Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 4

Chapter 43,457 wordsPublic domain

[52] A quest'epoca Riccardo di san Germano termina la sua storia. Questo scrittore coetaneo indica mese per mese colla più scrupolosa esattezza e sufficiente imparzialità gli avvenimenti del regno delle due Sicilie. La sua lettura non arreca molto piacere, ma istruisce assai; ed io mi sono più volte doluto che le repubbliche lombarde non abbiano prodotto in questo secolo alcuno scrittore del suo merito.

(1244) Le negoziazioni si ripresero o continuarono nel susseguente anno, e sapendosi già ammessi tutti gli articoli più importanti, si sperò vicina la pace. L'imperatore ed il papa perdonavano reciprocamente ai partigiani della Chiesa e dell'Impero le vicendevoli offese fattesi durante la guerra. Federico accettava la mediazione del papa per terminare le precedenti sue dispute coi Lombardi; Innocenzo doveva essere rimesso nel godimento di tutte le terre che la Chiesa possedeva avanti alle prime ostilità; tutti i prigionieri dovevano essere liberati, ed annullate tutte le confiscazioni[53]. Ma probabilmente il papa non acconsentiva alle concessioni che egli faceva che per acquistar tempo, perchè conosceva quanto pericolosa fosse la sua posizione in Roma; e forse Federico disponevasi a rompere i trattati tostochè gli si presentasse vantaggiosa opportunità di farlo, imperciocchè quando ancora duravano, cercava di farsi nuovi partigiani in Roma e nel suo territorio. Egli teneva pratiche coi Frangipani perchè gli cedessero le fortificazioni che avevano innalzate nel Coliseo, ottenendo le quali diventava padrone di una fortezza entro la stessa Roma; onde il papa non vedevasi omai sicuro nella sua stessa capitale, e temeva inoltre d'essere sorpreso dai soldati dell'imperatore quando recavasi nelle città del dominio ecclesiastico, Anagni, Città castellana, o Sutri. Il giorno sette di giugno erasi portato a Città castellana, per dare l'ultima mano, come egli diceva, al trattato di pace; ma infatti perchè aveva alcun tempo prima segretamente spedito a Genova un frate francescano per procurarsi la protezione di questa repubblica sua patria. Il 27 giugno ebbe, stando a Sutri, notizia dell'arrivo di ventidue galere ben armate, che i Genovesi gli avevano mandato a Civita Vecchia; perchè in sul far della notte partì quasi solo a cavallo vestito da soldato, e camminò con tanta celerità che appena fatto giorno giugneva in riva al mare, avendo fatto in quella breve notte di estate trentaquattro miglia. Quando poc'ore dopo si sparse in Sutri la notizia della fuga del papa, i suoi partigiani andavano dicendo che Innocenzo aveva avuto avviso dell'avvicinarsi di trecento cavalli toscani, spediti per prenderlo; ed il papa, giunto a Civita Vecchia, diceva lo stesso; quantunque tale racconto mal s'accordasse coll'apparecchio d'una flotta considerabile fatto molto tempo prima per venirlo a prendere a bordo.

[53] Il trattato viene riferito da Matteo Paris. _Historia Angliæ ad ann. 1244, p. 554_, e da Oderico Raynaldo: _ad an. 1244, § 24-29, p. 530._

Innocenzo trovò sulle galere genovesi lo stesso podestà e tre conti del Fiesco suoi nipoti, venuti ad incontrario. Ogni galera aveva sessanta soldati e centoquattro marinaj d'equipaggio; e tutta la flotta era apparecchiata ad una vigorosa difesa, quando fosse attaccata: ma il podestà riponeva la sua maggior fiducia sul profondo segreto conservatosi intorno a questa spedizione, di cui non aveva avuto notizia che il consiglio di credenza. Trattavasi infatti di attraversare quello stesso mare, ove tre anni avanti erano stati fatti prigionieri i prelati francesi, che a bordo di un'altra flotta genovese andavano al concilio. Federico in questo stesso tempo soggiornava in Pisa, e nel precedente anno i Pisani con ottanta loro galere e cinquantacinque di quelle dell'imperatore erano andati ad insultar Genova. Innocenzo non si trattenne a Civita Vecchia più di ventiquattr'ore, per dar tempo ad alcuni cardinali di raggiungerlo, di dove, col favore d'un gagliardo vento favorevole, passò senza incontrare verun ostacolo tra le isole del Giglio e della Meloria tanto funeste al suo partito, ed arrivò in cinque giorni a Portovenere, e di là dopo cinque altri giorni entrò trionfante in Genova in mezzo alle acclamazioni de' suoi concittadini: le galere erano pavesate con drappi d'oro, e tutta la città partecipava della gioja d'Innocenzo vedendolo fuori di pericolo[54].

[54] _Mathæus Parisius hist. Angliæ ad an. 1244, p. 560_, e presso _Raynaldi_. — _Nicolaus de Curbio § 13 e 14, p. 592 v. in vita Innocentii IV._ Nicola di Curbio era confessore e cappellano del papa, e lo accompagnò nella sua fuga. — _Barthol. Scriba an. Genuens. l. VI, p. 504. — Flaminio del Borgo diss. dell'istoria Pisana p. 242 e seg._ Questo scrittore, producendo manoscritti fin allora sconosciuti, ed attentamente esaminando le lettere di Pietro delle Vigne, sparse molta luce e rese interessantissimo questo tratto di storia.

Quando Federico ebbe avviso della fuga del pontefice, e seppe che a Genova non aveva voluto ascoltare il conte di Tolosa che gli aveva mandato con nuove proposte di pace, e che senza trattenersi in Italia s'avviava verso Lione, attribuì ad altra cagione la di lui fuga ed il vicendevole odio. Era stata ordita in Roma una congiura contro la vita dell'imperatore: i frati francescani eransi addossato l'incarico di corrompere i cortigiani del principe e que' signori di cui più si fidava. Benchè questi frati fossero banditi dal regno, vi si recavano travestiti per tener vive colpevoli corrispondenze; e quando furono catturati i cospiratori e condannati a morte, tutti asserirono di non aver agito che dietro gli ordini della santa sede[55]. Federico ebbe quest'anno (1244) i primi indizj della congiura; e forse era vero che aveva ordinato di fermare lo stesso papa, onde confrontarlo coi colpevoli ch'egli aveva pur dianzi scoperti, allorchè questi si sottrasse colla fuga a tale affronto.

[55] _Petri de Vineis Epistolæ l. II, c. 10. p. 273._

Attraversando parte della Lombardia per recarsi da Genova a Lione, il papa ridusse al partito guelfo le città di Asti e di Alessandria, che presero parte alla lega. (1245) Giunto appena nella città che aveva scelta per sua dimora, e postosi sotto la potente protezione di san Luigi, convocò per la seguente festa di san Giovanni un concilio ecumenico in Lione, ad oggetto, diceva egli, di assicurare la Cristianità contro i Tartari, e soprattutto per sottomettere al giudizio della Chiesa la condotta di Federico[56]. Ma senza aspettare la sentenza che doveva pronunciare il concilio, rinnovò la scomunica fulminata contro l'imperatore da Gregorio IX.

[56] Lettere di convocazione presso _Raynald. Ann. Eccles, 1245, § 1, p. 535_.

Intanto i vescovi d'Inghilterra, di Francia, di Spagna, ed anche alcuni d'Italia e di Germania, adunavansi a Lione in numero di centoquaranta; ed Innocenzo aprì il concilio nel convento di san Giusto il 28 giugno del 1245. In tale occasione presentò al senato della Chiesa il prospetto dei mali cui trovavasi la Chiesa esposta: ed era pur vero che i Latini non eransi ancor trovati in più calamitosi tempi. Al nord i Tartari Mogolli avevano invasa la Russia, la Polonia e parte dell'Ungheria. L'Impero dei successori di Zengis[57] che comprendeva di già metà della China, la Persia e l'Asia minore, minacciava omai d'ingojare tutta l'Europa. Al mezzogiorno i Carismiani, cacciati dal loro paese dagli stessi Mogolli, eransi resi padroni di Gerusalemme, ed avevano passato a fil di spada la maggior parie dei Cristiani di Terra santa[58]. L'Impero latino di Costantinopoli assalito da Vatace e dai Greci riducevasi alla sola capitale, ed il sovrano di questa città mezzo deserta, per sovvenire alla propria miseria, demoliva i palazzi de' suoi predecessori per vendere il piombo ed il rame ond'erano coperti. Gli Occidentali, malgrado il pericolo che loro sovrastava, non potevano unirsi per la difesa della Cristianità, perchè la guerra tra il papa e l'imperatore non permetteva loro di pensare a più lontane spedizioni, e perchè lo zelo per le crociate d'Asia era omai spento, per essere promesse le medesime indulgenze a colui che porterebbe le armi contro il capo dell'Impero o contro i Musulmani; e perchè tutti i predicatori apostolici indicavano di preferenza questa più facile strada dell'eterna salute.

[57] Zengis regnò dal 1206 fino al 1227. L'anno 1235 un generale di suo figlio intraprese la conquista del Nord. Veggasi _Gibbon c. LXIV, vol. XI, p. 214._

[58] La perdita di Gerusalemme può in gran parte attribuirsi al papa, che aveva sommosso questo regno contro Federico e suo figlio, investendone Enrico di Cipro; lo che aveva cagionata una guerra civile in uno stato di già troppo debole per difendersi. _Raynald. ad. ann. 1246, § 52. p. 563._

Parlando dei pericoli della Chiesa, Innocenzo non si curò di ricordare le colpe del suo capo; e per lo contrario attribuì a Federico tutte le disgrazie e tutti i delitti, accusandolo di spergiuro, d'eresia, d'empietà e di scandalosa unione coi Saraceni suoi sussidiarj, stabiliti a Nocera.

Due deputati dell'imperatore, Tadeo di Suessa e Pietro delle Vigne, eransi, d'ordine di Federico, recati al concilio per farne le difese. Per altro il secondo, che aveva in tante altre circostanze date così luminose prove della sua capacità, della sua facondia e del suo zelo, tacque nella presente; e diede col suo silenzio apparente ragione a' suoi emuli per metterlo in disgrazia del sovrano: ma Tadeo di Suessa, escludendo le accuse date a Federico, dichiarò che questo principe non altro aspettava che la sua riconciliazione colla Chiesa per portare le armi contro gl'infedeli; che offriva al concilio tutte le forze del suo Impero, della sua persona, ed i suoi tesori per difesa della fede; e quando Innocenzo gli domandò quai mallevadori potrebbe dare di così belle promesse, rispose Tadeo; i più potenti di Cristianità, i re di Francia e d'Inghilterra. Noi non ci curiamo, replicò Innocenzo, d'avere mallevadori gli amici della Chiesa, coi quali ella dovrebbe poi inimicarsi qualunque volta il vostro padrone mancasse, com'è suo costume, alle promesse[59].

[59] _Matteus Parisius hist. Angliæ; ad annum p. 580. — Raynald. ad ann. § 27 e 28. p. 540. — Giannone istoria civile del regno, l. XVII, c. 3. § 1. p. 578._

Il giorno 5 di luglio si tenne la seconda sessione del concilio. Innocenzo rinnovò più circostanziatamente le sue accuse contro Federico, e Tadeo le confutò nuovamente con non minore eloquenza che coraggio; al rimprovero d'aver violati i trattati colla Chiesa, rispose esaminando ad una ad una le supposte infrazioni; nel quale esame la condotta dello stesso pontefice non andò esente da censura. Con minori risguardi trattò ancora il vescovo di Catania ed un arcivescovo spagnuolo, che avevano caldamente ridette le accuse del pontefice, dando loro a nome dell'imperatore un'aperta mentita. Finalmente fece noto al papa ed al concilio che Federico era già a Torino, disposto di venire a giustificarsi personalmente; e fece calde istanze perchè fosse accordato a questo principe un sufficiente termine per presentarsi all'assemblea. Innocenzo rifiutò l'inchiesta, ed il concilio, ciecamente ligio, approvò la risposta del suo capo. Nonpertanto mosso dalle istanze degli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra, Innocenzo differì di dodici giorni la seguente sessione, e l'assemblea aderì alla proposta del pontefice. Informando il suo padrone dell'assoluto predominio esercitato dal papa sull'assemblea, Tadeo di Suessa probabilmente lo sconsigliò dal viaggio di Lione, onde Federico non si avanzò oltre Torino. Il 17 di luglio si tenne la terza sessione senza che l'imperatore si presentasse. Incominciando la sessione, Tadeo dichiarò a nome di Federico, che qualunque si fosse la sentenza di un concilio composto di così piccolo numero di vescovi, e senza l'intervento de' procuratari de' vescovi assenti, di un concilio al quale la maggior parte de' sovrani d'Europa non avevano mandati ambasciatori, appellava ad un altro più solenne e più numeroso concilio.

Innocenzo, dopo avere confutata la protesta e l'appello di Federico e del suo ministro, fece leggere la sentenza di scomunica ch'egli aveva preventivamente scritta. Appoggiavasi alla mancanza di fedeltà di Federico al papa, di cui era vassallo come re di Sicilia; alla rottura della pace più volte stabilita colla Chiesa, alla prigionia sacrilega dei cardinali e dei prelati che andavano al concilio di Roma; finalmente all'essersi reso colpevole d'eresia, disprezzando le scomuniche pontificie, e collegandosi coi Saraceni, de' quali aveva adottati i costumi: e chiudevasi con queste notabili parole: «Noi dunque che, quantunque indegni, rappresentiamo in terra nostro Signore Gesù Cristo; noi, ai quali nella persona di san Pietro furono dirette queste parole: _tutto ciò che voi avrete legato in terra, sarà legato in cielo_; noi abbiamo deliberato coi cardinali nostri fratelli, e col sacro concilio intorno a questo principe resosi indegno dell'Impero, de' suoi regni e di ogni onore e dignità. A motivo de' suoi delitti e delle sue iniquità Dio lo rifiuta, e più non soffre che sia re o imperatore. Noi lo facciamo soltanto conoscere, e lo denunziamo essere, a motivo de' suoi peccati, rigettato da Dio, privato dal Signore di qualunque onore e dignità; e frattanto noi pure ne lo priviamo colla nostra sentenza. Tutti quelli che sono a lui vincolati pel loro giuramento di fedeltà, sono da noi a perpetuità assolti e resi liberi da tale giuramento, vietando loro espressamente e strettamente colla nostra apostolica autorità di non più prestargli ubbidienza come ad imperatore o re, o in qualunque altro modo pretenda di essere ubbidito. Coloro che gli daranno soccorso o favore, come ad imperatore e re, incorrono _ipso facto_ nella scomunica. Quelli cui spetta nell'impero l'elezione dell'imperatore, eleggano pure liberamente il successore di questo: e rispetto al regno di Sicilia sarà nostra cura di provvedervi col consiglio dei cardinali, nostri fratelli, come troveremo più conveniente[60].»

[60] Dato a Lione il 16 delle calende d'agosto, l'anno III d'Innocenzo IV.

Mentre leggevasi questa carta, siccome i padri tenevano in mano una candela accesa, che in segno d'esecrazione dovevano rovesciare per ispegnerla, Tadeo di Suessa gridò, percuotendosi il petto: _questo è il giorno della collera, il giorno delle calamità e della sciagura!_ ed uscì dall'assemblea. Allorchè Federico ebbe avviso della sua deposizione, gittò uno sguardo d'indignazione sulla folla che lo circondava: «Questo papa, disse, mi ha dunque rigettato nel suo sinodo; mi ha dunque privato della mia corona! ove sono i miei giojelli? mi si rechino subito.» E facendo aprire la cassetta che racchiudeva le sue corone, ne prese una e se la fermò in capo; indi alzandosi con occhi minacciosi: «No, disse, la mia corona non è ancora perduta; nè gli attacchi del papa, nè i decreti del sinodo hanno potuto levarmela; ed io non la perderò senza spargimento di sangue[61].»

[61] _Math. Paris ad an. p. 586_ e seguenti; e presso _Raynald. annal. 1245, § 58, p. 545_.

CAPITOLO XVII.

_Ultimi anni del regno di Federico II. — Assedio di Parma. — Rivoluzioni in Toscana. — Tirannia d'Ezelino._

1245=1250.

La perseveranza dei papi nel perseguitare un intero secolo tutti i principi della casa di Svevia fino all'epoca in cui l'ultimo rampollo di questa sventurata ed illustre famiglia perì sopra un palco, è una cosa tanto più notabile, in quanto lo spirito del cristianesimo aveva cominciato ad addolcirsi; e le costumanze e le opinioni non riconoscevano più la pretesa superiorità de' papi sul potere temporale. Lo stesso monaco Matteo Paris, che minutamente descrisse le circostanze del processo intentato a Federico avanti al concilio di Lione, assicura che gli assistenti non l'udirono pronunciare senza stupore e raccapriccio[62]. Da una parte i Pauliciani avevano scossa colle loro prediche la credenza dell'infallibilità papale, specialmente nella Lombardia, ov'eransi moltiplicati assai; e dall'altra il risorgimento delle lettere non era meno contrario alla servitù imposta dalla superstizione. Non si conoscevano allora che tre classi di letterati, giureconsulti, grammatici e poeti, i quali tutti in fatto di religione tenevano opinioni abbastanza liberali; e siccome erano da Federico favoreggiati e protetti, abbracciavano quasi tutti la sua causa contro la santa sede. Tra gli storici coetanei di questo principe o de' suoi figli, molti, e forse i migliori sono apertamente ghibellini[63]. La maggior parte de' gentiluomini che avevano colle azioni loro acquistato qualche diritto alla pubblica opinione, il Salinguerra, i signori da Romano, i marchesi Pelavicino e Lancia, stavano per Federico: la metà delle città libere avevano anch'esse abbracciata la medesima causa; e tra queste la potente repubblica di Pisa, che lo ajutava con tutte le sue forze, disprezzava i fulmini del papa per servire l'imperatore. Mentre così ragguardevole numero d'Italiani impugnavano il potere de' papi di sciogliere e di legare in terra ed in cielo, fa meraviglia che questi ardissero spingere all'estremo le loro pretese, arrischiando tutto lo stato loro sopra un diritto contestato.

[62] _Math. Paris Hist. Angliae ad an. 1245, p. 586. Edit. Londin. fol. 1684._

[63] Riccardo di san Germano, Nicola di Jamsilla, Corrado Abate d'Ursperg, Nicola Speciale, Bartolomeo di Neocastro, Gherardo Maurisio, l'autore della cronaca di Ferrara, ec.

Pare che i papi essendosi accorti dei singolari talenti de' principi della casa Sveva, si proponessero di disertarli ad ogni costo, onde imperatori così valorosi ed intraprendenti, rinforzati dai rapidi e necessarj progressi delle opinioni già in voga, non rivendicassero i diritti di cui la Chiesa gli aveva spogliati, e ristabilissero in Roma la suprema loro autorità: autorità che non poteva ripristinarsi senza distruggere l'indipendenza dei papi.

La santa sede entrando in così pericoloso conflitto, affidavasi principalmente alla nuova milizia di fresco creata, che non l'abbandonò ne' suoi bisogni; i due ordini de' Francescani e de' Domenicani. Il più importante servigio che le rendessero, fu quello di sottometterle completamente i vescovi ed il clero secolare, cambiando l'aristocrazia ecclesiastica in un perfetto despotismo. Così adoperando eseguivano il loro voto d'ubbidienza e s'uniformavano allo spirito de' loro fondatori. Avevano essi sull'antico clero il doppio vantaggio del fanatismo e del vigore della gioventù d'una recente istituzione; e con tale superiorità di forze lo attaccarono e gli tolsero l'affetto dei popoli. I vescovi erano in modo assoggettati, o talmente persuasi della loro debolezza, che i concilj, invece di giudicare i papi, come abbiamo veduto praticarsi nel decimo secolo, e lo vedremo ancora nel quindicesimo, erano diventati nel tredicesimo strumenti passivi nelle mani de' pontefici.

Il secondo servigio reso alla santa sede dagli ordini mendicanti fu quello d'impedire tra il popolo il dilatamento dell'irreligione; imperciocchè agl'increduli che facevano valere nelle loro invettive contro la Chiesa i depravati costumi del clero, opponevano quella austera santità di vita che da più secoli non più vedevasi nei grandi prelati. Non dirò già che ottenessero di richiamare a meno libere opinioni coloro che la nascente passione dello studio, o lo spirito di partito allontanavano dal cattolicismo; ma se un uomo dava qualche indizio di timorata coscienza, veniva all'istante assediato dai nuovi monaci che se ne impadronivano; e predicandogli come principalissima virtù la cieca ubbidienza alla santa sede, e facendogli vedere i fulmini della Chiesa pendenti sul capo de' Ghibellini, lo forzavano a riconciliarsi colla medesima, a prezzo non poche volte d'un tradimento a danno degli antichi alleati. A ciò si debbono attribuire quelle imprevedute congiure che si videro scoppiare nelle città più fedeli all'Impero, e quei mali umori che annunziavano i progressi della parte guelfa e l'imminente caduta dei Ghibellini. Nella città di Parma, che fino al 1245 erasi mantenuta fedele all'Impero, e che riceveva ogni anno un podestà scelto dall'imperatore, tre delle più principali famiglie nobili, i Lupi, i Rossi, i Correggeschi, parenti a dir vero di quella del papa, si dichiararono del partito guelfo e dovettero abbandonare la città; e nel susseguente anno (1246) altri Guelfi, pretestando di non potere in buona coscienza ubbidire agli ordini dell'imperatore, si ritirarono a Piacenza ed a Milano[64], ove con Gregorio di Montelungo, legato del papa in Lombardia, ordirono quella trama che diede ben tosto la loro patria alla parte guelfa. Un eguale abbandono del partito ghibellino ebbe luogo in Reggio, per cui, dopo una sanguinosa zuffa, vennero esiliate le famiglie guelfe dei Roberti, dei Fogliani, dei Lupicini[65].

[64] _Chron. Parmen, Scrip. Ital. t. IX, p. 769._

[65] _Memoriale Potest. Regiens. t. VIII, p. 1114. — Annales veteres Mutinens. t. XI, p. 62._

Non contento il papa di suscitare nemici a Federico nelle città lombarde, che incoraggiava a difendere contro di lui la propria libertà, cercava di ribellargli ancora gl'immediati sudditi delle due Sicilie, ai quali spediva due cardinali con lettere dirette al clero, alla nobiltà ed al popolo delle città e delle campagne. «Si maravigliano molti, loro diceva il papa, che oppressi come voi siete da vergognosa servitù, ed aggravati nella persona e nei beni, abbiate trascurato di procacciarvi in qualunque modo, come hanno fatto le altre nazioni, le dolcezze della libertà. Ma la santa sede vi ha per iscusati in vista del terrore che sembra essersi insignorito del vostro cuore sotto il giogo di un nuovo Nerone; e non altro per voi sentendo che pietà e paterno affetto, pensa se i suoi ajuti possono recare sollievo alle vostre pene, o fors'anco procurarvi il bene d'un'intera libertà.... Cercate dal canto vostro come potreste rompere le catene della schiavitù, e far fiorire nel vostro comune la libertà e la pace. Spargasi una volta tra le nazioni la voce, che il vostro regno così famoso per la sua nobiltà e per l'abbondanza de' suoi prodotti, ha potuto, coll'ajuto della divina provvidenza, unire a tanti vantaggi anche quelli di una stabile libertà[66].»

[66] Lettera d'Innocenzo IV scritta da Lione il 6 delle calende di maggio, an. 3. _Apud Raynald. an. 1246, § 11-13, p. 555._