze sapevano che i Romani avrebbero creato un dittatore; onde, seguendo l'esempio loro, credettero di dovere innalzare un magistrato al di sopra delle leggi, affinchè il grandissimo potere che gli confidavano, tenesse in dovere i segreti nemici della repubblica, e la rapidità de' giudizj li colpisse a tempo ne' loro complotti. Ma presso i Romani, popolo affatto militare, il dittatore diventava il generale dell'armata. I Fiorentini non avevano trovato tra i loro concittadini un generale abbastanza sperimentato da mettersi alla testa di tutto lo stato: accostumati a confidare agli stranieri il potere dell'armi, avrebbero temuto assai più di riunire in mani sconosciute la potenza civile e militare; e se giammai si fossero in tal maniera dato un padrone, difficilmente avrebbero poi potuto scuoterne il giogo. Immaginarono quindi di non rivestire il loro nuovo magistrato che dell'autorità di supremo giudice, e lo nominarono conservatore, dandogli una guardia di cinquanta cavalieri e di cento fanti, autorizzandolo a giudicare compendiosamente ed a far eseguire all'istante le sentenze. Uno straniero, Giacomo Gabriello d'Agobbio, fu chiamato il primo ad occupare questa carica. Il popolo doveva tremare innanzi a questo magistrato, ma la signoria tenutasi superiore alla sua giurisdizione poteva sopravvegliarlo ed imporre limiti al suo potere. Frattanto il Gabrielli, abbandonandosi senza ritegno al suo carattere sospettoso e crudele, fece spargere dai suoi carnefici molto sangue. Quando uscì di carica, il popolo, sdegnato contro di lui, promulgò una legge che proibiva di nominare in avvenire giudici di Agobbio o del suo territorio[286]. Dopo di lui un altro conservatore, Accorimbeno di Tolentino, fece succedere la giustizia venale alla crudeltà; ed i Fiorentini, abolendo tale carica, si convinsero finalmente che la libertà non si mantiene giammai con mezzi dispotici, e che l'innalzare un potere al di sopra delle leggi, quand'anche fosse per la loro difesa, è lo stesso che preparare la loro ruina[287].
[286] Una simile ordinanza era stata portata a Siena l'anno precedente contro gli abitanti d'Agobbio. _And. Dei Cron. Sanese p. 95._ I gentiluomini di questa città, e specialmente i Gabrielli destinavansi tutti al mestiere di giudice.
[287] _Gio. Villani l. XI, c. 39._
Nel susseguente anno 1337 la campagna s'aprì dai Fiorentini in Toscana con uno strepitoso avvenimento. Pietro Saccone, stretto dalle armate di Fiorenza e di Perugia, e non potendo tenere aperta comunicazione con Mastino che non gli mandava i promessi soccorsi, vedendo di avere già perduti molti castelli, prese finalmente il partito di negoziare vendendo ai Fiorentini la signoria d'Arezzo. La repubblica acquistò separatamente i diritti di Pietro Saccone e quelli del conte Guido; pagò il soldo delle truppe assediate e sborsò circa sessanta mila fiorini per ottenere il possesso della città, che le fu aperta il 10 di marzo. Ma tal acquisto costò alla repubblica assai più che tesori, avendo compromessa la sua buona fede: per la prima volta fu accusata d'avere mal osservato i trattati, d'avere combattuto di concerto coi Perugini, e d'aver sola raccolti i frutti del loro sudore, e del loro sangue[288]. Il partito guelfo venne in Arezzo ristabilito dopo un esilio di sessant'anni; i Tarlati furono ridotti alla condizione di cittadini; si fabbricarono nella città due fortezze per tenerla in soggezione, e venne stabilita una nuova magistratura incaricata di sopravvegliare alla tranquillità ed al buon essere degli Aretini[289].
[288] _Gio. Villani l. XI, c. 58-60. — Istorie Pistol. p. 471. — And. Dei Cronica Sanese t. XV._
[289] _Gio. Villani l. XI, c. 59. — Cronaca di ser Gorello d'Arezzo t. XV, c. 4._
I Fiorentini che nella precedente guerra erano stati vittima dei loro riguardi per il territorio di Lucca, tenevansi fermi nello stesso sistema di politica: la guerra che gl'interessava esclusivamente e che si faceva senza il concorso de' loro alleati, era quella che facevasi meno vigorosamente. Accontentaronsi in questa campagna di saccheggiar Pescia, Buggiano e pochi altri castelli di Val di Nievole e di Val di Serchio, senza fare verun acquisto[290].
[290] _Gio. Villani l. XI, c. 62. — Beverini Annales Lucenses l. VII, p. 904._
Ma nello stesso tempo spingevano con una straordinaria attività il loro progetto di eccitare in Lombardia nuovi nemici a Mastino della Scala. Nella stessa maniera ch'essi avevano chiamati i capi dei Ghibellini a dividere le conquiste del re di Boemia, abbandonavano adesso alla loro avidità gli stati del signore di Verona. Ricordavano a ciascheduno l'insultante arroganza di Mastino, ed offrivano ricompense a qualunque volesse far lega con loro per punirlo. Obizzo d'Este, Luigi di Gonzaga ed Azzo Visconti entrarono successivamente nella lega delle due repubbliche. L'ultimo aveva approfittato della guerra generale, cui avevano preso parte i suoi vicini per impadronirsi nello stesso tempo di Lodi, di Como e di Crema[291]. Carlo, figliuolo di Giovanni di Boemia e duca di Carintia, si unì anch'esso ai nemici di Mastino, e gli tolse in sul cominciare di luglio le città di Cividiale e di Feltre[292].
[291] _Chron. Est. t. XV, p. 400. — Marin Sanuto vite dei Duchi, t. XXII, p. 603. — Ann. Mediol t. XVI, c. 108._
[292] _Cortusiorum Hist. l. VI, c. 9. — Istor. Pistolesi, p. 472. — Chron. Veron. t. VIII, p. 650._
Mentre un'armata condotta da Lucchino Visconti minacciava a ponente gli stati di Mastino, indi ritiravasi senza combattere[293], Pietro de' Rossi rimaneva nelle vicinanze di Padova onde cogliere qualche opportunità per togliere questa grande città ad Alberto della Scala, che ne aveva il comando. Alberto, fratel maggiore di Mastino, era suo eguale in autorità, ma di talenti e di coraggio a lui inferiore d'assai. Impaziente del travaglio, abbandonava i pubblici affari per dedicarsi interamente ai piaceri. Marsiglio ed Ubertino da Carrara, gli antichi signori di Padova e capi del partito guelfo, erano i soli suoi consiglieri. Nell'ebbrezza dell'assoluto potere aveva fatto violenza alla moglie d'Ubertino da Carrara; ma come egli aveva dimenticato quest'oltraggio, figuravasi che lo avesse egualmente dimenticato ancora l'offeso. Ubertino non erasene in verun modo lagnato, o dato indizio dell'interna sua rabbia; ma aveva aggiunto alla testa di moro, che formava il cimiero del suo elmo, due corna di oro, perchè gli rammentassero continuamente la sua vergogna e la vendetta che meditava di fare[294].
[293] _Cortusiorum Hist. l. VI, c. 6. — Gio. Villani l. XI, c. 63._
[294] _Istoria Padovana di Galeazzo Gataro t. XVII, p. 21._
Mastino, che non accordava ai Carrara tanta confidenza, aveva più volte scritto a suo fratello di osservarne gli andamenti, di arrestarli ed anche di farli morire. Alberto mostrava tutte queste lettere ai Carrara; e questi che già da più mesi trattavano col doge di Venezia[295], cercavano di risvegliare in Padova lo zelo de' loro partigiani, e mantenevano strette intelligenze con Pietro de' Rossi, loro nipote, cui chiedevano all'opportunità soccorso di gente. Mastino scoperse tutte queste pratiche e scrisse il 2 agosto a suo fratello di far arrestare senza ritardo i due Carrara che lo tradivano e di farli morire. Quando fu introdotto il messaggiere, che aveva ordine di consegnare la lettera al solo Alberto, questi stava giocando agli scacchi. Egli prese la lettera e senza aprirla la consegnò a Marsiglio da Carrara, che gli stava vicino. Marsiglio lesse l'ordine del suo supplicio senza lasciar travedere sul suo volto alcun turbamento. «Vostro fratello, disse in seguito al signore, domanda che voi gli mandiate senza ritardo un falcone pellegrino di cui abbisogna per la caccia.» Nello stesso tempo prevenne Ubertino di apparecchiare ogni cosa per quella notte, e più non perdette Alberto di vista onde impedire che gli giugnesse qualche nuovo avviso[296].
[295] _Navagero Storia Veneta t. XXIII, p. 1018._
[296] _Istoria Padovana di Galeazzo Gataro p. 27._
A mezza notte i Guelfi ch'erano di guardia alla porta di ponte Curvo, l'aprirono a Pietro de' Rossi, che entrò in Padova alla testa della sua cavalleria. I partigiani di Carrara che si erano adunati in silenzio intorno al palazzo pubblico, sorpresero nell'ora medesima le guardie, le disarmarono, arrestarono Alberto della Scala nel suo appartamento, e lo condussero subito nelle prigioni di Venezia. Nicoletto, suo buffone, domandò di partecipare alla sua sorte, e fu il solo che lo accompagnasse in quella trista dimora: un così generoso sentimento trovossi in un uomo che aveva fin allora fatto traffico di una vile buffoneria, e che nelle altrui risate aveva cercata l'indipendenza[297].
[297] _Cortusiorum hist. l. VII, c. 5._
Pietro de' Rossi fece osservare ai suoi soldati la più severa disciplina. Impadronendosi di Padova, non fu commesso verun rubamento, verun disordine turbò il contento del popolo che tornava alle fazioni de' suoi padri. Furono sequestrate le sole proprietà della casa della Scala, siccome appartenenti al vincitore. Marsiglio di Carrara fu proclamato signore di Padova da' suoi concittadini; ed ammesso nella lega delle repubbliche, si obbligò a somministrare quattrocento cavalieri all'armata che faceva la guerra a Mastino[298].
[298] _Gio. Villani l. XI, c. 64. — Cortus. hist. l. VII, c. 1-2 e 3._
Questo segnalato vantaggio ottenuto dalla lega fu ben tosto funestato dalla morte di colui che lo aveva procurato. Pietro de' Rossi avendo intrapreso l'assedio del castello di Monselice, vi fu colpito il 7 agosto da un colpo di lancia, e morì il susseguente giorno. Suo fratello Marsiglio che aveva un comando nella medesima armata, morì di febbre sette giorni dopo[299]. Per riconoscenza e per rispetto dovuto alla memoria di questi due generali, la lega affidò il comando della loro armata ad un terzo fratello, Orlando de' Rossi che non aveva i talenti de' suoi predecessori.
[299] _Cortus. hist. l. VII, c. 4. — Gio. Villani l. XI, c. 63. — Istorie Pistolesi p. 473._
Ma la situazione di Mastino della Scala era diventata così pericolosa, che la lega non aveva omai più bisogno d'un grande generale per trarre profitto dai già ottenuti vantaggi. Tutti i Guelfi che avevano ubbidito a questo signore, tutti i gentiluomini che avevano motivo di dolersi di lui, coglievano avidamente l'occasione di ribellarsi, e si scoprivano nella condotta dell'uomo potente caduto in minor fortuna offese prima egualmente ignorate dall'offensore e dall'offeso. Brescia si ribellò l'8 ottobre contro Mastino; e la guarnigione tedesca, dopo avere difesa alcun tempo la città nuova, fu costretta anch'essa di capitolare. Questa nuova conquista passò in dominio d'Azzo Visconti, che vi aveva più degli altri contribuito[300].
[300] _Gio. Villani l. XI, c. 72._
Questa guerra non era per anco stata illustrata da una battaglia formale, nè meno quando le armate nemiche presso a poco di forze eguali non dovevano temere di far prova del loro valore. Ma dopo l'abbassamento del signore della Scala, più non poteva aver luogo un fatto importante, poichè egli tenevasi chiuso nella sua capitale, difendeva i suoi castelli e non ardiva avventurare una battaglia. Si consumò l'inverno in trattati infruttuosi, e la seguente campagna del 1338 fu consacrata all'assedio di alcune fortezze. Frattanto i Fiorentini distribuirono i premj per la corsa sotto le stesse mura di Verona. Occuparono in appresso Soave, Montecchio e Monselice, e verso la metà d'ottobre s'impadronirono finalmente dei sobborghi di Vicenza[301]. Mastino aveva chiesti gli ajuti dell'imperatore Luigi di Baviera, al di cui partito erasi sempre conservato fedele. Ma Luigi era allora il nemico della casa di Lussemburgo, con cui aveva tanto tempo fatto causa comune; ed il conte Giovanni Enrico, secondo figlio del re di Boemia, occupò i passaggi delle montagne, e trattenne in Tirolo l'imperatore che con sei mila cavalli veniva in soccorso del signore di Verona[302]. Mastino abbandonato da tutti i suoi alleati, e temendo di vedersi in breve assediato nella propria capitale, si appigliò finalmente alle negoziazioni. Doveva trattare con una lega, onde impiegò contro la medesima quell'arte che d'ordinario basta per discioglierle. Offrì di dare pieno soddisfacimento ad uno de' confederati, e lo fece rinunciare alla difesa degl'interessi altrui. I Veneziani trattarono con lui separatamente, ed avendo ottenuto quanto desideravano, il 17 dicembre del 1338 firmarono un trattato che comunicarono soltanto dopo fatto alla repubblica Fiorentina, perchè ancor essa vi si uniformasse[303].
[301] _Gio. Villani l. XI, c. 76-81._
[302] _Olenschlager Geschichte § 130, p. 302._
[303] _Gio. Villani l. XI, c. 89._
Con tale trattato Treviso, Castelfranco e Ceneda venivano cedute alla signoria di Venezia; Bassano e Castel Baldo al signore di Padova; Pescia ed alcune castella di Val di Nievole ai Fiorentini[304]. La navigazione del Po era dichiarata libera; i Rossi dovevano rientrare al possesso de' loro beni nello stato di Parma, ed Alberto della Scala sarebbe liberato senza taglia.
[304] Buggiano, la Costa, Colle ed Altopascio. Inoltre Mastino rinunciava ai suoi diritti sopra altre castella già acquistate, cioè Fucecchio, Castelfranco, santa Croce, santa Maria a Monte, Montopoli, Monte Catini, Monsummano, Monte vettorino, Massa, Cozzile, Uzzano, Vellano, Scrana e Castel vecchio.
Queste condizioni erano troppo diverse da quelle che i Fiorentini chiedevano, e che loro erano state promesse dagli alleati. Da una guerra che loro costava seicento mila fiorini, altro frutto non raccoglievano che l'acquisto di tre o quattro castelli che Mastino più non poteva difendere; mentre colla stessa guerra la casa di Carrara aveva acquistata la signoria di Padova, il Visconti facevasi assicurare quella di Brescia, ed i Veneziani gittavano i fondamenti d'una nuova potenza in terra ferma[305]. Rimasero alcun tempo incerti se dovessero restar soli in guerra contro Mastino, piuttosto che aderire a così svantaggioso trattato, e lasciarsi in tal modo deludere un'altra volta dai loro alleati. Pure essi avevano contratto un debito di quattrocento cinquanta mila fiorini; avevano impegnate ai loro creditori le gabelle per sei anni; e due enormi perdite fatte in quest'epoca dal loro commercio li determinarono ad accettare il trattato di Venezia, e la pace si pubblicò in Toscana il giorno 11 febbrajo del 1339[306].
[305] _Gio. Villani l. XI, c. 89. — Navagero stor. Venez. p. 1030. — Cortusiorum hist. l. VII, c. 18._
[306] I Guelfi emigrati di Lucca ebbero da Mastino il permesso di rientrare in patria. D'altra parte molte famiglie ghibelline di Pescia e di Buggiano preferirono l'autorità di Mastino a quella d'una repubblica guelfa. I Garzoni, Pucci, Vanni, Nuti, Puccini, Lippi, Orsucci ec., si stabilirono a Lucca, ed ebbero i diritti di cittadinanza. _Beverini l. VII, p. 908._
Per terminare la guerra, un motivo assai più potente dell'abbandono in cui trovavansi i Fiorentini, fu la ruina che apportava al loro commercio la guerra tra Filippo di Valois ed Edoardo III d'Inghilterra. Questi due monarchi non erano stati troppo scrupolosi nello scegliere i mezzi di far danaro. Filippo aveva più volte alterate le monete del suo regno, di modo che il fiorino d'oro di Fiorenza, che ne' primi anni del suo regno valeva dieci soldi di Parigi, giunse in breve al valore di trenta. In appresso fece arrestare in un sol giorno (10 aprile 1337) tutti gl'Italiani che commerciavano ne' suoi stati, ed accusandoli d'usura, li forzò a liberarsi con enormi contribuzioni[307]. D'altra parte Edoardo d'Inghilterra aveva scelti per banchieri due negozianti o case di Firenze, ed i prestiti che faceva per loro mezzo, superavano talmente gli assegni del rimborso, che i Bardi trovarono d'avergli prestate cento ottanta mila marchi sterlini, ed i Peruzzi cento trentacinque mila; ossia, fra l'uno e l'altro, sedici milioni trecento mila lire delle nostre lire d'Italia, in un tempo in cui il denaro era cinque o sei volte più raro che a' nostri giorni[308]. Queste due case furono obbligate di sospendere i loro pagamenti, dal che ne risultò per contraccolpo un infinito numero di fallimenti in Fiorenza[309]. Tali furono le circostanze che consigliarono la repubblica ad accettare la pace di Venezia, senza che la sua pubblicazione cagionasse allegrezza nel popolo[310].
[307] _Gio. Villani l. XI, c. 71._
[308] Il marco sterlino valeva allora quattro fiorini e mezzo, o circa sessanta franchi.
[309] _Gio. Villani l. XI, c. 87._
[310] _Storie Pistolesi p. 474. — Joh. de Bazano Chron. Mutin. t. XV, p. 598. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII, p. 605. — Leonar. Aretino l. V._
CAPITOLO XXXIV.
_Bologna sottomessa da Taddeo de' Pepoli. — Guerra de' mercenarj o di Parabiago. — I Genovesi creano il doge. — Celebrità del Petrarca: viene coronato in Campidoglio._
1338 = 1341.
La repubblica di Bologna, posta quasi nel centro dell'Italia, aveva lungo tempo disputato a Fiorenza il primato nella parte guelfa; nè meno popolata, nè meno ricca, o meno commerciante, aveva sopra le città della Romagna quella stessa influenza che Fiorenza sopra quelle della Toscana; finalmente Bologna era resa celebre dalla più antica università d'Italia. Irremovibile pel suo attaccamento alla parte guelfa, questa repubblica aveva acquistati i suoi primi trionfi con lunghe e ruinose guerre. I Lambertazzi e molte migliaja dei loro partigiani erano stati esiliati l'anno 1237, e la loro partenza aveva lasciata la città deserta[311]. Ma i disastri della guerra civile erano stati rifatti dalla uniforme e vigorosa amministrazione del partito vittorioso. Il governo più assodato aveva potuto ponderatamente maturare i suoi progetti ed eseguirli, e procurare allo stato una lunga prosperità. Ora siamo giunti all'epoca in cui questa prosperità ebbe fine. La tirannide del legato Bertrando aveva viziato il principio vitale della repubblica; i cittadini corrotti da alcuni anni di servitù non erano più capaci di reggersi liberi. I loro odj provocati da più gravi oltraggi avevano preso un più feroce carattere; essi non erano più repressi dall'antico spirito pubblico; la salute della patria o il timore di compromettere la libertà più non essendo bastanti motivi per farli tacere, assoggettarono Bologna dopo quattro anni di agitazioni ad una nuova tirannide. Questa, a dir vero, fu più volte rovesciata, ma la libertà che le teneva dietro, non era di più lunga durata, o meno vacillante ed incerta del potere tirannico.
[311] _Vedasi nel t. III il c. 22._
Le recenti fazioni di Bologna eransi manifestate quando Romeo de' Pepoli, il più ricco cittadino di questa repubblica, era stato esiliato: egli morì lontano dalla sua patria; ma suo figliuolo Taddeo vi era stato richiamato in tempo dell'amministrazione del legato. I Pepoli eransi fatti molti partigiani tra il basso popolo e tra la povera nobiltà col mezzo delle loro immense ricchezze di cui usavano generosamente. Essi eransi mostrati zelantissimi per il partito guelfo, ed erano rimasti attaccati al legato più lungo tempo dei Maltraversa loro avversarj[312]. Accusavano essi questi ultimi di favorire i Ghibellini, e quest'accusa poco non influiva sullo spirito del popolo. Alcune illustri famiglie erano attaccate alla loro sorte[313], la più rinomata delle quali era quella dei Bentivoglio, che i suoi genealogisti fanno discendere da Enzio, re di Sardegna e figliuolo di Federico II, che morì prigioniere in Bologna. I nemici di questa famiglia, che doveva un giorno signoreggiare Bologna, dicevano al contrario che discendeva da un macellajo[314].
[312] _Cron. Miscella di Bologna t. XVIII, p. 360._
[313] I Samaritani, Ghisilieri, Bianchi e Lambertini.
[314] Filippo Bentivoglio era infatti bargello ossia ufficiale di polizia l'anno 1336 per la compagnia de' macellaj. _Cron. Miscella di Bologna p. 367._
Poco dopo la cacciata del legato, manifestossi in Bologna una sollevazione, il 27 aprile del 1334, nella quale le due fazioni s'azzuffarono sulla piazza, essendo stati rotti i Maltraversi, saccheggiate le case de' Sabbadini, e tutti i capi di queste grandi famiglie esiliati[315]. I soli Gozzadini erano stati eccettuati da questa proscrizione in ricompensa della parte grandissima che avevano avuta nell'espulsione del legato[316].
[315] I conti di Panico, Beccadelli, Sabbadini, Robaldi e Boattieri.
[316] _Cronaca Miscella di Bologna p. 362._
La fazione de' Pepoli, per assicurarsi la vittoria, o per raccoglierne i frutti, procedette ben tosto a nuovi atti di rigore contro i suoi avversarj. Tutti i Ghibellini ch'erano stati esiliati coi Lambertazzi, e che in seguito erano tornati a Bologna per condiscendenza del governo, furono di nuovo esiliati in numero di trecento cinquantasette; i loro padri ed i loro fratelli obbligati a fissare il loro domicilio in campagna; e quando gli affari li chiamavano in città, era loro vietato d'avvicinarsi alla piazza sino a cinquanta braccia sotto pena di due mila lire di multa[317].
[317] _Cron. Miscella di Bologna p. 363._
I Pepoli si comportavano in città come se già ne fossero padroni. Giacomo, figlio di Taddeo, aveva promesso ad un prete suo amico di procurargli un beneficio vacante, ed avendolo chiesto inutilmente al vescovo, in un impeto di collera oltraggiò il prelato cogli schiaffi: il vescovo, preso un coltello, ferì il Pepoli in una guancia. Si corse alle armi da ambe le parti; il palazzo vescovile fu saccheggiato ed abbruciato; ed il capo della Chiesa di Bologna si sottrasse alla morte colla fuga[318].
[318] Il 20 agosto 1336. _Cron. Misc. di Bologna t. XVIII, p. 370. — Math. de Griffon. Mem. Hist. p. 158._
Non pertanto, la considerazione personale che si era acquistata Brandaligi dei Gozzadini coll'espulsione del legato, conservava alcuna indipendenza al partito Maltraversa di cui era capo. L'anno 1337 Taddeo dei Pepoli eccitò contro i Gozzadini i Bianchi, loro particolari nemici; e quando seppe che gli uni e gli altri erano armati e pronti a battersi, si fece innanzi in mezzo a loro sulla piazza maggiore offrendosi loro mediatore. Prese Brandaligi per la mano, lo chiamò suo fratello e l'arbitro di Bologna; lo ricondusse a casa sua prodigandogli gli attestati del suo rispetto e del suo attaccamento; fece deporre le armi a' suoi proprj figliuoli, ch'eransi associati ai Bianchi, e determinò tutta la fazione dei Maltraversa a deporre le armi ed a disperdersi; ma appena si era il Pepoli ritirato, che i suoi partigiani, adunati in un altro quartiere, piombarono sopra le case dei Gozzadini, le saccheggiarono, le bruciarono, e forzarono Brandaligi a fuggire. Dopo ciò i sediziosi scacciarono dalla signoria tutti i magistrati attaccati al partito Maltraversa, e costrinsero gli altri a condannare all'esilio i Gozzadini ed i loro partigiani[319].
[319] Il 7 luglio 1337. _Cronica di Bologna p. 374._