Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 6

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Non molto dopo questa disfatta Federico ebbe avviso che suo figliuolo Corrado, cui aveva affidata l'amministrazione della Germania, era stato più volte battuto da Guglielmo, conte d'Olanda, coronato dal partito guelfo quale successore del langravio di Turingia, destinandolo alla dignità imperiale tostochè ne fosse spogliato Federico. L'imperatore, oppresso da tante calamità, chiese nuovamente la pace, interponendo i buoni uffici di san Luigi. Questi stava per imbarcarsi con i crociati; e siccome i Genovesi gli somministravano parte de' vascelli pel passaggio del mare, Federico, per avvicinarsi a lui, andò fino ad Asti, offerendo nuovamente la propria persona e le sue truppe per la difesa di Terra santa, a condizione solamente che gli fosse accordata l'assoluzione; ma l'inesorabile pontefice non voleva perdere verun frutto della sua vittoria. Per altro tanta ostinazione non era senza pericolo; essendovi alcuni, anche tra i signori francesi, che, compassionando le disgrazie di Federico, disapprovavano la condotta del clero. Quattro grandi feudatarj, il duca di Borgogna, quello di Bretagna ed i conti d'_Angoulême_ e di _saint Paul_[83] convennero tra di loro di metter limiti all'autorità giudiziaria che il clero aveva usurpata, e di proteggere coloro che venissero colpiti dalla scomunica, qualunque volta loro sembrasse ingiusta la sentenza degli ecclesiastici. «Non è già colla predicazione evangelica, dicevano nel loro manifesto, che si fondò sotto Carlo Magno l'impero de' Franchi, ma colla forza delle armi; oggi coll'astuzia delle volpi, gli ecclesiastici, un tempo schiavi, usurparono i diritti de' principi.» Tutta l'arroganza ed il fiele d'Innocenzo IV sarebbero venuti meno, se questi signori, dando vigorosa esecuzione al loro progetto, avessero forzato il papa a tornare in Italia e ad avvicinarsi al pericolo. Ma alcuni degli alleati lasciaronsi smuovere dalle scomuniche e dalla veemenza con cui Innocenzo eccitò contro di loro tutto il clero di Francia; altri furono corrotti dai regali e dai beneficj che Innocenzo seppe opportunamente spargere con prodigalità tra le loro famiglie.

[83] _Paris. Historia Angliæ ad an. 1247_, p. 628. — _Raynaldi Ann. Eccles. 1247, § 46, p. 574._

Sebbene Federico sentisse tutto il peso delle sue avversità, e desiderasse la pace, non ommise di dare non dubbie prove del suo fermo carattere allorchè stabilì il partito ghibellino nella repubblica di Fiorenza. Questo partito era da lungo tempo in Toscana preponderante. Pisa, la più potente città di questa contrada, era affatto ligia all'imperatore; Siena, fiorente città che contava in allora nell'interno delle sue mura undici mila ottocento famiglie, quasi fino dalla sua origine erasi costantemente conservata fedele al partito; le meno potenti città di Pistoja e di Volterra, e quasi tutti i feudatarj trovavansi armati per la stessa causa; per ultimo ancora nelle città considerate guelfe numerosi erano i Ghibellini e non esclusi dalle cariche pubbliche.

Fiorenza era capo della lega guelfa che comprendeva Lucca, Montalcino, Monte-Pulciano, Poggibonzi e un limitato numero di gentiluomini. Ma quantunque Fiorenza facesse vivamente guerra agli abitanti di Siena, il vicendevole loro odio prodotto da gelosia e da private ingiurie era affatto indipendente dalla gran lite dell'Impero. Nè i Fiorentini eransi apertamente dichiarati contro l'imperatore, riconoscendo anzi la repubblica loro subordinata sempre alla legittima, ma limitata autorità del monarca. Dopo la morte di Buondelmonti accaduta del 1215, la repubblica non aveva potuto riconciliare le famiglie nobili che avevano la maggior parte dell'amministrazione della città: si azzuffavano queste frequentemente o presso le torri che ogni potente famiglia aveva fabbricate, o in quattro o cinque delle principali piazze, nelle quali i nobili d'ogni quartiere avevano erette delle fortificazioni mobili dette _serragli_, che consistevano in barricate o cavalli di frisa con cui chiudevasi parte della strada, e servivano a proteggere coloro che combattevano. Alcune principali famiglie comandavano le barricate innalzate al di fuori dei loro palazzi, e si affrettavano di chiuderle quando nasceva qualche tumulto: gli Uberti, per modo d'esempio, i quali avevano quello spazio oggi occupato dal palazzo vecchio, signoreggiavano la strada che sbocca da questa banda sulla gran piazza; i Tedaldini difendevano la porta di san Pietro, i Cattanei la torre del Duomo. Una disputa qualunque per un affare pubblico o privato, un motto offensivo incautamente pronunciato, metteva le armi in mano a tutta la nobiltà; ognuno portavasi al suo luogo, e si combatteva contemporaneamente in sei o sette parti della città; ma la sera cessava la rissa, e le parti nemiche ritiravano tranquillamente i loro estinti: il giorno susseguente era consacrato ai funerali; ed i valorosi Guelfi e Ghibellini s'incontravano pacificamente, ed adunavansi ancora talvolta per decretare la gloria dei combattimenti del precedente giorno a quello che aveva date prove di maggior valore ed intrepidezza. Tutti uniti sacrificavano egualmente le private loro nimistà alla gloria della patria; e durante la guerra di Siena, nella quale i Fiorentini ebbero molti vantaggi, niuno avrebbe potuto sospettare che la loro armata fosse in parte composta d'ufficiali e soldati ghibellini.

Mentre trovavasi ancora all'assedio di Parma, Federico, per acquistare maggiore influenza su questa repubblica, nominò suo vicario in Toscana uno de' suoi figli naturali, Federico, re d'Antiochia, cui diede il comando di mille seicento cavalli tedeschi. Nello stesso tempo scrisse alla famiglia degli Uberti, la principale del partito ghibellino, per muoverla a fare un generoso sforzo in di lui favore, cacciando i loro antagonisti fuori di Fiorenza[84]. In fatti gli Uberti presero le armi, ed i Guelfi si affrettarono di porsi in difesa delle loro barricate: ma i Ghibellini non si curando di difendere i proprj trinceramenti si unirono tutti alla casa degli Uberti, e rimasero facilmente vittoriosi dei Guelfi d'un solo quartiere che si erano loro opposti. Marciarono poi tutti uniti contro un'altra barricata guelfa, e la superarono colla medesima facilità; ed inseguendo così di posto in posto i loro avversarj, gli sconfissero dappertutto prima che potessero unirsi, finchè arrivarono alle barricate dei Guidalotti e dei Bagnesi in faccia a porta san Pier Scheraggio. Tutti i Guelfi della città sottrattisi alle precedenti zuffe eransi adunati entro di queste barricate, e per tal modo i due partiti trovaronsi in questo luogo con tutte le loro forze in presenza l'uno dell'altro. Ma mentre durava la zuffa, trovando le porte, secondo l'intelligenza, aperte, entrò in città Federico d'Antiochia, alla testa di mille seicento cavalieri tedeschi. I Guelfi, dopo essersi difesi quattro giorni contro i proprj concittadini e contro i Tedeschi ne' loro trinceramenti, cedettero alla superiorità delle forze nemiche e sortirono da Fiorenza tutt'insieme la notte della candelora, ritirandosi o ne' loro poderi del contado, o ne' castelli di Montevarchi e di Capraja, posti in Val d'Arno, dove si fortificarono di bel nuovo.

[84] La lettera credenziale di Federico d'Antiochia ai Fiorentini è posta nel _l. III, c. 9, p. 409_ di quelle di Pietro delle Vigne.

I Ghibellini vittoriosi, rimasti padroni della città, atterrando tutte le fortezze che fin allora avevano reso forte l'opposto partito, pensarono di togliergli ogni speranza di ricuperare il perduto potere. Trentasei palazzi colle loro torri furono in pochi giorni distrutti[85], tra i quali primeggiava la torre de' Tosinghi sulla piazza di _mercato vecchio_ tutta ornata di colonne di marmo, ed alta centotrenta braccia. L'architettura militare era in allora il solo oggetto di lusso de' Fiorentini; onde perirono in questa circostanza molte di quelle cose che formavano il principale ornamento della città, ed una non piccola parte della pubblica fortuna. E questo primo esempio dato dai Ghibellini di far la guerra ai più sontuosi edificj non fu sventuratamente dimenticato ne' susseguenti tempi dall'opposta fazione.

[85] Ricordano Malespini, _c. 137 e 139, p. 967_; quasi copiato _ad litteram_ da Giovanni Villani nel _l. VI, c. 33 e 35, p. 179_. — Mach. St. Fior. — L'Aret. St. Fior.

(1249) Non contenti dell'intero dominio di Fiorenza, i Ghibellini volevano altresì disporre a loro arbitrio di tutti i castelli de' Guelfi: onde in marzo del seguente anno assediarono Capraja, ove, dopo l'esiglio da Fiorenza, eransi ritirate le famiglie de' loro avversarj. L'istesso imperatore, rientrato in Toscana, si pose a Fucecchio, facendo stringere Capraja con tanto vigore, che in capo di due mesi gli assediati, non avendo più viveri, dovettero rendersi a discrezione. Federico mandò nella Puglia quasi tutti i più distinti personaggi fatti prigionieri a Capraja, e gli si dà colpa d'averne condannati molti alla morte, altri alla perdita degli occhi.

Cacciati i Guelfi da Fiorenza, tutta la Toscana rimaneva a disposizione di Federico: ma i suoi affari non procedevano in Lombardia ed in Romagna con eguale fortuna; perchè i fuorusciti fiorentini, riparatisi in Bologna e nelle vicine città, combattevano valorosamente contro il partito imperiale. Il papa aveva spedito suo legato ai Bolognesi il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, per istimolarli a porre la Romagna sotto il dominio della santa sede. Il giorno susseguente al suo arrivo, il cardinale fu ammesso nel consiglio del comune, nel quale dal popolo e dal prelato si fissò il piano della futura campagna. Era pretore di Bologna Bonifacio di Cari, di Piacenza, che, uscito ne' primi giorni di maggio con una bella e poderosa armata e col carroccio del comune, si fece a guastare la parte del territorio modonese, posta al levante del fiume Scultenna, ossia Panaro; occupò Nonantola, e spianò i forti di san Cesario e di Panzano. Di là, passando all'altra estremità del distretto bolognese, prese molte castella soggette ad Imola, che poi cinse d'assedio.

Era Imola troppo vicina a Bologna per non soffrire dall'ingrandimento d'una città rivale, ed aveva più volte fatto infelice esperimento della inferiorità delle sue forze, onde sentiva di non potersi lungamente sostenere. Altronde i Bolognesi non volevano toglierle la libertà e l'indipendenza; ma chiedevano soltanto che si unisse al partito della Chiesa, promettendole fedeltà. A tali condizioni i due podestà segnarono tra le repubbliche un trattato di pace il 6 maggio del 1248, che fu all'istante approvato dai due consigli generale e speciale, dai consoli de' mercanti, dagli anziani del popolo e dai maestri dei collegi della repubblica bolognese adunati dal podestà nel campo medesimo[86], perciocchè la repubblica trovavasi tutta intera nell'esercito; la sovrana podestà passando alternativamente dal podestà al popolo e dai cittadini, diventati soldati, al magistrato loro generale.

[86] _Registro nuovo di Bologna, fol. 70 presso Ghirardacci, l. VI, p. 172._

Dopo questo, l'armata bolognese marciò sopra Faenza, Bagnocavallo, Forlimpopoli, Forlì e Cervia, le quali, non essendo caldamente attaccate al partito ghibellino, lo abbandonarono, giurando fedeltà alla Chiesa ed alla lega di Bologna.

(1249) Nel susseguente anno il cardinale Ubaldini faceva nuove istanze alla repubblica bolognese perchè trattasse vigorosamente la guerra contro gl'imperiali ora ridotti in basso stato; non avendo Enzio, figliuolo naturale di Federico, nominato re di Sardegna e suo vicario in Lombardia, che poche forze sotto i suoi ordini: di modo che, quantunque Modena e Reggio fossero le sole città alle quali egli doveva specialmente aver l'occhio, non aveva potuto impedire che varie loro castella si dassero alla parte guelfa. I Bolognesi, determinati di approfittare della presente debolezza degl'imperiali, offrivano al marchese d'Este la carica di capitano generale dell'esercito alleato e delle loro milizie; il quale, trovandosi allora infermo, mandava, rifiutandola, in ajuto de' Bolognesi tre mila cavalli e due mila fanti. L'armata bolognese era composta di mille cavalli, di ottocento uomini d'arme e di tre tribù della città, cioè porta Stieri, porta san Procolo e porta Ravegnana; la quale sortì in bella ordinanza preceduta dal carroccio, e capitanata dal pretore Filippo Ugoni e dal cardinale Ottaviano degli Ubaldini. Posti sufficienti presidj ne' più importanti castelli di Nonantola, Crevalcore e Castelfranco, si avanzò fino al Panaro contro i Modenesi, i quali, avuto sentore dei movimenti dei loro nemici, ne avevano dato avviso al re Enzio, che, poste insieme speditamente le truppe napoletane e tedesche lasciategli dal padre, le milizie reggiane e cremonesi, gli emigrati di Parma, Piacenza e delle altre città guelfe, formò un'armata di quindici mila uomini. Erasi lusingato di trovarsi a fronte dei Bolognesi prima che passassero il Panaro che scorre tre miglia al di là di Modena; ma giunto a Fossalta, distante due miglia, seppe che i nemici avevano occupato il ponte di sant'Ambrogio, e passato il fiume. Le due armate, sebbene si trovassero in presenza ed in aperta campagna, non osarono, per alcuni giorni, di venire alle mani essendo pressochè eguali di forze. Di ciò avutone avviso il senato di Bologna fece marciare due mila uomini della quarta tribù, detta di san Pietro, ordinando al pretore di venire a giornata immediatamente. Perciò il 26 di maggio, in sul far del giorno, essendo la festa di sant'Agostino, i Bolognesi attaccarono i nemici con un movimento che fecero a sinistra, mostrando di volerli prendere alle spalle dalla banda degli Appennini. Li ricevette valorosamente Enzio, il quale aveva divisa la sua gente in due corpi di battaglia, ed in uno di riserva, collocando in cadauno de' primi due metà de' suoi soldati tedeschi, ne' quali assai fidava, onde sostenessero gl'Italiani; e formando la riserva della sola milizia modenese. Dall'altro canto il pretor bolognese aveva partito il suo esercito in quattro corpi: nel primo trovavansi i pedoni ausiliarj del marchese d'Este e parte della sua cavalleria, nel secondo il rimanente de' suoi cavalieri, e due mila Bolognesi della tribù di san Pietro, ch'erano di fresco arrivati al campo; componevano il terzo le milizie delle tre altre tribù ed ottocento cavalli bolognesi; e nella quarta trovavansi le truppe scelte sotto gl'immediati ordini dello stesso pretore consistenti in novecento cavalli, mille cittadini e novecento arcieri a piedi. Questa divisione che dimostra l'intenzione di economizzare le proprie forze, di condurle successivamente alla battaglia, di sostenere con truppe fresche quelle che si vedessero piegare in faccia al nemico, è una non dubbia prova de' progressi che andava facendo l'arte della guerra. La battaglia si mantenne vigorosa fino a sera, senza che si vedesse alcuno apparente vantaggio dall'una o dall'altra banda. Enzio, caduto sotto il cavallo ucciso, fu difeso da' suoi Tedeschi finchè fu rimesso in sella. Non pertanto a notte già fatta i Ghibellini avevano cominciato a piegare in modo, che si ruppe l'ordine della battaglia; onde inseguiti dai nemici, molti perirono sotto i loro colpi, altri smarriti in una campagna, tagliata da' profondi canali, trovaronsi separati dai loro amici e fatti prigionieri. Furono di questo numero lo stesso re, Buoso di Dovara che già cominciava ad essere potente in Cremona, e molti gentiluomini e cittadini modenesi.

Il pretor bolognese, non volendo esporre a qualche impensato accidente un prigioniere di tanta importanza qual era Enzio, si pose quasi subito in cammino per condurlo a Bologna[87]. Allorchè giugneva presso al castello d'Anzola incontrò le milizie bolognesi, che, prevenute dell'accaduto, venivangli incontro per onorarne il trionfo colle trombette ed altri strumenti. Da questa borgata fino alla città tutta la strada era affollata di gente, curiosa di vedere tra i prigionieri il principe Enzio, e per essere figliuolo di così potente imperatore, e perchè re egli stesso. Oltre di ciò, la sua fresca età di venticinque anni, i biondi dorati capelli che gli scendevano fin sopra i fianchi, la gigantesca statura, la nobiltà del viso su cui vedevansi vivamente espressi il suo coraggio e la sua sventura, tutto facevanlo oggetto della universale ammirazione. Grande fu veramente la sua sventura, perciocchè il senato di Bologna fece una legge, poi sanzionata dal popolo, colla quale si vietava per sempre di concedere ad Enzio la libertà, per grandi che fossero le offerte o le minacce del magnanimo suo padre. In pari tempo la repubblica provvedeva nobilmente ai bisogni dell'illustre prigioniere per tutto il tempo del viver suo, e lo alloggiava in uno de' più magnifici appartamenti del palazzo del podestà. Per lo spazio di ventidue anni, che tanti ne sopravvisse alla sua disgrazia, i nobili bolognesi lo visitavano ogni giorno, onde temperare in qualche modo i suoi mali, ma si mantennero egualmente inaccessibili alle offerte od alle minacce di Federico[88].

[87] _Caroli Sigonii Histor. Bonon. Oper. omn. Edit. Palat. Mediol. 1733, 6 vol. fol. t. III, l. VI, p. 273-283._ Di qui ha preso il Ghirardacci quasi tutte le particolarità della battaglia. _Sigonii de Regno Ital. t. II, l. XVIII, p. 999-1005. — Ghirardacci Storia di Bologna l. VI, p. 171-178. — Fra Bartolomeo della Pugliola, Cronica di Bologna t. XVIII, p. 264. — Mathæi de Griffonibus Memoriale Historicum de rebus Bonon. t. XVIII, p. 113. — Campi Cremona fedele l. II, p. 57. — Memor. potest. Regiens. t. VIII, p. 1116. — Ricobaldi Ferrar. Hist. Imper. t. IX, p. 131. — Chron. Fratr. Francisci Pipini, t. IX, c. 35, p. 657. — Chr. Parm. t. IX, p. 775. — Annal. Veter. Mutin. t. XI, p. 63. — Chron. Mutin. Johan. de Bazano t. XV, p. 563. — Chron. Est. t. XV, p. 312. — Stor. de' Prin. Esten. di Gio. Bat. Pigna l. III, p. 216._

[88] Abbiamo una lettera di Federico ai Bolognesi colla quale ricordando le vicende della fortuna, chiede loro suo figlio, e li minaccia in caso di rifiuto di tutto il suo sdegno. _Petri de Vineis l. II, c. 34, p. 314._

Poi ch'ebbe posto l'illustre suo prigioniero in luogo di sicurezza, il pretore accordò più settimane di riposo alle truppe; e solo ne' primi giorni di settembre le condusse nuovamente nel territorio di Modena, mentre i Parmigiani avevano convenuto di attaccare, dal canto loro, la città di Reggio, onde queste due città ghibelline non potessero ajutarsi a vicenda. La repubblica di Modena era di lunga mano più debole della bolognese; e la sconfitta d'Enzio, e la lontananza di Federico scoraggiato da tante sventure, facevano apertamente sentire ai Modenesi che non potevano trovare salvezza che nel proprio coraggio. Si chiusero perciò entro le proprie mura, mostrandosi lungo tempo insensibili ai guasti del loro territorio, ed agl'insulti de' Guelfi accampati presso i loro baluardi, finchè i Bolognesi li forzarono ad uscire dalle porte con un'ingiuria creduta in allora tanto grave, che tutti gli storici contemporanei la trovarono meritevole di particolare ricordanza. Essi gettarono con una catapulta entro la città il cadavere d'un asino cui avevano posti dei ferri d'argento, il quale andò a cadere appunto in mezzo alla vasca della più bella fontana della città. Dopo tanta ingiuria i Modenesi si credettero dal loro onore costretti ad uscire contro ai nemici: resi dalla collera più valorosi, ruppero le file degli assedianti, e giunti alla macchina fatale con cui erano stati insultati, la fecero in pezzi e tornarono trionfanti in città.

Dopo tal fatto che poneva in sicuro il loro onore, si mostrarono meno difficili ad ascoltare le oneste condizioni di pace che proponevano loro i Bolognesi. Il trattato fu proposto al pretorio di Modena il 7 dicembre del 1249, e fu esaminato dai maestri delle arti e dal consiglio generale; poscia il 19 gennajo 1250 venne discusso in Bologna dai varj consiglj, dagli anziani del popolo, dai consoli de' mercanti, e da tutti i collegi, ed avendo ottenuta l'universale approvazione, le due nazioni giurarono la pace sotto le seguenti condizioni: che il comune di Modena si obbligava a conservarsi amico ed alleato di quello di Bologna, a dargli ajuto contro i suoi nemici, nessuno eccettuato, come pure a soccorrere il legato apostolico; prometteva inoltre di non far nuove alleanze senza il consentimento del legato e della repubblica di Bologna; di più richiamava tutti i fuorusciti della fazione degli Aigoni (così chiamavansi in Modena i Guelfi), e li rimetteva in possesso de' loro beni. I due partiti dei Grasolfi, o Ghibellini, e degli Aigoni, o siano Guelfi, furono autorizzati a nominare il proprio podestà; ma gli ultimi dovettero nominare un Bolognese. Dall'altra parte il comune di Bologna rendeva a Modena tutte le terre conquistate nella presente guerra, e si faceva mallevadore della pace tra le opposte fazioni; ed i prigionieri furono dai due comuni fatti liberi senza pagamento di taglia. Intanto il legato Ottaviano Ubaldini riconciliò Modena colla Chiesa, togliendo l'interdetto in cui era incorsa da tanto tempo, e permettendo la celebrazione dei divini uffici[89].

[89] _Ghirardacci Stor. di Bolog. l. VI, p. 176._ Questa è la guerra che forma l'argomento del poema eroicomico di Alessandro Tassoni, _la Secchia rapita_.

Mentre i Guelfi trionfavano nella Romagna e nella Lombardia, la parte ghibellina otteneva non minori vantaggi nella Marca Trivigiana. Da che Federico erasi, l'anno 1239, allontanato da Padova, Ezelino, come si disse nel precedente capitolo, approfittando della ottenuta indipendenza, faceva morire tutti coloro che credeva suoi nemici; ed aveva in modo rassodata in tutta la Marca la sua tirannide, che appena aveva più bisogno di riconoscere l'autorità imperiale. Egli incominciò dall'attaccare le fortezze d'Agna e di Brenta, occupate dai fuorusciti padovani, e resosene padrone, aveva fatti perire tutti quegl'individui delle illustri famiglie dei Carrara e degli Avvocati, ch'eransi colà riparati per sottrarsi alla sua crudeltà. Era in appresso entrato nel territorio del suo capital nemico, il marchese d'Este, ed aveva, nel periodo di dieci anni conquistate una dopo l'altra tutte quelle fortezze, non escluse quelle di Montagnana e di Este, che pure si credevano inespugnabili. Nel distretto di Verona erasi reso padrone del castello di san Bonifacio, antico patrimonio di un'illustre famiglia da più anni rivale della sua; aveva tolte molte terre alla città di Treviso in allora governata da suo fratello Alberico da Romano, il quale pareva che avesse abbracciato il partito guelfo: finalmente aveva a forza occupate le piccole città di Feltre e di Belluno, che da molto tempo eransi poste sotto la protezione di Biachin da Camino, gentiluomo guelfo, che Ezelino spogliò affatto de' suoi dominj.

Ma nel tempo che il signore da Romano andava in tal modo dilatando il suo dominio, giustificando con ciò il titolo che aveva preso di vicario imperiale in tutti i paesi posti tra le Alpi trentine e l'Oglio, faceva scorrere il sangue a torrenti in tutte le città a lui sottomesse, e con una funesta esperienza insegnava agl'Italiani quale dev'essere un tiranno che acquista signoria in un paese avvezzo alla libertà[90]. Farebbe orrore un troppo circostanziato racconto di tutti i suoi delitti; il semplice annovero delle sue vittime non riuscirebbe interessante che a coloro cui non ne sono sconosciuti i nomi, nomi illustri solamente entro i confini della Venezia: ci limiteremo quindi a scegliere in così vasta messe alcuni tratti bastanti a dare un'adequata idea di quest'uomo crudele.

[90] Senza oppormi in generale al racconto dell'autore non devo tacere che molte terre della Marca Trivigiana ebbero motivo di lodarsi del breve dominio d'Ezelino. _N. d. T._