Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 23

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(1271) Dopo essere rimasto poche settimane in Sicilia, Carlo venne a Viterbo con suo nipote Filippo l'ardito, per impegnare i cardinali a dare finalmente dopo due anni un capo alla chiesa. Mentre i crociati trovavansi adunati in Viterbo, un gentiluomo francese vi commise un delitto, che gl'Italiani risguardarono quale sicuro argomento della ferocia de' suoi compatriotti, e come una nuova ragione di detestarli. Gui, conte di Monforte, luogotenente di Carlo in Toscana, scontrò in chiesa Enrico, figlio di Riccardo, conte di Cornovaglia e re de' Romani. Volendo vendicare sopra di lui suo padre ch'era stato ucciso combattendo contro il re d'Inghilterra[338], attaccò questo giovane principe ai piedi dell'altare ove assisteva devotamente alla messa, e lo passò da banda a banda collo stocco ch'egli teneva in mano; indi uscì di chiesa senza che Carlo osasse ordinarne l'arresto. Giunto alla porta trovò i suoi cavalieri che lo stavano aspettando — Che avete fatto? gli disse uno di loro — La mia vendetta, rispose Monforte — Come? non fu vostro padre strascinato?.... A queste parole Monforte rientra in chiesa, prende pei capelli il cadavere del giovane principe, e lo strascina fino sulla pubblica piazza. Dopo ciò si ritira nelle terre di suo suocero, nella Maremma, senza che Carlo tentasse mai di punire un delitto accompagnato da così odiose circostanze[339]. Edoardo d'Inghilterra, che sopraggiugneva allora da san Giovanni d'Acri, partì da Viterbo fieramente sdegnato contro il re di Sicilia. Filippo si pose in cammino per tornare in Francia; e dopo la partenza di questi sovrani, i suffragi de' cardinali riunironsi finalmente a favore di Tebaldo Visconti di Piacenza, elle allora trovavasi in Terra santa col semplice grado d'arcidiacono. Il nuovo pontefice prese il nome di Gregorio X, e venne soltanto nel susseguente anno a mettersi in possesso della santa sede. Quantunque Carlo mostrasse desiderio che i cardinali ponessero fine alla lunga vacanza della santa sede, non ignorava probabilmente che questa vacanza gli era più utile, che l'elezione di un papa indipendente. Di fatti l'arrivo di Gregorio X (1272) fu la prima circostanza che diminuì il suo potere in Italia. Gregorio, che tornava dalla Siria, ed aveva veduti da presso i pericoli ed i patimenti de' cristiani d'Oriente, ad altro non pensava che alla liberazione di Terra santa. Essendo lungo tempo vissuto fuori d'Italia, non dava alle contese de' Guelfi e de' Ghibellini quell'importanza in cui le tenevano i suoi predecessori; ed altronde il loro principale oggetto era scomparso coll'estinzione della casa di Svevia. La santa sede non aveva più nulla a temere dal canto degl'imperatori, ed il pontefice credeva venuto il tempo di porre in dimenticanza delle fazioni il cui solo oggetto era quello di azzuffarsi, e di riconciliare degli uomini che non avevano giusti motivi di odiarsi. Convocò in Lione un concilio generale per l'anno 1274[340], ed impiegò i due anni precedenti a riunire gli spiriti divisi, a fare della Cristianità un solo corpo, il quale potesse combattere gl'infedeli con maggiore vantaggio.

[338] Simone di Monforte, conte di Leicester, era stato ucciso il 1.º agosto del 1265 nella battaglia d'Evegham presso di Conventris, combattendo per la libertà d'Inghilterra contro Enrico III e suo figliuolo Edoardo. Il suo corpo fu dai realisti obbrobriosamente stracinato nel fango. Anche Gui di Monforte, suo figlio, era stato in quella battaglia da mille spade ferito. Questi gentiluomini appartenevano ad un tempo alla Francia ed all'Inghilterra.

[339] _Gio. Villani l. VII, c. 39. p. 260._

[340] _Litterae Encicl. de Concil. celebrando; ap. Raynald. § 21, t. XIV, p. 192._

Quelle che potevano essere più utili all'impresa di Terra santa, erano le repubbliche marittime; ma queste appunto avevano maggior bisogno dell'opera del pontefice per sottrarsi agli attentati di Carlo, per pacificarsi tra di loro, e calmare le intestine discordie. Pisa trovavasi vessata dai Guelfi in nome della chiesa, Genova in aperta guerra con Carlo e con Venezia, e Venezia attaccata da Bologna. Il papa pose mano a calmare tante nimistà.

Per tale motivo Gregorio X si recò da prima in Toscana. Giunse in Firenze il giorno 18 di giugno del 1273 col re Carlo e Baldovino II, imperatore latino di Costantinopoli. Trovò in questa provincia i Ghibellini avviliti dalle complete vittorie dei Guelfi. I Sienesi erano stati rotti dai Fiorentini in giugno del 1269 innanzi a Colle di Val d'Elsa ov'era perito il loro generale Provenzano Salvani, il più potente loro concittadino; e pochi mesi dopo erano i Sienesi stati costretti ad allearsi coi Fiorentini, a prendere parte nella lega guelfa, a richiamare i Guelfi esiliati, scacciando i Ghibellini che gli avevano fin allora governati[341]. I Pisani non erano stati molto più felici de' Sienesi, e, battuti a Poggibonzi, si erano affrettati di fare la pace con Carlo[342]. Ma in queste due città, siccome a Firenze, lo spirito di partito erasi fatto più violento; i Ghibellini, trattati come ribelli di padroni che prima erano, non sapevano assoggettarsi al nuovo ordine di cose, e turbavano incessantemente la tranquillità delle repubbliche che gli avevano esiliati.

[341] _Malavolti storia di Siena p. II, l. II, p. 38._

[342] _Guido di Corvaria Hist. Pisanae frammenta t. XXIV, p. 676._

Il papa spedì un legato a Pisa per riconciliare quella città colla santa sede, benedirla e levare le censure ecclesiastiche[343]. In seguito Gregorio fece adunare tutto il popolo di Firenze lungo la riva dell'Arno, chiamò presso di sè i commissari de' Guelfi e de' Ghibellini, e conchiuse tra loro un trattato di pace in presenza dei due sovrani che l'accompagnavano. Ordinò che i Ghibellini tornassero alle loro case, e che ricuperassero tutti i loro beni e privilegi tanto a Firenze che a Siena; volle ostaggi da una parte e dall'altra pel mantenimento della pace che si pubblicava, e pronunciò sentenza di scomunica contro il primo che ne violerebbe le condizioni.

[343] _Guido de Corvaria Hist. Pis. fragmenta t. XXIV, p. 680._

Carlo d'Angiò risguardava questa pace come assolutamente contraria ai suoi interessi, perchè faceva abbastanza forti i suoi amici onde non avere più bisogno de' suoi soccorsi, e sottraeva i nemici al rigore della sua vendetta. Per rompere questa pace, che gli era dannosa, non credette di valersi di coperte trame e d'impenetrabili artificj; fece sottomano sapere ai Ghibellini, che entravano in Firenze, d'aver dato ordine al suo maresciallo di ucciderli tutti nella vegnente notte, se non si affrettavano di ritirarsi. Il carattere di Carlo era abbastanza conosciuto perchè si prestasse intera fede a tali minacce; onde tutti i Ghibellini uscirono di città, prevenendo il papa dell'avviso ricevuto. Questi più di loro adirato e contro Carlo e contro i Guelfi fiorentini, si ritirò dopo quattro giorni in Mugello presso il cardinale Ubaldini, rimanendovi il restante della state, e pubblicò l'interdetto contro Firenze per avere mancato alla pace che aveva giurata[344].

[344] _Gio. Villani l. VII, c. 41. p. 263. — Ricord. Malasp. stor. Fior. c. 198. p. 1018. — Leon. Aretino Hist. Fior. l. III, p. 85-90. — Raynaldi Ann. Eccl. § 27, e seguenti p. 212, 213._

Le negoziazioni del papa per pacificare i Genovesi ed indurli a soccorrere Terra santa non avevano miglior successo, ed era sempre Carlo d'Angiò che le impediva. Due delle quattro più potenti famiglie di Genova, i Spinola ed i Doria, collegatesi col popolo, avevano procurato che si facessero molti cambiamenti nel governo per renderlo più democratico; ed avevano in cambio ottenuto che i due capi di queste famiglie, Oberto Doria ed Oberto Spinola, fossero dichiarati capitani del popolo, ed incaricati per un tempo indeterminato di tutte le incumbenze prima annesse alla carica di podestà. Questa rivoluzione ebbe luogo l'anno 1270, nell'epoca stessa in cui Carlo d'Angiò, confiscando i beni de' suoi proprj marinai genovesi, si alienava gli animi di que' cittadini: e fu questo pei nuovi governanti un motivo di favorire i Ghibellini. Dall'altra banda i Grimaldi ed i Fieschi coi capi delle altre famiglie nobili non erano lungo tempo rimasti subordinati al nuovo governo; perchè avendo inutilmente tentato di ribellargli molti castelli, furono costretti di esiliarsi; e riparatisi alla corte di Carlo, andavano istigando questo principe a muovere guerra a Genova per farli rientrare nella loro patria.

Realmente Carlo segnò un trattato coi Guelfi emigrati, in forza del quale dovea per molti anni tenere la signoria di Genova; e subito dopo, senz'esservi stato provocato dalla repubblica, ordinò di prendere in tutti i porli de' suoi dominj i mercanti genovesi che vi si erano stabiliti sotto la guarenzia de' trattati, e di confiscare a suo profitto i loro vascelli e tutte le loro proprietà. Questo ladroneccio fu commesso in sul finire del 1272; ed in principio del susseguente anno, giuntone appena l'avviso a Genova, seguirono le dichiarazioni di guerra di tutti gli alleati del re, e di tutti i Guelfi del Piemonte.

I Genovesi dal canto loro dichiararono la guerra al re di Sicilia ed a tutti i suoi alleati; ma, benchè ne avessero giusta cagione, non usarono il diritto di rappresaglia, e si limitarono a dar ordine ai Provenzali e Siciliani di uscire nel termine di quaranta giorni dal territorio genovese, passato il qual termine, sarebbero trattati come nemici, e presi i loro beni. Il pontefice cercava di pacificare i Genovesi; e Carlo, approfittando dell'animosità che aveva eccitata nel partito guelfo di Toscana, gli attaccava colle armi de' suoi alleati. Faceva avanzare il suo vicario di Toscana nella riviera di Levante alla testa de' Lucchesi, Fiorentini, Pistojesi ed Aretini, mentre il siniscalco di Provenza invadeva la riviera di Ponente, e gli Alessandrini ed i marchesi del Bosco e del Carreto entravano nella Liguria a traverso le montagne del nord[345]. Pure i Guelfi furono battuti su tutti i punti, e le truppe di Carlo furono rispinte.

[345] _Ann. Gen. Cont. Caffari l. IX, p. 555, 556, t. VI. — Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 377._

Un'altra non meno importante guerra impediva ai Veneziani di soccorrere Terra santa. Essi erano stati attaccati dai Bolognesi, i quali pretendevano di non pagare le nuove gabelle, che i Veneziani avevano di fresco imposte alle mercanzie che montavano o scendevano pel Po in mare. Questa guerra che durò tre anni, e che sott'altri rapporti non presentò verun importante avvenimento, fu assai notabile per essersi incominciata dai Bolognesi quand'erano giunti al più alto grado della loro potenza. L'armata che questa sola città mandò sul Po di Primaro l'anno 1270 per fabbricarvi una fortezza che signoreggiasse la foce del fiume, era più numerosa, che le armate colle quali Manfredi, Carlo d'Angiò e Corradino eransi disputati il regno di Napoli; e molti storici la portano a quaranta mila uomini. Vero è che per combattere i Veneziani in mezzo ai canali ed in riva alle lagune, non potevasi adoperare che l'infanteria; onde tutto il popolo prendeva parte in quest'impresa. Nelle altre guerre non gli uomini mancavano, ma i cavalli e le armature, onde mettevansi insieme pochissimi uomini d'armi. I Bolognesi ebbero compiuta vittoria de' Veneziani che avevano tentato d'impedire i loro lavori.[346] Questa fu la sola guerra che il papa potesse terminare nel presente anno; avendone ottenuto l'intento colla mediazione de' frati minori: i Bolognesi atterrarono il forte che avevano innalzato, ed i Veneziani accordarono ai loro vascelli il libero paesaggio sul Po.

[346] _Andreæ Danduli Chr. Ven. c. 8. § 8. p. 380. — Cherubino Ghirardacci Ist. di Bologna l. VII, p. 217 e 223. — Rayn. Ann. Eccles. 1272, § 45. p. 200._

Il papa non doveva essere molto soddisfatto di Carlo d'Angiò. Invece di favorire i suoi ambiziosi disegni, doveva temere l'ingrandimento di un principe di già troppo potente per la libertà della Chiesa, e però di questi tempi prese due determinazioni che limitavano l'attuale potere di Carlo, e facevano cadere i suoi vasti progetti. Risolse di dare un imperatore all'Occidente, e di riconoscere per imperatore d'Oriente Michele Paleologo, che in tale occasione riconciliò i Greci colla chiesa romana.

L'impero d'Occidente, dopo la deposizione di Federico II nel precedente concilio di Lione, non aveva più avuto nessun capo universalmente riconosciuto dai sudditi e dalla Chiesa. I principi tedeschi desiderando come le città d'Italia di assicurare la loro indipendenza, parevano avvertitamente prendersi cura di dividere i voti tra i concorrenti, perchè niuno avesse a signoreggiarli. Inoltre ebbero l'accortezza di scegliere all'estremità dell'Europa principi che non avevano nè influenza ne rapporti colla Germania, onde la dignità imperiale altro non fosse che un vano titolo, e perchè le loro liti non dessero alla Germania cagione di guerre civili. Riccardo, conte di Cornovaglia, ed Alfonso X, re di Castiglia e di Leone, fecero assai poco male a sè medesimi ed al regno germanico colle opposte loro pretensioni. Riccardo era morto del 1271 dopo aver portato quattordici anni il titolo di re de' Romani. Alfonso era ancor vivo, e gloriavasi altamente de' suoi diritti all'impero; ma, ad eccezione di pochi uomini d'armi che aveva mandati ai Ghibellini d'Italia, non aveva presa alcuna parte alle rivoluzioni del suo preteso impero, nè era una sola volta uscito dall'antico suo regno per cercare di stabilire la sua potenza sopra i suoi nuovi stati[347]. Forse alla Germania non veniva alcun danno da così lungo interregno; ma perchè il papa disegnava di unire le forze della cristianità contro gl'infedeli, desiderava di darle un capo. Perciò Gregorio ricusò di riconoscere Alfonso per re de' Romani; scrisse agli elettori, da tanto tempo divisi, di ritenere le antiche loro nomine come non fatte; e gli strinse a radunarsi ed a scegliere tra i principi tedeschi un uomo capace di rialzare co' suoi talenti il vilipeso impero. L'anno 1273 fu eletto Rodolfo, conte d'Absburgo, tronco dell'attuale casa d'Austria, essendo concorsi all'elezione non solo gli elettori, ma tutti i principi di Germania. Questa nomina fu approvata dal papa, ed in appresso dal concilio generale di Lione; innanzi al quale gli elettori ecclesiastici, ed il vescovo di Spira, cancelliere di Rodolfo, replicarono a nome del loro signore la promessa di rispettare le libertà ecclesiastiche, e di non invadere i dominj della Chiesa[348].

[347] Disponevasi quest'anno a passare in Germania quando ebbe avviso dell'elezione di Rodolfo. _Mariana Historia de las Hespañas l. XIII, c. 22. p. 610._ Si osservi la lettera di Gregorio X ad Alfonso del 16 delle calen. d'ottobre 1272. _Presso Raynaldo § 33 e seguenti p. 197._

[348] Vedansi i diplomi presso _Raynald. § 7-12. p. 220_ — come pure nel primo libro di Muller, l'origine della casa d'Absburgo, i talenti e le virtù che Rodolfo spiegò nelle guerre de' suoi piccoli feudi, e la sua inaspettata assunzione all'impero. _Geschichte der Schweiz Eidg. B. I, c. 17. p. 507._

Il papa chiese pure a Rodolfo di non attaccare il re di Sicilia, nè di far valere qual siasi diritto sul suo regno. Ma Carlo, benchè si trovasse con ciò sotto la protezione della chiesa, era assai inquieto per questa nomina d'un re de' Romani. Vedeva apertamente che la sua autorità in Toscana ed in Lombardia, e lo stesso suo titolo di vicario imperiale datogli dai papi, non potevano essere lungo tempo riconosciuti da un imperatore tedesco; ed i motivi di malcontento che sapeva d'aver dati al pontefice potevano fargli temere che questi non chiamasse finalmente Rodolfo in suo soccorso per opporlo alle sue nuove usurpazioni.

Gli ambiziosi disegni di Carlo non rimanevano entro i confini d'Italia, ma stendevansi anche alla Grecia. Fino del 1267 aveva conchiuso un trattato col fuggiasco imperatore de' Latini, Baldovino II[349], il quale in vista de' promessi soccorsi cedeva a Carlo la sovranità del principato d'Acaja, e quasi tutte le terre che nell'impero orientale tenevansi ancora dai Latini, come pure gli prometteva la terza parte delle conquiste che farebbero in comune. In pari tempo Baldovino fece sposare a Filippo, suo unico figlio, Beatrice figlia di Carlo: ed essendo morto Baldovino del 1272, Filippo prese il titolo d'imperatore di Costantinopoli. Allora il re siciliano si credette strettamente obbligato a soccorrere suo genero, perchè potesse ricuperare i dominj de' suoi maggiori; ma Gregorio X aveva troppo a cuore gl'interessi di Terra santa per permettere che un'armata crociata si adoperasse in imprese straniere al suo scopo nella speranza di riconquistare Costantinopoli, in tempo che aveva opportunità di allearsi coll'imperatore greco, dal quale poteva essere potentemente soccorsa. Accolse adunque gli ambasciatori che Michele Paleologo aveva mandati al concilio di Lione[350] per trattare almeno in apparenza la riunione delle due chiese, per la quale il papa veniva ad estendere la sua protezione sull'impero orientale, come su quello d'Occidente.

[349] _Histoire de Costant. sous les empereurs françois par Ducange l. V, c. 49, t. XX, p. 87._ Vedansi i patti di cotale trattato nella raccolta degli atti giustificativi _p. 10_.

[350] _Nicephorus Gregoras l. V, c. 1 e 2, t. XX, p. 63. — Gregori Pachymeris Hist. l. V, c. 10 ed 11, ec., t. XII, p. 205 e seg._

Glorioso, non v'ha dubbio, fu il pontificato di Gregorio X, ed avrebbe lasciate più profonde tracce nella memoria degli uomini, se Gregorio fosse vissuto più lungo tempo, o avesse avuto successori degni di lui. L'Italia quasi interamente pacificata dalla sua imparzialità, dopo che il furore delle guerre civili aveva spenta perfino la speranza di riposo; l'interregno dell'impero terminato coll'elezione d'un principe che si coprì di gloria e fondò una delle più potenti dinastie dell'Europa; la chiesa greca riconciliata colla latina, e la lite tra i Franchi ed i Greci per l'impero d'Oriente terminata in una maniera giusta ed onorevole; un concilio ecumenico, cui assistettero cinquecento vescovi, sessanta abati mitrati ed altri mille religiosi o teologhi, il quale sotto la presidenza di questo pontefice si occupò di leggi utili al cristianesimo e degne di così augusta adunanza; tali sono gli avvenimenti che illustrarono il suo pontificato.

Una delle leggi di questo concilio ordinava di chiudere, come si praticò fino al presente, i cardinali in conclave, obbligandoli con diverse privazioni a riunire più presto i loro suffragi per l'elezione del capo della chiesa. Non si accordò loro che un solo domestico o conclavista, fu interdetta ogni comunicazione al di fuori, e ridotto il vitto ad una sola vivanda la mattina e la sera[351]. Il lungo interregno che precedette la elezione di Gregorio X, aveva pure spaventata tutta la chiesa, e mostrata la necessità di prevenire simili avvenimenti, che potevano finalmente privare per sempre il cristianesimo de' suoi capi.

[351] Vedasi il Canone _apud Raynald. § 24-26, p. 224_.

(1275) Per terminare gloriosamente il pontificato, preparavasi Gregorio a condurre egli stesso una crociata in Terra santa, ed aveva impegnati tutti i sovrani d'Europa a trovarsi personalmente in quest'impresa. L'imperatore Rodolfo doveva esserne capo, e Filippo l'ardito, re di Francia, Edoardo, re d'Inghilterra, Giacomo, re d'Arragona, e Carlo, re di Sicilia, avevano promesso d'accompagnarlo[352]. A tutti i sovrani erano state accordate le decime ecclesiastiche per sei anni onde mettersi in istato di adunare le loro truppe, e l'anno 1275 destinato ai loro apparecchi. In tale anno il pontefice scorreva l'Europa onde stabilirvi la pace e riunire le forze del mondo cristiano pel grande scopo cui erasi proposto. Ma, mentre portavasi a Roma, cadde infermo in Arezzo e morì in poche ore ne' primi giorni del 1276. Appena era egli morto che i re, cui aveva ispirato il proprio entusiasmo, rinunciarono ai loro cavallereschi progetti; i Greci tornarono al loro scisma, ed i Cattolici, interamente divisi, volsero gli uni contro gli altri quelle armi che avevano destinate alla liberazione di Terra santa[353].

[352] _Raynaldi Ann. Eccles. § 42, ad annum p. 245._

[353] _Ib. an. 1276, § 1, p. 248._

(1276) Durante il viaggio del pontefice in Francia eransi manifestate in Romagna, in Toscana ed in Lombardia le passioni compresse dalla sua presenza, le quali egli sembrava avere incatenate col vigore e colla santità del suo carattere. A Bologna, del 1273, un tragico avvenimento aveva ridestato l'odio di due già rivali famiglie, le quali trassero seco nella privata loro contesa tutti i cittadini, e fecero rapidamente cadere la loro patria da quell'alto grado di potenza e di gloria cui erasi innalzata in quell'epoca.

Da lungo tempo i Geremei trovavansi alla testa del partito guelfo in Bologna, ed i Lambertazzi del ghibellino; e sebbene in questa città si fosse prima che altrove manifestata la tendenza del popolo alla democrazia, i nobili avevano saputo conservarsi sopra le fazioni quel credito ch'era loro rifiutato nell'amministrazione della repubblica. I Geremei ed i Lambertazzi, opposti in ogni occasione, avevano concepito gli uni per gli altri una violenta avversione; ma il governo aveva fin allora saputo contenerli, e reprimere i loro odj entro le stesse mura ove sedevano ne' medesimi consigli.

Due giovanetti Bonifacio Geremei, ed Imelda, figlia d'Orlando Lambertazzi, dimenticato il vicendevole odio delle loro famiglie si amavano teneramente. Un giorno Imelda consentì di ricevere l'amante suo nella propria casa; ma quando credevano di non essere osservati, una spia rivelò ai fratelli Lambertazzi la debolezza della sorella: essi entrarono furibondi nelle sue camere; l'incauta fanciulla appena ebbe tempo di salvarsi colla fuga; senza che l'amante potesse fare altrettanto: ed uno de' fratelli ferì nel cuore l'infelice Bonifacio con uno di que' pugnali avvelenati di cui i Saraceni ne avevano introdotto l'uso, e di cui in questa epoca il vecchio della montagna soleva armare i suoi terribili assassini. I Lambertazzi nascosero sotto alcuni rottami in un cortile abbandonato il cadavere dello sventurato giovane; ma appena ritiratisi, Imelda seguendo le tracce del sangue sparso, scoprì il corpo dell'amante. La sola cura che desse qualche speranza di guarire le ferite avvelenate era quella di succhiare la piaga ancora sanguinosa. In tal modo tre anni prima Edoardo d'Inghilterra era stato salvato dall'amore della tenera Eleonora. Un avanzo di vita pareva ancora animare il corpo di Bonifacio: Imelda diede cominciamento al suo triste ministero, e dalla ferita del suo amante succhiò un sangue avvelenato, che portò nel suo seno i semi d'una subita morte. Quando sopraggiunsero le sue donne giaceva di già senza vita a lato al cadavere del troppo amato giovane[354].

[354] _Ghirardacci Istoria di Bologna l. VII, p. 224._

Dopo tale avvenimento l'odio de' Lambertazzi e dei Geremei più non potè essere contenuto dalle leggi: s'allearono coi popoli prima nemici della loro patria; i Geremei coi Modonesi, i Lambertazzi cogli abitanti di Faenza e di Forlì; e volendo pure far adottare dalla loro patria le loro nimicizie, o le loro alleanze, i Geremei condussero sulla pubblica piazza il carroccio, in segno d'una vicina spedizione contro le città di Romagna, ed i Lambertazzi gli attaccarono. Per lo spazio di quaranta giorni le due fazioni s'azzuffarono continuamente sulla piazza principale o intorno ai palazzi fortificati dei capi delle fazioni nemiche. Finalmente, dopo avere versato molto sangue, i Geremei s'impadronirono di tutte le fortezze dei Lambertazzi, i quali furono costretti di sortire di città coi loro amici e con tutto il partito ghibellino. Giammai in alcuna guerra civile fu spinto più lontano l'abuso della vittoria: dodici mila cittadini furono colpiti da una sentenza d'esilio, confiscati i loro beni; e le loro case, dopo essere state abbandonate al saccheggio, furono atterrate[355].