Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 13
Alle sue passioni politiche univa Giovanni XXII il gusto delle discussioni teologiche, ed un grandissimo acume per seguirle. La chiesa non aveva ancora deciso come un punto di domma quale fosse lo stato delle anime de' beati dopo la loro morte fino alla fine del mondo. Giovanni XXII, persuaso che soltanto l'ultimo giudizio doveva aprir loro le porte della celeste gloria, teneva per indubitato che fino a quel gran giorno le loro anime non vedrebbero Dio in tutta la sua gloria; egli incoraggiava i teologi a disaminare tale quistione e ricompensava coi benefizj coloro che nelle scritture o nelle prediche sostenevano la sua opinione; ma in breve incontrò una opposizione assai maggiore che non si aspettava. La sua credenza che sembrava a principio indifferente, poteva avere sulle entrate della chiesa le più tristi conseguenze: siccome negava alla Vergine Maria, agli apostoli ed a tutti i santi l'ingresso in cielo prima della fine del mondo, attaccava i fondamenti della dottrina delle indulgenze, delle messe per il riposo delle anime, dell'invocazione e della intercessione dei santi, e per ultimo del fuoco del purgatorio. I Tedeschi e gl'Italiani si affrettavano di appigliarsi a questo pretesto per domandare la convocazione di un concilio generale che avrebbe deposto il papa come colpevole d'eresia, e sottratta ad un tempo la chiesa all'influenza della Francia[264]. Filippo di Valois, per prevenire le loro pratiche, credette di costringere egli stesso il papa a rinunciare alle proprie opinioni. Ottenne perciò una decisione dei teologi di Parigi e dei cardinali in favore della beatifica visione, che comunicò al papa, dandogli ad intendere che al bisogno sarebbe stato costretto ad uniformarvisi[265]. Gli dichiarò inoltre che lo avrebbe trattato come eretico e fatto bruciare se non si ritrattava[266]. Spaventato il papa da tali minacce, permise che fosse riprovata la sua opinione, e la vigilia della sua morte pubblicò una dichiarazione con cui professava la credenza della visione beatifica, che dopo tale epoca diventò un domma della chiesa[267].
[264] _Olenschlager Geschichte des XIV jahrhund. § 109, p. 252._
[265] _Fleury Storia Eccles. l. XCIV, c. 33._
[266] _Gio. Villani l. X, c. 228. — Memorie per la Vita di Petrarca del de Sade l. II, t. I._
[267] _Gio. Villani l. XI, c. 19._
I cardinali adunati in Avignone furono subito chiusi in conclave in numero di ventiquattro; ma divisi in due fazioni non era sperabile che s'accordassero sollecitamente; però fino dal primo giorno dello scrutinio, volendo appositamente perdere il loro suffragio proponendo uno de' loro confratelli, che ognuno trovasse poco proprio a riunire tutti i suffragi, si trovarono unanimi nel designare l'uomo meno riputato del loro collegio, Giacomo Fournier, figlio d'un fornajo di Saverdun, chiamato il cardinal bianco perchè portava sempre l'abito di monaco Cisterciense. I cardinali che lo avevano nominato, il popolo cui venne annunciato ed il candidato che avevano allora adorato, rimasero egualmente maravigliati di tale elezione. Quest'ultimo non potè ritenersi dal dire ai suoi fratelli che i loro suffragi eransi _riuniti a favore di un asino_. Benedetto XII, che così fu chiamato il nuovo papa, era in fatti perfettamente digiuno di quella scienza di politica e di dissimulazione che tanto aveva prosperato nella corte d'Avignone; ma in ricompensa manifestò maggior amore per la pace, bontà e sollecitudine per la sua greggia, che non ne aveva mostrato alcuno di coloro che da oltre cinquant'anni avevano occupata la cattedra di san Pietro[268].
[268] _Gio. Villani l. XI, c. 21._
Il primo pensiere di Benedetto XII fu quello di riconciliare Luigi di Baviera colla chiesa, e di metter fine alla scandalosa disputa che il suo predecessore aveva provocata contra il capo della cristianità. Luigi fin dalle prime aperture che gliene furono fatte, si assoggettò a tutte le condizioni che gli furono imposte, e già stava per conchiudersi la pace, quando i re di Francia e di Napoli si diressero per impedirla a tutte le creature che avevano nel concistoro, e Filippo di Valois fece ancora in tutta la Francia mettere le mani sulle rendite de' cardinali, minacciandoli di confiscarne definitivamente i beni se si riconciliavano col Bavaro. Di fatti un'invincibile opposizione del concistoro ritenne il papa, e la negoziazione fu rotta[269].
[269] _Olenschlager Geschichte § 112. — Albertus Argentin. p. 126._
Frattanto la guerra intrapresa dai Fiorentini, di concerto coi principi lombardi, si continuava con successo; i signori, cui il re Giovanni aveva venduti i suoi stati, da lui e dal legato abbandonati, si andavano successivamente sottomettendo, e trattavano coi capi della lega lombarda per cedere loro le città a vantaggiose condizioni. Cremona fu aperta al Visconti in maggio del 1334, e le altre città lombarde si diedero una dopo l'altra nell'estate del 1335. Ma durante questa campagna, i Fiorentini che mandarono costantemente e con ragguardevole spesa il loro contingente all'armata dei confederati, non riuscivano che a stento a far loro osservare le condizioni del primo accordo. I due più potenti confederati Visconti e della Scala tentarono più volte con segreti trattati d'impadronirsi delle città assegnate ai loro associati. Finalmente, colla mediazione de' Fiorentini, Piacenza, Cremona e Lodi furono occupate dal Visconti, Parma da Mastino della Scala, Reggio dai Gonzaga, e Modena dal marchese d'Este[270].
[270] _Gio. Villani l. XI, c. 30-31. — Gazata Chron. Regiens. t. XVIII, p. 50. — Joh. de Buzano Chron. Mutin. t. XV, p. 596. — Bonifazio di Morano Chron. Mutin. t. XI, p. 126. — Chron. Estense t. XV, p. 399. — Chron. Placent. t. XVI, p. 496. — Stor. Pistol. p. 468._
Tutti i confederati avevano in tal guisa ottenuto l'oggetto per cui intrapresero la guerra, tranne i Fiorentini, che, essendosi riservato l'acquisto di Lucca, avevano con poco vigore attaccata questa città per non guastare una provincia che doveva essere loro suddita e che speravano di avere con un trattato. I fratelli de' Rossi, signori di Parma e di Lucca, avendo venduta la prima di queste città a Mastino della Scala, erano disposti a trattare con lui ancora per la cessione della seconda, ed i Fiorentini per una imprudente confidenza permisero al signore, loro alleato, di condurre a termine una negoziazione così importante per loro, di modo che videro con piacere entrare in Lucca il 20 dicembre del 1335, di consentimento di Pietro de' Rossi che vi comandava, cinquecento cavalli di Mastino: ma questi non proponevasi nelle sue negoziazioni il solo vantaggio degli alleati[271].
[271] _Gio. Villani l. XI, c. 40. — Chron. Veron. t. VIII, p. 649._
I Rossi avevano trattato col solo Mastino, e poco loro importava che questi tenesse per sè la ceduta città o la dasse in mano de' Fiorentini. Il principe di Verona, i di cui stati stendevansi in allora dalle frontiere della Germania a quelle della Toscana, troppo ben conosceva di quanto vantaggio poteva essergli il possedere in questa provincia una città forte, per essere disposto a darla altrui. Fu appena signore di Lucca, che cercò di ravvivare in Toscana il partito ghibellino e di stendere la sua influenza sopra le città di Pisa e di Arezzo da lungo tempo attaccate a questa fazione.
Dominava in Pisa il partito democratico, il quale aveva posto alla testa della repubblica il conte Fazio o Bonifacio della Gherardesca. I plebei e gli uomini nuovi che componevano i consigli, non avevano ereditati i vecchi odj di famiglia da cui erano tuttavia animati i nobili; la loro politica era tutta fondata sopra le presenti circostanze e sopra le fresche alleanze, non già sull'affezione e le memorie della loro infanzia: essi avevano chiuse le porte a Luigi di Baviera; avevano vinti e cacciati dalla loro città i figliuoli di Castruccio; per ultimo avevano ricercata l'amicizia dei Fiorentini, i capi del partito guelfo. Ma i nobili, privati delle cariche, vedevano come cosa indegna la loro patria alleata cogli antichi loro nemici. Attaccavano essi tutta la gloria alla ricordanza delle antiche guerre contro i Guelfi, e l'odio contro quella fazione era il più vivo loro sentimento. Credevano interessati il loro onore e il loro dovere a conservare e trasmettere ai figliuoli quest'odio implacabile che avevano ricevuto dai loro padri; e purchè trionfasse il nome ghibellino, poco loro importava che il commercio della patria fosse florido o languente, che questa conservasse la libertà o venisse in mano di un principe. Trovavasi capo di questo partito Benedetto Maccaroni[272], il quale entrò ben tosto nelle viste di Mastino della Scala, accettando con riconoscenza i soccorsi offertigli da questo signore per restituire ai nobili ed ai Ghibellini l'antico potere.
[272] Maccaroni era il soprannome di un ramo della famiglia Gualandi.
Da una disputa che scoppiò nel consiglio, in cui dovevasi eleggere un cancelliere, Maccaroni prese motivo di chiamare il suo partito alle armi. Aveva desiderato che un accidentale avvenimento preparasse gli spiriti de' suoi partigiani senza dover loro confidare una trama, e col pronto soccorso promessogli da Mastino tenevasi sicuro della vittoria. Ma in questo inaspettato movimento, il conte Fazio prevenne i gentiluomini; egli occupò prima di loro la piazza del palazzo pubblico, e tese le catene che ne chiudevano le uscite per difenderla, mentre i gentiluomini aprivano le prigioni e bruciavano i libri de' crediti dello stato per guadagnarsi il favore della plebe. I due partiti vennero in seguito alle mani sulla piazza di san Sisto, ove i nobili ebbero la peggio: onde ritiraronsi lentamente verso la porta del lido che Maccaroni sperava di poter difendere finchè giungessero le truppe di Mastino. Diede avviso ai suoi compagni dell'imminente arrivo di questo ajuto onde rianimarli; ma essendosi passata la notizia anche all'opposto partito, molti cittadini che non avevano voluto prendere parte al primo combattimento, presero le armi per impedire che la loro patria non venisse in mano di Mastino della Scala, ed unitisi a Fazio, attaccarono i gentiluomini con tanto vigore che li cacciarono subito di città. I Gualandi, Sismondi, Lanfranchi, e quasi tutte le famiglie dell'alta nobiltà furono esiliate[273].
[273] _Cron. di Pisa t. XV, p. 1002. — Fram. d'anonimo Pisano t. XXIV, p. 670. — Gio. Villani l. XI, c. 42. — B. Marangoni Cron. di Pisa p. 684._
I Fiorentini informati di questa sedizione di Pisa, ed avvisati in pari tempo che Pietro de' Rossi erasi avanzato fino ad Asciano alla testa dei soldati di Mastino per sostenere i Ghibellini, e che gli aveva incontrati mentre fuggivano, conobbero facilmente le pratiche che il signore di Verona stendeva in tutta la Toscana. Essi lo invitarono ancora una volta ad aprir loro le porte di Lucca, in conformità delle convenzioni; e per non lasciare veruna scusa alla sua mala fede, acconsentirono di pagargli tutto quanto saprebbe chiedere per indennizzarlo delle spese sostenute per conto di Lucca. Mastino portò le sue pretese all'esorbitante somma di trecento sessanta mila fiorini; e quando con estrema sua sorpresa gli ambasciatori della repubblica risposero che erano pronti a pagarla, gridò ch'era abbastanza ricco per non avere bisogno del loro danaro, e che non evacuerebbe Lucca se i Fiorentini non gli permettevano d'impadronirsi di Bologna. Così fu rotta la negoziazione il 23 febbrajo del 1336, e subito cominciarono le ostilità in Val di Nievole[274].
[274] _Gio. Villani l. XI, c. 44._
In tal maniera i Fiorentini trovaronsi impegnati in una pericolosa guerra con un tiranno, ch'essi avevano in parte sollevato a tanto potere. Mastino era allora signore di nove città altra volta capitali d'altrettanti stati sovrani[275], e traeva dalle gabelle loro settecento mila fiorini d'entrata. Verun monarca della cristianità, ad eccezione di quello di Francia, possedeva tante ricchezze. Tutto il rimanente della Lombardia era soggetto a principi ghibellini, alleati naturali della casa della Scala, e la corte di Mastino era l'asilo di tutti gl'illustri esiliati. Lo storico Cortusio, mandato di que' tempi per un'ambasciata a Mastino, lo trovò circondato da ventitre principi spogliati dei loro stati i quali s'erano rifugiati nella sua capitale[276]. Il signore di Verona, reso orgoglioso dalle sue alleanze, dalle sue ricchezze e dalla prosperità delle sue armi, non aspirava niente meno che alla conquista di tutta l'Italia; ed i Fiorentini erano i soli che ardissero opporsi a' suoi ambiziosi disegni.
[275] Verona, Padova, Vicenza, Treviso, Brescia, Feltre, Belluno, Parma e Lucca. _Gio. Villani l. XI, c. 45._
[276] _Cortus. Hist. l. VI, c. 1, t. XII, p. 869._
Troppo mancava perchè la repubblica fiorentina potesse pareggiarsi a Mastino sia pel numero delle piazze forti e de' sudditi, che pel numero de' soldati e per la quantità delle pubbliche entrate. Pure le private ricchezze dei Fiorentini in allora padroni di molta parte del commercio del mondo, davano alla loro repubblica un rango assai distinto tra le potenze, perchè sagrificavano sempre con piacere le proprie ricchezze in servigio della patria. Quando scoppiò la guerra con Mastino della Scala, formarono un consiglio di finanza, incaricato di trovare danaro; e tutte le casse del commercio gli furono aperte; onde la repubblica si trovò a portata di opporsi a così formidabile avversario[277]. Fu pure creato un consiglio militare, detto _Ufficio della guerra_, e composto di sei cittadini deputati dai sei quartieri della città al quale fu rimessa la direzione delle operazioni dell'armata per tutto un anno; affinchè la più frequente rielezione della signoria non interrompesse l'andamento degli affari.
[277] _Gio. Villani l. XI, c. 45._
Ma i Fiorentini non erano soltanto esposti ad essere attaccati dalla parte di Lucca: un ardito capo de' Ghibellini dava loro vivissime inquietudini all'opposto confine. Pietro Saccone dei Tarlati, uno de' signori di Pietra Mala, era succeduto, nel governo d'Arezzo, a suo fratello ch'era stato vescovo di quella città. Allevato nella più selvaggia regione degli Appennini ove il castello di Pietra Mala signoreggia i deserti coperti per più mesi dell'anno da alte nevi, Saccone era avvezzo a sprezzare tutti i pericoli, tutte le fatiche e le intemperie dell'aria. In un secolo incivilito, tra popoli ammolliti, conservava Saccone i costumi e le abitudini dei conquistatori del Nord, autori della sua stirpe. Egli disprezzava il lusso e la mollezza d'Italia, ma ne conosceva la politica e sapeva valersi de' suoi artifizj. Era nello stesso tempo sul campo di battaglia uno de' più formidabili soldati, ed il più accorto ed ingegnoso condottiere quando trattavasi di sorprendere una piazza o d'ingannare i nemici con qualche stratagemma. Affezionato alle sue montagne, pareva piuttosto aspirare alla sovranità delle Alpi, che a signoreggiare le fertili contrade che stanno alle loro falde; come l'aquila che vola sugli Appennini di balza in balza, ma che rare volte scende al piano. Egli aveva interamente sottomessa la famiglia della Faggiuola che aveva spogliata di Massa Trebaria e di tutta la sua eredità; aveva pure soggiogati gli Ubertini con tutti i loro castelli ed i conti di Montefeltro e di Montedoglio[278], di modo che la sua potenza stendevasi su tutte le montagne della Toscana, della Romagna e della Marca d'Ancona. Dalla signoria d'Arezzo era in seguito passato a quella di città di Castello e di Borgo san Sepolcro; e per ultimo aveva attaccata Perugia che a stento si andava contro di lui difendendo.
[278] _Gio. Villani l. XI, c. 25._
Saccone aveva osservata fedelmente la pace che vent'anni prima erasi fatta tra le repubbliche di Fiorenza e di Arezzo, ed aveva, sebbene capo del partito ghibellino, schivato di provocare sopra di sè le potenti armi della signoria. Ma quando Mastino della Scala portò la guerra in Toscana, Saccone accettò la sua alleanza, ed obbligossi ad introdurre in Arezzo ottocento cavalli che il signore di Verona aveva mandati fino a Forlì. In tali circostanze l'Ufficio della guerra non volle più rimanere esposto alle sorprese di un vicino che aspettava il favorevole istante per ismascherarsi. Perciò i Fiorentini dichiararono la guerra al signore d'Arezzo, ed il 4 aprile del 1336 spinsero un corpo di cavalleria in Romagna per opporsi a quella di Mastino, e fecero guastare dalle truppe tutto lo stato d'Arezzo[279].
[279] _Gio. Villani l. XI, c. 48. — Leon. Aret. l. VI._
Le città di Siena, Perugia e Bologna erano, siccome ancora il re Roberto, obbligati da un'antica alleanza a difendere i Fiorentini per la salvezza del partito guelfo. L'Ufficio della guerra rinnovò quest'alleanza, sebbene se ne potessero sperare pochi frutti, perciocchè le repubbliche erano snervate dalle guerre civili, ed il re Roberto dall'età e dallo scoraggiamento. Non si poteva far conto dei soccorsi della repubblica di Genova, già da due anni in preda al partito ghibellino che volgeva tutte le forze dello stato contro la stessa repubblica[280]. Il potere della chiesa era in Italia omai spento affatto; e le città della Romagna e della Marca erano dominate da piccoli tiranni, la di cui politica limitavasi a far lega colla parte più potente onde essere risparmiati dall'usurpatore almeno per tutto il tempo che questi avrebbe qualche cagione di temere. Luigi di Baviera continuava a proteggere Mastino, il quale chiamavasi sempre vicario imperiale; e se alcuna potenza d'oltremonti doveva prendere parte nella guerra che stava per ricominciare, non poteva farlo che in favore del signore di Verona.
[280] _Gio. Villani l. XI, c. 24._
Venezia soltanto, mossa da più profonda politica, avrebbe potuto associarsi a Fiorenza per difesa della libertà italiana. La potente repubblica di Venezia fin allora occupata unicamente delle sue conquiste del Levante, della marina, del commercio, non aveva acquistato alcun possedimento sul continente, non aveva voluto contrarre alleanze, nè prender parte alla politica italiana. I nomi de' Guelfi e de' Ghibellini erano esclusi dai suoi dominj; non dipendeva dall'impero e teneva il clero subordinato al proprio governo. Risguardavasi non pertanto piuttosto come affezionata al partito imperiale; ed una certa gelosia di commercio o di possanza sembrava che l'alienasse dai Fiorentini.
I signori della guerra di Fiorenza non si lasciarono ributtare da queste apparenze. Per non risvegliare l'attenzione di Mastino sulle loro negoziazioni, ne diedero l'incarico ad alcuni mercanti fiorentini stabiliti in Venezia, e trovarono, siccome lo avevano preveduto, questa signoria disposta ad ascoltarli.
Aveva Mastino della Scala con diverse imprese offesa la repubblica sua potente vicina. Aveva tentato di togliere il castello di Camino alla famiglia di tal nome, che in addietro aveva regnato a Treviso, e che posteriormente erasi aggregata alla nobiltà veneziana; fabbricava un castello tra Padova e Chioggia per impedire ai Veneziani di far sali su quelle coste, e per assicurarne l'esclusiva fabbricazione ai suoi sudditi; finalmente aveva fatto chiudere con una catena il Po ad Ostiglia, ed assoggettate ad un gravoso pedaggio le navi che rimontavano il fiume[281]. Tali novità erano tutte contrarie ai trattati stipulati dai suoi predecessori colla repubblica, onde la signoria accolse con piacere l'occasione di rintuzzare l'orgoglio di un vicino potente che incominciava ad adombrarla.
[281] _Cortus. Hist. l. VI, c. 2. — Chron. Veron. t. VIII, p. 650. — Gazata Chron. Regien. t. XVIII, p. 52. — Marin Sanuto Vite dei Duchi. — And. Navagero Stor. Ven. — Sandi Stor. civ. Ven. p. II, l. V._
Il trattato d'alleanza tra le due repubbliche fu segnato il 21 giugno del 1336. Fiorenza non cercava che il vantaggio di sollevare contro Mastino un potente nemico: obbligavasi a mantenere metà dell'armata ed a sostenere metà delle spese per attaccare il signore di Verona nella Marca Trivigiana; ma tutti gli acquisti che farebbe quest'armata, dovevano appartenere ai Veneziani, non riservandosi i Fiorentini che la città di Lucca, che dovevano acquistare a proprie spese e colle loro forze[282].
[282] _Gio. Villani l. XI, c. 49._
Un solo generale doveva avere l'assoluto comando delle due armate repubblicane; e la cupidigia di Mastino ne presentò loro uno veramente meritevole di tanta confidenza. L'illustre famiglia de' Rossi di Parma era stata capo del partito guelfo fino ai tempi ne' quali la perfidia di Bertrando del Poggetto l'aveva sforzata a rifugiarsi tra i nemici della chiesa: nella venuta di Giovanni di Boemia gli aveva ceduta la sua sovranità, che aveva ricomperata quando Giovanni abbandonò l'Italia. Finalmente la guerra aveala obbligata a rinunciare a Mastino della Scala tutti i suoi diritti sopra Parma e sopra Lucca. La città di Pontremoli e molte castella con ragguardevoli proprietà erano state da Mastino guarentite ai Rossi; ma quando il signore di Verona ebbe raccolti i frutti del suo trattato, pensò a sciogliersi dagli obblighi del trattato. Eccitò contro i Rossi i Corregieschi capi dell'opposta fazione in Parma; e spogliatili di tutti i loro castelli, gli assediò in Pontremoli loro ultimo asilo. Pietro de' Rossi, il più giovane de' sei fratelli, aveva allora opinione di essere il più perfetto cavaliere d'Italia. Nelle guerre civili che da tanto tempo desolavano il suo paese, aveva date luminose prove di valore, senza macchiarsi mai con atti di crudeltà. I soldati tedeschi che servivano allora in Italia, l'avevano chiamato loro signore e gli mostravano un illimitato attaccamento. Liberale coi suoi compagni d'armi fino all'imprudenza, appena per sè conservava una tonaca ed un cavallo. L'alta sua statura e le sue eleganti maniere chiamavano sulla di lui persona gli sguardi di tutte le donne, e la verginale purità de' suoi costumi, che assicuravasi non esser giammai stata smentita, dava un nuovo pregio alla sua nobile figura[283]. Pietro de' Rossi era ritenuto come ostaggio a Verona, ma trovò modo di fuggire, e venne a chiedere soccorso ai Fiorentini, che seppe eccitare alla vendetta. Dopo aver date prove de' suoi militari talenti in una breve campagna nel territorio di Lucca, passò il primo ottobre al comando della grande armata della lega nella Marca Trivigiana[284].
[283] _Cortusiorum Histor. l. VII, c. 4._
[284] _Ist. Pistol. t. XI, p. 470. — Gio. Villani l. XI, c. 51. — Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 901._
Pietro de' Rossi attraversò colla sua armata i territorj di Treviso e di Padova, insultò le guarnigioni delle due città, abbandonò le campagne al saccheggio, e con mille cinquecento cavalli tenne a bada l'armata di Mastino composta di quattro mila. Ma i Veneziani vedendolo aggirarsi in quel labirinto di fiumi e di canali, che attraversano in mille maniere il territorio padovano, ne furono inquietissimi, tanto più che il nemico aveva rotti tutti i ponti e fortificati i passaggi: ma Pietro finse di cercar la battaglia, e secondo la costumanza cavalleresca mandò ad offrirne il pegno al campo di Mastino; perchè questi persuadendosi che doveva essere per lui vantaggioso il non far quello che desiderava il nemico, lasciò fuggire l'occasione d'attaccarlo e gli permise di stabilirsi e di fortificarsi a Bovolento sul Bacchiglione, sette miglia al di sotto di Padova[285].
[285] _Gio. Villani l. XI, c. 53. — Cortusior. Histor. l. VI, c. 4, p. 874._