Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 21

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Lo spavento che sentiva il papa, e che manifestava in questa così poco misurata lettera, era in parte prodotto da' preparativi di guerra che il senatore di Roma andava facendo quasi sotto i suoi occhi. Questo senatore era un principe castigliano. Alfonso X, re di Castiglia, quello stesso che aspirò a portare la corona imperiale, aveva due fratelli, Federico ed Enrico, che dopo essersi contro di lui ribellati co' suoi sudditi, avevano dovuto abbandonare la Spagna e rimanersi più anni al servigio del re di Tunisi[306]. Durante la lunga loro dimora presso i Saraceni furono accusati d'avere adottati i costumi e la religione di quel popolo. Enrico frattanto, stanco del suo esilio tra i Musulmani, era dall'Affrica passato in Italia ne' tempi in cui la conquista del regno di Napoli fatta da Carlo d'Angiò riscaldava le speranze di tutti gli ambiziosi. Il padre d'Enrico era fratello della madre di Carlo, onde il principe castigliano approfittò di questa parentela per essere favorevolmente accolto da suo cugino; ed a questa aggiunse una raccomandazione ancora più potente, prestandogli sessanta mila doppie, prezzo de' suoi servigi presso i Saraceni e de' suoi risparmj. In fatti Carlo lo accolse come fratello; lo raccomandò caldamente al papa, cui chiese perfino che lo investisse del regno di Sardegna, onde toglierlo a' Ghibellini di Pisa. Ma Carlo non tardò ad ingelosirsi dell'influenza che Enrico andava acquistando grandissima sullo spirito del popolo di Roma ed alla corte papale, chiese per sè medesimo il regno di Sardegna, rifiutò di restituire al cugino il prestato denaro, ed eccitò talmente la sua collera, che Enrico giurò di vendicarsi, quand'anche dovesse perdere la vita[307].

[306] Alfonso di Castiglia aveva violati i privilegi nazionali; aveva alterate le monete e stabilite nuove imposte senza il consentimento delle Cortes. I nobili avevan tentato di formare un'_unione_ per mantenere i loro diritti, ed il principe Enrico erasi posto alla loro testa; ma le sue truppe essendosi sbandate a _Nebrissa_, egli era stato costretto l'anno 1257 di fuggire a Valenza, di dove passò a Tunisi. Lo seguirono in Affrica ed in Italia alcuni de' gentiluomini che avevano con lui preso parte contro il re Alfonso. _Mariana Hist. de las Hispañas l. XIII, c. 11. — Hisp. illust. t. II, p. 599._

[307] _Gio. Villani l. VII, c. 10, p. 235. — Sabas Malaspina Hist. Sicula, l. III, c. 18, p. 833._

Intanto i Romani inaspriti contro la nobiltà da quella stessa gelosia, che animava a quest'epoca tutti i popoli d'Italia, avevano escluso quest'ordine privilegiato dal governo della loro città. Avevano allora nominati due cittadini per ogni quartiere, onde comporne il supremo loro consiglio, e questo accordò il rango di senatore ad Enrico di Castiglia, perchè lo credette opportuno a decorare colla sua reale nascita il nuovo governo. Enrico aveva sotto i suoi ordini circa trecento cavalieri spagnuoli o saraceni, che l'avevano seguìto da Tunisi in Italia; ebbe presto il modo di farne venire degli altri; ed in pari tempo afforzò il suo potere in Roma con una mescolanza di fermezza e di giustizia, rimettendovi l'ordine e la sicurezza: ma fece arrestare come ostaggi alcuni capi del partito de' nobili e de' Guelfi, due Orsini, un Savelli, uno Stefani ed un Malabranca. Diede inallora pubblicità all'alleanza da lui contratta con Corradino, e scrisse a questo principe per affrettarlo a recarsi a Roma[308].

[308] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. III, c. 20, p. 834._

Nello stesso tempo Corrado Capece, dopo aver portate a Pisa notizie di Corradino e dell'imminente sua venuta, aveva fatto vela alla volta di Tunisi sopra una galera pisana per trovare Federico, fratello d'Enrico di Castiglia, che sbarcò sulle coste della Sicilia con duecento cavalieri spagnuoli, altrettanti tedeschi e quattrocento toscani ch'eransi riparati in Affrica dopo la disfatta della casa di Svevia, che ardentemente desideravano di vendicare. Le due galere che portarono questa gente a Sciatta in Sicilia erano cariche di selle e di armi; ma i cavalieri erano in sì misero stato ridotti, che non avevano fra tutti più di ventidue cavalli[309]. Nulladimeno sparsero nell'isola le lettere ed i proclami di Corradino per ricordare ai popoli la fedeltà giurata alla sua famiglia. Bentosto le valli di Mezzara e di Noto, e tutta la Sicilia, fuorchè Palermo, Messina e Siracusa spiegarono le insegne della casa di Svevia; il vicario del re Carlo fu rotto da Corrado e da Federico, ed i cavalli tolti ai Provenzali servirono ai cavalieri giunti dall'Affrica.

[309] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. IV, c. 2, p. 837._

Quando Carlo ebbe avviso de' progressi de' suoi nemici in Sicilia, seppe pure che a Luceria i Saraceni avevano prese le armi contro di lui, che la città di Aversa nella Puglia, le città degli Abruzzi, tranne l'Aquila, e molte città della Calabria eransi ribellate. Per queste notizie partì subito per attaccare i suoi nemici prima che ricevessero i soccorsi di Corradino, e, lasciando ottocento cavalieri francesi o provenzali in Toscana sotto gli ordini di Guglielmo di Belselve, venne a grandi giornate in Puglia ed assediò Luceria.

Frattanto Corradino, lasciata Pavia, aveva, per valicare le Alpi liguri, divisa la sua gente in due corpi; con uno de' quali, condotto dal marchese del Carreto, attraversando le terre di questo signore, scese anch'egli a Varaggio presso Savona nella riviera di Ponente, nel qual luogo i Pisani tenevano pronte dieci galere per condurlo a Pisa, dove arrivò nel mese di maggio[310]. L'altro corpo composto della sua cavalleria venne per le montagne di Pontremoli a Sarzana, ove fu accolto dai Pisani medesimi, i quali vollero dare all'ultimo rampollo della casa di Svevia sicure prove del costante attaccamento loro verso quella famiglia. Allestirono perciò trenta galere montate da cinque mila soldati pisani, e le spedirono verso le coste delle due Sicilie ove, dopo aver guastato il territorio di Molo, attaccarono finalmente in faccia a Messina la flotta combinata provenzale e siciliana di Carlo d'Angiò e le presero ventisette galere che abbruciarono in vista del porto[311].

[310] _Caffari continuator. An. Gen. l. VIII, p. 545. — Gio. Villani l. VII, c. 23, p. 247. — Michael de Vico Breviar. Pisan. Hist. p. 197._

[311] _Sabas Malaspina l. IV, c. 4, p. 840._

Corradino poi ch'ebbe, alla testa dei Pisani, fatta una scorreria nel territorio di Lucca[312], passò a Siena, ove fu accolto colle medesime dimostrazioni di gioja. Guglielmo di Belselve, maresciallo di Carlo, vedendo che il suo nemico avanzavasi alla volta di Roma, volendo avvicinarlo, marciò da Fiorenza ad Arezzo; ma giunto a Ponte a Valle sull'Arno, cadde in un'imboscata tesa dalle truppe di Corradino comandate dagli Uberti di Firenze, e fu fatto prigioniere colla maggior parte de' suoi soldati, essendo gli altri stati uccisi o dispersi[313].

[312] _Ptolomæi Ann. Lucenses t. XI, p. 1286._

[313] _Gio. Villani l. VII, c. 24, p. 247. — Cron. Sanese Andreæ Dei t. XV, p. 35. — Malavolti Stor. Sien. l. II, p. II, p. 36._

Corradino, durante il sue cammino a traverso dell'Italia, aveva tre volte ricevuto ordine dal pontefice di licenziare la sua armata, e di venire disarmato ai piedi del principe degli apostoli a ricevere quella sentenza che avrebbe contro di lui pubblicata, minacciandolo in caso di rifiuto di scomunicarlo e di spogliarlo del titolo di re di Gerusalemme, il solo che la santa sede gli avesse permesso d'ereditare da' suoi antenati. Corradino non si era curato di tali minacce, onde Clemente pronunciò in Viterbo, il giorno di Pasqua, la sentenza di scomunica contro di lui e de' suoi partigiani[314], dichiarandolo decaduto dal regno di Gerusalemme, e liberando i suoi vassalli dal giuramento di fedeltà. Corradino non rispose altrimenti a quest'ultima bolla che avanzandosi verso Roma alla testa della sua armata. Passando presso Viterbo, ove dimorava il papa, che vi si era afforzato con numerosa guarnigione, Corradino fece spiegare la sua armata innanzi alle mura della città per incutere timore alla corte pontificia. Difatti i cardinali ed i preti corsero spaventati a trovare Clemente, che stava allora pregando. «Non temete, rispose loro, che tutti questi sforzi saranno dispersi come il fumo.» Indi si recò sulle mura di dove osservò Corradino e Federico d'Austria che facevano sfilare in parata la cavalleria. «Queste, disse ai cardinali, sono vittime che si lasciano condurre al sagrificio[315].»

[314] Si osservi la bolla del papa § 4-17, _p. 159-161, ad an. Ann. Eccles. Raynaldi._

[315] _Ptolomæi Lucensis Hist. Eccles. l. XXII, c. 36, p. 1160. — Raynald. Ann. Eccles. § 20, p. 161._

Corradino fu in Roma ricevuto dal senatore Enrico di Castiglia colla pompa riservata ai soli imperatori. Il senatore aveva presso di lui adunati ottocento cavalieri spagnuoli, molti uomini d'armi tedeschi, e signori ghibellini, che avevano militato sotto Manfredi e sotto Federico. Dopo essersi trattenuto pochi giorni in Roma per dar riposo all'armata, ed appropriarsi i tesori del clero nascosti nelle chiese, Corradino partì il 18 agosto alla testa di cinque mila uomini d'armi alla volta del regno di Napoli.

Le strade del regno dalla banda della Campagna e di Ceperano trovandosi ben fortificate e guarnite di truppe, Corradino risolse di prendere il cammino degli Abruzzi. Passando sotto Tivoli, attraversò la valle di Celle, e scese nella pianura di san Valentino o Tagliacozzo[316]. Informato il re Carlo della strada tenuta da Corradino levò l'assedio di Luceria, ed avanzandosi a grandi giornate, passò la città dell'Aquila, e si fece incontro al suo rivale nella stessa pianura di Tagliacozzo. Non aveva Carlo più di tre mila cavalieri da opporre ai cinque mila di Corradino; ma un vecchio barone francese, Alardo di San Valerì, che tornava allora di Terra santa, gli suggerì un pericoloso, e fors'anco crudele stratagemma, che compensò l'inferiorità del numero. Così consigliato da San Valerì, Carlo divise la sua armata in tre corpi; formò il primo di Provenzali, di Toscani e di Campagnani sotto il comando di Enrico duca di Cosenza che perfettamente rassomigliava a Carlo, e che fece vestire degli abiti e delle reali insegne: formò il secondo corpo di Francesi capitanati da Giovanni di Crari, e mandò questi due battaglioni, quasi formassero soli tutta l'armata, a custodire il ponte e difendere il piccolo fiume che traversa il piano di Tagliacozzo. Frattanto il re con Alardo di San Valerì, Guglielmo di Villehardovin, principe della Morea, ed ottocento cavalieri, il fiore di tutta l'armata guelfa, si nascose in una angusta valle per dare addosso ai nemici in sul finire della battaglia.

[316] Matteo Spinelli di Giovenazzo, il più antico storico che scrivesse in lingua italiana, condusse un giornale fino alla vigilia di questa battaglia, ove pare che restasse morto. Il giornale è scritto in dialetto pugliese, assai diverso dal toscano, onde Muratori credette necessario di stamparlo colla traduzione latina. Vi si conosce l'odierno dialetto di Napoli, _t. VII Rer. Ital._

Corradino, poi ch'ebbe riconosciuti i due corpi, che supponeva formare tutta l'armata guelfa, divise la sua per nazioni in tre corpi. Egli col duca d'Austria prese il comando de' Tedeschi, affidò quello degl'Italiani al conte Galvano Lancia, e quello degli Spagnuoli ad Enrico di Castiglia. Guadò arditamente il fiume alla testa de' suoi valorosi soldati ed attaccò i Provenzali che furono ben tosto rotti, come pure poco dopo il corpo de' Francesi. I Ghibellini erano talmente superiori di numero, che l'armata nemica si vide in breve distrutta o posta in disordinata fuga. Carlo che dall'alto di un colle vedeva l'uccisione delle sue genti, si disperava, e voleva ad ogni modo andare in loro soccorso, ma il signore di San Valerì, che perfettamente conoscendo la natura de' Tedeschi aveva calcolati gli effetti della loro vittoria, non gli permise di muoversi. In fatti i Tedeschi trovando sul campo di battaglia il corpo d'Enrico di Cosenza cogli ornamenti reali, lo supposero lo stesso Carlo, onde parendo loro d'avere ottenuta intera vittoria, e di non avere più nulla a temere, si sparsero per la campagna per saccheggiare il campo nemico.

Quando Alardo di San Valerì vide compiutamente rotti gli ordini di battaglia delle truppe di Corradino, e che dispersi nell'inseguire i fuggiaschi, erano divisi in piccole bande, e non più in istato di sostenere l'urto della sua cavaleria, voltosi a Carlo, gli disse: «Fate adesso suonare la carica, che giunto è l'istante opportuno.» Infatti questi ottocento scelti e freschi cavalieri spingendosi in mezzo ad un'armata di cinque mila uomini oppressi dalla fatica, e talmente dispersi, che in verun luogo trovavansi duecento cavalieri riuniti e disposti a fare resistenza, ne fecero uno spaventoso massacro. Carlo era sì poco aspettato, che quando la sua truppa entrò di galoppo nel campo di battaglia, si credette da coloro che l'occupavano, che fosse un corpo dell'armata di Corradino che aveva inseguiti i nemici, e non si posero in sulle difese per fargli fronte. I Francesi, vedendo rialzata l'insegna del loro re, accorrevano ad ordinarsi intorno alla medesima, e per tal modo la gente di Carlo andava ingrossando, mentre scemava quella di Corradino[317]. I baroni che gli stavano appresso non vedendo alcun mezzo di restaurare la battaglia, lo consigliarono a mettersi in salvo co' suoi soldati, onde misurarsi un'altra volta, e non rimanere morto o prigioniere. Corradino, il duca d'Austria, il conte Galvano Lancia, il conte Gualferano ed i conti Gherardo e Galvano di Donoratico di Pisa fuggirono assieme; ed a stento Alardo di San Valerì contenne i Francesi che volevano inseguirli; perciocchè se essi dal canto loro rompevano l'ordinanza, avrebbero potuto essere egualmente disfatti: poco mancò pure che nol fossero da Enrico di Castiglia, che tornò co' suoi Spagnuoli sul campo di battaglia: ma questi ancora furon rotti, e Carlo si tenne fino a notte ordinato in battaglia, per non compromettere la sua vittoria.

[317] _Gio. Villani l. VII, c. 27, p. 250 e seg. — Ricordano Malaspina c. 192, p. 1013. — Sabas Malasp. Hist. Sic. l. IV, c. 9 e 10, p. 845._ — Lettera di Carlo a Clemente IV del giorno in cui seguì la battaglia. — _Raynal. 32, 33, p. 164. — Ricobald. Ferrariensis Hist. Imp. t. IX, p. 136. — Chron. F. Francis. Pipini l. III, c. 7, t. IX, p. 682. — Guglielmo di Nangì Gesta S. Lodov. Presso Duchesne Hist. Fran. Scrip. t. V, p. 378-382._ — La battaglia ebbe luogo la vigilia di san Bartolomeo 23 agosto 1268.

Corradino fuggendo aveva sperato di trovare il grosso della sua armata ch'era piuttosto dispersa che disfatta; ma quel paese, che gli si era mostrato prima favorevole, andavasi contro di lui dichiarando di mano in mano che aveva avviso della sua rotta. Enrico di Castiglia fu fatto prigioniero e consegnato a Carlo dall'abate di Monte Cassino, cui aveva chiesta ospitalità. Corradino, giunto coi suoi amici alla torre d'Astura in riva al mare, lontana quarantacinque miglia dal campo di battaglia, si fece dare una barca per passare in Sicilia; ma Giovanni Frangipani, signore d'Astura, gli tenne dietro con un'altra barca, e, fattolo prigioniero, lo condusse nel suo castello. Stava il Frangipani dubbioso se dovesse accettare il danaro offertogli per la libertà de' suoi prigionieri, quando si vide assediato dall'ammiraglio di Carlo, e forzato di rimetterli nelle sue mani. Ricevette dal re francese in premio della sua viltà un feudo presso Benevento.

La disfatta di Corradino non doveva mettere fine nè alle sue sventure, nè alle vendette del re. L'amore del popolo pel legittimo erede del trono era così manifesto, che Carlo temeva di nuove rivoluzioni finchè il principe fosse vivo; onde Carlo coprendo la sua diffidenza e la sua crudeltà colle apparenze della giustizia, determinò di far morire sul patibolo l'ultimo rampollo della casa Sveva, l'unica speranza del partito ghibellino. A tal fine adunò in Napoli due sindaci o deputati di ciascheduna città di Terra di Lavoro e del Principato[318]; le quali erano le province a lui più devote e più abbondanti di Guelfi. Eretta quest'adunanza in tribunale, chiese una sentenza di condanna contro Corradino e tutti i suoi partigiani. Ma a fronte della parzialità con cui era stato formato questo tribunale, ed a fronte del timore, che poteva ispirare a' suoi membri il conosciuto carattere del tiranno, la maggior parte di loro non vollero macchiarsi di tanta infamia.

[318] _Sabas Malasp. Hist. Sicula l. IV, c. 16, p. 851._

Mentre Carlo abbassavasi vilmente alle funzioni d'accusatore, e rinfacciava il suo rivale d'essersi ribellato contro di lui, suo legittimo sovrano; di avere fatto alleanza co' Saraceni, e di avere saccheggiati i monasterj; Guido di Sucaria, famoso legista, che sedeva tra i giudici, prese la parola per difendere l'accusato. Mostrò che Corradino trovavasi sotto la salvaguardia che le leggi della guerra accordano ai prigionieri; che il suo diritto al trono, che aveva cercato di far rivivere, era abbastanza plausibile perchè, senza delitto, potesse tentare di farlo valere; che i disordini della sua armata non gli potevano altrimenti essere imputati che al capo d'un'armata ben affetta ed amica alla Chiesa si potevano imputare i sacrilegi e le infamità da quella medesima armata in simil guisa commessi; per ultimo, che l'età di Corradino sarebbe un motivo di grazia, quand'anche non avesse alcun diritto alla protezione della giustizia. Un sol giudice provenzale, suddito di Carlo, di cui gli storici non ci conservarono il nome, osò votare per la morte di Corradino; altri si ridussero ad un timido e colpevole silenzio; e Carlo, appoggiato all'autorità di un solo giudice, fece da Roberto di Bari, protonotaro del regno, pronunciare la sentenza di morte contro lo sventurato principe e tutti i suoi compagni[319]. La sentenza fu comunicata a Corradino mentre stava giocando agli scacchi. Gli si lasciò poco tempo per disporsi alla morte, ed il giorno 26 ottobre, fu con tutti i suoi compagni condotto sulla piazza del mercato di Napoli presso al mare: Eravi il re Carlo con tutta la sua corte, ed un'immensa folla di popolo circondava il vincitore ed il re condannato.

[319] Molti scrittori accusano Clemente IV di avere consigliato Carlo a far morire Corradino; volendo alcuni che quando Carlo lo consultò intorno alla sorte di quel giovane principe, si limitasse a rispondere: «Ad un papa non conviene dar consiglio intorno alla morte di chiunquesiasi.» Altri pretendono che rispondesse: _Vita Corradini mors Caroli, mors Corradini vita Caroli._ Vedasi il _Giannone l. XIX, c. 4, p. 702_, e gli altri autori da lui addotti in testimonio della sua sentenza. Tra questi però cita a torto Giovanni Villani, che dice precisamente il contrario. Ciò non parmi probabile: Clemente potev'essere crudele per fanatismo, non per politica; ed inoltre la politica d'un papa non poteva consigliare la morte di Corradino. Abbiamo una lettera di Clemente a Carlo colla quale lo consiglia a trattare i suoi sudditi con dolcezza; e molti scrittori sono di sentimento che si dolesse amaramente della morte del giovine principe.

Il giudice provenzale che aveva votato per la morte di Corradino lesse la sentenza portata contro di lui come traditore della corona e nemico della Chiesa. Giunto al termine della lettura, quando stava pronunciando la pena di morte, Roberto di Fiandra, il proprio genero di Carlo, si slanciò sopra l'iniquo giudice, e piantandogli nel petto lo stocco che teneva in mano, gridò: «Non s'aspetta a te, miserabile, il condannare a morte così nobile e gentil signore!» Il giudice cadde morto in terra sugli occhi del re, che non osò mostrarne verun risentimento.

Frattanto Corradino trovavasi già tra le mani del carnefice; si staccò egli medesimo il mantello, e postosi in ginocchi per pregare, si rialzò gridando: «Oh mia madre, di quale profondo dolore ti sarà cagione la notizia che ti sarà portata della mia morte!» Poi volgendo lo sguardo alla folla che lo circondava, vide le lagrime ed udì i singulti del suo popolo: allora, levatosi il suo guanto, gettò in mezzo a' suoi sudditi questo pegno di vendetta, e sottopose il capo all'esecutore[320].

[320] Il racconto di questa morte è preso da Riccobaldo ferrarese che ne riferisce tutte le circostanze dietro l'autorità di uno de' giudici, amico e compagno di Guido di Sucaria. _Ricob. Fer. Hist. Imp. t. IX, p. 137._ — Ma io approfittai pure di _Sabas Malasp. l. IV, c. 16, p. 851_ — di _Ricordano Malaspina c. 193, p. 1014_ — di _Gio. Villani l. VII, c. 29, p. 253_ — di _Franc. Pipino l. III, c. 9, t. IX, p. 685._ — Bartol. di _Neocastro Hist. Sic. c. 9 e 10_ nasconde al solito la verità sotto ampollose declamazioni. Guglielmo di Nangì storico francese di san Luigi è il solo che non onori di una lagrima la morte di Corradino; soltanto la biasima come impolitica. _Hist. Franc. Script. t. V, p. 382, 383._

Dopo di lui perdettero la testa sopra lo stesso palco il duca d'Austria, i conti Gualferano, Bartolomeo Lancia, ed i conti Gherardo e Galvano Donoratico di Pisa. Per un raffinamento di crudeltà volle Carlo che il primo, figliuolo del secondo, precedesse suo padre e morisse tra le sue braccia. I cadaveri, giusta gli ordini del re, furono esclusi da ogni luogo sacro, e sepolti senza veruna pompa sulla riva del mare. Peraltro Carlo II fece in appresso fabbricare nello stesso luogo una chiesa di carmelitani, quasi volesse calmare quelle ombre sdegnate.