Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)
Part 9
Dopo così orgogliosa risposta, Innocenzo domandò truppe alle repubbliche guelfe della Lombardia, della Toscana, della Marca d'Ancona; ed i conti del Fiesco, suoi parenti, fecero pure a Genova leve di soldati per suo conto. Mentre il papa adunava la sua armata nella città d'Anagni, i suoi partigiani eccitavano i Siciliani alla ribellione, rappresentando loro quanto vergognosa cosa fosse il dominio de' Saraceni e dei Tedeschi. Effettivamente i grandi giustizieri di quasi tutte le province erano Arabi, ed Arabi gli altri principali impiegati civili e militari. La sollevazione non tardò a scoppiare in tutte le province, e continui avvisi di nuove congiure giugnevano al marchese ed a Manfredi; perchè il primo, scoraggiato da tanti mali, si appigliò finalmente al partito di dimettersi dalla reggenza del regno, e si unì agli altri baroni che si erano mantenuti fedeli al sovrano, per disporre Manfredi a prendere le redini del travagliato governo.
Nelle presenti circostanze, in cui l'autorità reale trovavasi esposta a mille rischi ed umiliazioni, rifiutava a Manfredi cotale inchiesta: ma riflettendo ad un tempo che forse era egli il solo che potesse in tanto turbamento di cose salvare la monarchia, ne accettò la reggenza a condizione che sarebbero posti a sua disposizione tutti i tesori di Corrado, de' quali Bertoldo erasi riservata l'amministrazione, e che passerebbe nella Puglia per far leva di un'armata pronta a servirlo in ogni incontro. Bertoldo non attenne le sue promesse, onde moltiplicandosi le sedizioni, e l'armata del papa trovandosi già presso ai confini del regno, Manfredi risolse di andargli incontro egli stesso e di fargli aprire le porte di tutte le fortezze. Il papa era assai vecchio, ed il popolo stanco dell'ultima amministrazione; onde non poteva ridursi ad odiare i nuovi padroni ch'egli stesso si era scelti, che facendone esperienza. Un'imprudente resistenza non poteva che accrescere i mali della guerra, ed il più sicuro consiglio era quello di aspettare salute dagli avvenimenti.
Manfredi si fece precedere da' suoi ambasciadori, i quali da parte sua dissero al papa ch'egli risguardava la santa sede come la naturale protettrice dei pupilli e dei deboli, che l'ultimo re, morendo, aveva espressamente posti i suoi figliuoli sotto la protezione del pontefice; e che se per conservare questa eredità ad un orfano, voleva Innocenzo stesso prenderne il possesso, Manfredi non si opporrebbe altrimenti alle sue mire, che riservavasi soltanto tutti i diritti suoi e di suo nipote, e che precederebbe tutti i Pugliesi nel dar prove del suo rispetto e devozione per la santa sede. In fatti si avanzò fino a Ceperano, posto al confine dei due stati, e tenne egli stesso le briglie del cavallo del papa mentre passava il Garigliano[132].
[132] _Nicol. de Jamsilla p. 512. — Diurnali di Matteo Spinelli p. 1073._
Sopraggiugneva Innocenzo circondato da tutti gli esiliati del regno, da tutti quelli che colle loro pratiche avevano, fin dai primi anni del regno di Federico, cercato di turbarne l'amministrazione, i Sanseverino, i del Mora, i d'Aquino e Borello d'Anglone, che tutti mostravansi premurosi di accrescere cogl'insulti l'umiliazione di Manfredi. I Sanseverino, se devesi prestar fede allo Spinelli, rifiutavansi, incontrandolo, di salutarlo; un legato del papa esigeva da tutti i baroni il giuramento di fedeltà alla santa sede, quasi che il regno le fosse devoluto per sempre; ma ciò non bastando, osò perfino di chiederlo allo stesso Manfredi, mentre un'ingiusta investitura del papa spogliava questo principe di una parte de' suoi dominj a Taranto, e li trasmetteva a Borello d'Anglone suo nemico.
Costui, poco dopo la morte di Federico, aveva da Manfredi ottenuta una grazia, ma l'aveva scordata per risovvenirsi soltanto del suo rancore verso la casa di Svevia: audacemente disputava intorno ai diritti del principe e pareva che si dasse minor premura di spogliarlo de' suoi beni, che di fargli sentire d'essere diventato suo eguale. Per ultimo postosi alla testa di alcuni soldati s'avviò verso Alesina per prendere possesso della contea tolta a Manfredi, il quale trovavasi allora a Teano col papa. Ebbe intanto avviso che Bertoldo d'Oenburgo, altra volta reggente, avvicinavasi con una armata per rendere omaggio al papa, e partì subitamente con un magnifico seguito per abboccarsi seco avanti il suo arrivo. Tenne la stessa strada di Capoa, e raggiunse Borello che l'aveva di poco preceduto: le due scorte, inasprite da mille precedenti ingiurie, s'insultarono e vennero alle mani: Borello fu ucciso contro il volere del principe, come lo attestano i suoi partigiani; ed è da credersi, perciocchè aveva troppa accortezza per non vedere che, quantunque figlio dell'imperatore e presontivo erede del trono, questo avvenimento lo poneva in grandissimo pericolo. Il papa citò Manfredi a presentarsi al tribunale di uno de' suoi nipoti, per purgarsi, se ancora lo poteva, dell'omicidio ond'era accusato; ed in pari tempo gli negò un salvacondotto per recarsi al tribunale: d'altra parte la città di Capoa fece prendere gli equipaggi del principe e spedì truppe per arrestarlo. Manfredi erasi chiuso in Acerra, il di cui conte era suo stretto parente; ma non tardò ad avvedersi che ognuno cercava di tenersi da lui lontano: lo stesso marchese d'Oenburgo che aveva approvata la sua condotta, si astenne dall'aver seco un abboccamento, e mise in campo contro il figliuolo dell'augusto suo padrone alcune lagnanze di cui non erasi prima nemmeno sognato. Bentosto il marchese Lancia, zio materno di Manfredi, gli diede avviso che non era in Acerra sicuro, perchè vi sarebbe assediato con forze superiori; e che se egli, a seconda dell'ordine pontificio, si dava spontaneamente in potere del papa, sarebbe stato chiuso in una prigione, per essere in seguito condannato all'esilio ed alla perdita de' suoi beni, e fors'anco alla morte.
Una sola strada vedeva il principe aperta alla sua salvezza, quella di attraversare il regno e rendersi a Luceria nella Capitanata, ponendosi confidentemente in mano dei Saraceni abitatori di quella città, e risvegliando nel cuor loro, se era ancor tempo, l'affetto che sempre conservarono alla sua famiglia. Ma il comandante di Luceria era Giovanni Mauro, creatura del marchese d'Oenburgo, che di già erasi sottomesso al papa; e per giugnere a Luceria dovevasi attraversare una vasta contrada occupata dai suoi nemici.
Manfredi dando voce che andava alla corte pontificia, partì d'Acerra avanti la mezza notte con un seguito troppo numeroso per viaggiare inosservato, e troppo debole per sostenere una lunga pugna. Facevano parte della scorta i due fratelli Marino e Corrado Capece, gentiluomini napoletani, i quali avendo le loro terre lungo le montagne che dovevansi attraversare, ripromettevansi di condurlo senza accidenti fino a Luceria. Per evitare il castello di Monforte, ove teneva guarnigione il marchese d'Oenburgo, dovettero praticare aspri sentieri a traverso di scoscese montagne, i di cui precipizj debolmente illuminati dalla luna sembravano, ancor più che non lo erano, spaventosi agli uomini ed ai cavalli. Attraversando senz'essere conosciuto la terra di Manliano, formata, come molte altre del regno di Napoli, di una sola strada lunga, angusta e tortuosa, e senza veruna uscita laterale, udiva quella gente interpellarsi se dovessero fermare quel convoglio, per osservare se vi fosse il principe fuggitivo, lo che facevagli comprendere che il suo destino dipendeva dalla fantasia di alcuni contadini[133]. In così difficile istante alcuni de' muli che portavano la salmeria e precedevano gli uomini d'armi, essendo caduti, obbligarono alcun tempo la comitiva a trattenersi, senza che gli ultimi ne conoscessero il motivo. Pure i Manlianesi limitaronsi a chiudere le porte della fortezza appartenente al borgo, senza fare altre novità.
[133] _Nicolai de Jamsilla hist. p. 523._
Di là il principe giunse colla sua gente al castello d'Atripalda ove i signori Capece avevano le loro donne; le quali[134] si tennero assai onorate d'aver per loro commensale il figlio d'un imperatore: «ed il principe, osserva Nicola di Jamsilla, poteva farlo senza compromettersi, perciocchè tale è la prerogativa delle donne, che possono loro tributarsi senza viltà i più grandi onori, che non sarebbe permesso di rendere agli uomini più potenti.» È questa la prima volta che troviamo negli storici contemporanei le massime cavalleresche della galanteria, che forse ebbe principio molto prima ne' paesi settentrionali.
[134] _Ibidem p. 524._
D'Atripalda recavasi Manfredi a Guardia de' Lombardi, Bisaccia e Bimio, terre di sua ragione, ma i suoi vassalli lo prevennero che non potrebbe dimorarvi a lungo senza pericolo, essendosi le città vicine arrese al papa. Melfi gli chiuse le porte; Ascoli, sentendo che s'avvicinava, si rivoltò, massacrando il governatore che sapevano attaccato al principe, Venosa lo accolse con rispetto; ma i cittadini non tardarono a fargli sapere ch'erano minacciati d'assedio, se non prendevano parte alla lega guelfa e ch'erano troppo deboli per difendersi.
Intanto Giovanni Mauro era partito da Luceria per recarsi alla corte del papa, lasciando in quella città suo luogotenente Marchisio con mille soldati Saraceni, e trecento Tedeschi, ordinandogli di tenere sempre chiuse le porte della città. Per andare da Venosa a Luceria, doveva il principe passare tra Ascoli e Foggia, città non solo nemiche, ma dove erano di già arrivati alcuni distaccamenti di truppe pontificie per fermarlo. Trovandosi ormai giunto in tanta vicinanza di Luceria, credette prudente consiglio il separarsi dalla sua scorta, che diresse alla volta di Spinazzola, mentre col gran cacciatore di suo padre e due scudieri, la notte del primo di novembre, si fece ad attraversare le campagne della Capitanata. Mentre usciva di città alcuni suoi amici, che l'avevano conosciuto, lo seguirono, nè egli osò di congedarli. Quando furono affatto fuor di strada cadde una dirotta pioggia che faceva la notte oscurissima: pure non lasciarono di camminare verso Luceria, diretti dal primo cacciatore, e giunsero ad una casa della caccia reale, che dopo la morte di Federico era stata abbandonata, e si riposarono alquanto, asciugandosi intorno ad un gran fuoco, ad un fuoco reale, come piacevolmente diceva il principe[135]; ed era veramente la sola cosa reale che gli fosse rimasta nel presente stato. Ripigliarono la via un poco prima che facesse giorno; e quando furono a poca distanza da Luceria, Manfredi lasciò addietro gli amici che lo avevano seguìto[136], e coi tre scudieri ch'egli aveva scelti, si avvicinò alla porta.
[135] _Nicolai de Jamsilla historia, p. 529._
[136] Pare che Nicola di Jamsilla fosse del numero de' suoi amici; e perciò rese così commovente tutta questa narrazione.
Trovavansi riuniti sulle mura e sulla loggia che soprastà alla porta molti Saraceni: «Ecco il vostro signore e principe, gridò loro in lingua araba uno degli scudieri di Manfredi, che viene a porsi nelle vostre mani: egli s'affida interamente a voi; apritegli le porte!» A queste parole i Saraceni furono compresi da subito entusiasmo, e compresero allora che si tenevano chiuse le porte contro il figlio del loro re, e che Marchisio era suo nemico. «Entri, entri, gridarono allora, avanti che il governatore sia informato del suo arrivo; entri! e noi ci facciamo mallevadori per la sua persona.»
Marchisio si era fatto portare al palazzo le chiavi di tutte le porte: ma sotto di quella ove trovavasi Manfredi era aperto l'alveo del ruscello che attraversava la città. Avvertito da un Saraceno di quell'apertura, Manfredi, sceso tosto da cavallo, chinossi a terra per entrare nel canale. «No, non soffriremo mai, gridarono tutti gli altri, che il nostro principe entri in così vil modo nella sua città;» e spingendo tutti ad un tempo le porte, le sforzarono; e levando Manfredi sulle loro braccia lo portarono in trionfo verso il palazzo.
Marchisio, udito questo tumulto, usciva colla sua guardia, avanzandosi contro il principe, determinato di venire alle mani, quando tutto il popolo gridò ad una voce: «scendete dai vostri cavalli, prostratevi innanzi al vostro principe, al figlio del vostro imperatore!» Marchisio, confuso, gittossi di fatti a terra, ed il suo esempio fu seguìto dalle guardie che, piegando un ginocchio, rinnovarono tutti insieme il giuramento di fedeltà.
E per tal modo Manfredi si alzò dal fangoso rivo per salire sul trono; imperciocchè la somma della rivoluzione stava in questo avvenimento. Luceria, fortissima città, non era in verun modo esposta agli insulti di una sommossa popolare, onde gli ultimi sovrani vi avevano depositati i loro archivj ed i loro tesori. Il principe vi trovò la così detta camera fiscale di Federico e quella di Corrado, quella del marchese d'Oenburgo e quella di Giovanni Mauro; perchè col danaro colà ritrovato potè subito assoldar truppe. L'universale odio del popolo confondeva i Tedeschi cogli Arabi; sembrando agli Italiani gli uni e gli altri soldati stranieri e mezzo barbari, armati a favore d'una autorità oppressiva; onde sì gli uni che gli altri, dopo la morte di Corrado, erano stati cacciati dalle città dov'erano acquartierati e riuniti insieme dalla persecuzione. Manfredi trovò tra i Saraceni di Luceria molti soldati tedeschi; altri molti ne riunì in pochi giorni; ed in breve tempo, colle genti di queste due nazioni mise in piedi un'armata così forte da tener testa al papa, e da far pentire il marchese d'Oenburgo del suo vile abbandono.
Erasi costui avanzato con un'armata guelfa fino a Foggia, colà preceduto da suo fratello Oddo. Da un'altra banda erasi innoltrato fino a Troja il legato Guglielmo, cardinale di san Eustachio, e nipote del papa, con un'armata ancor più poderosa di quella del marchese. Ebbero colà avviso che quel principe, che fino allora avevano risguardato come un fuggiasco, ordinava a queste ed a tutte le altre città di pagare i consueti tributi. La potenza del principe aveva fatto rinascere il rispetto nel cuore del marchese, onde gli spedì un regalo di abiti, di cui Manfredi aveva urgente bisogno, essendo egli arrivato a Luceria vestito soltanto delle proprie armi. Bertoldo cercò in pari tempo di entrare in negoziati col principe; ed a tal fine andò presso al legato a Troja. Ma mentre Manfredi mostrava di occuparsi di queste insidiose negoziazioni, teneva gli occhi addosso al marchese Oddo ch'era rimasto a Foggia; il quale, avendo osato di fare una scorreria nel territorio di Luceria, fu dal principe impetuosamente attaccato e rotto in modo, che dovette fuggire fino a Canosa. Allora il principe si portò sopra Foggia, ed attaccata questa città da una banda colla cavalleria che aveva inseguìto il marchese, mentre l'assaliva dall'altra l'infanteria che sopraggiungeva da Luceria, la prese in due ore d'assalto. Tosto che questa notizia si sparse nel campo del cardinal nipote a Troja, la sua armata, tocca da panico terrore, abbandonò repentinamente la provincia, e fuggendo si disperse quasi tutta. I due generali guelfi colle scoraggiate loro truppe dovettero ripiegare sopra Napoli, ove appena giunti ebbero avviso della subita morte d'Innocenzo[137].
[137] Il 7 dicembre 1254.
La morte di così ambizioso ed intrepido pontefice fu un colpo di fulmine per il partito guelfo delle due Sicilie, un disastro assai maggiore di quello della disfatta de' suoi generali. I cardinali adunati a Napoli, sostituendogli uno de' conti Signa, Alessandro IV, parente d'Innocenzo III e di Gregorio IX, non seppero dare al loro partito un capo così accorto, così ardito, e dirò ancora così violento com'era stato l'ultimo papa.
(1255) Gli amici di Manfredi, rinvenuti da quel primo terrore che tutto faceva piegare al partito guelfo, incominciavano a prendere le armi in Calabria ed in Sicilia, ed egli stringeva vigorosamente i ribelli della Puglia e di Terra di Lavoro: e sebbene le sue armate fossero di numero ancora inferiori a quelle del papa e de' suoi legati, vi suppliva con molte e grandi virtù militari, con un carattere generoso, con un'amabile galanteria, che gli guadagnavano il cuore de' sudditi. Due volte, troppo fidando alla parola degli ecclesiastici, accordò ai legati del papa capitolazioni ch'essi violarono, ma due volte ancora li castigò, colle sue vittorie, della loro mala fede. La Terra di Lavoro fu l'ultima provincia ch'egli riconquistasse; Napoli e Capoa gli aprirono spontaneamente le porte, e così Manfredi ricuperò in due anni tutto il regno che gli aveva tolto il pontefice.
Innocenzo IV regnò undici anni e cinque mesi; e se la gloria d'un papa può misurarsi, come quella d'un conquistatore, per le perdite e le umiliazioni de' suoi nemici, niuno de' successori di san Pietro ebbe un regno più glorioso del suo. Nel concilio di Lione, Innocenzo condannò un potente monarca; lo depose dal trono; armò contro di lui i sudditi e gli alleati, lo vide morire, e morire i suoi figliuoli, dopo umilianti disfatte; e parve che la sua vendetta gli accompagnasse anche entro il sepolcro, ove entrarono scomunicati; egli corse trionfante l'Italia tolta al partito imperiale; s'impadronì di tutto il regno di Napoli innalzando il dominio di san Pietro al più alto grado di potenza cui giugnesse giammai nè prima nè dopo; finalmente morì quando il morire era per lui una felicità, perchè non conobbe la disfatta delle sue armate. Se poi vogliamo ricordarci che Innocenzo fu l'amico di Federico; che senza esserne stato offeso fu l'implacabile persecutore dell'amico e de' suoi figliuoli; che chiamato ad essere il padre di tutti i cristiani, ed il protettore degli orfani, rigettò le suppliche del moribondo Corrado e di Manfredi che affidavano alla sua clemenza la sorte d'uno sventurato fanciullo; finalmente che Innocenzo fu il primo che mise in campo il funesto pensiero di chiamare i reali di Francia nel regno di Napoli, dove le loro guerre accanite fecero, pel corso di tre secoli, versare il sangue più puro della Francia e dell'Italia; la memoria d'Innocenzo diventa esecrabile.
Malgrado l'immenso potere che questo papa esercitava in tutta l'Italia, e quasi su tutta l'Europa, i soli Romani non piegarono sotto la sua autorità, conservando intatte le libertà della repubblica a fronte delle prerogative papali. Non abbiamo veruno storico romano anteriore al XIV secolo, veruno che, rammentando i più antichi tempi, abbia veduto in Roma altro che la corte del papa; talchè l'indipendenza di quella repubblica non ci vien presentata che a grandi intervalli e come oggetto secondario dalle storie degli altri paesi; e ciò in così poco vantaggioso aspetto da farcela credere, più che altro, una sediziosa oligarchia. Uno de' nobili, col titolo di senatore, era incaricato dell'amministrazione della giustizia in città; e papa Gregorio IX aveva soltanto ottenuto che tutti i chierici ed ecclesiastici addetti alla sua corte ed ai cardinali ed i pellegrini non fossero soggetti alla di lui giurisdizione[138]. L'indipendenza adunque della propria persona e de' suoi preti era tutto ciò che il papa osava chiedere in Roma. Altronde non aveva torto di temere la giurisdizione del senatore il quale, alla testa de' suoi clienti, attaccando i suoi nemici, assediando le case, atterrandone le torri, faceva meno il giudice che il capo di parte.
[138] _Raynald. ad ann. 1235. § 1, 3, 4. — Storia diplomatica de' senatori di Roma p. I, p. 95-97._
Alcuni nobili romani avevano afforzate le case, altri in maggior numero eransi impadroniti de' solidissimi monumenti de' più gloriosi tempi di Roma. I sepolcri e gli archi trionfali erano stati convertiti in rocche inespugnabili, dall'alto delle quali si facevano giuoco dell'autorità de' pontefici, della potenza del senatore, della furia della plebe. L'abitudine delle guerre private rassomiglia in modo all'abitudine del ladroneccio, che facilmente si fa passaggio dall'una all'altra. Talvolta i gentiluomini uscivano di notte armati dalle loro fortezze per ispogliare i magazzini de' mercadanti; facevano de' prigionieri nelle strade, ch'erano costretti di pagare grosse taglie per riscattarsi; ed in mezzo ad una città si credevano in istato di guerra colla medesima e con tutta la società. Questi abusi crebbero a dismisura in tempo che Innocenzo soggiornò in Lione; onde il popolo, volendo liberarsene, determinò di non affidare il potere giudiziario ad alcuno de' suoi concittadini, ma di chiamare, come praticavano altre città, qualche forastiere di specchiata integrità, accordandogli un illimitato potere, a condizione che ristabilisse in Roma l'ordine e la tranquillità.
Brancaleone d'Andalo, bolognese e conte di Casalecchio, fu quello che scelse il popolo di Roma per suo dittatore; ma Brancaleone che conosceva l'incostanza de' Romani ed il proprio inflessibile carattere nel giudicare i colpevoli, non accettò l'offerta carica che a condizione di averla per tre anni, mandando trenta giovani delle principali famiglie romane a Bologna, ostaggi per la sua persona. Tutto gli venne accordato, ed egli in principio del 1253 entrò in Roma.
La giusta amministrazione di Brancaleone fu accompagnata da un tale carattere di severità che fa orrore. Qualunque attentato contro la pubblica tranquillità, commesso da un gentiluomo, fu rigorosamente punito: se taluno osava resistere, marciava alla testa del popolo contro la rocca in cui erasi rifugiato il colpevole; la chiudeva con istretto assedio, e non soleva ritirarsi finchè, venuta in suo potere, non era atterrata. Molti gentiluomini furono condannati ad essere appiccati alle finestre del loro palazzo; e la tranquillità di Roma fu acquistata collo spargimento del sangue più illustre.
Brancaleone volle altresì richiamare le campagne romane all'antica loro dipendenza: per la qual cosa mandò ambasciadori a Terracina chiedendo a quella piccola città il giuramento d'ubbidire ai suoi ordini, e di associarsi all'assemblee, all'armata ed ai giuochi pubblici de' Romani. Innocenzo IV, trovandosi allora in Assisi, spedì una bolla al senatore per fargli sentire che gli abitanti di Terracina erano immediati vassalli della santa sede, e non tenuti a verun servizio verso la città di Roma; gli raccomandava di ritirare, pel rispetto dovuto alla santa sede, i dati ordini; essendo determinato in caso contrario a difendere con tutte le sue forze i cittadini di Terracina[139].
[139] _Contarini histor. Terracinensis, p. 65 e 67: e Bulla Innoc. IV. Apud Vitale storia diplomatica de' senatori di Roma t. I, p. 114._
Brancaleone cercò invano di richiamare lo stesso pontefice a ciò ch'egli credeva di sua pertinenza; ed il racconto, che ne abbiamo in Matteo Paris è la più luminosa prova dell'indipendenza de' Romani e del loro magistrato verso Innocenzo IV. «Nello stesso tempo, egli scrive, essendosi il papa trattenuto alcuni mesi in Assisi, per parte de' Romani e del senatore Brancaleone, gli furono spediti deputati ad intimargli di rientrare sollecitamente nella città di cui era pastore e sommo pontefice. Soggiungevano i Romani, che si maravigliavano di vederlo errante qua e là come un vagabondo o un proscritto, abbandonando Roma, la sede pontificia, la greggia di cui doveva rendere stretto e rigoroso conto al sovrano giudice, per andar in traccia di danaro. Il senatore ed il popolo romano ordinavano pure al popolo d'Assisi di non permettere che soggiornasse più oltre in quella città un pontefice che s'intitolava dalla sede di Roma, non da Lione, da Perugia o d'Anagni (luoghi ove il papa aveva lungamente dimorato). Esigevano che la città d'Assisi lo rimandasse, altrimenti avrebbe veduto il suo territorio messo a soqquadro. Conobbe allora Innocenzo che, se non tornava a Roma, Assisi sarebbe distrutta dagl'irritati Romani, come era accaduto ad Ostia, Porto, Tusculano, Alba, Sabina ed ultimamente anche a Tivoli. Rientrò dunque in Roma più forzatamente che di propria volontà, e non senza timore di qualche sinistro. Ad ogni modo, dietro gli ordini del senatore, vi fu onorevolmente ricevuto[140].»