Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)
Part 24
[355] _F. Francisci Pipini Chron. l. IV, c. 7 e 8, t. IX, p. 716. — Cherub. Ghirardacci Stor. di Bologna l. VII, p. 226. — Mathæi de Griff. Memor. Hist. t. XVIII, p. 123. — Cronica di Bologna di F. Bartol. della Pugliola t. XVIII, p. 285._
Frattanto i Lambertazzi si afforzarono, del 1275, nelle città di Romagna ove eransi rifugiati, e specialmente a Forlì ed a Faenza. I Ghibellini, perseguitati presso che in tutta l'Italia, si unirono intorno ai Lambertazzi; il conte di Montefeltro si pose alla loro testa, ed acquistò quella riputazione di grande capitano di cui godè in seguito presso tutte le città d'Italia. Due volte nel 1275 ruppe i Geremei ed i Guelfi presso il ponte di san Procolo, e fece due volte tremar Bologna, che fu in procinto di venire in mano de' Ghibellini. Onde, per assicurarsi dalle loro intraprese, chiese soccorso al re Carlo, il quale l'anno 1276 le mandò per governatore Riccardo di Beauvoir, signore di Durford, con alcune compagnie d'uomini d'armi.
La Toscana parve tutt'intera riunita alla parte guelfa; la repubblica di Siena erasi affatto abbandonata al governo di questa fazione; e quella di Pisa, datasi a Carlo, aveva ottenuta l'assoluzione della chiesa: ma durante il viaggio del papa in Francia, si riaccese la guerra tra questa città ed i Guelfi; ed in pari tempo scoppiò nella repubblica di Pisa quella intestina discordia che dodici anni più tardi condusse a crudel morte il troppo famoso conte Ugolino co' suoi figliuoli.
Nel tredicesimo capitolo abbiamo indicata l'origine delle fazioni che sotto nome de' Conti e de' Visconti lacerarono la città di Pisa. Abbiamo detto che i Visconti, signori d'una parte della Sardegna, e soprattutto di Gallura, avevano fatto omaggio del loro principato al papa per rendersi indipendenti della repubblica, ed avevano poi chiesta la protezione della chiesa contro la loro patria e contro il re Enzo, figliuolo di Federico II. Abbiamo altresì detto che i conti della Gherardesca e di Donoratico, caldi partigiani dell'imperatore, avevano riclamato più fortemente degli altri contro l'affettata indipendenza de' loro rivali; indipendenza che qualificavano di ribellione contro la repubblica. Dopo quest'epoca, i Visconti conservaronsi attaccati alla Chiesa; e perchè il contrario partito dominava in Pisa, per l'ordinario risedevano nella loro giudicatura o principato di Gallura. All'opposto i Gherardeschi avevano in ogni occasione dato prove del loro attaccamento al partito ghibellino, servendo sotto Manfredi; e due di loro seguendo Corradino nella sventurata sua spedizione, gli erano stati fedeli compagni nella prospera come nell'avversa sorte, finchè presi in Astura con lui e col duca d'Austria, perirono insieme sullo stesso palco. Però un altro dei conti Gherardeschi, Ugolino, diventato capo della sua famiglia per la morte de' due precedenti, sembrava meno disposto ad assecondare l'attaccamento disinteressato de' suoi padri al proprio partito, o i doveri d'una vendetta di famiglia, che gl'interessi della sua ambizione. Aveva perciò data sua sorella per consorte a Giovanni Visconti giudice o sovrano di Gallura, formando in tal modo un legame di cognazione tra i capi delle opposte parti. Non già che con ciò apertamente rinunciasse al partito ghibellino; ma solo sforzavasi colle sue pratiche d'assodare presso le due opposte fazioni il suo potere, e farsi strada alla tirannide.
Dal canto suo Giovanni di Gallura era tornato a Pisa quando questa città si riconciliò colla Chiesa, ma vi aveva portati i costumi e le abitudini di un capo d'una semibarbara tribù della Sardegna. Era sempre circondato di soldati e di clienti, e perchè non era stato a costoro permesso di vivere entro le mura della città, egli gli aveva sparsi ne' castelli di confine, e specialmente a Calci, ove un'antica disputa tra i borghesi faceva accogliere da un partito queste bande indisciplinate.
I migliori cittadini di Pisa, e più di tutti gli antichi capi del partito ghibellino, i Gualandi, Sismondi e Lanfranchi, erano egualmente inquieti e della rivalità del conte Ugolino col giudice di Gallura, come della loro alleanza. Per altro non volendo rompere la pace di Toscana, o dar motivi di scontento al re Carlo ed ai Fiorentini, credettero che la repubblica dovesse mostrarsi assolutamente imparziale ne' suoi giudicj, ed allontanare ad un tempo que' turbolenti cittadini che sprezzavano le leggi, qualunque fosse il partito cui erano addetti. Il 24 giugno 1274 il giudice di Gallura fu esiliato co' suoi principali compagni d'armi, ed il conte Ugolino fu tenuto prigione nel palazzo del popolo[356]. Il primo andò a dirittura a Firenze, e fingendo che i Pisani non lo perseguitassero che in odio del partito guelfo, ottenne d'essere accettato nell'alleanza de' Guelfi toscani. Allora colle milizie fiorentine e lucchesi venne ad assediare il castello di Montopoli, di cui s'impadronì nel mese d'ottobre. Ma, mentre continuava ad offendere la sua patria, morì a san Miniato in maggio del susseguente anno, lasciando un figliuolo chiamato pure Giovanni, che per distinguerlo dal padre fu poi detto Nino di Gallura. Questo giovane, nipote per parte della madre del conte Ugolino, fu in avvenire tra i Pisani il capo del partito guelfo.
[356] _Guido de Corvaria Frag. Hist. Pisanæ t. XXIV, p. 682._ — Non volevasi allora esiliare il conte Ugolino perchè tutte le città toscane essendo governate dai Guelfi, sarebbe stato un darlo in potere de' suoi nemici.
Questa parentela rese il conte ancora più sospetto ai Ghibellini che governavano Pisa, onde fu esiliato in luglio del 1275. Passò subito a Lucca, e si unì ai Guelfi, come aveva fatto il giudice di Gallura[357]. Frattanto Pisa, snervata dall'abbandono dei capi delle due fazioni, trovavasi troppo debole per tener fronte all'intera Toscana contro di lei congiurata, a' suoi proprj emigrati ed alle truppe del re Carlo. I Pisani furono la prima volta battuti ad Asciano, ove perdettero molta gente; poi l'anno susseguente a Fosso Arnonico; onde si videro costretti a ricevere di nuovo in città tutti gli esiliati, loro accordando la principal parte del governo. Ma Ugolino che non solo erasi alleato coi nemici della sua patria, ma ancora con quelli della sua fazione e della sua famiglia, non potè mai più purgarsi da questa taccia agli occhi de' suoi concittadini. Lo stesso anno (1276) in cui fu richiamato, Ruggero degli Ubaldini, uscito da una famiglia di Muggello, ch'era sempre stata ghibellina, venne promosso all'arcivescovado di Pisa[358]. Egli era quello che del 1288 doveva fare crudelmente pagare al conte Ugolino la pena de' suoi tradimenti.
[357] _Guido de Corvaria Fragm. Hist. Pis. p. 684. — Gio. Villani l. VII, c. 46, p. 265._
[358] _Guido di Corvaria Fragm. p. 686._
Intanto, dopo la morte di Gregorio X, tre papi governarono la Chiesa nello spazio di dodici mesi: Innocenzo V, Adriano V e Giovanni XXI. La breve ed incerta loro amministrazione non lasciò tracce degne dell'istoria; ma durante il loro regno nel Nord dell'Italia una rivoluzione abbattè la famiglia della Torre in Milano, sostituendovi quella de' Visconti che ben tosto soggiogò tutta la Lombardia.
Il capo della famiglia della Torre era stato già da più anni creato anziano perpetuo del popolo milanese; ed in tale qualità esercitava sopra Milano e sulle vicine città una quasi assoluta autorità. Fino dal 1265 Napoleone della Torre era stato rivestito di tale dignità, ed egli aveva divise tra i suoi fratelli ed i più prossimi parenti le principali cariche dello stato. A Raimondo della Torre, altro de' suoi fratelli, Gregorio X aveva accordato il patriarcato d'Aquilea, che allora risguardavasi come il più ricco beneficio d'Italia: e tale era la potenza di questa casa, che, oltre le truppe del comune di Milano, poteva colle proprie sue forze mettere in piedi millecinquecento cavalieri[359]. I della Torre tenevano in esilio Ottone Visconti, eletto arcivescovo di Milano, che erasi posto alla testa de' nobili e de' Ghibellini esiliati; le perpetue loro guerre con questi fuorusciti avevano esauriti i loro tesori, che avevano poi cercato di rifare con gravissime imposizioni, le di cui esazioni avevano indisposto quel popolo, dai della Torre in altri tempi protetto contro i nobili. Pure finchè durò il pontificato di Gregorio X, siccome questo pontefice non voleva che alcuna rivoluzione ritardasse la crociata da lui meditata, non aveva mai dato verun appoggio all'arcivescovo Ottone per metterlo in possesso d'una sede, cui era stato canonicamente eletto; e questo arcivescovo, sostenendo solo la guerra alla testa de' gentiluomini piuttosto come un condottiere che come un prelato, era stato chiamato per una continuata serie di romanzesche avventure a dar prove ad un tempo di pazienza e di coraggio.
[359] _Gio. Villani l. VII. c. 51, p. 268._
Nell'anno 1276 che tre papi erano stati successivamente rapiti alla santa sede quando appena vi erano ascesi, Ottone si rese forte ed audace. Alleatosi col marchese di Monferrato, formò un corpo di emigrati milanesi, cui aggiunse alcuni cavalieri spagnuoli, che Alfonso X aveva mandati in Lombardia, quando credeva di far valere i suoi diritti all'Impero. In sul finire di quest'anno, sebbene Ottone avesse avuto qualche rovescio, trovavasi in possesso di Como e di alcuni castelli vicini al lago. In gennajo del 1277 s'impadronì di Lecco e di Civate, e s'avanzò, attraversando la Martesana, verso Milano. Napoleone della Torre gli andò incontro co' principali signori della sua famiglia e con circa settecento cavalli; ma perchè trattavasi d'un nemico più volte vinto, non si tenne abbastanza in guardia, e passò la notte del 20 al 21 gennajo a Desio senza assicurarsi da una sorpresa.
Nel cuore della notte l'arcivescovo introdotto da' suoi seguaci nella terra di Desio, attaccò mentre dormivano i suoi nemici. Francesco della Torre ed Andreotto, suo nipote, e Ponzio degli Amati, podestà di Milano, furono uccisi: Napoleone fu fatto prigioniero con cinque de' suoi parenti, e perchè era caduto in mano de' Comaschi, questi per vendicarsi d'un eguale trattamento ch'egli aveva fatto ad alcuni loro compatriotti, posero i sei prigionieri in tre gabbie di ferro.
Due signori della Torre, Gastone, figliuolo di Napoleone, e Goffredo, essendo ancora liberi a Cantù ove comandavano un corpo di cavalleria, corsero a Milano per chiamare il popolo a prendere le armi ed a liberare i loro parenti; ma il popolo, informato della disfatta de' Torriani, si era di già rivoltato contro di loro, e ne saccheggiava le case, intorno alle quali aveva palificate le strade. Gastone e Goffredo cercarono, scorrendo quelle medesime strade, di sedare il tumulto, ma i sassi cadevano loro addosso per ogni parte[360]. Intanto i cittadini armati concorrevano al _Broletto vecchio_ e risolvevano di mandare deputati all'arcivescovo Ottone per dargli avviso che i Milanesi lo avevano creato signore perpetuo della loro città e per invitarlo ad entrarvi. Per la qual cosa i Torriani, non vedendosi sicuri, sortirono dalia città, pensando di ritirarsi a Lodi o a Cremona; ma queste due città già loro soggette non vollero riceverli, e solamente in Parma trovarono essi un asilo sicuro.
[360] _Memorie del conte Giulini, l. LVI, t. VIII, p. 232, 304. — Corio Stor. di Milano, p. II, p. 123, 138. — Ann. Mediol. t. XVI. c. 39-49, p. 667, 676. — Galv. Flammæ Manip. Flor. t. XI, c. 302-313, p. 694-705._
In tal maniera fu fondata la sovranità della casa Visconti sopra i Milanesi, e ben tosto sul restante della Lombardia[361]. Questa era già una dinastia che succedeva ad un'altra: i Torriani che si erano innalzati come demagoghi, vi avevano introdotte delle costumanze monarchiche, abbassando la nobiltà e scacciandola dalla patria. Quando i Visconti entrarono alla testa della medesima nobiltà lungo tempo proscritta, minata e resa mercenaria, trovarono il popolo corrotto dalla servitù ed i grandi snervati dall'esilio. Più non eravi nella nazione spirito d'indipendenza, carattere elevato, nè amore di libertà: e perciò, quantunque si mantenessero ancora lungo tempo in vigore e consigli repubblicani e società popolari, essendo mancato quello spirito di vita che avrebbe dovuto animarli, non furono di ostacolo alle usurpazioni del nuovo signore, il di cui potere si trasmise da padri virtuosi a figliuoli perduti ne' vizj, o affatto inetti, senza che però la nazione cercasse mai di riprenderlo, o che i Milanesi, quand'ancora attaccarono la famiglia Visconti, pensassero a riporsi in libertà.
[361] _Trist. Calchi Med. Historiog. Hist. Patriæ, l. XVII, apud Guer. Thes. t. II, p. 365. — Georgii Merulæ Antiq. Vicecom. l. V, p. 90, apud Guerium t. III. — Pauli Jovii Novocom. Vitæ XII, Vicecom. Otho. p. 267, ap. Grav. t. III._
In questo stesso anno i cardinali diedero per capo alla Chiesa Giovanni Gaetano degli Orsini, che si fece chiamare Nicolò III. Questo pontefice apparteneva ad una delle più illustri famiglie di Roma: aveva la fierezza e l'ambizione convenienti alla sua nascita; e benchè il suo carattere fosse meno puro di quello di Gregorio X e meno disinteressata la sua condotta, benchè si occupasse dell'ingrandimento della sua famiglia o della santa sede, e giammai del bene generale del cristianesimo; pure egli contribuì più che Gregorio X al ristabilimento della libertà in Italia, perchè meno di lui impegnato nell'impresa di Terra santa, sentì che bisognava ristabilire nella propria patria quell'equilibrio che i suoi predecessori avevano distrutto, ed abbassare la potenza di Carlo da loro troppo innalzata.
Carlo era in allora assoluto sovrano delle due Sicilie, senatore di Roma, vicario imperiale in Toscana, ove più non contavasi una sola città che non fosse a lui subordinata; governatore di Bologna, e come tale signore di tutte le città guelfe della Romagna; protettore del marchese d'Este, e perciò onnipossente per mezzo suo nella Marca Trivigiana; signore di molte città del Piemonte e prossimo ad opprimere le altre, alle quali faceva già la guerra. Nicolò III con un'accortezza singolare approfittò della grande potenza di questo re, che dicevasi tuttavia vassallo della Chiesa, per far desiderare all'imperatore Rodolfo la sua amicizia. Quand'ebbe in questa guisa contratta alleanza coll'Impero, vendette a Carlo la sua protezione presso l'imperatore a prezzo d'importantissime concessioni: in seguito la moderazione del re di Sicilia si diede a Rodolfo come regola di condotta, ed il pontefice ottenne in tal modo di determinare, uno col mezzo dell'altro, i due sovrani rivali ch'egli temeva, a spogliarsi in suo favore delle prerogative che gli avevano resi formidabili.
Rodolfo dava voce di venire presto a Roma a prendere la corona dell'Impero, e già stava apparecchiando l'armata che doveva accompagnarlo; ma in pari tempo lagnavasi di Carlo perchè avesse usurpati i suoi diritti su quasi tutta l'Italia, intitolandosi vicario imperiale, quando niun imperatore gli aveva accordato questo titolo. Rodolfo accoglieva i Ghibellini, che, perseguitati in ogni parte d'Italia per la causa dell'Impero, affrettavansi d'adunarsi intorno al nuovo imperatore. Sebbene non avesse questi dichiarata la guerra al re di Sicilia, si prevedeva che l'imminente sua spedizione sarebbe contro di lui diretta. Di che mostrandosi Carlo timoroso, Nicolò si diede premura d'intromettersi tra i due monarchi per riconciliarli, predicando loro moderazione.
Rodolfo era tanto più da temersi, che era uscito vittorioso da una pericolosa guerra con Ottocarre di Boemia, nella quale questo principe aveva perduta la vita; e che aveva conquistati colle sue truppe ed uniti a' suoi stati i ducati d'Austria, di Stiria e di Carinzia. Carlo che temeva la potenza ed il valore di questo imperatore, non poteva far valere alcun diritto sulla Toscana e sulla Lombardia, che pure erano l'argomento della loro controversia; poichè in forza ancora della sua bolla d'investitura e del giuramento che accompagnava il suo vassallaggio verso la santa sede, egli aveva convenuto che queste province non potrebbero essere mai possedute dal re delle due Sicilie, e ch'egli erasi obbligato a rinunciare al vicariato di Toscana ed al senatorato di Roma qualunque volta il papa lo richiedesse. Nicolò III fece questa domanda come necessaria condizione della pace, ch'egli trattava tra Carlo e Rodolfo, ed il 16 di settembre del 1278 Carlo depose l'ufficio di senatore di Roma[362]; rinunciò al vicariato di Toscana; richiamò le sue truppe da questa provincia, e rese al cardinal Latino, incaricato dal papa di far eseguire questa promessa, tutti i castelli in cui teneva guarnigione, tutti gli ostaggi ch'egli erasi fatti dare dalle città. Supponeva il papa che in tali circostanze Carlo manifesterebbe del malumore, somministrando così un pretesto per trattarlo con maggiore severità. Ma quando seppe che aveva ricevuto gentilmente il cardinal Latino, e che la sua moderazione non erasi smentita ne' discorsi, disse: «Questo principe può avere ereditata la fortuna dalla casa di Francia, la finezza da quella di Spagna, ma la circospezione nel parlare non può averla imparata che frequentando la corte di Roma[363].»
[362] Nicolò con una costituzione proibì di nominare senatore alcun principe sovrano, e prese per sè tale dignità, di cui Carlo erasi allora spogliato. _Vitali Stor. de' Senat. di Roma t. I, p. 176. — Decretali l. VI, cap. fondam. de electione. Raynald. ad annum § 74, p. 298._
[363] _Raynaldi Ann. 1276, § 69, p. 297._
Carlo, dietro le istanze di Nicolò, aveva accordata piena soddisfazione a Rodolfo, onde questi non poteva sotto verun pretesto rifiutarsi alle domande del papa. La promessa solenne fatta a Gregorio X di crociarsi, che più non pensava di soddisfare, rendevagli necessario il favore di Nicolò, poichè il solo papa poteva assolverlo dal giuramento e dalla scomunica. Rodolfo in vista di tali considerazioni accordò finalmente la carta da tanto tempo richiesta per separare chiaramente in Italia le province dipendenti dalla santa sede o dall'Impero.
Da oltre un secolo tutti gl'imperatori, all'epoca della loro incoronazione avevano confermato alla santa sede il possedimento di tutto lo stato ecclesiastico da Radicofani sino a Ceperano, ossia fino alle frontiere del regno di Napoli; e di più di tutta l'Emilia, o Romagna, della Marca d'Ancona e della Pentapoli. La santa sede che non aveva mai posseduto queste tre ultime province, facendo fondamento sulla sua perpetuità, non si era affrettata di domandarne il godimento, e soltanto si era data cura di far confermare le donazioni più volte contrastate di Carlo Magno e di Luigi il buono, aspettando che i suoi diritti avessero acquistata la forza che loro poteva dare l'antichità. Gl'imperatori, tutti occupati soltanto del presente, avevano risguardate come vane formole le carte, che copiate da più antichi documenti conservavano alla santa sede un titolo sopra alcune province delle quali avevano essi l'attuale godimento. Ma come i papi l'avevano preveduto, giunse il tempo nel quale un nuovo imperatore, ignorando i diritti della sua corona, e perfino la geografia dell'Italia; impotente ancora nelle province delle quali non gli si contrastava l'alto dominio, prese per titoli indubitati i contraddittorj diplomi de' suoi predecessori.
Un cancelliere imperiale aveva scorse tutte le città italiane, ed aveva senza difficoltà ottenuto il rinnovamento degli stessi giuramenti, ch'esse prestavano agli altri imperatori. Nicolò scrisse a Rodolfo per intimargli di rinunciare ad una sacrilega usurpazione[364]. Gli mandò copia delle carte di Luigi il buono, di Ottone I e d'Enrico VI, e gli chiese d'esprimere con eguale chiarezza quali fossero le città spettanti alla Chiesa, onde liberarle dal giuramento di fedeltà che avevano prestato per errore. Difatti Rodolfo, colle sue lettere patenti del quattro delle calende di giugno, riconosce che gli stati della Chiesa stendevansi da Radicofani a Ceperano; che comprendevano inoltre la Marca d'Ancona, il ducato di Spoleti, le terre della contessa Matilde, il contado di Bertinoro, l'esarcato di Ravenna, la Pentapoli, Massa Trabaria, e tutti gli altri luoghi che un grande numero di diplomi imperiali hanno accordato a san Pietro ed a' suoi successori[365]. Quest'ultima clausola lasciando così libero il campo a nuove usurpazioni, Rodolfo in pari tempo rivocò ed annullò il giuramento di fedeltà che il suo cancelliere aveva ricevuto dai cittadini di Bologna, Imola, Faenza, Forlimpopoli, Cesena, Ravenna, Rimini, Urbino ed altri luoghi pretesi dalla Chiesa, ed ordinò al suo protonotaro di dar parte a tutti i cittadini di questi luoghi, che gli aveva sciolti da ogni obbligazione verso di lui.
[364] _Nicolai III, Epistolæ t. II, l. I, epist. 5, apud Raynald. § 57 e seg. p. 295._
[365] Lettera di Rodolfo § 51, 52, e diploma di Goffredo prevosto di Soliez protonotaro, § 53 presso _Raynald. An. 1278, p. 294._ Questa ricognizione dei diritti della Chiesa fu riconfermata nel seguente anno. Rodolfo rinunciò espressamente a qualunque diritto poteva essere rimasto all'Impero, e fece nuova cessione delle medesime province alla Chiesa. Il diploma venne confermato dai principi dell'Impero. _Raynald. ad an. 1279, § 1-7, p. 302 e seg._
In forza del diploma di Rodolfo, lo stato della Chiesa acquistò l'estensione conservata fino ai nostri giorni. Ma i diritti de' quali era in possesso l'imperatore, quelli che poteva trasmettere alla santa sede, altro non erano che una dipendenza, una signoria che pochissimo ristringeva l'autorità de' particolari governi. Tra le province dipendenti dalla santa sede eranvi molte repubbliche, come Bologna, Perugia ed Ancona; varj principati, quali erano Montefeltro e Bertinoro, che non s'avvisarono d'avere in verun modo perduta la loro indipendenza. E come i pontefici avevano lasciati passar molti secoli prima di domandare agl'imperatori la consegna delle province ch'essi avevano date alla santa sede, così lasciarono decorrere altri due secoli prima di chiedere ai popoli di riconoscere questa trasmissione di diritti, o d'esercitare sui medesimi la loro sovranità. Il poter aspettare, essere prodighi del tempo e calcolare sopra una signoria che non avrà fine, fu sempre pei papi un sicuro mezzo a giugnere ai loro fini. Intanto i popoli liberi non credettero peggiorata la loro condizione. Gli storici contemporanei di Bologna si accontentano di dire che lo stesso anno la città si diede al papa, riservandosi tatti i diritti sopra la Romagna; e non suppongono che tale avvenimento meriti ulteriori schiarimenti[366].
[366] _Cronica miscella di Bologna t. XVIII, p. 288. — Mathæi de Griffonibus Chron. Bonon. p. 126._
Nicolò III, dopo avere accresciuti i diritti ed i possedimenti della santa sede, volle procurare alla propria famiglia il frutto de' suoi acquisti. Nominò conte di Romagna Bertoldo Orsino suo fratello[367]; creò tre cardinali della sua famiglia, e diede pure la porpora a molti signori romani che voleva rendersi ben affetti, onde procurarsi la maggiorità de' suffragi nel sacro collegio. Ma per quanto fosse grande la sua ambizione, pareva combinarsi sempre col mantenimento della pace e della pubblica prosperità. Incaricò il prediletto de' suoi nipoti, il cardinal Latino, vescovo d'Ostia, d'una legazione in Romagna, nella Marca, nella Toscana, nella Lombardia, commettendogli specialmente di riconciliare le fazioni, le città e le famiglie. Lo autorizzò pure a ricevere di nuovo nel seno della Chiesa tutti coloro che erano stati scomunicati come Ghibellini, ed a non avere parzialità per alcun partito spargendo tra i fedeli gli spirituali favori.
[367] Diploma accordato a Bertoldo Orsino, presso il _Ghirardacci l. VIII, p. 236_. Nicolò fece sette cardinali romani, che quasi tutti avevano con lui rapporti di parentela. _Ricordano Malespini c. 204, p. 1022._