Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 3

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Nel primo capitolo di questa storia abbiamo osservato che l'isola di Sardegna, dominata dai Mori, era stata conquistata dai Pisani, e che le sue province furono divise tra i gentiluomini di Pisa, i Gherardeschi, i Sardi, i Cajetani, i Sismondi ed i Visconti. Dopo tale epoca le cronache di Pisa sono inesatte ed oscure, e niun lume ci somministrano le sarde. I gentiluomini pisani stabiliti nell'isola rinunciarono presso che tutti al nome del loro casato per prendere quello della propria giudicatura; lo che rende assai difficile il distinguere gli uni dagli altri. Solo alcuni genealogisti avrebbero potuto avere interesse a rischiarare queste tenebre, ma le accrebbero invece colle favole e colle supposizioni; di modo che l'amministrazione di quelle signorie, e la successione dei loro sovrani, feudatari dei Pisani, forma forse la più oscura parte della storia italiana de' secoli di mezzo. I papi accordarono a vicenda protezione ai più deboli di questi signori; e perchè la loro protezione non era gratuita, si arrogarono a poco a poco un diritto di supremo dominio su tutta l'isola. Tosto che questa pretensione ebbe qualche apparente fondamento, Innocenzo III, l'anno 1206, pretese che i Pisani rinunciassero ai diritti ed ai titoli che avevano sopra la Sardegna, e fece sposare l'erede di Gallura ad uno de' suoi cugini[32].

[32] _Raynaldi an. 1206. § 36. p. 149._

Tra i cittadini che si opposero con maggior fermezza alla domanda del papa, si notarono i Visconti, nobile famiglia pisana, che nulla aveva di comune con quella di Milano. Morto Innocenzo, due fratelli di questa famiglia, Lamberto ed Ubaldo[33], armarono a proprie spese alcune galere, e sprezzando le scomuniche della Chiesa, mossero guerra ai piccoli signori ch'eransi dichiarati feudatari della santa sede, e ricuperarono così varie signorie che pretendevano di loro pertinenza. In tempo di questa guerra, che si prolungò almeno diciotto anni, Lamberto morì, ed Ubaldo, rimasto solo, chiese in isposa Adelaide marchesana di Massa, ed erede delle giudicature di Gallura e delle Torri, ch'egli riclamava come dominj di sua pertinenza, e che omai aveva quasi interamente riconquistate. Gregorio IX, ch'era parente d'Innocenzo III, e perciò ancora della erede di Gallura, approvò questo maritaggio che rendeva la pace alla Sardegna, ed assodava le pretensioni della Chiesa sopra quest'isola. Ubaldo fu assolto dalle censure; ed in contraccambio egli riconobbe la sovranità del papa sulla Sardegna, ed abiurò quella di Pisa[34].

[33] _Anno 1218._

[34] Nel 1237.

Poichè si ebbe a Pisa sentore di questo trattato tanto pregiudicievole alla repubblica, l'indignazione fu universale. I conti della Gherardesca furono i primi a protestare contro la defezione di Ubaldo; e tutto il casato de' Visconti si credette obbligato a sostenere il suo capo: e perchè questo capo aveva contratta alleanza col papa, abbracciò in corpo le parti della Chiesa, mentre i Gherardeschi si strinsero sempre più a quelle dell'Impero. L'opposizione fra il titolo di Conti e il nome di Visconti, che distingueva le due famiglie rivali, passò alle due fazioni. Quindi in Pisa chiamaronsi i Ghibellini la parte dei Conti, ed i Guelfi quella dei Visconti. L'un partito e l'altro presero le armi e si fecero un'accanita guerra finchè la presenza di Federico ristabilì la pace.

In questo frattempo essendo morto Ubaldo Visconti, Federico fece sposare la sua vedova ad Enrico o Enzio[35], uno de' suoi figli naturali, dandogli il titolo di re di Sardegna, senza pregiudizio però dei diritti che aveva sull'isola la repubblica di Pisa, e per quanto sembra, senza che Enzio visitasse mai il suo regno[36]. Invece di spedirlo in Sardegna, lo creò vicario imperiale in Lombardia, affidandogli il comando delle truppe allemanne e saracene per rinnovare la guerra contro i Milanesi[37].

[35] Gl'Italiani chiamarono questo principe _Enrico._ Probabilmente il suo nome era _Hause_ o sia _Giovanni._

[36] _Flaminio del Borgo, dissert. IV, dell'istoria Pisana p. 178-185._

[37] Parte di questo diploma viene riferito da Giorgio Giulini: _Memorie della campagna di Milano l. LII, t. VII, p. 529._

Federico che aveva approfittato dell'inverno per rappacificare Pisa, per formare una nuova armata, e ravvivare lo zelo de' suoi partigiani, tostochè la stagione permise di trar fuori le truppe, invase il dominio della Chiesa, e si avvicinò a Roma. Molte città dell'Umbria, tra le quali Foligno e Viterbo, si dichiararono per il partito dell'imperatore; ed in seguito gli aprirono le porte, Orta, Città Castellana, Sutri e Montefiascone. Gli stessi Romani sembravano proclivi ad abbracciare la causa di Federico; quando Gregorio, avvisato del vicino suo pericolo dalle grida del popolo, facendosi precedere dal legno della vera croce e dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo, sortì in processione dal suo palazzo, accompagnato da tutti i cardinali, e trasportò queste reliquie alla basilica vaticana, benedicendo la gente che si affollava sul suo passaggio, ed invitandola a prendere le armi per difendere la Chiesa. Così imponente processione attraversò Roma in tutta la sua lunghezza[38], sedando dovunque recavasi i movimenti de' Ghibellini, e riscaldando l'entusiasmo del popolo. Intanto i frati di san Domenico e di san Francesco spargevansi in tutte le chiese e predicavano la crociata contro Federico, pubblicando le stesse indulgenze che prima non erano accordate che ai crociati di Terra santa. I preti, ottenutane la dispensa dal papa, si crociarono e presero le armi prima degli altri, ed in un sol giorno Gregorio adunò sotto i suoi ordini un'armata abbastanza formidabile per non aver più timore di tutta la potenza di Federico. Questi, perduta ogni speranza di occupar Roma, si ritirò nella Puglia; ma adontato in modo nel vedere inalberata la croce contro di lui, che condannò alla morte tutti coloro che avevano indosso questo segno di odio contro la sua persona, o di ubbidienza alla Chiesa.

[38] Pare che allora il papa soggiornasse nel palazzo di Laterano, lontano più di tre miglia dal Vaticano.

I nemici di Federico non predicavano la crociata per la sola difesa di Roma. In Lombardia un'armata guelfa e crociata, condotta da un legato, assediò Ferrara, ov'erasi chiuso Salinguerra, capo in questa città del partito ghibellino. Questo vecchio ottuagenario che aveva lungo tempo difesa la sua patria, venne imprigionato a tradimento in una conferenza, e mandato a Venezia, ove morì cinque anni dopo in carcere[39]. La città di Ferrara che da molti anni sacrificava la sua libertà allo spirito di partito, dopo aver ubbidito al capo dei Ghibellini Salinguerra, più come a principe che come a cittadino, accordò lo stesso potere al marchese d'Este capo della parte guelfa. Vent'anni più tardi i nobili di Ferrara trasmisero la sovranità al figlio del marchese con questa strana formola, «che sottomettevano alla sua volontà la decisione del giusto e dell'ingiusto.» Dopo tale epoca Ferrara più non deve risguardarsi come una repubblica. È bensì vero che per istabilire una simile tirannia si dovettero esiliare quasi mille cinquecento famiglie, e dividerne i beni tra i loro nemici, onde attaccarli alla difesa del nuovo governo.

[39] _Rolandini, l. V, c. I. p. 233. — Chronicon. parva Ferrariens t. VIII, p. 484._

Federico tentò di far risguardare l'animosità di Gregorio IX contro di lui come una lite personale che non doveva turbare il riposo della Chiesa. Gregorio, per l'opposto, pretendeva di proscrivere Federico agli occhi del mondo cristiano. A quest'oggetto adunò un concilio a san Giovanni di Laterano per il giorno di Pasqua del susseguente anno, al quale chiamò i vescovi francesi con lettere del mese d'agosto. La sollecitudine colla quale questi prelati si apparecchiavano al viaggio di Roma, li mostrava affatto ligi al papa; onde Federico previde apertamente che avrebbero sanzionata la scomunica papale, e che i suoi partigiani, scoraggiati dall'inimicizia di tutta la Chiesa, lo avrebbero un dopo l'altro abbandonato. Determinato d'impedire ad ogni patto quest'adunanza che poteva essergli fatale, Federico scrisse a tutti i sovrani d'Europa «che non permetterebbe giammai l'unione di un concilio che dalle stesse lettere di convocazione appariva destinato non a rendere la pace alla Chiesa, ma bensì a suscitare una crudel guerra contro il capo del cristianesimo.» In pari tempo ordinò a tutti i suoi partigiani di Lombardia che si opponessero al viaggio dei prelati. Era sicuro di quasi tutta la Toscana; e perchè non rimanessero aperte le strade della Romagna, prese a fare l'assedio di Faenza, che ad istigazione dei Bolognesi erasi ascritta alla lega lombarda. La città si difese ostinatamente tutto l'inverno; ma Federico se ne rese padrone in sul cominciare di primavera.

(1241) Frattanto, a seconda degl'inviti di Gregorio, i prelati francesi eransi recati a Nizza, ove furono ricevuti da due cardinali legati del papa, il quale aveva loro fatta allestire a Genova una flotta di ventisette galere per trasportarli per mare fino alle foci del Tevere. La repubblica di Genova erasi a quest'epoca così caldamente impegnata nel partito della Chiesa, che mentre era costretta di battersi alle frontiere della Liguria col marchese Pelavicino e Martino d'Eboli, che gli avevano mossa guerra in nome dell'imperatore; mentre il suo podestà conteneva nell'interno le famiglie ghibelline dei Doria, degli Spinola e dei Volta, essa mandava a Nizza le sue galere a prendere i prelati che andavano al concilio[40]. Invano gli ambasciatori Pisani giunsero in marzo a Genova per rimuovere que' cittadini da tale spedizione: invano, ammessi in consiglio, rappresentarono, che l'alleanza contratta coll'imperatore obbligava i Pisani ad opporsi al viaggio de' prelati, e ad attaccarli ovunque li trovassero; fu loro risposto che la repubblica di Genova, essendosi dedicata ai servigi del papa, non lascerebbe per verun titolo di difendere con tutte le sue forze la libertà della Chiesa e la fede cristiana, e di proteggere i prelati cristiani, ai quali aveva promessa la sua assistenza.

[40] _Continuatio Caffari Annal. Genuensium Barthol. Scribae l. VI. p. 485_, e seguenti.

In fatti non fu appena repressa una sedizione eccitata nella città dal partito ghibellino, che la flotta genovese, già di ritorno da Nizza, ripartì alla volta di Ostia sotto la condotta di Giacomo Malocello, portando a bordo molti vescovi francesi. Intanto Federico aveva fatti armare in Sicilia tutti i suoi bastimenti da guerra, i quali si unirono in Pisa alle galere della repubblica, delle quali aveva il comando il conte Ugolino Buzzacherino, cittadino pisano, della famiglia Sismondi, come le navi di Federico erano sotto gli ordini di Enzio suo figliuolo. La flotta ghibellina si pose tra la Meloria e l'isola del Giglio, ove il giorno tre di maggio si vide a fronte la flotta genovese, che, quantunque alquanto inferiore di forze, non rifiutò l'incontro. La battaglia fu lunga ed accanita, ma i Ghibellini riportarono infine la più completa vittoria. Di ventisette galere genovesi tre colarono a fondo, e diecinove furono prese, restando prigionieri quattro mila Genovesi, i due cardinali, i vescovi e deputati al consiglio: i primi furono condotti in Sicilia, gli altri a Pisa, ove vennero chiusi nel capitolo della cattedrale e caricati di catene d'argento per testificar loro anche nella cattività qualche sorta di rispetto. Immenso fu il bottino dai vincitori trasportato in città, dicendosi che il denaro si divise collo stajo tra i Pisani ed i Napoletani[41].

[41] _Raynaldi ann. 1241. § 54. p. 509. — Caval. Flaminio del Borgo, dissert. IV, p. 206_, con molte scritture originali. — _Barthol. Scribae contin. Caffari Annal. Genuens. l. VI, p. 485. — Cronache di Pisa di B. Marangoni. Supp. ad Scrip. Rer. Ital. t. I, p. 499. — Petri de Vineis Epistolae l. I, cap. 8. p. 115. — Ricordano Malespini istor. Fiorentina cap. 128. p. 962. — Paolo Tronci Annali Pisani p. 190._

La disfatta della flotta guelfa si pubblicò da Federico come un manifesto giudizio della provvidenza in suo favore. Pure i Genovesi che non avevano mai avuta una così terribile rotta, e che inoltre furono subito dopo attaccati dai Ghibellini per terra e per mare, non si avvilirono punto, e furono i primi a mandare conforti al papa sull'infortunio de' prelati, scongiurandolo a sostenere coraggiosamente la libertà della Chiesa. «Dal più grande fino al minor cittadino, gli scrivevano, tutti abbiamo dedicato le nostre vite ed i nostri beni a vendicare una così crudele ingiuria, ed a difendere la fede santa di Dio, e non avremo riposo finchè non vengano liberati i vostri fratelli.... Sappia la beatitudine vostra che i cittadini di Genova risguardano come cosa di nessuna importanza il danno sofferto; e che, messo da banda ogni altro affare, lavorano indefessamente a fare nuovi vascelli e ad armarli.... Quindi colle ginocchia piegate supplichiamo vostra santità, per il sangue di Gesù Cristo che voi rappresentate in terra, di non dar troppo valore all'infortunio da noi sofferto, e di non abbandonare la nobil causa che avete fin ora sostenuta[42].»

[42] La lettera viene riportata per disteso dal Raynaldo all'anno 1241. § 60 e 63. È scritta in nome di Guglielmo Sordo podestà, e del consiglio e comune genovese.

Intanto il papa scriveva ai sovrani del cristianesimo per interessarli a suo favore, come ai prelati prigionieri per consolarli nel loro infortunio; ed in pari tempo non trascurava la difesa di Roma e del suo territorio contro un nuovo attacco di Federico, che essendosi guadagnato nel sacro collegio Giovanni Colonna, cardinale di santa Prassede, aveva col suo mezzo fatti ribellare alla santa sede i feudi di Colonna, Lagosta, Preneste, Monticello, ec., mentre occupava colle armi Tivoli, Alba e Grottaferrata. Ma il vecchio pontefice non potè sopportare tanti travagli, e morì in Roma il 21 agosto del 1241, tre mesi e mezzo dopo la fatale rotta della flotta de' suoi alleati[43].

[43] Una vita di questo pontefice fu scritta da un anonimo, e conservata tra quelle del cardinale di Arragona. _Scrip. Ital. t. III, p. 575._ Ma questa vita è dettata con tanto fiele contro Federico, e con un così affettato stile, che riesce penoso il leggerla, difficile il darle fede.

(1242) Dopo la morte di Gregorio, la sede pontificia vacò quasi due anni; perchè appena può risguardarsi come un interrompimento dell'interregno il pontificato di Celestino IV, milanese, prima chiamato Goffredo da Castiglione, il quale non sopravvisse che dieciotto giorni all'elezione. Il sacro collegio trovavasi ridotto a pochissimi cardinali: dieci soltanto intervennero all'elezione di Celestino IV, e non più di sei o sette potevano entrare in conclave dopo la sua morte. E perchè per essere uno eletto papa deve avere in suo favore due terzi dei suffragi, bastava a Federico d'avere tre partigiani tra i cardinali per impedire ogni elezione che non fosse di suo aggradimento: talchè dopo così accanita guerra riusciva quasi impossibile agli elettori il mettersi d'accordo[44]. Del resto Federico ascrive ad altre non meno verosimili cagioni la loro irresolutezza: il loro piccol numero li avvicinava tutti in maniera al trono pontificio, che niuno di loro sapeva rinunciare alla speranza di occuparlo. Per metterli d'accordo, l'imperatore loro rimproverava nelle sue lettere il torto che facevano alla Chiesa, e queste lettere erano tali che giammai altro principe non ne aveva scritte di simili ad un conclave[45]. «A voi, diceva loro, figliuoli di Belial; a voi figliuoli d'Effrem, greggia di dispersione indirizzo queste parole; a voi, cardinali che siete colpevoli del conquasso del mondo intero; a voi che siete mallevadori dello scandalo di tutto l'universo, ec.» Questa lettera è probabilmente posteriore alle negoziazioni per un trattato di pace, che Federico intavolò senza effetto colla Chiesa. Quando conobbe di non potersi appacificare colla Chiesa, nemmeno quand'era senza capo, fece ricominciare le sospese ostilità nella campagna di Roma. Intanto più occupato del grand'affare dell'elezione del nuovo papa che della sommissione della lega lombarda, la lasciò molti anni in pace, o a dir meglio l'abbandonò alle dissensioni di cui aveva in se medesima i semi.

[44] _Raynald. 1241. § 85. p. 514. e 1242. § 1. p. 515. — Matteus Parisius hist. Angliae, an. 1242. p. 518._

[45] Questa lettera trovasi nella raccolta di quelle di Pietro delle Vigne, _l. I, c. 17. p. 138._ ed in _Raynaldus ad ann. 1242, § 2, p. 515_.

La potenza di alcuni gentiluomini che eransi usurpati la tirannide nella loro patria o nelle vicine città, moveva l'ambizione di tutti gli altri. Treviso era soggetto ad Alberico da Romano; Padova, Vicenza, Verona a suo fratello Ezelino; Ferrara al marchese d'Este; Mantova al conte di san Bonifacio, e Ravenna aveva lungo tempo ubbidito a Paolo Traversari. Tale era il furore delle fazioni, che all'esaltamento di una famiglia doleva assai più la caduta del partito guelfo o ghibellino, che la perdita della libertà. I nobili potenti speravano che le repubbliche che tuttavia duravano, sarebbero un giorno o l'altro loro preda; ed i nobili di second'ordine avevano la viltà di accontentarsi delle cariche che il favore de' nuovi principi lasciava loro sperare. In quella città per altro ove i nobili erano più eguali, quest'ordine procurava non già di darsi un padrone, ma di ristringere l'oligarchia e di allontanare affatto il popolo dal governo. La discordia tra i patrizj ed i plebei si manifestò in Milano l'anno 1240. Pretendevano i primi di far rivivere l'antica legge de' Lombardi, che limitava il compensamento di un omicidio ad una piccola somma di danaro, cioè a sette lire e dodici soldi di terzuoli[46]. Il popolo risguardava questa legge come fatta contro di lui, e come quella che metteva a troppo vil prezzo il capo di un plebeo. Lagnavasi inoltre, perchè ne' tempi in cui la repubblica andava soggetta a spese considerabili, i nobili si liberavano da qualunque imposta ritirandosi ne' loro castelli; e perchè, malgrado le fresche leggi che dividevano con perfetta eguaglianza tra i due ordini le magistrature dello stato, e le dignità della chiesa, i nobili soli ne usurpassero tutte le cariche. Onde per sottrarsi ad un giogo che diventava ogni giorno sempre più insopportabile, il popolo risolse di eleggere un protettore; e Pagano della Torre, signore della Valsassina, che aveva, dopo la rotta di Cortenova, salvata parte dell'armata milanese, parve l'uomo più degno di occupare questa carica[47]. E per tal modo mentre il popolo attaccava i privilegi della nobiltà, non rinunciava al vantaggio che un'illustre nascita poteva dare alla sua causa, e sceglieva un nobile per tribuno della democrazia.

[46] Dietro il peso della moneta milanese, di cui devo la notizia alla gentilezza del conte Luigi Castiglione; io valuto la lira di terzuoli di quel tempo a quindici franchi tornesi, ossia sette lire e dodici soldi a lir. 114 di Francia.

[47] La casa della Torre di Milano pretende essere un ramo di quella di _Latour d'Auvergne_. Ma i suoi genealogisti non si appagarono di tale origine. Gli annali di Milano fanno rimontare i Della Torre ai tempi di sant'Ambrogio, _c. 12. p. 649_. Il Corio li fa discendere da un bastardo di Ettore, chiamato Franco, _p. II, p. 100_. Finalmente un monaco che non voleva essere soverchiato, ascende in retta linea da Pagano fino ad Adamo. _Presso il Giulini, p. 544._

Dall'altra banda i gentiluomini milanesi scelsero per loro capo un uomo straordinario, Leone di Perego, frate eloquente dell'ordine de' Francescani, che di que' tempi, secondo raccontano quasi tutti gli storici, si era da sè medesimo eletto arcivescovo, valendosi della piena facoltà che gli aveva dato il capitolo di scegliere un nuovo prelato, siccome ad uomo di provata santità ed alieno da pensieri ambiziosi[48]. Frate Leone da quest'epoca in poi abbracciò i pregiudizj dell'aristocrazia con quella violenza di cui era capace la sua anima di fuoco, comunicò tutta la sua energia al proprio partito, e lo sostenne in mezzo alle disgrazie colla sola forza del suo carattere.

[48] _Ann. Mediol. Anonimi, c. 11-13, t. XVI, p. 649. — Galvaneus Flamma Manip. Flor. c. 273-275, t. XI, p. 677 — Conte Giulini Memorie t. VII, l. LII, p. 542-555. — Corio storia di Milano, p. II, p. 100-102._

Indipendentemente dalle discordie civili, l'animosità delle città, le une contro le altre, bastava per tener viva la guerra in tutta la Lombardia, senza che l'imperatore vi prendesse parte. Ma i piccoli vantaggi ottenuti dai Milanesi contro i Pavesi, dai Bresciani contro i Veronesi, dai Genovesi contro i ribelli di Savona e di Albenga, d'Ezelino contro il marchese d'Este, non possono descriversi minutamente che nelle particolari storie di quelle città. Nondimeno questa piccola guerra non fu di leggier vantaggio alla parte guelfa, poichè queste contese furono cagione che si unissero alla lega lombarda i marchesi di Monferrato, del Cerreto e della Ceva, e le città di Vercelli e di Novara.

(1243) Finalmente il conclave, dopo lunghe deliberazioni[49], si accordò a collocare sulla cattedra di san Pietro Sinibaldo del Fiesco, uno de' conti di Lavagna, cardinale di san Lorenzo in Lucina, che prese il nome d'Innocenzo IV. Benchè non si sappia qual parte avesse Sinibaldo ne' pubblici affari prima di essere eletto papa, raccontano tutti gli storici ch'egli godeva dell'intima amicizia di Federico, e che fino a tale epoca la casa de' Fieschi di Genova mostrossi attaccata al partito ghibellino: ed è quindi facil cosa che andasse in parte debitore della sua elezione ai partigiani dell'imperatore, i quali almeno festeggiarono pubblicamente tale avvenimento. Parve che Federico prendesse parte alla loro allegrezza; ma egli prevedeva troppo bene gli effetti di tanta potenza sopra un cuore ambizioso, ed è noto aver detto con dolore ai suoi confidenti: «Ho perduto uno zelante amico nel collegio de' cardinali, e lo vedo trasformato in un papa che diverrà il mio più crudele nemico[50].»

[49] Il 24 giugno.

[50] _Ricordano Malespini istorie fiorentine, c. 132, p. 964. — Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 276, p. 680. — Raynaldus ad an. 1243, § 12, p. 525. — Flaminio del Borgo nella dissertazione IV, p. 239_, confuta questo racconto colle più deboli ragioni del mondo.

Malgrado questo pronostico che non tardò a verificarsi, Federico fece ogni sforzo per pacificarsi colla Chiesa col mezzo di questo nuovo pontefice. Per felicitare Innocenzo sul di lui innalzamento al trono pontificio, e per domandare la pace, gli mandò una solenne ambasciata composta de' più illustri personaggi de' suoi stati, il suo gran-cancelliere Pietro delle Vigne, il gran maestro dell'ordine teutonico, ed Ansaldo de Mari, grande ammiraglio di Sicilia, concittadino del papa, e come lui appartenente ad una casa ghibellina. Gli fece dire d'essere disposto ad una compiuta sommissione, proponendogli ad un tempo un glorioso parentado per la famiglia del Fiesco[51], il matrimonio di una nipote del papa per Corrado suo figliuolo ed erede presuntivo. Innocenzo dal canto suo mostravasi desideroso della pace, per cui entrò volentieri a trattarne: ma egli domandava che precedentemente alle concessioni della Chiesa, Federico accordasse la libertà a tutti i suoi prigionieri, e le restituisse le terre conquistate: l'imperatore invece chiedeva che la santa sede desistesse dal proteggere i Lombardi, e richiamasse il legato che predicava tra que' popoli la crociata contro di lui: e perchè niente potè ottenere dal papa di quanto gli aveva chiesto, assediò Viterbo ch'erasi di fresco ammutinato[52].

[51] _Nicolai de Curbio, postea Episcopi Assisinatensis vita Innocenti IV, Script. Rer. Ital. t. III, c. 11. p. 592._