Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16)
Part 10
Durante la sua dimora in Roma aveva fatto imprigionare e mettere barbaramente alla tortura Salvestro de' Gatti, signore di Viterbo, per obbligarlo a scoprire il luogo in cui teneva nascosti i suoi tesori, sebbene fosse questi il primo signore dello stato ecclesiastico, che aveva volontariamente data in mano dell'imperatore una fortezza[184]. Cercava in pari tempo di aver danaro da' Visconti e di cavare nuovi frutti del tradimento loro fatto. Il 6 di luglio del precedente anno aveva fatto ritenere Galeazzo accusato d'aver trattato coi Guelfi; ma aveva, senza verun pretesto, fatto imprigionare in Monza il figlio ed il fratello di questo signore. Dopo otto mesi lasciatosi finalmente piegare dalle istanze di Castruccio, avea ritornata loro la libertà il 25 marzo del 1328, ma lasciato morire nella miseria e nell'esilio il valoroso capo di questa famiglia. Presentemente negoziava coi superstiti di vender loro la sovranità rapitagli. Egli voleva danaro, ed inoltre chiedeva un pegno della futura fedeltà di coloro che aveva tanto crudelmente offesi. Per fargli cosa grata, Giovanni Visconti, il terzo de' figliuoli del grande Matteo, aveva accettato il cappello cardinalizio dell'antipapa Nicolò V; e mentre suo nipote Azzo mercanteggiava coll'imperatore il riacquisto di Milano, un impreveduto avvenimento affrettò la conclusione del trattato[185].
[184] _Gio. Villani l. X, c. 65._
[185] _Gio. Villani l. X, c. 117._
Tutte le truppe imperiali lagnavansi di non essere pagate; ma più impazienti di tutti erano i Sassoni e gli abitanti della Germania inferiore, che anche nello stato ecclesiastico avevano minacciato di battersi coi loro patriotti. Finalmente risolsero di sorprendere una fortezza, perchè servisse loro di pegno; ed ottocento cavalieri della bassa Germania con molti pedoni partirono il giorno 29 ottobre del 1329 alla volta di Lucca con tanta celerità, che l'imperatore ebbe appena tempo di far chiudere le porte della città[186]. Dopo aver saccheggiati i sobborghi di Lucca ed i villaggi di Val di Nievole, si stabilirono sulla montagna del Ceruglio, il più alto tra i colli che dividono il piano delle paludi di Fucecchio da quello del lago di Bientina. Si afforzarono in questa vantaggiosa posizione, lontana quindici miglia da Lucca e dodici da Pisa, signoreggiando egualmente le pianure di Val di Nievole e quelle di Val d'Arno, onde chiudevano l'ingresso ne' territorj pisano e lucchese. Allora minacciando indistintamente i Guelfi ed i Ghibellini posero all'incanto i loro servigi e la loro nimicizia[187].
[186] _Gio. Villani l. X, c. 107._
[187] _Bart. Beverini Annales Lucens. l. VII._
Luigi di Baviera, conoscendo quanto pericolosa fosse la sua situazione, volendo richiamare gli ammutinati, si determinò finalmente a conchiudere la lunga negoziazione coi Visconti, ritornando ad Azzo il titolo di vicario imperiale e facendogli aprire le porte di Milano. Azzo Visconti promise il pagamento di cento venticinque mila fiorini, e mandò suo zio Marco al corpo tedesco di Ceruglio, per informarlo di questo trattato e pregarlo a pazientare finchè il danaro giugnesse da Milano. Ma i Tedeschi, dopo avere aspettato pochi giorni, fermarono Marco Visconti, come sigurtà del danaro che loro aveva promesso[188].
[188] _Gio. Villani l. X, c. 117._
Intanto l'imperatore cercava d'imporre contribuzioni sui paesi già governati da Castruccio. Egli aveva accordato ai di lui figliuoli il titolo di duchi di Lucca, che loro ubbidiva ancora; sebbene molte famiglie repubblicane, gli Onesti, i Pozzinghi ed i Salamoncelli, cercassero di ristabilire l'antica forma del governo[189]. Luigi di Baviera sotto colore di proteggere i giovanetti orfani, de' quali era naturale tutore, entrò in Lucca, ove fu ricevuto senza sospetto il 16 marzo del 1329. Ma egli ordinò subito al suo maresciallo di correre per le strade con un corpo di cavalleria, come costumasi nel prender possesso di una città. I Tedeschi attaccarono gli steccati eretti contro di loro, bruciarono le case de' Pozzinghi, ove incontrarono resistenza, ed il fuoco comunicandosi ai vicini edificj ridusse in cenere il più ricco quartiere della città, quello di san Michele. Dopo ciò l'imperatore vendette Lucca per ventidue mila fiorini a Francesco Castracani, parente, ma nemico, di Castruccio e de' suoi figliuoli[190].
[189] _Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 857-859._
[190] _Istorie Pistolesi anonime t. XI, p. 453. — Gio. Villani l. X, c. 125._
Filippo Tedici, che aveva venduta Pistoja a Castruccio, voleva almeno conservare la signoria di questa città ai giovani Castracani; ma i Panciatichi, antichi capi del partito ghibellino, vi si opposero colle armi, e Tedici fu cacciato di Pistoja coi soldati di Castruccio. Così fu in pochi mesi distrutta la potenza di questo valoroso ed accorto principe che fatti aveva tremare tutti i Guelfi d'Italia. I suoi figliuoli, scacciati dalle città in cui aveva egli regnato, furono forzati di ripararsi ne' castelli degli Appennini, finchè giunti all'età atta alle armi professarono il mestiere di _condottieri_. I diversi stati da Castruccio uniti in un solo, si separarono per essere un dopo l'altro ridotti in servitù, mostrando così che l'efimera loro potenza era attaccata ad una sola vita. Que' popoli, cui Castruccio aveva ispirato il proprio ardore militare, trovaronsi spossati dalle battaglie sostenute con tanta gloria; esauriti erano i loro tesori, la loro gioventù perita nelle battaglie, e i Lucchesi pagarono con quaranta anni di schiavitù la breve gloria onde Castruccio gli aveva coperti.
Luigi di Baviera non prendendosi verun pensiero dei figliuoli del suo più fedele servitore, ch'egli stesso aveva ruinati, lasciò la Toscana il giorno 11 aprile. Vedeva ogni giorno venir meno in questa provincia il suo credito; e non potendo ridurre sotto le sue insegne i Tedeschi del Ceruglio, temeva di vedersi esposto a grandi rovesci di fortuna, ove questi prendessero soldo dalla repubblica fiorentina. Affidò la custodia di Pisa a Tarlatino di Pietra Mala, uno de' signori d'Arezzo, lasciandogli circa seicento cavalli tedeschi, e s'incamminò col resto delle sue truppe verso la Lombardia[191].
[191] _Gio. Villani l. X, c. 128._
Finchè l'imperatore si trattenne in Toscana, i Fiorentini non potevano disporre delle loro forze, che per difendersi da così potente nemico; ma ne fu appena lontano, che cominciarono ad approfittare dell'odio che questo monarca aveva ispirato ai popoli. Dì quante conquiste aveva fatte Castruccio, più d'ogni altra spiaceva ai Fiorentini quella di Pistoja che apriva ai Ghibellini il passaggio delle montagne, e li metteva nella stessa campagna di Firenze. Ma i Panciatichi, capi de' Ghibellini pistojesi, dopo averne scacciati i Tedici che risguardavano come traditori, mossero pratica presso il governo fiorentino per rappacificarsi. Ne aprì le negoziazioni Pazzino de' Pazzi, loro parente, col di cui mezzo il 24 maggio del 1329 si segnò la pace tra Pistoja e Firenze. I Pistojesi rinunciarono ad ogni loro diritto sopra Montemurlo, Carmignano, Artimino e Vitolino, fortezze già occupate dai Fiorentini; si obbligarono ad avere in ogni tempo per loro amici gli amici dei Fiorentini, per nemici i loro nemici; ed acconsentirono a ricevere entro le loro mura, per sicurezza della città, un capitano fiorentino con una piccola guarnigione[192]. Dopo questo trattato, sebbene si continuasse a risguardare Pistoja qual città alleata e non suddita de' Fiorentini, cessò d'avere un'esistenza indipendente, e cessarono i suoi abitanti di formare un popolo.
[192] _Istor. Pistolesi anon. t. XI. — Gio. Villani l. X, c. 130._
La più ridente provincia della Toscana, Val di Nievole, occupata dai Lucchesi l'anno 1281[193] aveva ubbidito a Castruccio. Due piccoli fiumi, che per altro non sono mai senz'acque, la Pescia e la Nievole, rendono fertilissimo il piano di questa bella vallata che si copre ogni anno di ricche messi. Le colline che la circondano sparse di ulivi e di viti, producono il più delicato olio ed i migliori vini della Toscana: ne coronano la vetta antiche rocche, le di cui torri, coperte d'ellera e di capperi, s'innalzano di mezzo ad alti castagni ed ai cipressi. Queste rocche non appartenevano alla nobiltà immediata, ma vi si erano adunati per loro sicurezza i proprietarj della valle; un ricinto comune serviva alla difesa delle case e de' più preziosi effetti, e senza uscire dai loro ripari gli abitanti di questo delizioso paese potevano custodire le messi del piano ed osservare il lavoro de' loro agricoltori. Ogni borgata aveva un governo municipale; e prima di passare sotto il dominio de' Lucchesi, queste piccole popolazioni, tanto vicine le une alle altre da potersi intendere parlando da un castello all'altro, si erano talvolta fatte la guerra, ed avevano contratte fra di loro alleanze offensive e difensive. Morto Castruccio, desiderando di separare la loro sorte da quella dei Lucchesi, si collegarono tra di loro per assicurare la comune indipendenza; ma l'esempio dei Pistojesi li persuase a cercare l'alleanza e la protezione di Firenze; onde il 21 giugno del 1329 fu firmato un trattato di perpetua pace tra la repubblica per una parte, e per l'altra i castelli di Pescia, Montecatini, Buggiano, Uzzano, Colle, Cozzile, Massa, Monsummano e Montevetturini. Obbligavansi questi a non avere altri amici che gli amici dei Fiorentini, ed essere nemici dei loro nemici, e ad ubbidire ad un capitano che manderebbe loro la repubblica[194].
[193] _Gio. Villani l. VII, c. 76. — Prosper Omero Baldassaroni, Istoria di Pescia, un vol. in 8.º._
[194] _Gio. Villani l. X, c. 135. — Beverini Annales Lucens. l. VII, p. 864._
Parve che allora si presentasse alla repubblica l'opportunità di fare un acquisto assai più importante. Le fu offerta in vendita la città di Lucca. I Tedeschi che avevano abbandonato l'imperatore, e ch'eransi trincierati a Ceruglio, quando seppero ch'era partito, credettero utile di assoggettarsi ad un capo che conoscesse l'Italia e la politica italiana, e scelsero quello stesso Marco Visconti che pochi dì prima avevano arrestato, ma che aveva saputo farsi amare da molti loro compatriotti per il suo valore ed i talenti militari, e perchè il suo carattere inquieto ed intraprendente lo rendevano degno del comando d'una banda di avventurieri. Infatti Marco Visconti trovossi appena capo di questa temuta gente, che prese a negoziare con tutti i suoi vicini, col governo di Firenze, coi Tedeschi di guarnigione a Lucca, e cogli oppressi cittadini di Pisa.
La conquista di Lucca fu il primo frutto di queste segrete pratiche. L'imperatore aveva lasciati trecento cavalieri tedeschi a Francesco Castraccani degli Interminelli, suo vicario in Lucca; questi furono sedotti dai Tedeschi del Ceruglio; ed altri cavalieri della stessa nazione, che avevano militato sotto Castruccio, ed erano rimasti di guarnigione nella rocca di Lucca, promisero di ajutare il figlio del loro duca, che Marco Visconti aveva fatto venire nel suo campo; e nella notte del 15 aprile le porte della città e la sua rocca furono aperte ai Tedeschi del Ceruglio, i quali disarmarono i cittadini e ne diedero la signoria a Marco Visconti[195]. Ma i soldati cui andava debitore della nuova sovranità, erano accostumati a vivere coi ladronecci, ed il territorio lucchese che andavano guastando, e la città, impoverita dalle precedenti guerre, più omai non bastavano a mantenerli[196]. Perciò desideravano di tornare in Germania, ed erano disposti a cedere Lucca a qualunque loro pagasse in cumulo il soldo dovuto dall'imperatore; il quale, stando ai loro calcoli, ammontava a ottanta mila fiorini. Per tale prezzo offrirono Lucca ai Fiorentini, i quali rifiutarono l'offerta; o perchè i priori della repubblica non volessero arricchire coi proprj tesori i loro nemici, Marco Visconti ed il figliuolo di Castruccio[197]; o perchè una vicendevole diffidenza impedisse ai Fiorentini ed ai Tedeschi di mandare ad effetto il trattato, negando gli uni di dare il danaro prima che fosse loro aperta la città; ne volendo gli altri aprirla avanti di riceverlo[198]; o pure, come vogliono alcuni, che vi si opponesse una segreta gelosia contro il primo negoziatore incaricato di questo trattato dalla signoria[199].
[195] _Gio. Villani l. X, c. 129._
[196] _Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 861._
[197] _Leon. Aret. Stor. Fior. l. VI. — Machiav. Stor. Fior. l. II._
[198] _Andrea Dei Cron. Sanese t. XV, p. 86. — Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 863._
[199] _Gio. Villani l. X, c. 129._
Intanto scoppiava in Pisa una seconda congiura diretta da Marco Visconti. Questa città, sì lungo tempo fedele agl'imperatori, e che tanti enormi sacrificj sostenne per cagion loro, aveva esperimentata, come gli altri stati ghibellini, l'ingratitudine di Luigi di Baviera. Il diritto delle genti era stato violato nei suoi ambasciatori, la città assediata, la capitolazione violata, e la signoria affidata successivamente all'imperatrice, a Castruccio, a Tarlatino di Pietra Mala; finalmente insopportabili contribuzioni erano state imposte agli abitanti, le quali avevano fatto succedere la miseria all'antica opulenza. Marco Visconti concertò il modo di liberare Pisa col conte Fazio, o Bonifazio della Gherardesca, capo della fazione plebea; gli spedì una compagnia di cavalieri, col cui ajuto Fazio scacciò di Pisa il vicario imperiale co' suoi soldati, e ristabilì in giugno del 1329 il governo indipendente della repubblica[200].
[200] _Gio. Villani l. X, c. 133._
Intanto Marco Visconti non si credeva del tutto sicuro in mezzo ai Tedeschi che lo avevano creato loro capo, e venne personalmente a Firenze per ripigliare il trattato della vendita di Lucca. In questo frattempo i suoi luogotenenti aprirono un eguale trattato coi Pisani, i quali, temendo d'essere prevenuti dai Fiorentini in così notabile acquisto, strinsero il contratto pel prezzo di sessanta mila fiorini, e ne sborsarono incautamente per caparra tredici mila, senza farsi dare ostaggi. I Tedeschi si fecero giuoco della data fede e rifiutarono d'aprire la città. Intanto i Fiorentini adombrati dal tentativo de' Pisani, fecero ben tosto avanzare le loro truppe per impedirne l'esecuzione; ed i Pisani che avevano perduta una somma considerabile, e risguardavano egualmente come loro nemici i Tedeschi di Tarlatino che avevano cacciati fuori di Pisa, ed i Tedeschi di Lucca che gli avevano ingannati, furono obbligati a fare la pace con Fiorenza il 12 agosto del 1329, rinunciando all'acquisto di Lucca[201].
[201] _Gio. Villani l. X, c. 136. — Cronica di B. Marangoni di Pisa. — Beverini Annales Lucenses l. VII, p. 865._
I Tedeschi rinnovarono un'altra volta l'offerta di vendere Lucca ai Fiorentini; e perchè la signoria non aveva voluto accettarla, molti ricchi mercanti formarono una società, nella quale prese parte anche il nostro storico Giovanni Villani, per acquistar Lucca col loro danaro. Essi avevano raccolti tra di loro cinquantadue mila fiorini, e dieci mila ne aggiungevano i mercanti lucchesi che desideravano di liberar la loro patria dall'oppressione; onde dalla signoria di Fiorenza si chiedevano soltanto quattordici mila fiorini, per i quali le si davano in custodia le mura e la fortezza: e coloro che avevano somministrato il danaro, sarebbero stati rimborsati col prodotto delle gabelle delle porte di Lucca. Ma questa volta un inconcepibile acciecamento sorprese la signoria, che d'ordinario mostrò tanta accortezza, e le fece rigettare così utili offerte. Temette forse il ridicolo, cui sarebbe esposta una nazione di mercanti, che invece di soggiogare i nemici colle armi, non sapeva che comperarli. «Che fama certa, dice il Villani, era per lo mondo che i Fiorentini per covidigia di guadagno di moneta hanno comperata la città di Lucca. Ma al nostro parere, e a' più savi, che poi l'hanno esaminato quistionando, che compensando le sconfitte e danni ricevuti, e ispendii fatti per lo comune di Firenze per cagione de' Lucchesi per la guerra Castruccina, niuna più alta vendetta si poteva fare per li Fiorentini, nè maggiore laude e gloriosa fama poteva andare per lo mondo che potersi dire, i mercanti e singulari cittadini di Firenze con la loro pecunia hanno comperato Lucca, e suoi cittadini e contadini stati loro nemici, come servi[202]».
[202] _Gio. Villani l. X, c. 142._
Intanto un emigrato ghibellino di Genova, detto Gherardino Spinola, si fece a trattare cogli avventurieri tedeschi l'acquisto di Lucca; e questi soldati, impazienti di ripatriare, gli cedettero la città il giorno 2 settembre per trenta mila fiorini. I Lucchesi ne riconobbero l'autorità, meno insopportabile al certo che quello della soldatesca cui succedeva; ed i Fiorentini che gli dichiararono la guerra, si videro tolti dai Ghibellini le castella di Collodi e di Montecatini[203].
[203] _Ibid., c. 143. — Leon. Aretino l. VI, p. 191. — Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 869._
Tranne questa guerra, poco dannosa, eransi ristabiliti in Toscana l'ordine e la pace. La stessa repubblica di Pisa aveva cercato di rappacificarsi col partito guelfo e col papa: al quale oggetto obbligò l'antipapa Nicolò V ad uscire dalle sue mura; ed in seguito lo fece arrestare in un castello della Maremma, ove erasi nascosto, e lo mandò prigioniero in Avignone. Giovanni XXII pianse di gioja vedendosi arbitro della sorte di così pericoloso rivale, che fece custodire, finchè visse, in onorata prigione; ammettendo i Pisani alla comunione della chiesa in premio di così segnalato servigio[204].
[204] _Gio. Villani l. X, c. 162._
Ma la Lombardia, ove Luigi di Baviera aveva condotta la sua armata, non andava esente da rivoluzioni. Sebbene i Fiorentini non avessero verun dominio in questa contrada, non vedevano tranquilli il rapido innalzamento d'alcuni principi ad una straordinaria potenza, e il decadimento egualmente rapido di alcuni altri nella dipendenza o nella disgrazia.
Uno de' più temuti capi del partito ghibellino aveva cessato d'esistere quando Luigi di Baviera rientrò dalla Toscana in Lombardia. Passerino dei Bonacossi, signore di Mantova e di Modena, aveva in una sedizione popolare perduta l'ultima città il 15 giugno 1327[205]. I Guelfi ed il legato Bertrando erano accorsi in ajuto degl'insorgenti, che loro avevano aperte le porte. Ma Passerino era rimasto sovrano di Mantova, città da oltre quarant'anni suddita della sua famiglia. Difesa dai laghi, che la circondano, dalle aggressioni straniere, pareva che Mantova non avesse pure a temere interni sconvolgimenti. Il popolo aveva da molto tempo perduta la memoria d'una libertà appena conosciuta; i grandi erano sottomessi ed altronde accarezzati dal signore e confidentemente trattati; finalmente era nota la prudenza, la ricchezza ed il valor del principe, che risguardavasi come il meglio assodato sovrano di Lombardia[206]. Una privata offesa provocata dall'arroganza del figlio di Passerino fu cagione della sua ruina.
[205] _Chron. Mutin. Joh. de Bussano t. XV, p. 588. — Chron. Mutin. Bonifacii de Morano t. XI, p. 113._
[206] _Chron. Modoetiense t. XII, l. II, c. 41._
I costumi della gioventù, severi nelle repubbliche, erano licenziosi ne' principati di Lombardia. I sovrani stessi sarebbersi adombrati dell'austera indipendenza di un uomo onesto e sobrio. L'esempio della corte invitava alla mollezza; ed i gentiluomini, pei quali non restava alcuna via alla gloria ed agli onori, si occupavano unicamente dei piaceri. Compagni delle dissolutezze ed amici del figliuolo di Passerino erano tre suoi cugini, figliuoli di Luigi da Gonzaga; uno de' quali avendo eccitata la gelosia del principe, questi giurò nella brutale sua collera di vendicare sulla propria consorte di Filippino Gonzaga la supposta infedeltà della sua amante, disonorando quella sotto gli occhi di suo marito[207].
[207] _Platina Hist. Mantuae t. XX, l. II, p. 727._
I tre fratelli Gonzaga ed il loro amico Alberti Saviola si disposero a prevenire così disonorante ingiuria, o a punire il figlio del tiranno per aver soltanto osato di formarne il disegno. Chiesero segretamente soccorso a Cane della Scala signore di Verona, e l'ottennero: perchè i principi vicini, gelosi gli uni degli altri, erano sempre disposti a nuocersi vicendevolmente. Filippino Gonzaga erasi ritirato nelle sue terre sotto colore di attendere ai suoi raccolti, ed aveva presso di sè riuniti lavoratori a lui attaccatissimi e di sperimentato coraggio. Nella notte del 14 agosto del 1328, avendo loro date le armi, gli associò ai soldati avuti in prestito da Cane della Scala e li condusse presso alla porta di Marmirolo, che suo fratello si era fatta aprire sotto pretesto di essere chiamato in campagna da una galanteria amorosa. La guardia della porta fu sorpresa, ed i congiurati corsero la città eccitando il popolo a scuotere il giogo di Passerino ed a distruggere le gabelle. Questo signore recatosi a cavallo contro i congiurati fu ucciso in su la piazza, ed il figliuolo gettato nella prigione in cui aveva fatto morire il vecchio signore della Mirandola, e vi fu ucciso dal figliuolo di quello sventurato gentiluomo. Luigi da Gonzaga, cognato di Passerino e padre dei congiurati, fu da loro proclamato signore di Mantova[208]. I suoi discendenti ne conservarono la sovranità fino alla metà del secolo XVIII.
[208] _Cron. Miscel. di Bologna p. 349. — Gio. Villani l. X, c. 99. — Bonifazio de Morano Chr. Mutin. t. XI, p. 116._
Luigi di Baviera non si curò di vendicare Passerino de' Bonacossi; per lo contrario nominò in suo luogo vicario imperiale Luigi da Gonzaga, e lo invitò al congresso dei signori ghibellini che aveva convocato pel giorno 21 aprile del 1329 a Marcheria. V'intervennero Cane della Scala, il Gonzaga ed i signori di Como e di Cremona, come pure gli altri capi del partito in Lombardia[209]; ma Azzo Visconti ricusò di venire. Questo principe, alleato dei figliuoli di Castruccio, lagnavasi dell'ingratitudine con cui lo aveva trattato l'imperatore, e vedeva nella loro sorte, quella che gli era destinata, se Luigi entrava nel Milanese; e con un monarca senza fede preferiva ai trattati la guerra aperta. Quando ebbe avviso dell'avvicinarsi dell'imperatore, fortificò Milano e Monza per essere in istato di resistergli; ed invitando i cittadini a difendersi, gli assicurò che di quattro mila cavalieri che seguivano Luigi, due mila, nella loro miseria, avevano venduti i loro cavalli sperando di rifarsi col saccheggio di Milano. Di fatti i Milanesi secondarono il loro signore con tutte le loro forze, e Luigi, dopo alcuni inutili tentativi per sorprenderli, accettò una piccola somma di danaro offertagli dal Visconti, ed andò a portare la guerra nella Lombardia oltre-padana[210].
[209] _Gio. Villani l. X, c. 128._
[210] _Chron. Modoet. c. 40, p. 1158. — Georg. Merulæ Hist. Mediol. l. III, p. 111._
In questa campagna l'imperatore riportò alcuni vantaggi dovuti piuttosto all'imprudenza del suo nemico il cardinale Bertrando, che alla propria abilità. Aveva il cardinale fatto arrestare come ostaggio Orlando dei Rossi, uno dei signori di Parma e de' principali capi della parte guelfa; onde le città di Pavia, Parma, Modena e Reggio, sdegnate per quest'atto tirannico, abbandonarono la causa della chiesa ed aprirono le porte all'imperatore[211]. Ma Luigi, avanti che terminasse l'anno, andò a Trento per ottenere dai principi tedeschi altri soldati. Mentre trovavasi in questa città, morì il 13 gennajo 1330 Federico d'Austria, ed i suoi fratelli Alberto ed Ottone adunarono truppe per attaccare la Baviera. Conoscendo le intenzioni degli Austriaci, Luigi abbandonò l'Italia per difendere i suoi stati ereditarj[212].
[211] _Gio. Villani l. X, c. 141._
[212] _Gio. Villani l. X, c. 146. — Bonifaz. di Morano Chron. Mutin. p. 117. — Olenschlager Geschichte des Rom. Kayserth. § 89._