Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)

Part 11

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Azzo Visconti inimicandosi coll'imperatore, si riconciliò col papa, sostituendo il titolo di vicario della chiesa a quello di vicario imperiale, ed ottenne il vescovado di Novara per suo zio Giovanni, cui fece abiurare il cardinalato degli scismatici[213]. Marco Visconti, il maggiore de' suoi zii ed il più valoroso, ma in pari tempo il più formidabile per l'inquieto suo carattere, dopo essergli andato a male il trattato della vendita di Lucca ai Fiorentini, tornò a Milano in sul cadere di luglio. I borghesi che più volte lo avevano veduto rientrare in città trionfante, dopo avere riportate gloriose vittorie, i soldati coi quali aveva divise le fatiche ed i pericoli, i contadini cui aveva salvate le messi dal saccheggio de' nemici, accorrevano in folla per vederlo, ripetendo il suo nome con entusiasmo, ed invocandolo come il vindice della Lombardia, da cui si ripromettevano la pace, la gloria e la libertà. Il signore di Milano non vide con indifferenza tanto favore popolare. Lo invitò ad un magnifico banchetto con tutti i suoi parenti; e quando Marco stava per ritirarsi, fu da Azzo, sotto colore di parlargli segretamente, chiamato in un altro appartamento, e strozzato da alcuni sicarj colà appostati, che lo gittarono dalla finestra nella pubblica piazza. Così perì il più valoroso figliuolo del magno Matteo Visconti; quello che il voto de' Ghibellini chiamava a comandare la loro fazione in tutta la Lombardia[214].

[213] _Gio. Villani l. X, c. 144._

[214] _Chron. Modoet. c. 42, p. 1159. — Gio. Villani l. X, c. 133._

Era loro mancato Cane della Scala, signore di Verona, che dodici anni prima la lega ghibellina aveva proclamato suo capo nel congresso di Soncino. Cane, in un'epoca in cui la Lombardia abbondò di capitani illustri e di grandi principi, meritò d'occupare il primo luogo. Ad una bravura a tutte prove aggiugneva altre qualità omai rese assai rare: costante ne' suoi principj e leale ne' discorsi, fu mantenitore fedele delle sue promesse. Nè solo aveva saputo assicurarsi l'amore de' soldati, ma ancora quello de' popoli da lui governati, sebbene di fresco sottomessi colle armi. Fu il primo de' principi lombardi che prendesse a proteggere le arti e le scienze: la sua corte, ch'era l'asilo di tutti i fuorusciti ghibellini, riuniva i primi poeti d'Italia, i migliori dipintori e scultori; ed alcuni gloriosi monumenti onde abbellì Verona, attestano anche al presente la protezione accordata all'architettura. Per altro le armi erano la sua più favorita passione, e la più grande impresa del suo regno era stato l'acquisto del principato di Padova, che i Guelfi avevano fondato l'anno 1318 in favore di Giacomo da Carrara. Questi era morto l'anno 1322, e gli era succeduto suo figliuolo Marsilio: ma questo principe indebolito dalle sedizioni de' suoi sudditi e dalla congiura de' suoi parenti, dopo aver veduto sei anni di seguito ruinate le campagne ed incendiati i castelli ed i villaggi del suo territorio; dopo avere senza verun profitto implorati i soccorsi del papa, del re Roberto, dei duchi d'Austria e di Carinzia, delle repubbliche di Venezia, di Fiorenza e di Bologna, aprì finalmente le porte a Cane della Scala il 10 settembre del 1328. Un matrimonio unì le due famiglie, e Marsilio rimase luogotenente di Cane nella città di cui era stato principe[215].

[215] _Cortusiorum Historia de Novitatibus Paduæ l. III, c. 6 usque ad l. IV, c. 4. — Gio. Villani l. X, c. 103._

Le città di Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno erano allora soggette al signore della Scala. Nel susseguente anno intraprese di unirvi anche quella di Treviso, onde avere in tal modo tutta la Marca Trivigiana in suo potere. L'ebbe in fatti per capitolazione il 18 luglio del 1329; ma mentre entrava in questa città, sentendosi sorpreso da pericolosa infermità, si fece portare nella chiesa cattedrale e vi morì il quarto giorno in età di quarantun anni. Cane non aveva figli legittimi, e gli succedettero nella signoria i due nipoti figliuoli del fratello Alboino. Alberto, il primogenito affatto dedito ai piaceri, abbandonò la cura di tutti gli affari a suo fratello Mastino, erede dei talenti e dell'ambizione, ma non delle virtù di Cane[216].

[216] _Hist. Cortusior. l. IV, c. 8 e 9, pag. 850. — Gio. Villani l. X, c. 139. — Chron. Veron. t. VIII, p. 646._

E per tal modo quando l'imperatore tornava in Germania, tutti gli antichi capi del partito ghibellino, tutti coloro che avevano tanto tempo e con tanta generosità difesa la causa dell'impero contro il papa ed il re Roberto, erano caduti. Ma questa causa, più che dalla caduta di tanti illustri personaggi, riceveva danno dalla condotta tenuta in Italia da Luigi, e dalle triste memorie che di sè vi lasciava. Protettore nato della nobiltà e delle città imperiali, aveva in ogni luogo contribuito alla loro ruina; aveva senza vergogna sagrificati i suoi partigiani alla sua avarizia o all'interesse del momento; non erasi mantenuto fedele a verun principe, o ad amico di qualsiasi condizione, ed aveva fatto temere non meno la sua debolezza e la sua incostanza che la sua crudeltà.

Il partito della chiesa che gli era opposto, era alla stessa epoca diretto da capi egualmente odiosi. Papa Giovanni XXII, che aveva preferito di vivere suddito in Avignone piuttosto che sovrano in Roma, mostravasi assai meno il capo della cristianità, che la creatura e l'istrumento del re di Francia. Lussurioso, avaro, vendicativo, scompigliava l'impero con ambiziose pretensioni, di cui gli stessi suoi partigiani riconoscevano l'ingiustizia; turbava la pace della chiesa colle oziose dispute ch'ebbe coi Francescani intorno alla povertà di Cristo, coi cardinali, ed in appresso colla Sorbona per visione beatifica[217]. Poneva all'incanto le dignità ecclesiastiche; permetteva e probabilmente incoraggiava col suo esempio la corruzione de' costumi, talchè la sua corte scandalizzava tutta la cristianità. Quest'uomo, così indegno del titolo di padre de' Fedeli, aveva nominato suo rappresentante in Lombardia, Bertrando del Poggetto, che dicevasi suo nipote, ma veniva universalmente creduto suo figlio. Questo legato pontificio, cattivo soldato e peggior prete, cercava sotto il nome della chiesa di formarsi una sovranità in Italia. Impiegava le armi ed i tesori della santa sede ed i più vili intrighi della mondana politica per ingrandirsi a spese de' popoli ch'eransi posti sotto la sua protezione. Avendo colla sua perfidia fatte ribellare le principali città della Lombardia cispadana, gittava in Bologna, che destinava essere la capitale de' suoi dominj, i fondamenti d'una fortezza che lo assicurasse dalle insurrezioni d'un popolo estremamente maltrattato[218]. Gl'Italiani, sdegnati contro i due capi del cristianesimo, dai quali vedevansi traditi, si staccavano dall'imperatore e dal papa, e non pertanto conservavano i nomi di Guelfi e di Ghibellini che avevano presi quando s'erano armati per la loro causa. Mentre vedevansi rovesciare a vicenda tirannidi vacillanti, o rinunciare ad una libertà che non sapevano stabilire, sprezzare un imperatore perfido e pusillanime, e detestare un papa ipocrita ed ambizioso, un principe che non pareva occuparsi che della gloria e della beneficenza s'innoltrò fino alle frontiere della Lombardia, tutti i popoli si affrettarono di assoggettarsi alla sua sovranità.

[217] _Gio. Villani l. X, c. 228._

[218] _Cronica Miscella di Bologna t. XVIII, p. 352._

L'ultimo imperatore Enrico VII aveva fatta sposare a Giovanni, suo figliuolo, Elisabetta seconda figlia di Wenceslao re di Boemia, mentre Anna, la primogenita, erasi maritata, vivente il padre, con Enrico duca di Carinzia. L'imperatore aveva dato a suo figliuolo il regno di Boemia come feudo vacante dell'impero; i Boemi ne avevano confermata l'elezione l'anno 1310, ed avevano ajutato il loro re Giovanni a scacciare dal regno Enrico di Carinzia, che pretendeva, come marito della primogenita di Wenceslao, quella corona[219]. Ma Giovanni, valoroso, galante, appassionato per le feste e per i tornei, e per l'avuta educazione, avvezzo alle maniere eleganti, alla leggerezza ed alla grazia della corte francese, era mal atto a comandare in un paese ancora mezzo barbaro, ove i magnati erano gelosissimi della selvaggia loro indipendenza, e non potevano tenersi sommessi che colla desterità e coll'artificio. Infatti trovossi involto in molte guerre civili, nelle quali la stessa sua consorte erasi talvolta posta alla testa de' ribelli[220]. Giovanni che in Boemia non trovava nè sicurezza nè obbedienza, affidò il governo del suo regno ad Enrico, conte di Lippe[221], ed andò a risiedere ne' suoi stati ereditarj di Lussemburgo; di dove intraprendeva frequenti viaggi alle corti straniere per trovarvi quella considerazione di cui non godeva ne' suoi dominj[222].

[219] _Epitome Rer. Boemic., auctore Boluslao Balbino, l. III, c. 17, p. 316._

[220] _Epit. Rer. Boem. l. III, c. 18, p. 333._

[221] _Ib. c. 17, p. 325._

[222] Il re Giovanni non sapeva probabilmente leggere. Suo figlio Carlo IV nel Commentario, che scrisse della propria vita, dice di lui: _Præcepit Capellano meo, ut me aliquantulum in litteris erudiret, quamvis prædictus rex ignarus esset litterarum. Ex hoc didici lecere horas B. M. V. gloriosæ, et eas aliquantulum intelligens quotidie temporibus pueritiæ meæ libentius legi. — Vita Caroli IV, p. 17, verso, in historia duorum priorum familiæ Luceburg imperatorum. Reinerii Reineccii Stein hemii p. II, Helmestad._ 1585 (nella biblioteca di Vienna).

Il re Giovanni, come abbiamo già veduto, aveva portato Luigi di Baviera sul trono imperiale, ed aveva adoperate tutte le sue forze per mantenervelo; doveva Luigi riconoscere dal suo valore la vittoria di Muldfort e la prigionia di Federico d'Austria. Durante l'assenza dell'imperatore, erasi preso l'assunto di mantenere la pace in Germania e di proteggere la Baviera; e quando vide i duchi d'Austria disposti a ricominciare le ostilità, si recò presso di loro e li persuase a deporre le armi. Dopo averli rappacificati con Luigi, prese a quietare i movimenti della Germania, e cercò d'ottenere dal papa l'assoluzione dell'imperatore. Egli non ambiva di accrescere i proprj stati, de' quali lasciava l'amministrazione a' suoi ministri; egli non aveva vaghezza che di gloria e di potenza personale; voleva essere l'arbitro ed il pacificatore dell'Europa, al quale oggetto trovavasi sempre a cavallo viaggiando da una corte all'altra, nelle quali il suo nobile aspetto, la sua eloquenza, il suo disinteresse gli assicuravano un credito, quale non aveva mai avuto alcun uomo prima di lui[223]. Giunto al più alto grado della sua riputazione, si recò a Trento in sul finire del presente anno per fare sposare a suo figliuolo l'erede di quello stesso duca di Carinzia e del Tirolo, ch'era stato suo rivale.

[223] _Schmidt Histoire des Allemands l. VII, c. 6. — Olenschlager Geschichte des Rom. Kays. in XIV Jahrhund, § 94._

Mentre Giovanni trattenevasi in Trento, ricevette ambasciatori dalla città di Brescia, che gli offrivano a vita la sovranità del loro stato; e chiedevangli protezione contro Mastino della Scala con cui erano in guerra. Brescia, governata dai Guelfi, era stata successivamente signoreggiata da Filippo di Valois, dal re Roberto e dal legato Bertrando del Poggetto: ma gli emigrati ghibellini avevano ricorso all'assistenza del signore di Verona, ed avevano ridotta la patria loro alle ultime estremità[224].

[224] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. Dist. VII, c. 67. — And. Dei Cronica Sanese, t. XVI, p. 88._

Il re Boemo colse con piacere questa occasione di figurare sopra un nuovo teatro, e recossi a Brescia l'ultimo giorno di dicembre del 1330; arringò il popolo dignitosamente; riconciliò le parti, richiamando in città i fuorusciti; persuase Mastino a ritirare le sue truppe; e parve che un solo atto della sua volontà avesse renduto ad una città da lungo tempo infelice, la pace e la prosperità[225].

[225] _Jacob. Malvecius in fine Chron. Brix. p. 1002. — Georg. Merulæ Hist. Mediol. l. III, p, 119. — Bon. Morigiæ Chron. Modoet. l. III, c. 43, p. 1160._

I Bergamaschi, vicini ai Bresciani e governati ancor essi dalla fazione guelfa, furono i primi ad imitarne l'esempio. Giovanni accettò l'offerta, e mandò un luogotenente a governare Bergamo ed a ricondurvi la tranquillità[226]. Lo stesso fecero Cremona, Pavia, Vercelli e Novara[227]; e lo stesso Azzo Visconti, mosso dall'esempio de' suoi vicini, gli offrì la signoria di Milano, e s'intitolò suo vicario[228].

[226] _Gio. Villani l. X, c. 168._

[227] _Gazata Chron. Regiense t. XVIII, p. 45._

[228] _Georg. Merul. Hist. Mediol. l. III. — Ann. Med. t. XVI, c. 103._

Ma più che tutt'altro paese, aveva bisogno d'un pacificatore la Lombardia cispadana; perciocchè di là partendo Luigi di Baviera aveva lasciati soldati nelle principali città, i quali non avevano altro sostentamento che il saccheggio. Le porte di Parma furono aperte al re Giovanni dai signori Rossi[229], quelle di Modena e Reggio dai capi delle famiglie ghibelline. Ogni città imponeva al re la condizione di non richiamare gli esiliati; ma ogni città vedeva poi con piacere violato il patto dal re, e riconciliate col richiamo de' fuorusciti le opposte parti[230].

[229] _Chron. Mutin. t. XV, p. 592. — Gazata t. XVIII, p. 45._

[230] _Bonifazio di Morano Chron. Mutin. t. XI, p, 118 e 125. — Joh. de Bazano Chron. Mutin. t. XV, p. 593._

In gennajo vennero pure al re Giovanni ambasciatori di Gherardino Spinola, signore di Lucca. Costui, comperando quel principato, erasi dato vanto di voler essere in Toscana un secondo Castruccio; ma ebbe tosto motivo di essere scontento della sua sovranità. Era stato internamente esposto ad una serie di congiure, mentre al di fuori i Fiorentini gli facevano un'aspra guerra. Dopo un lungo assedio gli aveano tolto il castello di Montecatini valorosamente difeso dai Ghibellini[231]; e fino dal 10 ottobre del 1330 l'armata fiorentina bloccava la stessa città di Lucca. Quando Spinola seppe che il re Giovanni aveva accettata Lucca, e che vi spediva i suoi soldati, abbandonò le città e ritirossi ne' suoi feudi senza che il re gli restituisse il danaro che aveva sborsato per l'acquisto di quella signoria[232].

[231] _Gio. Villani l. X, c. 157. — Ist. Pist. p. 459._

[232] _Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 880-884._

I Fiorentini che tenevano innanzi a Lucca una grossa armata, rinforzata dai soldati ausiliari del re Roberto, dei Sienesi e dei Perugini, e che lusingavansi di entrare ben tosto in città in conseguenza di un trattato omai condotto a buon termine col signore e col comune[233], rimasero sbalorditi quando il giorno 12 di febbrajo gli araldi d'armi del re Giovanni di Boemia intimarono loro di rispettare il territorio dei sudditi del loro signore, e li prevennero nello stesso tempo che il re Giovanni, essendo in pace con tutti gli stati d'Italia, non aveva accettata la signoria di Lucca che per mettervi l'ordine e la concordia, e per rappacificarla co' suoi vicini[234].

[233] _Gio. Villani l. X, c. 166._

[234] _Gio. Villani l. X, c. 171. — Cronica Sanese d'And. Dei t. XV, p. 89._

Giovanni, re di Boemia, che era l'amico, il confidente e l'appoggio di Luigi di Baviera, era in pari tempo rispettato da Filippo di Valois e da Giovanni XXII, ed aveva strette relazioni colle corti di Francia e d'Avignone. In Italia non aveva fatta alcuna differenza dai Guelfi a' Ghibellini, era stato alternativamente chiamato dagli uni e dagli altri, aveva trattato con tutti, e gli aveva tutti accarezzati. Se talvolta la sua riputazione eccitava qualche gelosia, le sue maniere aperte ed amichevoli dissipavano subito i sospetti, e gli conservavano l'amicizia delle opposte parti. I soli Fiorentini non lasciaronsi ammaliare da tale incantesimo: videro che questo monarca, figlio dell'antico loro nemico Enrico VII, aveva in pochi mesi formata in Italia una potenza colossale; che non trovando chi gli resistesse, non tarderebbe ad esserne l'arbitro, ed allora farebbe conoscere qual egoismo s'ascondeva sotto la presente simulata imparzialità; quale dissimulazione avesse impiegata per conciliarsi la confidenza di accaniti avversarj; quale ambizione fosse il vero motivo di tanto zelo pel pubblico bene. Determinarono perciò di opporsi colle armi ai progressi delle sue conquiste, e ricusarono di levare l'assedio di Lucca: ma dovettero ben tosto chiamare la loro armata a difendere i proprj confini, ed alcune scaramucce in Val di Nievole furono i primi fatti d'arme del re di Boemia in Italia[235].

[235] _Gio. Villani l. X, c. 172. — Istorie Pistol. Anon. p. 461. — Leonardo Aretino Stor. Fior. l. VI._

La protezione accordata da questo re ai Ghibellini di Modena e di Reggio contro al legato aveva risvegliata la collera della chiesa, ed i Fiorentini ricevettero dal papa una lettera che fu letta in presenza di tutto il popolo, colla quale Giovanni XXII dichiarava di non aver mai dato il suo assenso o l'approvazione della chiesa al re di Boemia per le rivoluzioni fatte in Lombardia[236]. Ma seppesi pochi giorni dopo che questo re aveva avuto tra Bologna e Modena un segreto intertenimento col legato Bertrando; fu osservato che questi due ambiziosi emuli si diedero, separandosi, non equivoci segni di amicizia, e più non si dubitò che non fossero essi convenuti di dividere tra di loro il dominio dell'Italia[237]. Sotto il nome del partito guelfo il cardinale si andava formando un principato, di cui Bologna stata sarebbe la capitale. Di già comprendeva la maggior parte delle città di Romagna: lo stesso anno aveva tolto Rimini ai Malatesta e Forlì agli Ordelaffi, non avendo lasciati i tiranni che regnavano nelle altre città della stessa provincia, che dopo averli ridotti alla condizione di vicarj subalterni[238].

[236] _Gio. Villani l. X, c. 173._

[237] _Istor. Pistor. Anon. t. XI, p. 462. — Gio. Villani l. X, c. 178. — Ghirardacci Stor. di Bologna l. XXI, t. II, p. 99._

[238] _Cronica di Bologna p. 353._

La diffidenza inspirata dal re Giovanni ai Fiorentini e la loro opposizione fu un avviso dato ai principi d'Europa di aprire gli occhi sulle intenzioni di questo monarca. Il re Roberto si ristrinse coi Guelfi, e Luigi di Baviera coi Ghibellini per attaccarlo. Allora fu veduto con istupore l'imperatore fatto capo di una confederazione nella quale avevano preso parte i due duchi d'Austria, fin allora mortali nemici del Bavaro, i conti Palatini, i Margravj della Misnia e di Brandeburgo ed i re di Polonia e d'Ungheria[239].

[239] _Schmidt Histoire des Allemands l. VII, c. 6. — Epitome rer. Bohemic. l. III, c. 18. — Olenschlager Geschichte § 97._

Giovanni aveva fatto venire a Parma suo figliuolo Carlo, educato alla corte di Francia. Quando vide la burrasca ond'era minacciato in Germania, gli affidò il comando di ottocento cavalli per tenere in soggezione la Lombardia, e partì subito alla volta della Boemia ove giunse affatto inaspettato e più che mai opportuno[240]. Trattenne gli Austriaci che volevano penetrare nella Moravia, riguadagnò interamente la confidenza di Luigi che ben tosto dimenticava i suoi progetti e la passata gelosia; poi in cambio di pensare agli apparecchi della futura campagna, approfittò dell'inverno per andare in Francia, onde negoziare alla corte di Filippo ed a quella di Giovanni XXII, e proseguire i suoi nuovi disegni sull'Italia[241].

[240] _Gio. Villani l. X, c. 181._

[241] _Epit. Rer. Boem. l. III, c. 18. — Gio. Villani l. X, c. 195._

I principi ghibellini della Lombardia, che non si erano opposti a Giovanni, approfittarono di questa circostanza per ingrandirsi a sue spese. Mastino della Scala ed Azzo Visconti convennero di attaccare le città ch'eransi a lui assoggettate, prendendo per confine dei rispettivi loro stati e delle loro conquiste il fiume Oglio[242]. In fatti il signore di Verona, il 14 giugno del 1332, s'impadronì di Brescia coll'ajuto dei Guelfi, abbandonando i Ghibellini suoi antichi alleati alle loro vendette[243]. Azzo Visconti prese Bergamo. Poco dopo i Ghibellini gli diedero volontariamente Vercelli; e suo zio Giovanni Visconti con una singolare astuzia lo fece padrone di Novara, di cui egli era vescovo. Finse Giovanni Visconti d'essere caduto gravemente infermo, e, secondo l'uso d'Italia, recaronsi a trovarlo i principali cittadini del paese. Caccino Tornielli, che da una fazione era stato fatto signore di Novara, essendo pure andato a ritrovarlo, mostrò Giovanni vivo desiderio d'intertenersi con lui segretamente avanti di morire, onde il corteggio del principe si ritirò. Allora il vescovo mostrossi sorpreso dagli affanni dell'infermità, onde Torniello gli porse le mani per calmarlo, che il finto ammalato prese ambedue con molta forza, e chiamati i suoi domestici lo fece porre in una prigione, e cavategli colle minacce le chiavi della città, v'introdusse i soldati di suo nipote[244].

[242] _Georg. Merulæ Hist. Mediol. l. III. — Gazata Chronic. Regiense t. XVIII, p. 46._

[243] _Cortus. Ist. l. V, c. 2, p. 856. — Gio. Villani l. X, c. 203. — Chron. Veron. t. VIII, p. 647._

[244] _Georgii Merulæ Hist. Med. l. III, p, 122._

I signori di Lombardia attaccando il re di Boemia, trovarono d'avere per loro nemici i nemici del re Roberto e dei Fiorentini. I più ostinati capi delle parti guelfe e ghibelline facevano la guerra ad un principe, che dicevasi alleato ad un tempo dell'imperatore e del papa. Il risentimento delle antiche ingiurie, e perfino l'odio dei repubblicani contro i tiranni fecero luogo momentaneamente all'interesse immediato; e si vide con istupore una lega firmata in settembre del 1332 tra i signori ghibellini di Lombardia, la repubblica fiorentina ed il re di Napoli. Voleva la salvezza d'Italia che si allontanasse dal suo centro un principe che aveva fatta coll'imperatore una nuova alleanza, e che poteva essere tentato di cedere a questo monarca quegli stati che a lui non convenisse di conservare: voleva la tranquillità d'Italia che si regolasse la divisione di questi stati fra coloro che facevano la guerra al Boemo, onde un solo non approfittasse degli sforzi di tutti, innalzandosi subitamente a troppa grandezza. Era necessario che dopo la conquista le potenze italiane si trovassero di nuovo in equilibrio, e che ciascuno, essendo proporzionatamente ingrandito, fosse pure in istato di difendere la propria indipendenza. Il trattato di divisione assegnava dunque Cremona e Borgo san Donnino al signore di Milano, Parma a quello di Verona, Reggio ai Gonzaghi signori di Mantova; Modena al marchese d'Este signore di Ferrara, e Lucca ai Fiorentini[245].

[245] _Gio. Villani l, X. c. 203. — Hist. Pistol. Anon. t. XI, p. 462. — Leonar. Aretin. l. VI._

Sebbene Pavia non fosse compresa in questa divisione, fu la prima a scacciare la guarnigione del re. I Beccaria, capi in questa città del partito ghibellino, se ne fecero riconoscere signori sotto la protezione di Azzo Visconti[246]. Negli stati di Modena e di Ferrara ove cominciò la guerra nello stesso tempo, i confederati ebbero la peggio, ed il territorio di Ferrara fu abbandonato al saccheggio dal principe Carlo di Boemia[247].

[246] _Gazeta Chron. Regiense t. XVIII, p. 47. — Gio. Villani l. X, c. 210._

[247] _Gio. Villani l. X, c. 209. — Ist. Pistol. p. 464._