Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 26

Chapter 262,811 wordsPublic domain

(1281) L'ambasciatore del re d'Arragona aveva per missione ostensibile, presso Martino IV, di felicitarlo intorno alla sua elezione e di domandargli la canonizzazione di frate Raimondo di Pinnaforte, monaco catalano, ch'era morto nel principio del 1275, dopo avere, si diceva, risuscitati almeno quaranta morti, ed attraversato il mar Baleare sopra il suo mantello che gli teneva luogo di nave[395]. Le raccomandazioni dell'Arragonese non furono vantaggiose alla causa del beato; furono anzi cagione che la sua canonizzazione si protraesse fino all'anno 1601. Quando poi l'ambasciatore arragonese volle ricordare al papa i diritti di Costanza alla corona delle due Sicilie, Martino gli rispose adirato: «Dite al vostro padrone che, prima di chiedere grazie alla santa sede, pensi a pagarle con tutti gli arretrati l'annuo tributo, che suo avo promise alla Chiesa allorchè se ne dichiarò vassallo e feudatario[396].»

[395] _Indices rerum ab Aragon. Regibus gestarum Hisp. ill. t. III, p. 116_: quest'opera è un compendio dello Zurita, della quale io non ho più per le mani il testo spagnuolo. — _Raynald. ad an. 1275, § 13, p. 237, ex Leandro et Zurita._

[396] _Giannone l. XX, c. 5, t. III, p. 60, ex Costanzo l. II. — Mariana Hist. de las Españas l. XIV, c. 6. — Hisp. illust. t. II, p. 621._

Gli ambasciatori de' Siciliani furono ancora più mal ricevuti: era stato scelto per questa missione Bartolomeo, vescovo di Pacto, ed un religioso domenicano. Martino non volle ascoltarli che in pieno concistoro; e quando furono ammessi, osservarono con maraviglia, che sedeva tra i loro uditori anche il re Carlo. Pure il prelato, senza punto sbigottirsi, prese per testo le seguenti parole della Scrittura: «Figlio di Davide, abbi pietà di me, perchè la mia figliuola è crudelmente tormentata da un demonio.» Espose in seguito la tirannia e le soverchierie dei ministri di Carlo, e voltosi al re con nobile sicurezza, lo richiese di porvi rimedio. Quand'ebbe terminato il discorso, fu congedato senza risposta; ma sortendo dall'udienza le guardie di Carlo presero i due ambasciatori e li chiusero in carcere[397]. Vero è che il prelato potè a forza di danaro corrompere i custodi e fuggire; ma l'altro penò più anni in una crudele prigione. Il vescovo, tornato in Sicilia, manifestò francamente a Messina l'esito della sua legazione. Altri Siciliani, arrivati da Napoli, soggiunsero, che Carlo preparavasi a spedire nell'isola l'armata assoldata contro i Greci, disposto a punire le sediziose disposizioni de' Siciliani col ferro e col fuoco.

[397] _Nicolai Specialis rerum Sicul. l. I, c. 3, p. 924, t. X._

Frattanto Giovanni di Procida aveva nel 1281 fatto un secondo viaggio a Costantinopoli, e ne aveva riportate venticinque mila once d'oro, che diede al re Pietro, colla promessa di più ragguardevole sussidio, che gli verrebbe pagato tosto che la sua armata sarebbesi posta in movimento[398]. Pietro non frappose ulteriori dimore, e, dando voce d'andare ad attaccare i Saraceni dell'Affrica, adunò un'armata di dieci mila uomini a piedi, con soli trecento cinquanta cavalli, e fece equipaggiare pel trasporto diecinove galere, quattro grandi vascelli ed otto palandre[399].

[398] _Gio. Villani l. VII, c. 59. p. 276._

[399] _Annales Genuens. Caffari Contin. l. X, p. 576._

Tutti i trattati di Giovanni di Procida erano rimasti affatto ignoti; ma perchè si conoscevano le pretese sulla Sicilia della regina Costanza, il re di Francia e quello di Napoli concepirono qualche sospetto intorno all'armamento del monarca arragonese. Filippo l'ardito, ch'era suo cognato, gli fece domandare ove volesse portare le sue armi; ed egli rispose che voleva attaccare i nemici della fede siccome avevano praticato i suoi antenati, e che pregava Filippo di voler concorrere a così santa impresa, mandandogli 40,000 lire tornesi di cui aveva grandissimo bisogno. Filippo lo fece; ma non avendo deposto ogni sospetto, consigliava il papa e Carlo a chiedere a Pietro nuovi schiarimenti. Martino mandò all'Arragonese un Domenicano per interrogarlo a nome della Chiesa intorno al segreto della sua spedizione, promettendo i soccorsi della santa sede, se effettivamente armava contro i nemici della fede; e vietandogli di procedere più oltre se pensava di attaccare un principe cristiano. Pietro si accontentò di rispondergli che se una delle sue mani manifestasse all'altra il suo segreto, la troncarebbe all'istante[400]. Allorchè Martino comunicò tale risposta a Carlo: «Io ve lo aveva ben detto, soggiunse il re di Sicilia, che l'Arragonese era un miserabile;» non pertanto egli non prese veruna precauzione. Gli apparecchi di Pietro si prolungarono fino al cominciamento del 1282 che egli spiegò le vele alla volta dell'Affrica. A quest'epoca era già scoppiata la congiura in Sicilia, ma Pietro non poteva saperlo, e stette aspettando l'andamento delle cose nelle vicinanze d'Ippona, facendo freddamente la guerra ai Mori.

[400] _Gio. Villani l. VII, c. 59. p. 277._

Giovanni di Procida non aveva aspettato che la flotta arragonese fosse apparecchiata per passare in Sicilia e scorrere quell'isola sotto diversi travestimenti. Col danaro de' Greci somministrava armi a chiunque non ne aveva; alimentava, riscaldava il loro spirito colla speranza di una pronta liberazione, e soprattutto comunicava ai suoi compatriotti quel profondo implacabile odio contro i Francesi, ch'era la molla di tutte le sue azioni. Egli non formava congiure, ma eccitava le passioni del popolo onde fosse apparecchiato ad ogni avvenimento ed al risentimento dei primi oltraggi, troppo sicuro che non mancherebbe poi qualche eccitamento al comune odio. Chiedeva soprattutto ai nobili ed ai militari che avevano lungo tempo soggiornato nell'interno dell'isola, di passare a Palermo e di frammischiarsi ancora ai loro concittadini, ond'essere a portata di dirigere i movimenti popolari tosto che scoppierebbero[401].

[401] _Gio. Villani l. VII, c. 60. p. 277._ — _ Jacchetto Malespini contin. Ricordani, c. 209. p. 1029._

All'indomani della Pasqua, lunedì 30 marzo 1282, i Palermitani, com'era loro costume, si posero in via per andare ai vesperi alla chiesa di Monreale, tre miglia lontana dalla città. Era il passeggio ordinario de' giorni di festa, e tutto il cammino trovavasi coperto di uomini e di donne. I Francesi stabiliti in Palermo, e lo stesso vicario reale prendevano parte alla festa ed alla processione. Questi per altro aveva pubblicato un'ordinanza, che vietava ai Siciliani di portar armi per esercitarsi nel maneggio delle medesime ne' giorni festivi, secondo l'antica usanza[402]. I Palermitani erano dispersi pei prati raccogliendo fiori, e salutando con grida di gioja il ritorno di primavera, quando una giovanetta, non meno distinta per la sua bellezza che pei suoi natali, s'avviò al tempio, accompagnata dallo sposo, cui era promessa dai suoi parenti e da' suoi fratelli. Un Francese per nome Drovet s'avanzò con insolenza verso la giovane, e sotto pretesto di assicurarsi che non avesse armi nascoste, le pose sfrontatamente la mano in seno: la fanciulla cadde svenuta tra le braccia del suo sposo, ed un grido di furore si alza tutto ad un tratto, _muojano, muojano i Francesi_! e Drovet, ferito colla propria spada, fu la prima vittima della rabbia popolare. Un solo non si sottrasse alla morte di quanti Francesi assistevano alla festa. I Siciliani, quantunque disarmati, ne uccisero duecento in campagna, mentre le campane di Monreale suonavano i vesperi. Dalla campagna il popolo furibondo rientrò in città gridando sempre, _muojano i Francesi_, e qui la carnificina ricominciò più feroce che mai. Una terribile rappresaglia fa questa del massacro di Benevento e di Augusta, benchè esercitata sopra un minor numero di Francesi: uomini, donne, fanciulli, tutto quanto apparteneva a questa detestata nazione fu messo a morte, ed il ferro andò fino a cercare nel seno d'una sposa siciliana l'abborrito frutto della sua unione con un Francese. Quattro mila persone perirono in questa prima notte[403].

[402] _Bartholom. de Neocastro c. 14, p. 1027._

[403] Velly nella sua storia di Francia _ad an._ aggiugne a questo racconto molte circostanze ed aneddoti intorno alla morte di varj cavalieri francesi. Non so dove gli abbia presi, non certo negli autori da lui citati. Forse furono conservati dalla tradizione. È sopra tal sorta d'autorità che raccontasi che i Siciliani riconoscevano i Francesi alla pronuncia di due vocaboli _ceci_ e _ciceri._ I Francesi non riuscivano quasi mai a pronunciare il _c_ italiano, e l'accentazione loro riesce ancora più difficile.

Per grande che fosse l'odio de' Siciliani, mal sapevano risolversi ad imitare l'esempio di Palermo; tutto il mese d'aprile si consumò in vani attacchi de' Francesi contro Palermo ed in trattati di quegli abitanti cogli altri Siciliani. Ma pareva che il furore de' Palermitani fosse contagioso; e la loro resistenza e l'impunità di cui godevano, erano d'incoraggiamento a coloro che volevano imitarli. Gli abitanti di Bicaro ed in seguito quelli di Corleone unironsi a quelli di Palermo, suggellando la loro alleanza col sangue de' Francesi che trovarono nel loro paese, mentre che quelli di Calatafino, governati dal rispettabile Guglielmo de' Porcelets, nobile provenzale, che solo di tutti i Francesi non aveva offesa l'umanità, nè tradita la giustizia, mandavano onoratamente al di là del Faro quest'uomo virtuoso colla sua famiglia. Tutte le borgate e le città dell'isola si andavano una dopo l'altra associando alla ribellione. Messina fu l'ultima ad entrare nella congiura: tutti i soldati francesi eransi rifugiati in questa città; e vi si trovava il vicario reale alla testa di seicento cavalli; ma il 28 aprile i cittadini atterrarono gli stemmi di Carlo d'Angiò, cacciarono il suo vicario ed i soldati al di là del Faro e giurarono di voler essere partecipi della sorte degli abitanti di Palermo. Nel precedente giorno i Palermitani avevano spedita una deputazione a Pietro d'Arragona per invitarlo a venire a prendere possesso del regno di Sicilia e a dare soccorso a' suoi sudditi che si ponevano tra le sue braccia.

La notizia dei Vesperi Siciliani era stata più sollecitamente recata a Carlo d'Angiò; l'arcivescovo di Monreale erasi affrettato di spedirgliela alla corte di Roma, ove allora dimorava. «Sire Dio, gridò Carlo nel riceverla, poichè ti piacque di mandarmi un infortunio, ti piaccia almeno di ordinare che il mio abbassamento si faccia lentamente[404].»

[404] _Giovanni Villani l. VII, c. 61. p. 278._

FINE DEL TOMO III.

TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO III.

CAPITOLO XVI. _Continuazione del regno di Federico II. — Guerra della lega lombarda contro questo imperatore. — Viene dal papa deposto nel concilio di Lione._ 1234=1245 _pag._ 3

Conformità e differenze tra i due Federici e le due leghe lombarde _ivi_ Pericolosa situazione di papa Gregorio IX 5 1234 Gregorio IX accusato d'aver fatto ribellare Enrico figliuolo dell'imperatore contro il padre 7 1235 Federico fa prigioniero a Worms suo figliuolo, e lo manda in Puglia, ove muore 9 Ezelino III da Romano richiama Federico in Lombardia 10 Ezelino III e suo fratello Alberico eransi tra di loro divisi gli stati paterni l'anno 1232 in seguito all'abdicazione fattane dal padre per divozione 11 Alberico da Romano signore di Treviso 12 Ezelino III fatto podestà di Verona l'anno 1226 13 1236 Ezelino introduce in Verona una guarnigione imperiale, che rende più ferma la sua autorità _ivi_ Cremona, Parma, Modena e Reggio fedeli alla parte ghibellina _ivi_ Opposto carattere delle aristocrazie e delle oligarchie 14 Oligarchie sediziose della Marca Trivigiana 16 Federico II entra in Verona il 16 agosto con un'armata tedesca 17 Sorprende Vicenza, che abbandona al saccheggio 18 Padova affida a sedici gentiluomini la cura della sua difesa 19 1237 Tradimento dei nobili; sforzi del podestà per salvare la repubblica 20 Padova data in mano d'Ezelino 21 Questi prende con astuzia alcuni ostaggi che fa custodire nelle sue fortezze 23 Fa arrestare il priore di san Benedetto, di cui teme l'influenza 24 Federico II riunisce presso Verona un'armata 28 Invade lo stato di Brescia 29 Batte i Milanesi a Cortenova il 27 di novembre 30 I Milanesi fuggiaschi accolti da Pagano della Torre signore della Valsassina 31 1238 Federico si avanza nel Piemonte staccando dalla lega quelle città 33 Assedia Brescia senza riuscita 34 Guerra tra Ezelino ed il marchese d'Este appaciata da Federico 36 1239 Federico viene scomunicato da Gregorio IX 37 Pietro dalle Vigne, cancelliere dell'imperatore giustifica il suo padrone innanzi al popolo di Padova _ivi_ Il marchese d'Este, il conte di san Bonifacio ed Alberico da Romano si staccano dall'imperatore 39 Principio delle crudeltà d'Ezelino 40 Federico si porta in Toscana 41 Guerre civili in Sardegna tra i gentiluomini pisani 43 I Visconti di Pisa stabiliti in Sardegna si dichiarano per la parte guelfa _ivi_ Le fazioni di Pisa assumono i nomi di Conti e di Visconti 44 Federico accorda il titolo di re di Sardegna ad Enzio suo figlio naturale _ivi_ 1240 Federico s'avvicina a Roma ove Gregorio predica contro di lui la crociata 45 I Guelfi prendono Ferrara e lasciano morire in prigione il vecchio Salinguerra 47 Gregorio IX convoca un concilio in Laterano pel susseguente anno 48 1241 I Pisani armano una flotta per prendere i prelati francesi 51 I prelati s'imbarcano sopra una flotta genovese e sono attaccati e fatti prigionieri il 3 maggio in faccia a Meloria da Ugolino Buzzacherino dei Sismondi _ivi_ Costanza de' Genovesi dopo la disfatta 52 Morte di Gregorio IX accaduta il 21 agosto 53 1242 Vacanza della santa sede. Lettera di Federico ai cardinali 55 Discordia nelle città cagionata dall'ambizione de' gentiluomini 56 Pagano della Torre capo in Milano del partito democratico 57 Fra Leone da Perego arcivescovo di Milano alla testa dei nobili 58 Guerre tra le città Lombarde 59 1243 Sinibaldo del Fiesco eletto papa il 24 giugno col nome d'Innocenzo IV _ivi_ Negoziazioni di Federico col nuovo pontefice 61 1244 Il 27 giugno il papa fugge travestito dallo stato della chiesa e s'imbarca 63 Viene condotto a Genova dal podestà 65 Cospirazione de' Francescani contro Federico, nella quale è complicato il papa 66 1245 Il papa giugne a Lione e vi aduna un concilio 67 Il 28 giugno si fa l'apertura del concilio. Disgrazie della Cristianità _ivi_ L'imperatore accusato da Innocenzo viene difeso da Tadeo di Suessa 70 Seconda sessione del concilio nella quale è citato l'imperatore _ivi_ Terza sessione tenuta il 17 luglio 71 L'imperatore è condannato dal concilio, e deposto dal papa 74

CAPITOLO XVII. _Fine del regno di Federico II. — Assedio di Parma. — Rivoluzioni di Toscana. — Tirannide d'Ezelino._ 1245=1250 75

1245 Accanimento dei papi contro la casa di Svevia _ivi_ Aperta opposizione alla chiesa dei gentiluomini, e dei letterati 76 Attaccamento al papa de' Francescani e de' Domenicani 77 Rapide conversioni da loro operate, seguite da subite rivoluzioni 79 Molti nobili di Parma abbracciano il partito della chiesa _ivi_ 1246 Il papa tenta di sollevare contro Federico le due Sicilie 80 Congiura dei San Severini contro Federico 82 Congiura di Pietro delle Vigne 84 Tenta d'avvelenare l'imperatore 87 Volontaria morte di Pietro delle Vigne _ivi_ Sforzi fatti da Federico per riconciliarsi colla Chiesa 90 1247 Domanda di passare in Oriente per far la guerra agl'infedeli 91 Va fino a Torino per recarsi alla corte del papa 92 È richiamato a dietro dalla rivoluzione di Parma scoppiata il 16 giugno 93 Importanza della città di Parma per Federico 94 I capi de' Guelfi vi si chiudono dentro per difenderla 95 I Ghibellini si portano al campo dell'imperatore sotto Parma 96 Federico fa prova di spaventare i Parmigiani coi supplicj 97 I soldati di Pavia fanno cessare queste crudeltà 98 Federico fonda presso Parma una città, cui dà il nome di Vittoria 98 1248 L'armata di Federico viene sorpresa il 18 di febbrajo, e distrutta la sua città della Vittoria 100 Federico fa nuove istanze al re di Francia per essere rappacificato colla Chiesa 101 I grandi signori Francesi irritati dalla durezza del papa 102 Preponderanza del partito ghibellino in Toscana 103 Firenze inclina a favore dei Guelfi _ivi_ L'imperatore manda a Firenze suo figlio, Federico d'Antiochia 105 I Guelfi cacciati fuori di Firenze la notte della candelora 107 1249 L'imperatore insegue i Guelfi ne' castelli di Toscana che assedia 108 1248 Ottaviano degli Ubaldini legato del papa a Bologna 109 I Bolognesi costringono le città della Romagna ad abbracciare il partito guelfo 110 1249 L'armata Bolognese va contro Enzio sul Panaro 111 Battaglia di Fossalta del 16 maggio 1249 112 Rotta dei Ghibellini, Enzio fatto prigioniere 114 1249 Enzio condotto in trionfo nelle prigioni di Bologna 115 Vi è tenuto fino alla morte, 1271 116 I Modenesi insultati dai Bolognesi sono costretti di battersi 117 Trattato tra Bologna e Modena del 19 gennajo 1250 118 1239-1250 Progressi e crudeltà d'Ezelino da Romano 119 Fa morire di fame i quattro signori di Vado nel 1240 122 Fa morire suo nipote Guglielmo di Campo Sampiero, e tutti i suoi parenti 123 1250 Coraggio di Raineri di Bonello, e di Giovanni di Scanarola 124 Accusati che muojono sotto la tortura 125 Fabbrica di nuove prigioni più orribili che le antiche _ivi_ Crudeltà d'Ansedisio de' Guidotti podestà d'Ezelino a Padova 126 Strage dei Delesmanini amici e parenti d'Ezelino 127 Nuovi tentativi di Federico presso san Luigi per la pace della Chiesa 128 Morte di Federico II a Fiorentino nella Capitanata accaduta il 13 dicembre 130 Ritratto di Federico fatto da Giovan Villani _ivi_ Ritratto di Federico fatto da Nicola di Jamsilla 131

CAPITOLO XVIII. _Innocenzo IV torna in Italia. — Sue guerre con Corrado e Manfredi. — Sua morte. — Roma sotto il suo pontificato; il senatore Brancaleone. — La Toscana: il governo popolare si stabilisce in Firenze._ 1251=1255 134