Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 7

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Del 1228 aveva Ezelino fatto prigioniere Guglielmo nipote di Tisone di Campo san Piero, in allora fanciullo di pochi anni, e lo aveva fatto educare nella propria corte. Era costui suo nipote; e morti essendo Tisone e Giacomo di Campo san Piero, pareva che la nimicizia di Ezelino contro questi due signori dovesse essersi spenta, ed aver ripreso il debito vigore, i legami del sangue. Accadde tutt'all'opposto, che Ezelino, l'anno 1240, fece sostenere il giovanetto Guglielmo sotto pretesto di averlo come ostaggio: onde quattro dei signori suoi più vicini parenti presentaronsi ad Ezelino come mallevadori di Guglielmo. Vinto dalle loro preghiere lo rilasciò; ma Guglielmo, troppo giovane per riflettere in mezzo al turbamento ed al terrore, ch'egli comprometteva i suoi generosi amici, fuggì al suo castello di Treviglio che fortificò in modo da non dover paventare un colpo di mano del tiranno. Ezelino fece allora imprigionare i quattro signori di Vado, che furono custoditi nella fortezza di Cornuda, di cui dopo pochi anni fece murare le porte. Per interi giorni udironsi questi sciagurati che con lamentevoli grida domandavano pane; e quando furono, dopo morti, aperte le prigioni, si trovò che le loro ossa erano coperte soltanto da una pelle nera e diseccata.

Nondimeno Guglielmo da Campo san Piero, dopo essersi conservato indipendente sei anni, atterrito dai progressi grandissimi che faceva Ezelino, tentò di riconciliarsi seco lui; gli consegnò le sue fortezze, e venne a mettersi tra le sue mani dichiarando di volergli essere amico, siccome nipote. Ma si racconta che, la notte medesima in cui trovavasi in potere del tiranno, credette di vedere in sogno le ombre de' suoi zii, i signori di Vado, che chiedendo pane, gli ricordavano la dolorosa loro morte ch'egli aveva troppo incautamente dimenticata, e gli fecero sentire, ma troppo tardi, a qual crudele signore si fosse fidato. Non tardò a farne un crudele esperimento. Del 1249 Ezelino gli ordinò di ripudiare la consorte, siccome quella che apparteneva ad una famiglia da lui proscritta; al che rifiutandosi Guglielmo, fu imprigionato, e dopo un anno condannato a morte, confiscati tutti i suoi averi, e posti in ferri i suoi parenti senza distinzione di sesso o di età[91].

[91] _Roland. de factis in March. Tarvis. l. II, c. 9, p. 188; l. V, c. 2, p. 234, c. 16, p. 245; l. VI, c. 12, ec. p. 262._

Due delle vittime d'Ezelino illustrarono gli estremi istanti della loro esistenza con generosi atti di coraggio. Raineri di Bonello tradotto avanti al tribunale d'Ezelino fu in presenza di tutto il popolo accusato da questi d'aver tentato di dar Padova in mano del marchese d'Este. Raineri rispose denunciando al popolo come apertamente calunniosa ed infame tale accusa, e dichiarando che il vero motivo del supplicio imminente era d'aver dichiarato il suo rammarico per avere i Padovani affidata al tiranno l'autorità sovrana, di che ne facevano così amara penitenza. Ezelino lo condannò ad essere decapitato sulla pubblica piazza[92]. Giovanni di Scanarola fu condotto innanzi al podestà di Verona Enrico d'Ygna, uomo venduto ad Ezelino, e suo degno satellite. Sebbene il prigioniere si trovasse carico di catene in mezzo alle guardie, s'avventò improvvisamente sopra il suo giudice, e, rovesciandolo giù dal tribunale, gli fece tre mortali ferite nel capo con un coltello che aveva avuto modo di portar nascosto sotto le vesti, prima che le guardie avessero tempo di tagliar a pezzi lo Scanarola colle loro alabarde. Da questo fatto ebbe principio, o si rese più celebre il proverbio italiano: _Quello che vuol morire è padrone della vita del tiranno_[93].

[92] _Ib. l. V, c. 9, p. 239._

[93] _Roland. l. V, c. 20, p. 248. — Monachus. Patav. in Chron. p. 682._

La maggior parte de' giustiziati, coperti d'una veste nera, perdevano la testa sulla pubblica piazza. I loro beni erano confiscati, atterrate le loro case, dichiarati sospetti ed imprigionati i loro parenti ed amici d'ambo i sessi. Ma non tutte le vittime perivano di morte così dolce: accusate indifferentemente d'aver cospirato contro il tiranno, non si allegavano altre testimonianze del loro delitto, che le confessioni strappate loro di bocca coi tormenti: e molti gentiluomini che rifiutavansi di confessare i supposti delitti, si fecero perire in mezzo agli orrori d'una tortura spinta al di là di quanto può soffrire l'umana natura[94].

[94] _Roland. l. V, c. 9, p. 239._

Tante erano le persone sospette condensate nelle carceri da Ezelino, ch'egli ordinò di far nuove carceri presso alla chiesa di san Tomaso di Padova. Uno di que' vili cortigiani che i tiranni sanno trovare in ogni paese e valersene nell'esecuzione de' loro disegni, chiese, come una grazia, la direzione della fabbrica delle prigioni, affinchè riuscissero veramente infernali. «Ma si rallegrino, soggiugne Rolandino, le anime di quegli sventurati che perirono nel castello (così chiamaronsi quelle prigioni), poichè colui che tante volte era volontariamente entrato in quelle segrete, per assicurarsi che un solo raggio di luce non vi penetrerebbe, colui che aveva posto ogni suo studio nel renderle tenebrose, insalubri e somiglianti al Tartaro, vi fu egli stesso chiuso per ordine di Ezelino, e perì miseramente nell'inferno da lui formato, in preda alla fame, alla sete, agl'insetti immondi, in vano bramando il ristoro di quell'aere che con tanta cura aveva cercato di escludere da quel luogo»[95].

[95] _Roland. l. V, c. 10, p. 240._

Doveva credersi che poco considerabile fosse il numero di quegli uomini vili e feroci di cui abbisogna un tiranno per dare esecuzione alle sue crudeltà; ma tutt'all'opposto accadde sotto il governo d'Ezelino. Ogni podestà ch'egli mandava alle città soggette, tutti i governatori de' castelli, i carcerieri, sembravano quanto Ezelino insensibili e crudeli. Egli aveva, dopo abbandonato l'assedio di Parma, fissata la sua residenza in Verona, ed aveva affidato il governo di Padova ad uno de' suoi nipoti, Ansidisio Guidotti, forse più crudele del suo signore. Un apologo incautamente raccontato nel pubblico palazzo, ed applicato ad Ezelino[96], fu un delitto espiato colla morte non solo del suo primo autore, ma di tutti coloro che si suppose averlo applaudito. Eran essi dodici, e le loro consorti, i fratelli, i figli, quantunque fanciulli, furono tutti imprigionati.

[96]

_Accipitrem, milvi pulsurum bella, Columbæ_ _Accipiunt Regem; Rex magis hoste nocet._ _Incipiunt de rege queri, quia sanius esset_ _Milvi bella pati, quam sine marte mori._

Di que' tempi all'incirca tra coloro che perirono sul palco furono assai compianti que' della famiglia Delesmanini, una delle più ricche e potenti della fazione ghibellina. Una signora di quella casa aveva di fresco sposato in seconde nozze un gentiluomo affezionato al conte di san Bonifacio, e perciò nemico d'Ezelino. Queste nozze fattesi in Cremona probabilmente senza saputa dei Delesmanini, provocarono in modo la collera del tiranno, che fece imprigionare tutte le persone di quella famiglia, ordinando al suo podestà Guidotti di farle perire. Sebbene un suo fratello avesse sposata una sorella di quegli sciagurati gentiluomini, senza avere alcun riguardo ai legami del sangue e dell'amicizia, fu rigoroso esecutore della crudel vendetta del suo padrone. Volle per altro far esperimento del popolo, temendo che si ammutinasse; e mandò al supplicio un solo Delesmanino, il più giovane ed il meno stimato; ma vedendo che i loro vassalli ed amici non facevano verun movimento, fece strascinare tutti gli altri sulla piazza, ove furono decapitati. «Universale fu la sorpresa, dice Rolandino, per la morte dei Delesmanini, perchè la casa da Romano non aveva avuto in tutta la Marca amici più prossimi, più fedeli, o più zelanti. Tale amicizia parve che si conservasse tra i contemporanei di questa generazione, com'erasi mantenuta inviolata tra i loro padri: ma nulla dobbiamo tanto temere, niuna cosa è foriera di tante calamità, quanto un amico perfido e sleale, che acquista troppa grandezza e potenza.»[97]

[97] _Roland. l. VI, c. 2, p. 254; e c. 9, p. 261._

Intanto Federico, dopo aver soggiogati i Guelfi di Fiorenza, e rassodata la sua autorità in tutta la Toscana, dava voce di voler abbandonare l'Italia settentrionale a sè medesima, onde raddolcire alquanto la collera del papa, e farsi strada, se era possibile, a qualche riconciliamento. San Luigi, re di Francia, aveva svernato del 1248-1249 nell'isola di Cipro col potente esercito de' crociati che conduceva in Egitto. E perchè in primavera incominciava a mancare di vettovaglie, Federico accordò ai Veneziani, coi quali era in guerra, salvacondotti, onde potessero recar soccorsi all'armata francese, e spediva egli stesso a san Luigi un convoglio di vettovaglie, manifestandogli in una lettera l'ardente suo desiderio di raggiugnere la crociata, ed il rincrescimento di esserne impedito dalla guerra che gli faceva il papa[98]. Dall'isola di Cipro san Luigi scrisse di nuovo ad Innocenzo IV per determinarlo a far la pace col benefattore della cristianità, col principe che aveva di fresco salvata l'armata de' crociati da una spaventevole carestia[99]. Bianca, regina di Francia, non s'interessava meno vivamente per lo stesso oggetto; ma Innocenzo fu inflessibile; e la totale disfatta di san Luigi presso Damietta, la sua prigionia e la morte di Federico, liberarono il papa da ulteriori istanze.

[98] _Petri de Vineis l. III, epist. 22, 23, 24, p. 431 e seguenti._

[99] _Math. Paris. Hist. Angl. ad ann. 1249, p. 663._

Trovandosi nella Puglia già da un anno, senza aver fatto cose, per quanto si sappia, di molta importanza, Federico fu sorpreso a Florentino, borgata di Capitanata, da una dissenteria che lo condusse al sepolcro il 13 dicembre del 1250, nel cinquantesimo sesto anno dell'età sua, essendo stato trentun anni imperatore, trentotto re de' Romani, cinquantadue re delle due Sicilie.

Nel corso di questa Storia abbiamo dovuto formarci un'idea del carattere di questo principe; ma siccome verun sovrano fu attaccato con maggiore accanimento, nè difeso così caldamente, riesce quasi impossibile lo spogliare le sue azioni dalle imputazioni della calunnia, o dal favore de' suoi zelanti partigiani. Non saprei meglio chiudere ciò che ho fin qui detto intorno a questo principe, che trascrivendo ciò che ne dissero due storici della susseguente generazione, uno de' quali Giovanni Villani, fiorentino, fu uno zelante Guelfo, l'altro Nicolò di Jamsilla, napoletano, uno de' più caldi Ghibellini.

«Federico, dice Villani, fu un uomo di gran valore e di grande affare, savio di scrittura e di senno naturale, universale in tutte le cose, seppe la lingua latina, e la nostra volgare, e tedesco, francesco, greco e saracinesco: e di tutte virtù copioso, largo e cortese in donare, e savio in arme; e fu molto temuto. Fu dissoluto in lussuria in più guise, e tenea molte concubine e mameluchi a guisa de' Saraceni, ed in tutti i delitti corporali si volle abbandonare, e quasi vita epicurea tenne, non facendo conto che mai altra vita fosse; e questa fu principale cagione, perchè egli venne nemico di santa Chiesa e dei chierici ec.»[100].

[100] _Giovanni Villani Istor. l. VI, c. 1, p. 155._

«Federico, scrive Giacomo di Jamsilla, fu uomo di gran cuore, ma la somma sua sapienza ne temperava la magnanimità; di modo che le sue azioni non procedevano giammai da impetuosa passione, ma da maturità di giudizio.... Amò la filosofia, di cui fu studioso, e la propagò ne' suoi stati. Prima ch'egli regnasse, sarebbesi a stento trovato nelle Sicilie un letterato; ma egli aprì, nel suo regno, scuole per le scienze e per le arti liberali, chiamando con isplendidi premj da tutte le parti del mondo i più rinomati professori. Nè a questi soli accordava liberali assegnamenti, ma prendeva dal proprio tesoro di che pagare il mantenimento de' poveri scolari, affinchè niun uomo, di qualunque condizione si fosse, venisse da povertà costretto a lasciare lo studio della filosofia. Diede egli medesimo non dubbie prove de' suoi studj letterarj rivolti principalmente alla storia naturale, avendo scritto un libro della natura e della cura degli uccelli. Amò la giustizia e la rispettò talmente, che tutti i suoi sudditi potevano liberamente piatire contro di lui, senza che il suo rango gli dasse alcun vantaggio presso ai tribunali, o che qualunque avvocato facesse difficoltà di patrocinare contro l'imperatore i suoi sudditi. Ma malgrado tanto amore per la giustizia, non lasciava di temperarne talvolta il rigore colla clemenza»[101][102].

[101] _Nicolai de Jamsilla, Historia Conradi et Manfredi, in proemio, t. VIII, p. 495._

[102] È cosa veramente singolare che questo così illustre Italiano, ed il suo intimo confidente Pietro delle Vigne non abbiano avuto luogo tra i sessanta uomini più illustri della nostra Italia; anzi non siasi pur sospettato da chi ne fece la scelta, che potessero aspirare a tanto onore; tale è la forza che anche in questa nostra filosofica età conservano le opinioni di parte, che diressero la penna degli storici nemici degl'imperiali. Ma se si vorrà sottilmente esaminare ciò che a favore delle scienze e delle lettere operarono Federico II, e Pietro delle Vigne, si troverà che l'Italia e l'Europa va loro debitrice del rinnovamento degli studj e di quello spirito filosofico, che a fronte degli sforzi fatti per comprimerlo, incominciò, dopo tale epoca, a fermentare tra gl'Italiani. _N. d. T._

CAPITOLO XVIII.

_Innocenzo IV torna in Italia. — Sue guerre con Corrado e Manfredi. — Sua morte. — Roma sotto il suo pontificato; il senatore Brancaleone. — La Toscana: il governo popolare si stabilisce in Fiorenza._

1251=1255.

Colla morte di Federico II ebbe fine in Italia l'autorità degl'imperatori, la quale, sebbene ne fossero controversi i limiti, era però confessata da tutte le repubbliche[103]. Di ciò ne furono principale cagione i principi di Germania che protrassero ventitre anni l'elezione del nuovo re de' Romani, e la debolezza di Rodolfo d'Absburgo, eletto re di Germania dopo la morte di Federico II, e de' suoi immediati successori Adolfo ed Alberto, i quali non avendo potuto scendere in Italia a ricevere in Roma la corona dell'Impero, non ebbero il titolo d'imperatori. Dopo sessant'anni Enrico VI, di Lussemburgo, entrò in Italia per farvi rivivere i diritti dell'Impero; ma dopo la subita morte di questo monarca un secondo interregno lasciò i popoli italiani in piena libertà di rassodare la loro indipendenza e di rompere tutti i legami che gli univano alla Germania.

[103] La sola repubblica di Venezia, siccome quella che esisteva avanti che si rinnovasse l'Impero occidentale, non si volle mai riconoscere dipendente agl'imperatori francesi o tedeschi. _N. d. T._

La storia degl'imperatori formò dunque fino alla morte di Federico II una importantissima parte di quella delle repubbliche italiane; onde non lasciai di tener dietro alla maniera con cui poc'a poco s'andarono staccando dall'Impero; come crebbero i loro privilegi a danno di quelli degl'imperatori, de' quali per altro riconobbero sempre l'alto dominio; come dopo averne eccitata la gelosia loro, seppero resistere alle loro forze; e per ultimo come facessero causa comune coi papi per balzare dal trono in nome della religione la più illustre e potente famiglia della Germania. Riandando questi avvenimenti, abbiamo pure veduto come nel seno medesimo delle città non pochi cittadini, sdegnati della lega che vedevano formarsi contro il capo dell'Impero, presero le armi in difesa de' suoi diritti; e come tutte le repubbliche trovaronsi lacerate da intestine fazioni, e molte cadute sotto il giogo della tirannia avanti che conseguir potessero lo scopo che si erano proposto.

Dopo la presente epoca le cose della Germania saranno alquanto più separate da quelle dell'Italia; e poco dovremo occuparci dell'elezione degl'imperatori e del governo della Germania: ma non perciò la storia de' popoli liberi d'Italia potrà scompagnarsi da quella de' loro vicini e de' loro nemici. Gl'interessi delle nazioni cominciarono ben tosto ad essere in contrasto in questo paese, ed a contrappesarsi vicendevolmente, onde siccome non si può scrivere la recente storia d'un popolo senza abbracciare quella di tutta l'Europa, così la storia delle repubbliche italiane de' secoli di mezzo comprende quella di quasi tutto il mezzogiorno. Nelle rivoluzioni del regno di Napoli che decisero dei destini di quasi tutte le città libere, vedremo i Francesi e gli Arragonesi in guerra coi Tedeschi e cogli Arabi; ed in un tempo o nell'altro vedremo presentarsi sulla scena che ci siamo proposti di rappresentare, quasi tutte le nazioni.

La morte di Federico II equivaleva per il papa ad una grande vittoria, perchè sembrava che dovesse portare uno straordinario cambiamento allo stato d'Italia. Ne sentì tutta l'importanza Innocenzo IV, il quale scriveva in tal modo al clero del regno di Sicilia: «Esultino i cieli, la terra si riempia d'allegrezza, essendosi, per la morte di costui, cambiati in freschi zefiri ed in feconde rugiade il fulmine e la burrasca che Dio teneva sospese sulle vostre teste»[104]. Non tardò l'accorto pontefice a formare il vasto progetto dell'unione di tutto il bel regno di Napoli al patrimonio di san Pietro; al quale oggetto invitava con sue lettere il clero, i nobili, i borghesi del regno, a prendere le armi contro il loro re, e poco dopo così scriveva alla città di Napoli. «Coll'assenso de' nostri fratelli i cardinali, abbiamo prese sotto la protezione della santa sede le vostre persone, i vostri beni e tutta la città, ordinando che perpetuamente rimanga sotto l'immediata sua dipendenza, obbligandoci a questo, che la Chiesa non accorderà giammai la sovranità, o qualsiasi diritto sopra la medesima a veruno imperatore, re, duca, principe o conte, o ad altra persona»[105].

[104] _Innoc. IV, Epist. l. VIII, ep. I, Ap. Raynald. ad ann. 1251, § 3, p. 604._

[105] _Inn. Epist. l. VIII, ep. 148, ib. § 41, p. 612._

Per approfittare di così favorevoli circostanze ed essere più vicino alle conquiste che meditava di fare, Innocenzo partì da Lione in sul cominciare di primavera alla volta d'Italia. Venne ricevuto in Genova dai suoi concittadini con istraordinario giubilo, accresciuto dalla presenza dei deputati di quasi tutte le città lombarde, colà recatisi per incontrarlo, ed ottenere che volesse onorare della sua presenza quelle città: inchiesta avidamente accolta dal pontefice, siccome quella che maravigliosamente giovava ai suoi progetti[106]. Il partito ghibellino, scoraggiato dalla morte di Federico e dall'abbandono di molte città amiche, signoreggiate dai Guelfi, chiedeva pace; e se tal pace facevasi sotto gli occhi e colla mediazione del pontefice, veniva a rendersi più certo il trionfo della santa sede. Le città di Savona e di Albenga ed il marchese del Carreto, che, finchè visse l'imperatore, ebbero guerra con Genova, avevano già mandati ambasciatori a questa città, offrendole di governarsi sotto i suoi ordini e di unirsi alla parte guelfa. Gli stessi Pisani, che in ogni tempo eransi mostrati caldissimi partigiani della casa di Svevia, avevano spedito un frate domenicano a Genova per trattare un accomodamento. Vero è che quando i Genovesi chiesero al domenicano la cessione del castello di Lerici, posto in riva al mare al confine dei due territorj, questi rispose loro: «Vi cederemmo piuttosto Cinzica, uno de' quartieri della nostra città»; ed ebbe così fine ogni trattato.

[106] _Caffari Contin. l. VI, Ann. Genuen. p. 518. — Caval. Flamm. del Borgo l. V dell'Istoria pisana, § 5, p. 282._

Il viaggio d'Innocenzo in Lombardia fu un continuo trionfo: i Guelfi si affollavano in sulla strada, e per assicurarlo dagl'insulti de' Ghibellini avevano formato alcuni corpi di guardie d'onore, che tenevan luogo di vere armate. Ma le città ghibelline, come Pavia e Lodi, sul di cui territorio doveva passare il papa, scoraggiate dalla morte del loro capo, non volevano certamente provocar davvantaggio la collera del pontefice: che anzi, bramando di far dimenticare le antiche offese, si dicevano disposte a riconciliarsi colla parte guelfa, e permettevano ai loro esiliati di rientrare in patria[107]. In fatti la città di Lodi, tribolata dalle armi dei Milanesi, entrò nella lega; e Pavia fece con Milano un trattato di pace, ch'ebbe poi corta durata.

[107] _Nicolai de Curbio Vita Innoc. IV, t. III, p. I, § 30, p. 592. 1. — Galvan. Flammæ Manip. Flor. § 285, p. 683. — Corio Stor. di Milano p. II, p. 109. verso._

Il papa aveva poste le armi in mano ai Lombardi contro l'imperatore; ma se gli aveva spinti in una pericolosa guerra contro un grande monarca, gli aveva così potentemente sussidiati colle armi spirituali, che n'erano usciti vittoriosi. Federico aveva dovuto abbandonare l'assedio di Brescia e di Parma; non aveva osato d'intraprendere quelli di altre più potenti città, quali sono Milano, Genova e Bologna; ed un anno prima di morire, erasi allontanato da un paese, per opprimere il quale sentivasi troppo debole. Mossi da queste considerazioni i Milanesi mostrarono al pontefice il più vivo attaccamento, recandosi, per così dire, la città in corpo ad incontrarlo, onde duecento mila persone fiancheggiavano tutta la strada a dieci miglia dalle mura. Inventarono per onorarlo un nuovo ordigno, sotto il quale fece il suo solenne ingresso in Milano: era questo coperto di un drappo di seta e portato dai più ragguardevoli gentiluomini; ordigno adoperato poi nelle cerimonie religiose, e detto _baldacchino_. I Milanesi intrattennero il papa più di due mesi nella loro città, e gli accordarono l'autorità di nominare in quell'anno il podestà, ricevendo essi, in compenso degli onori grandissimi con cui lo colmarono, indulgenze e grazie spirituali.