Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 8

Chapter 83,594 wordsPublic domain

Benchè gloriosa, lunga fu però la guerra che i Milanesi sostennero per favorire Innocenzo, e cotal guerra aveva esaurite le pubbliche entrate; onde nel precedente anno avevano dovuto ordinare, a favore del comune, un ritardo di otto mesi a pagare i suoi debiti, ed accrescere le gabelle onde poter soddisfare ai nuovi impegni. In pari tempo accordavano a tutti i privati debitori quelle facilità medesime che si arrogava la repubblica[108]; col quale apparente atto di giustizia si venivano ad accrescere i disordini e le perdite causate alla società da questa specie di fallimento. Nè bastando queste gravezze, finalmente i Milanesi risolsero di chiamare un magistrato straniero, cui accordarono un illimitato potere di stabilire, ove e come lo trovasse più opportuno, dogane, gabelle, pedaggi. Sebbene quest'odiosa scienza non fosse in allora così ben conosciuta come nella presente età, il nuovo magistrato Beno de' Gozzadini di Bologna fece quanto seppe per accrescere colle concussioni i profitti del comune. Ne' primi quattro anni il popolo si sottomise, senza lagnarsi, alle arbitrarie gravezze di Gozzadino; e nell'ultimo anno fu innalzato alla suprema carica di podestà onde incontrasse minori ostacoli, e più sollecitamente pagasse il pubblico debito. Ma le sue concussioni stancarono finalmente la pazienza del popolo; il quale, ammutinatosi, mise a morte l'infelice podestà, siccome autore d'insoffribili gravezze. Ed è cosa notabile che, morto il Gozzadino, il popolo non essendo sollevato dalla maggior parte delle gabelle che questi aveva inventate per sovvenire ai bisogni dello stato, gli storici milanesi, prendendo parte alle prevenzioni del popolo, hanno continuato a maledire la memoria di questo finanziere[109]. Il papa erasi appena partito da Milano, che scordando tutto quanto aveva per lui sofferto, e la splendida accoglienza fattagli, scrisse da Brescia a quell'arcivescovo per eccitarlo a sostenere vigorosamente le libertà ecclesiastiche contro il podestà ed i consigli, che alcuna volta non le rigettavano. Lagnavasi in particolare che si obbligassero alcuni monaci, detti _umiliati_, ad esercitare alcune pubbliche incumbenze alle porte ed alle dogane, siccome coloro che con maggiore economia e fedeltà riscuotevano le gabelle. Ordinava all'arcivescovo d'impiegare contro la repubblica le censure ecclesiastiche, e tutto il rigore degli spirituali castighi per rintuzzare gli abusi che si fossero introdotti nel governo. Tanta ingratitudine del pontefice offese i Milanesi se non abbandonarono affatto il partito guelfo, cessarono almeno di esserne i più caldi partigiani: imperciocchè nominarono loro capitano generale il marchese Lancia di Monferrato, zio di Manfredi, reggente di Sicilia e zelante ghibellino; e gli affidarono dal 1253 al 1256 il governo degli affari della guerra e della giustizia, a condizione che mantenesse al soldo della repubblica mille cavalli forastieri. Il marchese Lancia non venne però a stare in Milano, ma vi mandò ogni anno in qualità di suo luogotenente un podestà da lui nominato.

[108] _Giorgio Giulini, Memorie della campagna di Milano, t. VIII, l. LIII, p. 52._

[109] _Conte Giulini, Memorie l. LIV, p. 113. — Galvan. Fl. Manip. Flor. § 288, p. 685. — Corio Istor. di Mil. p. 112 — Annal. Anon. Mediol. t. XVI, c. 24 e 26, p. 657._

Sebbene avessero scelto per loro giudice e generale un Ghibellino, non sembra che a tale epoca i Milanesi avessero affatto abbandonata la parte guelfa; e la guerra che coll'ajuto del marchese Lancia fecero ai cittadini di Pavia, dovrebb'essere una contraria prova. Non può dirsi lo stesso degli abitanti di Piacenza, i quali avanti che morisse Federico, a motivo dell'odio che nudrivano contro i Parmigiani, staccaronsi del partito che questi avevano di fresco abbracciato, si collegarono con Cremona, col marchese Pelavicino e con tutti i Ghibellini, e ricominciarono la guerra che nel principio del secolo avevano intrapresa contro Parma. Ad eccezione di questa sola guerra, le parti e le alleanze, tutto aveva cambiato aspetto: pareva che ogni armata fosse passata nel campo nemico per rinnovare la pugna.

Due passioni l'una dall'altra affatto indipendenti dividevano in due opposte fazioni gli abitanti di tutte le città d'Italia. Da una banda la gelosia e la reciproca diffidenza de' plebei e de' nobili teneva viva la discordia in seno ad ogni repubblica; dall'altra i partigiani dell'Impero e quelli della Chiesa dividevano l'Italia in due parti che si facevano un'accanita guerra. Tra le fazioni politiche nate in seno di ogni città, e le fazioni religiose che regnavano in tutto l'Impero, non eravi veruna stabile alleanza: nè i papi eransi dichiarati protettori della plebe, nè gl'imperatori della nobiltà. A Milano i gentiluomini erano Ghibellini, Guelfi i popolari: a Piacenza era tutto il contrario. La scelta di ogni famiglia tra queste due grandi fazioni non era figlia di personali considerazioni e di viste d'interesse; ma era stata determinata dalla propria inclinazione verso il capo della religione o verso il capo dello stato: puri n'erano i motivi, sincero l'attaccamento. Dal canto loro il papa e l'imperatore eransi procurati partigiani in quelle città nelle quali più vicini interessi avevano già accesa la discordia, prendendo a favoreggiare il partito più debole, a lusingarne le passioni, tenendo in ogni luogo un diverso linguaggio secondo credevan più conveniente a sedurre la classe degli uomini con cui trattavano. Coloro che per interno sentimento erano Guelfi o Ghibellini, non abbandonavano le proprie affezioni; coloro la di cui alleanza era stata per interesse cercata dal papa o dall'imperatore, potevano cangiare colla politica. Generalmente parlando, non potrebbesi in verun modo spiegare la lunghissima durata in tutta l'Italia delle fazioni guelfe o ghibelline, i prodigiosi sagrificj che tutti i più virtuosi cittadini facevano allo spirito di partito, l'eguaglianza delle forze e le frequenti alternative di vittorie e di sconfitte, volendole originate da solo personale interesse. L'egoismo non suole ispirare energia, e colui che non calcola che i suoi avvantaggi, li troverà sempre nel riposo. Più nobili cagioni armavano i cittadini d'ambo i partiti; due virtuosi sentimenti, lo spirito religioso e lo spirito di giustizia, erano stati dalla discordia posti in guerra fra le due podestà religiosa e politica.

Non può negarsi che i papi non usassero una troppo aperta ingiustizia contro gl'imperatori, invadendo i loro più sacri diritti, eccitando il tradimento in seno alle loro famiglie, calunniandone il nome, e privandoli per fino colle inique sentenze della loro corona. Il rango, la potenza, le virtù de' personaggi, oggetto di tanta ingiustizia, ne rendevano le sventure più illustri, e queste lasciavano nell'anima de' popoli una profonda indelebile traccia: imperciocchè sebbene siano degni di commiserazione tutti gli sventurati, quella che sentiamo pei sovrani veste un carattere ancora più nobile, innalzandoci in qualche modo al grado di coloro che ci spinge a soccorrere: noi la chiamiamo col nome di _lealtà_, ed andiamo superbi dell'entusiasmo onde ci investe.

Dall'altra parte presso un popolo superstizioso la religione può allontanarsi dalle regole dell'eterna giustizia, ed opporsi colla giustizia del mondo. Questa religione non permette agli uomini di esaminare le vie del cielo; comanda una illimitata ubbidienza; ed il cieco fanatismo che loro ispira, l'odio contro gli eretici ed i nemici della fede, l'attaccamento alla Chiesa, sono ne' loro motivi passioni non meno pure del fanatismo di lealtà; e sono egualmente fondate sopra un assoluto disinteresse personale e sopra un pieno virtuoso convincimento[110]. Da ambo le parti si videro le grandi famiglie, fedeli ai principj una volta adottati, tramandarli di padre in figlio, senza che le sciagure o le persecuzioni potessero giammai staccarle dalla propria fazione. Si vide pure la plebe più mobile e più suscettibile d'entusiasmo, mostrarsi egualmente disposta ad ammettere le due contrarie passioni; e fu veduta, a seconda che si seppe risvegliare in essa que' sentimenti che le erano più naturali, combattere con energia, non per interesse proprio, ma per i legittimi diritti dell'Impero, o per le sante libertà della Chiesa.

[110] Qui l'autore confonde l'abuso che in alcun tempo fecero della religione cattolica i principali prelati, valendosi dell'ignoranza de' popoli superstiziosi, colla natura della religione medesima; la quale, fondata sopra la divina rivelazione, è ben lontana dal chiedere il sagrificio della ragione, volendo anzi che la _sommissione de' fedeli sia ragionevole_. _N. d. T._

Perchè le due repubbliche di Piacenza e di Cremona erano governate dalla fazione ghibellina, invece di tenere la più breve strada per recarsi negli stati della Chiesa, Innocenzo fu costretto di andare da Milano a Brescia, Mantova, Ferrara e Bologna[111]. Le quali città, essendo addette alla parte guelfa, lo accolsero tutte con ogni maniera di onorificenza; ma parve che la presenza del pontefice, invece di accrescere l'affetto del popolo verso la Chiesa, lasciasse semi di divisione e ravvivasse il coraggio e le passioni de' Ghibellini. Innocenzo, attraversata la Romagna, s'avanzò fino a Perugia, ove rimase alcun tempo.

[111] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. Dist. VIII, c. 4, t. XIV, p. 920. — Nicolai de Curbio Vita Innocent. IV, 30, 592._

Ma prima che il papa giugnesse a Roma, il re di Germania, suo rivale, era già sceso in Italia per porsi alla testa de' Ghibellini. Aveva Federico, morendo, lasciati cinque figliuoli, de' quali due soli legittimi, cioè Corrado, che coronato re di Germania mentre ancora viveva il padre, governava da molti anni quello stato, ed Enrico figliuolo di una principessa d'Inghilterra, che Federico con suo testamento surrogava a Corrado, ove questi morisse senza figliuoli. Manfredi, principe di Taranto, figliuolo naturale dell'imperatore e di una marchesa Lancia, era di tutti i principi di questa famiglia il solo che avesse la maggior parte delle virtù e de' talenti del padre. È probabile che Federico lo avesse legittimato, poichè lo vediamo da lui sostituito a Corrado e ad Enrico quale erede delle sue corone, se l'uno e l'altro morivano senza figliuoli[112]. Bastardi erano ancora Federico re o duca d'Antiochia, ed Enzio re di Sardegna prigioniere de' Bolognesi; ma non sono ricordati nel testamento dell'imperatore[113]. Il giovane Enrico stando in Sicilia teneva in dovere que' popoli; e Manfredi come reggente del regno abitava nella Puglia. In ottobre del 1251 Corrado partì di Germania alla testa d'una potente armata per venire a prendere possesso de' nuovi suoi stati.

[112] Vedasi il testamento di Federico II presso _Lunig. Codex Italiæ Diplomat. t. II, p. 910_, oppure presso il _Giannone l. XVII, c. 6, t. II, p. 617_.

[113] Se crediamo a Matteo Paris, Federico d'Antiochia sarebbe morto prima di suo padre. _An. 1249, p. 665._

Corrado, dopo avere visitate alcune città ghibelline della Marca Trivigiana, e ricevuto da Ezelino un rinforzo di truppe cavate da Padova, Verona e Vicenza, vide che non avrebbe potuto attraversare l'Italia per entrare nel suo regno senza essere forzato ad indebolire la sua armata con diverse battaglie in modo di non avere abbastanza forze per ridurre all'ubbidienza i suoi sudditi ribelli: onde non volendo scontrarsi colle armate guelfe, invitò le flotte siciliane e pisane a portarsi sulle coste del Friuli; e girando intorno alle frontiere veneziane si recò ad aspettare le flotte a Porto Navone in fondo all'Adriatico[114]. Colà s'imbarcò in principio del 1252 con un'armata composta di Tedeschi e Lombardi, sopra una flotta di trentadue galee metà di Sicilia e metà di Pisa[115]. Dopo una felice navigazione sbarcò a Siponto nella Capitanata.

[114] _Monac. Patav. in Chron. p. 685._

[115] _Flamin. del Borgo Diss. V dell'Istoria pisana, p. 285._

Il principe Manfredi, che nell'assenza di Corrado aveva amministrato il regno, gli si fece incontro riponendo in sua mano i poteri di cui era stato depositario. Questo giovane principe aveva, nell'anno che durò la sua reggenza, date luminose prove di grandi talenti e di vigoroso carattere. Le lettere scritte dal papa a tutti i comuni, e le pratiche de' frati minori avevano sollevate quasi tutte le province. I Napoletani dichiaravano di più non voler vivere interdetti e scomunicati, nè ubbidire ad un principe che mai non otterrebbe l'investitura pontificia, nè si pacificherebbe colla Chiesa[116]. Capoa seguì l'esempio di Napoli; Andria, Foggia e Bari ribellaronsi apertamente; ed il partito de' ribelli, armato in Anversa, teneva la vittoria sospesa. Manfredi, che non aveva che dieciotto anni, aveva ricuperate colla rapidità delle marcie tutte le città, tranne Napoli e Capoa, di modo che Corrado non aveva che a seguire le orme del minor fratello per impadronirsi di tutto il suo regno.

[116] _Diurnali di Matteo Spinelli di Giovenazzo, t. VII, p. 1069._

Ma il re de' Romani, invidiando la somma riputazione che Manfredi erasi acquistata, quasi non avesse altri nemici in collo, prese ad abbassare il fratello, spogliandolo di parte de' feudi che gli aveva dati il comun padre. Corrado era geloso e crudele perchè era debole; ed internamente facevasi giustizia e sentiva quanto fosse inferiore al padre ed al fratello. Per altro trattò abbastanza destramente la breve guerra che doveva ancora sostenere per metter fine alla conquista del suo regno. I conti d'Aquino, i di cui feudi stendevansi dal Volturno al Garigliano, e che potevano perciò tenere aperta una comunicazione tra Capoa e lo stato della Chiesa, eransi uniti ai ribelli. Corrado andò subito ad attaccarli co' suoi Tedeschi, ed il fratello l'accompagnò alla testa de' Saraceni di Nocera. Aquino, Suessa, san Germano, e tutte le fortezze che que' gentiluomini avevano sollevate, vennero in potere del re; onde Napoli e Capoa trovaronsi da ogni lato circondate dalle regie armate; Corrado non ommise di entrare in qualche trattativa col papa[117] mentre disponevasi a ridurre queste due città.

[117] _Nicolai de Jamsilla t. VIII, p. 505 e 506._

Non ignorando Corrado i mali che l'inimicizia colla santa sede aveva procurati a suo padre, avrebbe tutto sagrificato alla pace. Colla solenne ambasceria che mandava al papa per domandargli le due corone dell'Impero e della Sicilia, gli faceva offerta di porne in suo arbitrio le condizioni. Ma Innocenzo che scopertamente dichiarava voler unire le due Sicilie agli stati della Chiesa, e togliere alla casa Sveva l'impero della Germania[118], non poteva aprir trattati coi legati; gli accolse gentilmente, ma li rimandò senza venire ad alcuna conclusione.

[118] _Nicolai de Curbio Vita Innocent. IV, § 31, p. 592, x._ — Dice Matteo Paris che in tempo delle negoziazioni, Corrado fu avvelenato dai partigiani del papa, e che a stento si sottrasse alla morte. _An. 1252, p. 725._

Intanto Capoa, trovandosi bloccata e fuori di speranza d'essere soccorsa, erasi data in potere del re, il quale con tutte le sue forze andò il primo di dicembre a stringere l'assedio di Napoli. Questa città, dopo avere lungamente resistito, e reso vano un assalto del nemico uccidendogli molta gente, trovossi chiusa anche dalla banda del mare da una flotta siciliana che si pose all'ingresso del porto (1253): perchè, incominciando a sentire mancamento di vittovaglie, propose di capitolare. Ma Corrado che voleva vendicare la sua offesa dignità, non volle ascoltare i suoi deputati; e quando, nel seguente ottobre, i Napoletani gli s'arresero a discrezione, ne fece perir molti sul palco, e spianare le mura della città[119].

[119] _Matteo Spinelli Diurnal, p. 1071. — Sabas. Malaspina Hist. Sicula l. I, c. 3, p. 789. — Barthol. de Neocastro Hist. Sicula, c. I, t. XIII, p. 1016._

La caduta di Napoli fece sentire al papa che aveva tentato invano di soccorrerla, e che la Chiesa non era tanto potente da far l'acquisto e conservare le due Sicilie; onde volendo pur togliere uno stato così vicino a Roma alla casa di Svevia, i di cui partigiani erano in Roma tutti nemici della santa sede, progettò di dare questo regno, come feudo della Chiesa, ad alcun altro principe il quale lo conquistasse per diventare vassallo dei papi e sempre loro creatura[120]. Da questa politica d'Innocenzo IV riconobbe la sua elevazione la famiglia d'Anjou, ed ebbero origine i funesti diritti de' Francesi sul regno di Napoli.

[120] _Nicolaus de Curbio, Vita Innocent. IV, § 31, p. 592, x. — Raynald. 1253, § 2-5, p. 623, 625._

Innocenzo non erasi da principio rivolto a Carlo d'Anjou. I suoi predecessori avevano acquistato sopra l'Inghilterra que' medesimi diritti ch'egli pretendeva di avere sulla Sicilia. Enrico III, figliuolo di Giovanni, uomo debole ed impolitico come suo padre, governava allora l'Inghilterra, il quale nelle frequenti guerre civili che doveva sostenere, invocando la protezione papale contro i suoi sudditi, aveva rese frequenti ed intime le comunicazioni tra le due corti. Perciò Innocenzo, per mezzo del suo segretario Alberto di Parma[121], offrì la corona della Sicilia a Riccardo, conte di Cornovaglia, fratello d'Enrico. Riccardo aveva fama di possedere immense ricchezze; e le guerre civili avevano fatto nascere in Inghilterra il coraggio e l'arte militare. Non era per altro a credersi che Riccardo potesse sostenere una lunga guerra in tanta distanza dal suo paese, o che gl'Inglesi lo ajutassero molto tempo in così difficile impresa. Di fatti lo stesso conte, nominato in appresso da una fazione re di Germania, non potè mai montare su quel trono. Forse Innocenzo spingeva più in là le sue segrete speranze, lusingandosi che i due rivali, indeboliti dalle battaglie, aprirebbero alla Chiesa alcuna via di appropriarsi l'immediato dominio della Sicilia.

[121] _Mathæi Paris Hist. Angl. (Continuatio) ad an. 1253, 1254, p. 761._ Matteo Paris si era proposto di terminare la sua storia coll'anno 1250, onde terminando il venticinquesimo mezzo secolo, ricapitola gli avvenimenti degli ultimi cinquant'anni, e chiude le sue osservazioni con una specie di epilogo, _p. 697_. A fronte di ciò io penso che lo stesso Paris sia il continuatore della storia.

Ma il principe inglese non si lasciò abbagliare dalle offerte del papa, e motivò il suo rifiuto, sulla insufficienza de' suoi tesori, sulla necessità d'avere in mano alcune fortezze che assicurassero la ritirata delle sue genti in caso di sinistro avvenimento; e più di tutto sul parentado di sua famiglia con quella di Svevia: perciocchè l'ultima moglie di Federico era sua sorella, ed Enrico, chiamato dopo Corrado alla corona, era suo nipote. Ma un funesto accidente non tardò a dissipare lo scrupolo prodotto dalla parentela. Il giovane Enrico morì repentinamente, e corse voce che morisse di veleno: onde gli emissarj del papa, dando consistenza a quest'incerto racconto, incolparono apertamente Corrado della morte del fratello[122]. Benchè tale delitto fosse così poco verisimile, bastò il semplice sospetto a far che i reali d'Inghilterra accettassero le offerte del pontefice, onde Enrico III stimolava egli stesso il papa ad accordare la corona di Sicilia non al fratello, ma bensì al suo figliuolo Edmondo[123]. In pari tempo Carlo, conte d'Angiò e di Provenza e fratello di san Luigi, avendo avuto sentore di questo trattato ed essendo incessantemente travagliato dalle istanze della consorte, che desiderava non essere da meno di sua sorella, regina di Francia, offrì liberamente ad Innocenzo sè ed i suoi tesori e soldati in servigio della Chiesa. I suoi ambasciadori esaltavano la gloria militare che Carlo aveva acquistata in Terra santa, ed il coraggio ed il cieco zelo de' suoi soldati; la facilità ch'egli avrebbe di farli scendere in Italia, colla quale confinavano i suoi dominj, o pure di condurre le sue genti per mare dai porti della Provenza a Roma ed a Napoli. Ma tutti questi trattati furono rotti dalla morte di Corrado, il quale, appena ristabilito l'ordine nel suo regno, fu sorpreso a Lavello nella primavera del 1254 da mortal malattia, che lo trasse al sepolcro in età di 26 anni, mentre si disponeva a ripassare in Germania[124]. Corrado aveva sposata Elisabetta figlia d'Ottone, duca di Baviera, dalla quale era nato Corradino, che trovavasi in fanciullesca età presso la madre. Sentendosi vicino a morte, lo raccomandò caldamente a Manfredi, ed essendone contento lo stesso principe, dichiarò tutore di Corradino e balivo del regno[125] il marchese Bertoldo d'Oenburgo, generale delle truppe tedesche, che lo avevano in grandissima stima.

[122] _Mathæus Parisius an. 1254, p. 765._ — Lettera di Corrado _in additamentis ad Mat. Paris. p. 1113_.

[123] _Ibid. p. 767._

[124] Il 21 maggio 1254. _Nicol. de Jamsilla hist. t. VIII, p. 507._

[125] _Schmidt storia degli Allemanni l. VI, c. 10, t. III, p. 589_; lo dice Margravio d'Hocherg, ma tutti gl'Italiani lo chiamano d'Oenburgo.

La morte di così gran principe della casa di Svevia in così breve tempo, dai papi e da alcuni scrittori guelfi si attribuì ad un'orribile serie di delitti. Si accusò Federico d'aver fatti morire due figliuoli del suo primogenito Enrico[126]; Manfredi d'aver soffocato sotto i guanciali suo padre ammalato a Fiorentino[127]; Corrado d'aver avvelenato il giovane Enrico[128]; e Manfredi di avere fatto altrettanto di Corrado[129]. Non sonovi forse esempi d'una famiglia, egualmente illustre e valorosa, accusata di più enormi delitti, e con sì poca apparenza di verità. Corrado sentì così vivamente le calunnie contro di lui divulgate dalla corte di Roma, che può in parte accagionarsi della sua morte il dispiacere avutone[130].

[126] _Barth. de Neocastro hist. Sic. t. XIII, p. 1016._

[127] _Ricord. Malasp. hist. Fior. c. 143, p. 974._

[128] _Raynald. an. Eccl. 1254. § 42. p. 644._

[129] _Sabas Malas. hist. Sicula l. I, c. 4, p. 790._

[130] _Math. Paris ad ann. e Giannone hist. civile l. XVIII, c. 2, p. 631. — Flaminio del Borgo, dissert. V, p. 290._ Niuno scrittore coetaneo parlò di veleno. _Monac. Patav. l. II, p. 689. — Nicol. de Jamsilla p. 507. — Diurnali di Matteo Spinelli p. 1071._

Ai messi che recavano la notizia al papa della morte di Corrado, tenevano dietro gli altri spediti dal marchese d'Oemburgo per raccomandar alla clemenza del pontefice il fanciullo Corrado, rappresentandogli che questo fanciullo di tre anni non aveva potuto commettere verun delitto onde meritarsi di essere spogliato della sua eredità: che il padre, morendo, aveva lasciato ordine di assoggettarsi interamente alla Chiesa, e che Roma non troverebbe altro re più di Corradino sommesso ed ubbidiente. Ma Innocenzo che, pensando di ritenere nella sua immediata dipendenza la corona di Sicilia, aveva sospeso ogni pratica cogli altri principi, ricusò pure di negoziare con Corradino; e rispose agli ambasciadori tedeschi che voleva, prima di nulla risolvere, avere in sua piena podestà il regno delle due Sicilie; che trovando in appresso ragionevoli le pretese di Corradino, non avrebbe mancato, poichè fosse giunto alla pubertà, di vedere quale grazia potrebbe accordargli[131].

[131] _Nicolai de Jamsilla hist. p. 507._