Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 22

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Enrico di Castiglia, senatore di Roma, venne risparmiato, sia perchè cugino del re, sia per rispetto alle istanze fatte dall'abate di Monte Cassino che l'aveva consegnato. Ma si dovevano ancora versare torrenti di sangue. I Ghibellini di Sicilia scoraggiati dalla disfatta di Corradino, furono vinti, e caddero tutti gli uni dopo gli altri in mano de' Francesi, che li condannarono a morte. Tale fu la sorte de' fratelli Marino e Giacomo Capece, e di Corrado d'Antiochia, figlio di Federico d'Antiochia, bastardo di Federico II: il quale i carnefici, dopo avergli cavati gli occhi, appiccarono[321]: questi ad eccezione dello sventurato Enzo che ancora viveva nelle prigioni di Bologna, ove morì quattr'anni più tardi, era l'ultimo de' discendenti illegittimi della casa di Svevia, come Corradino n'era l'ultimo de' principi. Ventiquattro baroni calabresi furono presi nel castello di Gallopoli, e condannati all'ultimo supplicio[322]. Questi esempj di crudeltà erano imitati dai giudici di più basso rango, che trattavano i plebei come vedevano essere trattati i grandi. Molti si mandavano a morire, molti erano mutilati, altri spogliati delle loro fortune, senza neppure essere ascoltati avanti che fosse pronunciata contro di loro la sentenza. A Roma, fece il re troncare le gambe a coloro ch'eransi dichiarati contro di lui, ed in appresso temendo che la vista di tanti infelici gli suscitasse nuovi nemici, li fece chiudere in una casa di legno, cui fu appiccato il fuoco[323]. Guglielmo, detto lo stendardo, uomo di sangue, era stato mandato in Sicilia per reprimere, o punire i sediziosi. Assediò Augusta posta tra Catania e Siracusa. Era questa città difesa da mille de' suoi cittadini in istato di portare le armi, e da duecento cavalieri toscani del numero di coloro che Capece aveva condotti in Sicilia: la sua situazione era tale da rendere lungo tempo vani gli sforzi degli assedianti; ma sei traditori diedero la città nelle mani de' Francesi, aprendo loro una porta segreta. Gli abitanti di Augusta, sorpresi e massacrati nelle proprie strade, non poterono opporre veruna resistenza agli assalitori; pure quando ebbe occupata tutta la città, Guglielmo pose dei carnefici in riva al mare, e facendoli condurre l'un dopo l'altro tutti gli sventurati che scoprivansi ne' sotterranei delle loro case, faceva loro troncare il capo, e gettare i cadaveri nelle onde[324]. Neppure un solo abitante d'Augusta si sottrasse alla crudeltà di Guglielmo; i fuggiaschi, ch'eransi affollati in una barca, affondarono, ed i sei traditori, presi come gli altri da' carnefici, parteciparono della sventura della tradita loro patria. Corrado Capece venne consegnato a Guglielmo dagli abitanti di Conturbia, ed appiccato dopo che gli furono cavati gli occhi. Luceria fu presa dallo stesso Carlo, poichè la fame ebbe fatti perire la maggior parte de' Saraceni che la difendevano[325]; e tutte le città e castella delle due Sicilie tornarono in potere de' Francesi.

[321] _Bartol. de Neocastro Hist. Sic. c. 11, t. XIII, p. 1025._

[322] _Sabas Malaspina l. IV, c. 17, p. 853._

[323] _Sabas Malaspina l. IV, c. 13, p. 849._

[324] _Sabas Malaspina l. IV, c. 18, p. 854._

[325] _Idem c. 19, 20._

Il guanto, che Corradino aveva gettato in mezzo al popolo, si assicura che fu raccolto da Enrico Dapifero, e portato a D. Pietro d'Arragona, marito di Costanza, figliuola di Manfredi, come al solo legittimo erede della casa di Svevia. Forse Corradino volle in fatti, come lo pretesero i re austriaci ed arragonesi[326], trasferire in tal modo alla loro famiglia i proprj diritti al trono delle Sicilie, e ratificarne in tal modo il titolo ereditario; ma pare più probabile ancora, che Corradino, gettando in mezzo a' suoi sudditi il pegno della sua vendetta, suggerisse loro di scuotere un odioso giogo e di lavarsi del sangue de' loro re, del sangue de' loro amici e concittadini, che veniva versato sulle loro teste. Questo pegno di guerra fu realmente rialzato dalla nazione, ed i vesperi siciliani furono la lenta, ma terribile vendetta del supplicio di Corradino, della strage d'Augusta, de' torrenti di sangue sparso dai Francesi nelle due Sicilie.

[326] _Giannone Stor. Civile l. XIX, c. 4, p. 705_ e gli altri autori da lui citati.

CAPITOLO XXII.

_Smisurata ambizione di Carlo d'Angiò. — Eccita la discordia tra le repubbliche italiane per opprimerle. — Suoi progetti impediti dai vesperi siciliani._

1268=1282.

Carlo era finalmente giunto a quel grado di potenza cui agognava da tanto tempo; i due regni di Sicilia gli erano sottomessi; l'erede di quelle corone sagrificato alla sua politica, la famiglia di Svevia estinta, non rimanendo che una sola femmina maritata nell'estremità dell'Europa ad un principe poco ricco e poco potente, femmina che tirando ogni suo diritto da un bastardo non aveva alla successione che un titolo di poco superiore a quello del conquistatore. Carlo non era solamente re delle due Sicilie, ma era il favorito dei papi, che in esso vedevano l'opera loro; e come amico e figliuolo prediletto della santa sede esercitava negli stati della chiesa una potenza che niuno secolare sovrano aveva potuto da lungo tempo acquistarvi. Clemente IV morì un mese dopo il supplicio di Corradino[327], e perchè in trentatre mesi i cardinali non gli avevano ancora dato un successore, Carlo approfittò dell'interregno per accrescere il suo potere negli stati della chiesa. Clemente gli aveva dati dei diritti sopra la Toscana nominandolo vicario imperiale di quella provincia; i Guelfi lombardi lo risguardavano come loro protettore; molte città del Piemonte l'avevano eletto loro perpetuo signore; e per tal modo il re delle due Sicilie era diventato l'arbitro di tutta l'Italia.

[327] Clemente IV morì il 29 novembre, e Corradino subì l'ingiusta sua condanna il 29 ottobre.

Beatrice sua moglie, che per appagare la propria vanità lo aveva impegnato in così pericolose intraprese, non raccolse il frutto di quelle vittorie, che aveva così ardentemente desiderate; perciocchè morì poco dopo la battaglia di Tagliacozzo, e Carlo sposò in seconde nozze Margarita di Borgogna.

Se Carlo conservò lungo tempo l'acquistato potere, non però fu soddisfatta la sua ambizione; che dopo tante prosperità non sembrandogli le due Sicilie uno stato degno di lui, più omai non lo risguardava che come un mezzo per innalzarsi a maggior grandezza. In vece di appagarsi dell'alta influenza che aveva acquistata sopra tutta l'Italia, volle ridurre questa terra in servitù e farne un solo regno il quale gli somministrasse gli opportuni mezzi a far l'impresa del Levante, che stavagli altamente a cuore. Si era perciò procacciate segrete corrispondenze in ogni angolo dell'Italia e della Grecia, tracciandosi una strada cogli inganni, che poi andava allargando colla crudeltà; tesori immensi, larghi fiumi di sangue fece spargere ai popoli che voleva governare; ma invece di ridurli in ischiavitù, gli scosse dal vergognoso letargo, e chiamò sopra di sè e sopra la sua famiglia la tarda ma giusta vendetta degli oppressi.

Tra le circostanze, che principalmente favorirono l'ingrandimento della casa d'Angiò, vuole essere annoverata la caduta de' principali capi del partito ghibellino in Lombardia, il marchese Pelavicino e Buoso di Dovara. Ambedue erano stati allievi di Federico II, ambedue compagni d'armi del feroce Ezelino, finchè, costretti da' suoi delitti, concorsero anch'essi coi Guelfi alla sua distruzione. Uberto Pelavicino era un eccellente capitano, ed era stato uno de' primi a formare un numeroso e potente corpo di cavalleria, che da lui solo dipendeva; aveva riunite sotto il suo dominio molte città, che, nominandolo loro generale, lo avevano, quasi senza accorgersene, fatto loro padrone[328]. L'ambizione di Pelavicino era meno avida e feroce di quella d'Ezelino; egli non aveva fondato il suo potere coi delitti, nè resolo compiuto, onde se ne vide spogliato dall'incostanza de' popoli, senza essere in istato, come Ezelino, di difendere con una lunga guerra gli stati da lui formati.

[328] Nel medesimo tempo il marchese era stato signore di Cremona, Milano, Brescia, Piacenza, Tortona ed Alessandria. Inoltre come capo di partito godeva di una illimitata autorità a Pavia, Parma, Reggio e Modena. Finalmente, come signore di Milano, le città di Lodi, Como e Novara dipendevano pure da lui. Perdette le signorie di tante città tre anni avanti di morire, senza quasi aver potuto combattere per difenderle. _Chron. Placent. t. XVI. p. 476._

Quasi tutte le città da lui dipendenti eransi di già sottratte alla sua autorità, quando Corradino attraversò la Lombardia; e solo gli rimanevano molti castelli assai forti, fra i quali, quello ragguardevolissimo di san Donnino, solita sua residenza, tra Parma e Piacenza, il quale si arrese in sul finire del 1268 ai Parmigiani che lo assediavano, e fu interamente distrutto, ed i suoi abitanti dispersi nelle vicine terre. Il marchese Uberto, ch'erasi ritirato in un altro castello, vi morì l'anno susseguente, mentre i Guelfi suoi nemici stavano per assediarlo[329]. Suo figlio Manfredi continuò la nobile famiglia de' Pelavicino, che con leggiere alterazione di nome chiamasi oggi Palavicino; ma quantunque fino a' nostri giorni sia rimasta feudataria immediata dell'impero, non risalì però mai a quel grado di potenza, cui l'aveva innalzata il marchese Uberto.

[329] _Chronic. Placent. t. XVI, p. 476. — Chron. Parmen. t. XIX, p. 784. — Campi Cremona Fedele l. III, p. 78._

Buoso di Dovara, lungo tempo collega di Pelavicino, fu forse, disgustandosi con lui, cagione della comune ruina; giacchè appena stando uniti erano abbastanza potenti per resistere ai loro nemici. Buoso fu esiliato da Cremona con tutto il suo partito, e morì miserabile dopo avere compromessa la sua autorità per una insensata avarizia[330].

[330] _Chron. F. Francisci Pipini l. III, c. 45, t. IX, p. 709._

Le città di Lombardia, quasi tutte addette al partito guelfo, parevano, colla caduta degli antichi loro padroni, ricuperare la perduta libertà; ma esse avevano perduto nelle precedenti rivoluzioni quell'odio della tirannia e del potere arbitrario che forma, per così dire, la salvaguardia delle repubbliche. La passione dominante d'ogni città era il trionfo d'una fazione, non lo stabilimento d'un conveniente governo; ed i mezzi, che venivano adottati per conseguire questo scopo, tendevano di loro natura a distruggere la libertà. Non si può forse ragionevolmente sperare che una repubblica possa stare senza fazioni; ma per lo meno sarebbe desiderabile che le fazioni prendessero origine nel suo seno e che i suoi cittadini non adottassero cause straniere. Un'interna fazione confonde sempre lo scopo ch'ella si propone colla speranza d'un miglior governo. Se gli uni si sforzano di far trionfare i nobili, egli è perchè si lusingano di trovare nell'aristocrazia maggior forza, dignità, prudenza e tranquillità: se altri esaltano il potere popolare, vuol dire che si ripromettono nella democrazia maggiore libertà, indipendenza ed energia. Nè gli uni nè gli altri sceglieranno scientemente per ottenere l'intento loro mezzi distruttivi dello scopo che si propongono, e questo scopo è sempre una salvaguardia dello stato medesimo. Ma quando i cittadini hanno preso parte collo stesso zelo in una fazione più estesa che la loro patria, in una fazione il cui scopo trovasi al di fuori di questa, quello è risguardato come un interesse superiore all'interesse nazionale: allora non sonovi sagrificj che i cittadini non siano disposti a fare per conseguirlo. Nelle dispute di religione, in quelle dell'impero e della chiesa, ridurre in servitù la sua patria, il sottoporla ad un governo violento ma energico, non è già un distruggere lo scopo propostosi, egli è al contrario un giovare spesse volte a somministrare più sicuri mezzi per ottenerlo. Le fazioni furono spinte in Toscana ed in Lombardia ad un egual grado di violenza; ma nel primo paese erano quelle della democrazia e dell'aristocrazia, onde fu mantenuta la libertà; nel secondo quelle de' Guelfi e de' Ghibellini, ed il governo repubblicano fu loro sagrificato.

Carlo d'Angiò, che alimentava le passioni da cui sperava i suoi prosperi successi, fece adunare a Cremona una dieta delle città guelfe della Lombardia. La presiedettero i suoi ambasciatori, i quali rappresentarono alle città, che per non perdere i vantaggi della vittoria che avevano ottenuta sui Ghibellini, eterni loro nemici, per impedire il rinascimento di quell'odiata fazione e per dare maggiore forza ed unione al governo della lega, egli era necessario di nominare un capo. Pretesero che il re Carlo, il quale andava debitore di ogni suo potere ai Guelfi, sarebbe l'uomo più invariabilmente attaccato al loro partito; ed in conseguenza domandavano che tutte le città lombarde lo nominassero loro signore. Vi acconsentirono quelli di Piacenza, Cremona, Parma, Modena, Ferrara e Reggio[331]; quelli di Milano, Como, Vercelli, Novara, Alessandria, Tortona, Torino, Pavia, Bergamo, Bologna e quelli del marchese di Monferrato, risposero, che volevano aver Carlo sempre amico, padrone mai. Non perciò si sgomentarono i deputati di Carlo, anzi fecero fante pratiche, che, avanti che terminasse l'anno, i Milanesi e varj altri popoli acconsentirono a giurare fedeltà al nuovo signore.

[331] _Chron. Placent. t. XVI, p. 476. — Giorgio Giulini memorie t. VIII, l. LVI, p. 238._

Il re di Sicilia non sarebbesi forse limitato a questi primi successi, se a tale epoca non fosse stato strascinato da suo fratello san Luigi nell'ultima crociata, che lo allontanò alcun tempo dalle sue intraprese sull'Italia.

(1270) Mille cause diverse avevano quasi spento l'ardore per le crociate; e le più frequenti comunicazioni coi Saraceni avevano assai diminuito quell'odio che prima ispiravano. Per lo contrario i cristiani di Terra santa avevano date tante prove di viltà, di perfidia, di corruzione, che le loro sventure venivano risguardate come una punizione del cielo. La cieca fede dell'undecimo secolo era stata indebolita dai nascenti lumi del tredicesimo; ed il generoso cavalleresco sagrificio dei grandi aveva fatto luogo ad una più astuta politica. L'abuso delle crociate aveva in sì special modo fatta nascere la diffidenza intorno all'efficacia delle indulgenze; eransi veduti più volte i papi predicare la crociata contro i loro particolari nemici, contro principi commendevoli per virtù e per talenti, contro imperatori che avrebbero potuto essere l'appoggio della cristianità; onde incominciavasi a dubitare della santità delle crociate e delle ricompense che potevano meritare innanzi al tribunale di Dio. Il signore di Joinville, sollecitato da san Luigi ad accompagnarlo in quest'ultima spedizione, racconta che gli rispondesse; «che s'egli si esponeva al pellegrinaggio della croce, ruinerebbe totalmente i suoi poveri sudditi. Inoltre, soggiunge egli nelle sue memorie, ho udito dire da molti che coloro che gli consigliarono l'intrapresa della crociata fecero un grandissimo male, e peccarono mortalmente; perchè, finchè rimase nel regno di Francia, tutto il suo regno viveva in pace, e vi regnava la giustizia; e tostochè l'ebbe abbandonato, tutto incominciò a peggiorare. Fecero pure grandissimo male per un altro motivo; essendo il detto signore tanto indebolito e fiacco della persona, che non poteva sostenere veruna armatura, nè rimanere lungo tempo a cavallo[332].»

[332] _Memorie di Joinville_ — Nella Collezione delle memorie particolari della storia di Francia, _Ediz. del 1785. t. II, p. 158_.

Qualunque si fosse il sentimento di Joinville e di molti suoi compagni d'armi, presso ad altri molti le cavalleresche virtù di san Luigi riaccesero per l'ultima volta lo zelo che si spegneva. Non potevasi infatti lasciar di ammirare questo vecchio monarca, che abbandonava le cure e la gloria del suo rango, e senza essere scoraggiato dalla contraria sorte della prima spedizione, imbarcavasi di nuovo con tutta la sua famiglia per intraprendere una guerra da cui non poteva sperarne alcun vantaggio temporale, ma solo perchè la credeva voluta dal suo dovere e dalla gloria di Dio. Arrivato sulla spiaggia delle Acquemorte e nell'atto di montare a bordo del suo vascello, san Luigi si volse ai suoi figliuoli ed in particolare a Filippo che doveva succedergli.

«Tu vedi, mio figlio, gli disse, come malgrado la mia vecchiaja intraprendo per la seconda volta questo pellegrinaggio, mentre la regina tua madre trovasi in età avanzata, e che, coll'ajuto di Dio, il nostro regno essendo esente da turbolenze, vi godevo di quante ricchezze e delizie ed onori è dato agli uomini di godere. Tu vedi, ti dico io, come per la causa di Cristo e della sua Chiesa io non risparmio la mia vecchiezza; non mi lascio smuovere dalle lagrime di tua madre, ripudio gli onori ed i piaceri, e consacro le mie ricchezze in servigio di Dio. Tu vedi come io conduco con meco te, i tuoi fratelli, e la tua maggior sorella, e sai che avrei meco condotto ancora il quarto figliuolo, se la sua età lo avesse permesso. Ho voluto farti rimarcare tutte queste cose, affinchè quando dopo la mia morte avrai il governo del mio regno, non ti esca mai di mente che non si deve nulla risparmiare per Cristo, per la Chiesa, e per la difesa della fede, non la consorte, non i figliuoli, non un regno. Ho voluto nella mia persona darne un esempio a te ed ai tuoi fratelli, affinchè, quando convenga, facciate lo stesso[333].»

[333] _Surio in vita sancti Ludovici t. IV, die 25 augusti. Ap. Rayn. Annales § 6. t. XIV, p. 175._

In fatti l'esempio del santo re ne aveva strascinati degli altri, quello di Sicilia suo fratello, ed il re di Navarra, Teobaldo. Distinguevansi pure tra i crociati Edoardo, figlio d'Enrico III, re d'Inghilterra, poi suo successore, i conti di Poitou e di Fiandra, il figlio del conte di Bretagna, ed un gran numero di nobili signori[334].

[334] _Guilel. de Nangiaco Gesta sancti Ludovici p. 383. in Duchesne Scrip. hist. Franc. t. V._

Ma quest'ultima crociata, lungi dall'avere un successo proporzionato al rango, alla potenza ed all'abilità de' principi che la componevano, fu la più sventurata di tutte, in modo che la sua cattiva riuscita e le triste conseguenze che ne derivarono, sconsigliarono poi sempre i cristiani da così pericolose spedizioni. La flotta crociata non potè spiegare le vele avanti luglio, e sbarcò sulle coste d'Affrica un'armata, che dopo l'unione del re di Sicilia e del principe Edoardo, pretendono alcuni numerosa di oltre duecento mila uomini, de' quali quindici mila di cavalleria pesante[335]. La lusinga che il bey di Tunisi farebbesi cristiano, e la supposizione di giugnere più facilmente in Egitto lungo la costa dell'Affrica, fecero preferire questa strada alla lunga navigazione dell'Arcipelago. Ma mentre stavasi aspettando il re Carlo su quelle ardenti spiagge, fra i vortici d'arena che i Saraceni avevano l'arte di dirigere sopra i Latini, l'armata fu assalita dalla peste. Fra i più distinti personaggi caddero prima il principe Giovanni di Francia, ed il cardinale Albano legato del papa: poi infermò lo stesso re san Luigi, che morì il 25 d'agosto con sentimenti di pietà e di rassegnazione degni della passata sua vita. Grandissimo fu il numero de' principali signori e baroni morti in breve tempo dal contagio, e la mortalità de' semplici soldati fu tale, che, senz'avere combattuto, l'armata trovavasi già molto indebolita quando sopraggiunse Carlo d'Angiò e ne prese il comando.

[335] _Gio. Villani l. VII. c. 37. p. 258._ — Guido da Corvaria, storico Pisano coetaneo, dice che la flotta era composta di cento e otto vascelli a due ponti, _gabiati_, di ventotto galere, e buon numero di altri navi. _Fragment. Pisanæ Hist. t. XXIV, p. 676._

Con minori virtù e sopra tutto con minore disinteressamento, Carlo aveva forse più talenti militari di suo fratello. Egli aveva aspettato a sbarcare le sue truppe dopo la caduta delle piogge autunnali che sogliono rinfrescare e purgare l'aere infetto di quelle spiagge. All'istante, per allontanare le truppe da un campo ove la morte aveva fatto tante stragi, le condusse all'assedio di Tunisi: e perchè il bey spaventato offrì di entrare in negoziazione, Carlo si affrettò di raccogliere i frutti de' generosi sforzi di suo fratello e di tanti cristiani; accordò al bey la pace a condizione ch'egli sarebbe tributario del re di Sicilia; indi facendo imbarcare i suoi soldati, invece di compiere il suo pellegrinaggio e marciare in soccorso di Terra santa, salpò verso i suoi stati. Molti crociati sdegnaronsi altamente, vedendo che la politica di Carlo si faceva giuoco de' loro voti; ma tutti ripresero la strada dell'Europa, ad eccezione di Edoardo e de' suoi Inglesi, che continuarono il loro viaggio verso Terra santa, ove giovarono molto alla difesa di san Giovanni d'Acri attaccato da Bendocdar.

Ritornando i crociati in Europa, fecero un triste esperimento dell'avidità e della crudeltà di Carlo. Innanzi a Trapani furono assaliti da un'orribile burrasca che affondò diciotto grandi vascelli e molti più piccoli con quattro mila persone[336]; e perchè molte navi, spinte dalla tempesta ruppero sulle rive della Sicilia, ordinò Carlo che fossero confiscati a suo profitto gli effetti di tutti i vascelli naufragati, appoggiandosi ad un'antica costituzione del re Guglielmo, che aggiudicava alla corona gli avanzi delle navi gettati dal mare sulle coste. I Genovesi cui appartenevano quasi tutti i vascelli della flotta, e che per formarne gli equipaggi avevano dati alla crociata più di dieci mila uomini, erano in forza di antichi trattati specialmente esentati da così barbara legge; ed in forza della legislazione de' cristiani lo dovevano pur essere i crociati all'attuale servigio della chiesa: ma quand'anche non si fosse potuto addurre verun altro privilegio, la confisca non doveva giammai estendersi ai compagni d'armi del re, a coloro ch'eransi con lui sottratti alla stessa burrasca come alle medesime battaglie. Pure Carlo non volle udir ragioni: tutto fu tolto agl'infelici naufragati, ed il re di Sicilia riebbe sui beni de' suoi amici un tesoro eguale a quello che il bey di Tunisi aveva pagato per liberarsi dall'assedio, e che il mare aveva inghiottito[337].

[336] _Monacus Patav. in Chron. l. III, p. 732._ — Qui termina la cronaca del monaco di Padova.

[337] _Annales Genuenses l. IX, p. 551. — Uberti Folietta Genuens. Hist. l. V, p. 175, 376. ap. Graevium._