Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 25

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Il cardinale Latino cominciò in Romagna la sua missione di pace: vi trovò i Geremei ed i Lambertazzi di Bologna indeboliti da una lunga serie di combattimenti. I primi, ch'erano rimasti in possesso della città, non erano sufficienti a difenderne il territorio, ed ogni giorno provavano nuove perdite, mentre i secondi, nel loro esilio non avendo più nulla da perdere, con improvvisi attacchi si assicuravano quasi sempre la vittoria. Il cardinale incominciò dal far riconoscere in ogni città l'autorità di suo cugino, il nuovo conte di Romagna, affinchè queste dominate da' Guelfi o da' Ghibellini che fossero, trovandosi dipendenti da un capo solo avessero un punto d'unione ed un arbitro delle loro discordie. Recossi in tutte queste città col conte Bertoldo; e perchè il cardinale era predicatore dell'ordine di san Domenico, nell'istante dell'inaugurazione del conte, predicò la pace ai Lambertazzi a Faenza ed a Forlì, ed a' Geremei a Imola ed a Bologna. Giunto in quest'ultima città, dietro gli espressi ordini avuti dal papa, adunò cinquanta commissarj d'ogni fazione, ai quali presentò un progetto d'accomodamento fatto dallo stesso papa, in forza del quale i Lambertazzi e tutti i fuorusciti dovevano essere chiamati a Bologna e riammessi all'intero godimento de' loro beni. Erano peraltro eccettuati alcuni capi, la di cui presenza avrebbe potuto risvegliare i sopiti odj, i quali per certo determinato tempo dovevano ancora soggiornare fuori di Bologna ne' luoghi che loro assegnerebbe il papa; tutte le proprietà prese da ambe le parti dovevano essere restituite; le società popolari, che non servivano che a tener vivo lo spirito di partito ed a far nascere le guerre civili, furono abolite; per ultimo, il papa riservavasi il diritto di mantenere con tutte le pene ecclesiastiche, se il bisogno lo richiedesse, le condizioni della presente pace[368].

[368] Queste condizioni trovansi nel _Ghirardacci l. VIII, p. 239-243_.

(1279) Dopo lunghi trattati la pace fu finalmente conchiusa sotto le condizioni dettate dal papa; ogni partito garantì la pace colla promessa di cinquanta mila marche d'argento; ogni comune della Romagna segnò pure il trattato e diede cauzione per una determinata somma. Finalmente il giorno 4 agosto del 1279 essendo stati conchiusi tutti questi trattati, le due fazioni de' Geremei e de' Lambertazzi si adunarono sulla piazza di Bologna, tutt'all'intorno ornata di ricchi tappeti sparsi di ghirlande di fiori e di festoni di verzure. Stava presso la porta dei palazzo una cattedra magnifica coperta di broccato, nella quale andò a sedere il cardinal legato, accompagnato dagli arcivescovi di Bari e di Ravenna, dai vescovi di Bologna e d'Imola e dall'abate di Galliati, tutti pontificalmente vestiti. Il legato con un eloquente discorso predicò la pace ai cittadini adunati, fece in appresso leggere le lettere del papa ed il sottoscritto compromesso; e infine fece che si avanzassero cinquanta de' più riputati cittadini d'ogni fazione, e fece loro giurare sul santo vangelo, in nome di tutti i loro concittadini, di vivere continuamente in buona pace ed amicizia gli uni cogli altri. I procuratori ed i sindaci delle due fazioni si abbracciarono, e quest'augusta cerimonia si terminò con feste rallegrate dalla gioja universale[369].

[369] Il Ghirardacci, _Stor. di Bolog. l. VIII, p. 248_, nomina 138 famiglie ghibelline e 129 guelfe che segnarono il trattato. _Cron. Miscel. di Bologna t. XVIII, p. 288, 289. — Mathæus de Griffon. Memor. Hist. t. XVIII, p. 126. — Chron. F. Francisci Pipini l. IV, c. 10. t. IX, p. 718. — Ann. Foroliviens. t. XXII, p. 146. — Annales Cœsenat. t. XIV, p. 1104._

Prima che avesse fine il pacificamento di Bologna, il cardinale Latino erasi allontanato da quella città per pacificare anche le città della Toscana. Giunse a Firenze il giorno 8 d'ottobre del 1278, accompagnato da trecento cavalieri, sudditi della chiesa. Vennero ad incontrarlo i magistrati, il clero ed il popolo, preceduti dal carroccio. Firenze non abbisognava meno di Bologna d'un paciere; perchè non solamente trovavansi esiliati i Ghibellini, ma si era pure manifestata nel partito guelfo una nuova divisione. La casa degli Adimari erasi inimicata con quelle dei Donati, dei Tosinghi e dei Pazzi; e queste numerose e potenti famiglie avevano ridotto il popolo a prendere parte alla loro lite. Il cardinale legato impiegò quattro mesi a soffocare queste private nimistà, ad assicurare la riconciliazione delle famiglie coi matrimoni, a punire colla scomunica coloro che rifiutavansi di pacificarsi, i quali poi erano dalla repubblica esiliati. Dopo le quali pratiche, in febbrajo del 1279 adunò il popolo in parlamento sulla piazza di santa Maria Novella, ch'era stata per tale circostanza ornata di fiori; esortò i Fiorentini alla pace, della quale pronunciò le condizioni: il ritorno de' Ghibellini in patria, la restituzione dei loro beni, la partecipazione agli ufficj pubblici; impegnò centocinquanta de' più ragguardevoli cittadini d'ambo le parti a darsi in presenza del popolo il bacio di pace; fece bruciare tutte le sentenze ch'erano state pronunciate; e non abbandonò Firenze finchè non ebbe ristabilita la tranquilità e la concordia[370].

[370] _Gio. Villani l. VII, c. 55, p. 272. — Ricordano Malaspini Ist. Fior. c. 205, p. 1023._

Anche a Siena si fece la pace per le persuasioni dello stesso cardinale a condizioni press'a poco eguali; e furono richiamati i Ghibellini esiliati[371]. Pacificate la Marca d'Ancona, la Romagna e la Toscana, altro non rimaneva al compimento della missione del cardinal Latino che di riconciliare anche in Lombardia i Guelfi ed i Ghibellini. Il re Carlo che, avanti il pontificato di Nicolò, era stato l'arbitro d'Italia, vedevasi ora ridotto al solo governo delle Sicilie; rotti erano tutti i suoi progetti, i suoi nemici tornati al possedimento de' loro beni e del governo della loro patria, quando il papa, sorpreso dalla gocciola, improvvisamente morì a Suriano[372].

[371] _Malavolti Stor. di Siena p. II. l. III, p. 45._

[372] Morì il 19 agosto del 1280.

Carlo non aveva fatto conoscere quanto fosse irritato per la condotta del papa; ma mentre dissimulava le sue ingiurie, andava assicurandosi della seguente elezione, onde non fosse dato alla chiesa per capo un suo nemico. Quand'ebbe avviso della morte di Nicolò, recossi subito a Viterbo ove trovavansi adunati i cardinali; e siccome Giovanni XXI nel suo breve pontificato aveva sospesa la costituzione di Gregorio X, in virtù della quale i cardinali dovevano essere chiusi in conclave, Carlo seppe ben tosto in quali partiti era diviso il sacro collegio. Aveva contro di lui tutti i cardinali italiani, e particolarmente i parenti dell'ultimo papa. Per giugnere a' suoi fini fece nascere in Viterbo una sedizione, durante la quale fece rapire i due cardinali Orsini e il cardinale Latino e li sostenne in una specie di prigione, mentre strigneva gli altri a nominare il papa[373]. Dopo un interregno di sei mesi i cardinali italiani che restavano in conclave, spaventati dalla sorte dei loro colleghi, il 22 febbrajo del 1281 unirono i loro suffragi a quelli de' cardinali francesi e nominarono papa Simone, cardinale di santa Cecilia, in addietro canonico di Tours. Carlo non poteva scegliere un uomo che gli fosse più attaccato, che più ciecamente favoreggiasse i suoi progetti, o più bassamente servisse alle sue passioni in onta delle leggi della chiesa e dell'interesse della Cristianità.

[373] _Rayn. an. 1281, § 1 e 2, p. 324. — Ptolom. Lucensis Hist. Eccles. l. XXIV, c. 1 e 2, t. XI, p. 1185. — Ricord. Malaspini c. 207, p. 1025. — Gio. Villani l. VII, c. 57, p. 275._

Al re di Sicilia non poteva riuscire utile il riconciliamento delle due fazioni in Italia: per lo contrario la sua ambizione non potev'essere soddisfatta che dal trionfo de' Guelfi e dalla ruina de' Ghibellini. Il nuovo papa, che fecesi chiamare Martino IV, spogliò del comando della Romagna il conte Bertoldo Orsino, e diede questo contado ad un ufficiale di Carlo, detto Giovanni d'Appia, cui ordinò di attaccare i Ghibellini ed i Lambertazzi cacciati nuovamente da Bologna; di perseguitare Guido di Monte Feltro loro generale, e d'assediare Forlì ove tutti eransi ritirati[374]. Invano questi, già traditi a Faenza da Tibaldello Zambrasi, che approfittò del sonno de' suoi ospiti per darli colla sua patria in mano de' Guelfi[375], spedirono ambasciatori al papa per rappresentargli ch'erano esiliati e proscritti in ogni luogo. Proponevano di ritirarsi ancora da Forlì, purchè il papa loro assegnasse un luogo in cui potessero vivere. Martino non si degnò di rispondere, ed invece li colpì con nuove scomuniche, ordinando in tutta la cristianità il sequestro dei beni degli abitanti di Forlì a profitto della santa sede.

[374] _Bolla presso Rayn. an. 1281, § 12, p. 326. — Ann. Foroliv. t. XXII, p. 146-153._

[375] Tibaldello Zambrasi posto da Dante all'inferno fra i traditori, _Canto XXXII; ver. 122_, erasi mortalmente inimicato coi Lambertazzi per cagione d'un majale che gli fu tolto. Si fece per più mesi creder pazzo, e risvegliava improvvisamente i suoi concittadini gridando alle armi, o facendo suonare per le strade istrumenti di bronzo. Quando gli ebbe avvezzati a non allarmarsi per verun rumore, introdusse in città i Bolognesi loro nemici. _Ghirardacci l. VIII, p. 256._

Martino erasi fatto nominare senatore di Roma; ma invece di conservare per sè una dignità conferitagli dal popolo, la trasmise subito al re Carlo, in onta alle costituzioni di Nicolò III, che escludevano i re ed i principi potenti dalla dignità senatoriale. Nello stesso tempo distribuì le truppe francesi non solo in tutta la Romagna, ma nella Marca d'Ancona, nella Campania, nel ducato di Spoleti e nel patrimonio di san Pietro, dando a tutte le città governatori e comandanti, che sceglieva tra gli ufficiali, o nella stessa famiglia del re siciliano. Carlo, per non perdere di vista questo pontefice che vivea sotto la sua tutela, dimorava sempre con lui in Viterbo[376].

[376] _Raynald. Ann. § 14, p. 326._

Finalmente il re di Sicilia volgeva gli ambiziosi suoi pensieri alla Grecia, che meditava di togliere a Paleologo per darla a suo genero Filippo, figliuolo dell'ultimo imperatore de' Latini; e Martino IV cercò d'adonestare questa nuova guerra con motivi di religione. Scomunicò Michele Paleologo per essere ricaduto nello scisma, o eresia de' Greci[377], accomunando la stessa pena a tutti coloro che contraessero con lui alleanza, o gli prestassero ajuto, mentre l'infelice Paleologo, per aver voluto rappacificarsi colla chiesa d'Occidente, erasi provocato l'anatema del suo clero e di tutti i suoi sudditi. La ribellione era scoppiata ne' suoi stati, e Carlo non aveva avuto vergogna di soccorrere gli scismatici, che non eransi ribellati contro il loro sovrano che per avere egli cercato di riconciliarli col papa[378].

[377] _Ib. § 25. p. 329._

[378] _Pachymerus l. V, c. 22, 23, p. 222 e seg. e l. VI, c. 30, p. 282. — Script. Byzant. t. XII, Venet. Dufresne Ducange Hist. de Constantinople l. VI, c. 8, p. 95._

Intanto Carlo annunciava qual nuova crociata la spedizione che stava preparando contro Costantinopoli. Egli aveva formato un numeroso corpo di cavalleria, chiesti soccorsi a tutti i suoi alleati, armati vascelli, e di già spedito, dall'altra banda dell'Adriatico a Canina, presso Durazzo, un corpo di tre mila uomini sotto il comando di Rousseau de' Soli[379], cui in breve sarebbesi unito egli medesimo per occupare il Levante. Ma l'insaziabile sua avidità, la sua ambizione, la sua crudeltà avevano finalmente stancata la fortuna e la pazienza de' suoi sudditi. Un privato nemico, uomo d'un carattere generoso e profondo, un uomo animato dalla gratitudine e dall'amore verso i suoi antichi sovrani, dal desiderio di vendicarli; dall'odio della tirannide; un uomo solo colle sue forze individuali intraprese ad abbattere l'usurpatore che opprimeva il suo paese, e riuscì a preparare e condurre a termine questa grande vendetta nazionale.

[379] _Pachymerus l. VI, c. 32, p. 284. — Niceph. Gregoras Hist. l. V, c. 6, p. 74 e seg. — Byzant. t. XX. — Notæ L. Botvin ad Niceph. Greg. p. 28._ intorno al nome di Rousseau de' Soli molto sfigurato dai Greci.

Giovanni di Procida, nobile salernitano, era padrone di quell'isola di Procida, posta nel golfo di Napoli, che viene oggi visitata dal curioso forestiere per vedervi conservate le costumanze e l'abito de' Greci. Era inoltre signore di Tramonte, Cajano e Pistilione[380]. I suoi natali non gli avevano però impedito di studiare la medicina, che allora veniva coltivata dai principali signori. Era egli stato il medico e ad un tempo il confidente e l'amico di Federico II e di Manfredi[381], ed aveva prese le armi per Corradino, quando questo giovane principe era entrato nel regno. Dopo la vittoria di Carlo, tutti i suoi beni essendo stati confiscati, erasi egli ritirato presso Costanza, figliuola di Manfredi, e regina d'Arragona, ultima erede della famiglia di Svevia, la quale avealo accolto come un suddito fedele ed uno zelante amico. Il re Pietro d'Arragona, per indennizzarlo di quanto aveva perduto, lo nominò barone del regno di Valenza, signore di Luzzo, Benizzano e Palma[382].

[380] _Ducange Hist. de Costantin. l. VI, c. 9, p. 95._

[381] Tutini _degli Ammiragli p. 66._ citato da Giannone _l. XX, c. 5, p. 56_ dice di aver veduto ne' reali archivi uno scritto con cui Gualtiero Caraccioli domandava al re Carlo II il permesso d'andare in Sicilia a trovare Giovanni di Procida, assai vecchio, per farsi guarire da una malattia.

[382] Pietro III detto il grande, era stato coronato re d'Arragona negli stati di Saragozza del 1276. _Hier Blancæ Rer. Arag. Comment. p. 659, t. III, Hisp. illust._ — I feudi dati a Procida sono indicati da Mariana, _Hist. de las Españas l. XIV, c. 6. — Hisp. Illust. t. II, p. 621._

Ma nè feudi, nè ricchezze potevano fare scordare a Procida la tragica morte di Manfredi e di Corradino, la sventura della sua patria e l'oppressione de' suoi concittadini. Dalle corrispondenze ch'erasi egli conservate nelle due Sicilie, riceveva continui avvisi delle vessazioni de' Francesi, delle loro ingiustizie, delle loro crudeltà, ed in particolare dell'affettato disprezzo che mostravano d'una nazione, ch'essi per altro non avevano conquistata, ma che si era da sè medesima data nelle loro mani per la tradita speranza d'un miglior governo.

Giovanni di Procida informava il re e la regina d'Arragona delle lagnanze de' Siciliani, i quali, trovandosi più lontani da Carlo, erano abbandonati a' suoi vicarj, e più crudelmente vessati dei Pugliesi. Faceva sentire alla regina, ch'ella era la sola legittima erede della casa di Svevia e del regno delle due Sicilie; che Corradino, morendo, l'aveva in un modo solenne chiamata a raccogliere la sua eredità ed a vendicare il suo supplicio; che non si trattava soltanto d'un diritto, ma ch'era per lei un dovere d'accettare il governo d'un paese che gli veniva trasmesso dalle leggi delle due nazioni e dai voti dei popoli: e perchè Pietro e Costanza non erano sconsigliati dalla guerra di Sicilia, che per credersi troppo deboli da attaccar soli un re che aveva fama d'essere allora il più potente di tutta la Cristianità, Procida vendette tutti i beni che aveva ricevuti dalla loro liberalità, onde impiegarne il prezzo ne' suoi viaggi diretti a suscitare nemici a Carlo in tutto il mondo allora conosciuto[383].

[383] _Gian. Stor. Civ. l. XX, c. 5, t. III, p. 55. seguendo il Costanzo Storia di Napoli l. II._

Nel 1279 passò prima in Sicilia per conoscere personalmente lo stato de' sudditi di Carlo. Trovò che non doveva sperar molto dalle province di terra ferma al di qua del Faro[384], perchè sopra le rovine de' partigiani della casa Sveva molti baroni francesi eransi stabiliti così sodamente quanto potevano esserlo i loro predecessori. Comprese che la vicinanza della corte, i frequenti passaggi delle armate, l'occhio vigilante del padrone che scorreva frequentemente queste province, vi comprimerebbero la ribellione nel suo nascere.

[384] _Gio. Villani l. VII, c. 56, p. 273. — Ricordano Malaspini c. 206, p. 1024._

Diverso affatto era lo stato della Sicilia, la quale siccome si era tutta intera dichiarata a favore di Corradino, così i Francesi avevano voluto punire tutta intera. I baroni erano stati spogliati ed oppressi, ma i Francesi non aveano potuto nè tutti imprigionarli, nè tutti scacciarli dall'isola; ed agli antichi oltraggi se ne aggiungevano ogni giorno di nuovi, che per altro non li privavano affatto dei mezzi di vendicarsi. I Francesi abitavano le città e le coste, ma appena osavano di penetrare alcuna volta tra le montagne dell'interno dell'isola, ove tanto i signori che i contadini avevano conservata tutta la loro indipendenza. Tre grandi ufficiali di Carlo governavano l'isola. Eriberto d'Orleans, vicario reale; Giovanni di san Remi, giustiziere di Palermo; e Tomaso de Busant, giustiziere di Val di Noto[385]. La venale loro parzialità, l'avarizia, la crudeltà li facevano degni successori di Guglielmo detto lo Stendardo, il carnefice de' Siciliani[386]. Anche la pubblicazione della crociata contro i Greci irritava maggiormente questi popoli. «Di già, dice Neocastro, avea Carlo spiegate contro i nostri amici della Grecia la croce dell'assassinio, imperciocchè suole appunto sotto questa sacra bandiera spargere il sangue degl'innocenti. I suoi sforzi per istrascinare il popolo siciliano in questa guerra formavano la disgrazia e la desolazione della nostra patria»[387]. Col pretesto di questa crociata, Carlo esigeva da' suoi sudditi insopportabili sovvenzioni di guerra, imposte inaudite. Nello stesso tempo «disponeva arbitrariamente delle ricche o nobili eredi, che dava ai suoi partigiani in matrimonio come compenso dei loro servigi; mentre condannava alla morte, senza che pur fossero accusati d'alcun delitto, o faceva languire entro infernali prigioni, o condannava alla deportazione ed a lungo esilio gli uomini che gli erano sospetti. Molti signori, che la religione, l'età, o la dignità loro facevano venerabili, venivano assoggettati ad insultanti trattamenti come i più vili del popolo; e per colmo d'oltraggio, oltraggio che in ogni luogo precipitò i tiranni, le donne erano esposte alla brutalità dei soldati»[388]. Infatti tale offesa sorpassa tutte le altre: non è la galanteria, che potrebbe eccitare il furore della nazione la più gelosa, bensì l'insolenza del forte esercitata contro il debole; l'impudenza della dissolutezza, che disprezza la protezione che gli sposi ed i fratelli debbono alle loro spose o sorelle.

[385] _Barthol. de Neocastro Hist. Sic. c. 14, t. XIII, p. 1027._

[386] Vedasi il fine del capit. 21, ed il massacro d'Augusta.

[387] _Barth. de Neocastro, c. 12, p. 1026._

[388] _Nicolai Specialis Rer. Sicul. l. I, c. 2, t. X, p. 924._

Giovanni di Procida parlò di vendetta ai Siciliani profondamente ulcerati; fece loro comprendere che si avvicinava il tempo d'esercitarla; ma in pari tempo gli esortò a prepararla lentamente per renderla più sicura, e loro promise i soccorsi di Pietro d'Arragona loro legittimo sovrano, e di Michele Paleologo nemico de' loro nemici.

Andò infatti a Costantinopoli, ed informò il Greco imperatore de' formidabili apparecchi che si preparavano contro di lui[389]. Carlo faceva equipaggiare ne' porti delle due Sicilie cento galee leggeri, venti grossi vascelli, trecento navi da trasporto e duecento palandre per trasportare i cavalli. Quaranta conti avevano promesso d'unirsi alla crociata, e dieci mila cavalli si allestivano sotto i suoi ordini. Nello stesso tempo negoziava col doge Giovanni Dandolo, segnava un trattato, in forza del quale la repubblica di Venezia obbligavasi a prendere parte alla crociata, mandando lo stesso doge con quaranta galere armate in guerra[390]. Queste forze sembravano sufficienti per distruggere l'impero greco, e Paleologo aveva più volte esperimentato l'impetuoso valore dei Latini, e la viltà delle sue truppe. Procida facendogli conoscere il pericolo che gli sovrastava, gli offrì nello stesso tempo di eccitare negli stati del suo nemico una ribellione che non gli permettesse di pensare per molto tempo a guerre straniere. Gli offriva inoltre di mettere Carlo in guerra con una nazione non meno valorosa della Francese, una nazione la di cui formidabile infanteria non lascerebbesi spaventare o rovesciare dall'urto degli uomini d'armi. La sola cosa ch'egli chiedeva a Paleologo era del denaro per supplire alle spese della spedizione degli Arragonesi, e per comperare armi ai Siciliani ribellati.

[389] _Gio. Villani l. VII, c. 56, p. 273. — Ricord. Malaspini c. 206, p. 1024. — Ann. Genuens. l. X, p. 575._

[390] Questo trattato fu sottoscritto il giorno 3 luglio del 1281. Fu pubblicato nella raccolta de' diplomi in appendice alla storia del Ducange. _Ed. Ven. p. 15._

(1280) Nicolò III governava ancora la Chiesa, e Paleologo che con tanti sagrificj erasi riconciliato colla santa sede, non voleva perdere la sua protezione. Accordò un primo soccorso di danaro a Procida, esigendo che non si facesse la ribellione di Sicilia senza l'assenso del papa[391]. Giovanni, che viaggiava sotto mentito abito di monaco francescano, tornò a Malta con un segretario dell'imperatore greco. Colà si recarono tre de' più principali baroni siciliani, e confermarono al segretario dell'imperatore le promesse di Procida, incaricandolo di far conoscere al papa ed al re d'Arragona la qualità del giogo ch'essi portavano e l'impazienza loro di liberarsene.

[391] Gli storici greci non fanno parola di questa spedizione. Il Ducange peraltro cita Niceforo Gregora _l. V, c. 12_, ma per uno strano abbaglio perchè il V libro non ha che sette capitoli. — _Ducange Hist. de Costant. l. VI, c. 12, p. 97._

Procida passò a Roma coll'inviato dell'imperatore, ed ottennero da Nicolò III una segreta udienza nel castello di Suriano. Colà si pretende che Procida si valesse dell'oro de' Greci presso il conte Bertoldo Orsino e presso lo stesso papa[392]; ma soprattutto ricordò all'ultimo, che Carlo aveva sdegnato d'imparentarsi colla sua famiglia, ed aveva rifiutata l'offerta con un insultante motto[393]; che lo stesso Carlo erasi costantemente opposto a' suoi progetti; che sforzavasi di riaccendere le guerre civili, che il papa cercava di spegnere; per ultimo, ch'egli erasi eretto in arbitro dell'Italia, e teneva quasi la Chiesa in servitù. Per abbassare la potenza de' Francesi altro Procida non domandava al papa che il suo assenso in iscritto a favore di Costanza d'Arragona per far valere i suoi diritti sulla Sicilia[394]. L'ottenne, e munito di lettere pontificie dirette al re di Arragona, si pose in viaggio per la Spagna.

[392] Dante pose papa Nicolò nell'inferno perchè colpevole di quest'atto simoniaco, _c. XIX, v. 98_. Pare peraltro che niun commentatore abbia avvertito che il poeta gli rimproverasse questa transazione.

[393] _Gio. Villani l. VII, c. 53, p. 270._

[394] _F. Francisci Pipini Chron. l. III, c. 12, t. IX, p. 687._

Ma non era appena giunto alla corte di Barcellona, che l'inaspettata morte di Nicolò III poco mancò che non rovesciasse tutti i suoi progetti. Pietro d'Arragona pareva già scoraggiato; ed era a temersi che i Siciliani si disanimassero vedendo il capo della Chiesa dichiararsi contro di loro, invece d'appoggiarli. Procida risolse di tornare a Costantinopoli onde affrettare i sussidj attesi dal re Pietro; e volle che gli ambasciatori di questo re indagassero le disposizioni del nuovo pontefice, e che i Siciliani dal canto loro implorassero la sua protezione, sperando che non solo non gli ajuterebbe, ma gli avrebbe al contrario esacerbati con una manifesta parzialità pei Francesi.