Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 20

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[293] Il papa scrisse il 12 aprile 1266 una lettera appassionata a Carlo, rimproverandogli il saccheggio ed il massacro de' Beneventani sudditi della santa sede. Questa lettera non riportata da Raynaldo, e nemmeno nella raccolta degli storici di Francia, o nelle lettere dei papi relativi alla Sicilia, _t. V, p. 873_, trovasi in _Martene Thesaur. Anegdot. t. II, Epist. Clem. IV, epist. 262. p. 306_.

[294] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. III, c. 12, p. 828._

Intanto presentavansi in folla a Carlo i baroni del regno e i deputati delle città per giurargli ubbidienza e fedeltà. Quando si pose in cammino per andare a Napoli, fu ricevuto in tutte le città quale signore e legittimo re. Entrò trionfante in Napoli colla regina Beatrice, sua consorte, dispiegandovi una pompa all'Italia ancora ignota. Adunò un parlamento de' baroni del regno, che cercò di affezionarsi con affettata affabilità. A tutti prometteva grazie, o per lo meno il perdono della passata nimistà; ma al loro ritorno nelle proprie province faceva tenere loro dietro quella folla di plebaglia francese che formava l'infanteria della sua armata, la quale non aveva prese le armi, che per saccheggiare. Carlo distribuiva ai cavalieri le baronie che aveva confiscate a suo profitto, e divideva tra gli uomini d'un ordine inferiore tutti gl'impieghi lucrosi. In pochi giorni si videro partire dalla sua corte, per tutte le parti de' nuovi stati, numerose bande di giustizieri, d'ammiragli, di comiti, d'ispettori de' porti, di gabellieri, d'ispettori de' magazzini, di maestri del siclo, di maestri giurati, di balivi, di giudici e di notai. A tutti gl'impieghi dell'antica amministrazione aveva aggiunti tutti gl'impieghi corrispondenti ch'egli conosceva in Francia, di modo che il numero de' pubblici funzionarj era più che duplicato. Fieri delle nuove loro dignità, ignorando come il loro padrone la lingua del paese, e sprezzando i costumi nazionali, questi plebei, diventati potenti, scorrevano le province e le spogliavano. Ovunque pretendevano di essere accolti come vincitori, ovunque manifestavano il più alto disprezzo per la nazione suddita. I loro viaggi consumavano i popoli, e la loro dimora diventava ancora più ruinosa; perciocchè portavano seco i registri di tutte le imposte in vigore sotto Manfredi; di tutte quelle che Manfredi aveva abolite o surrogate ad altre; di tutte quelle che nelle urgenti circostanze alcuni cattivi re avevano alle volte tentato d'imporre ai loro popoli. Eransi coll'andare del tempo introdotte molte riserve e privilegi; molte contribuzioni non costavano al popolo il valore nominale; Carlo le fece tutte riscuotere a rigore, e riformò come abuso una tolleranza che altro non era che un beneficio de' passati re. Così que' medesimi che avevano tradito Manfredi, quelli ch'eransi immaginati di trovare sotto la protezione della chiesa e d'un re guelfo una pace ed una prosperità inalterabile, versavano amare lagrime sulla morte del principe di Svevia, ed accusavansi con profondo dolore d'incostanza, d'ingratitudine e di viltà[295].

[295] _Sabas Malasp. l. III, c. 16, p. 831._ La testimonianza di questo scrittore merita piena fede, perchè coetaneo e guelfo, e creatura di Carlo.

Clemente IV, avvisato delle vessazioni che si commettevano in nome di Carlo, si credette in dovere di proteggere il popolo contro quel re ch'egli stesso aveagli dato. «Se il tuo regno, gli scriveva, viene crudelmente spogliato dai tuoi ministri, tu ne sei incolpato a ragione, poichè tu hai riempiuti i tuoi ufficj di ladri e di assassini che commettono ne' tuoi stati azioni di cui Dio non può sostenerne la vista.... Essi non temono di macchiarsi con ratti, con adulterj, con ingiuste esazioni, e ladronecci... Come potrei io mai compatire la tua pretesa povertà! Tu non puoi, o non sai vivere in un regno colle di cui entrate un uomo eccelso, Federico, già imperatore de' Romani, suppliva a maggiori spese che le tue, saziava l'avidità della Lombardia, della Toscana, delle due Marche e della Germania, ed inoltre accumulava immense ricchezze[296].»

[296] _Martene Thes. Anegd. t. II, epist. 530. Clem. IV, p. 524._

La vittoria di Carlo d'Angiò che portava la desolazione nelle due Sicilie, cagionava in Toscana e specialmente in Fiorenza sensazioni affatto diverse. Il conte Guido Novello, capitano della gente d'armi di Manfredi, comandava in questa città; e perchè aveva sotto i suoi ordini mille cinquecento cavalli tedeschi o italiani, perchè i Guelfi erano esiliati, perchè tutte le città toscane, dopo la battaglia di Monte Aperto, eransi unite alla sua parte, egli poteva ancora conservare la sua autorità malgrado la caduta e la morte di Manfredi. Ma stava contro di lui l'opinione del popolo, il quale era affezionato alla parte guelfa ed esacerbato non solo dalla persecuzione mossa contro i capi di quella fazione, ma ancora dalla perdita della sua libertà; poichè sotto il governo del conte Guido eransi a poco a poco abolite in Firenze quasi tutte le prerogative d'una repubblica. Quando si ebbe notizia della battaglia della Grandella, il popolo diede manifesti segni della sua gioja per la morte di Manfredi; gli esiliati si avvicinarono alla città, cercarono di sorprendere alcune castella e di legare corrispondenza cogli abitanti della città onde far nascere qualche congiura.

Il conte Guido era un buon guerriero, ma non uomo di stato; e forse la più sperimentata politica non avrebbe potuto salvarlo nelle difficilissime circostanze in cui si trovava; ma egli fece in cambio molti falli e si mostrò debole. Credette di dover temporeggiare, dando qualche soddisfacimento ai Guelfi ed al popolo col chiamarli a parte del governo. Chiamò da Bologna due frati _Gaudenti_; era questo un nuovo ordine di cavalleria che prendeva l'impegno di difendere le vedove e gli orfani, di mantenere la pace, d'ubbidire alla Chiesa, ma che non legavasi con voti di castità e di povertà, come negli altri ordini. Uno di questi due cavalieri era guelfo, l'altro ghibellino, e Guido li nominò assieme podestà di Firenze. Diede loro un consiglio di trentasei savj presi indistintamente tra i nobili ed i mercanti, i Guelfi ed i Ghibellini. Accordò in appresso, dietro la domanda di questo consiglio, che i mestieri più importanti fossero uniti in corporazioni; onde si vennero a formare dodici corpi d'arti e mestieri[297]. Le sette professioni che risguardaronsi come più nobili, vennero indicate col nome di arti maggiori, e loro si accordarono consoli, capitani ed uno stendardo, sotto il quale gli artigiani erano obbligati di adunarsi in caso di tumulto, per conservare l'ordine nella città. Le arti minori, il di cui numero venne in seguito accresciuto, non ebbero subito il privilegio di formare compagnie. In tal modo il conte Guido gittò le fondamenta d'una aristocrazia plebea, che in appresso vedremo lottare lungo tempo colle inferiori classi del popolo. Forse il conte Guido sperava di allearsi colla nuova aristocrazia; ma la prima cura di coloro ch'egli aveva chiamati a parte del governo, fu quella di abbatterlo.

[297] Le arti maggiori furono i legisti, i mercanti di Calimala o stoffe forestiere, i banchieri, i fabbricatori di lana, i medici, i fabbricatori di sete e merciaj, ed i pellatieri. Le arti minori erano i venditori alla spicciolata di drappi, i beccai, i calzolai, i muratori e falegnami, i fabbri ferrai.

Le grazie accordate dalla paura non ottengono giammai riconoscenza, perchè infatti non la meritano. I savj scelti tra la plebe si risguardarono come difensori, e non come creature di Guido, che gli aveva nominati. Ricusarono di sanzionare colla loro approvazione le nuove imposte che Guido aveva bisogno di stabilire per pagare la sua cavalleria, composta di seicento Tedeschi e di novecento ausiliarj venuti da Pisa, Siena, Arezzo, Volterra, Colle. Volle perciò disfarsi de' savj, facendo nascere una sedizione contro di loro. I Ghibellini si avanzarono per attaccarli nella sala in cui rendevano ragione, ma i trentasei si sottrassero, e vedendo che il popolo prendeva le armi per difenderli, si unirono a lui sulla piazza innanzi al ponte santa Trinità. Colà il popolo circondossi di steccati e stette fermo aspettando l'urto della cavalleria. Questa non tardò a comparire, ma non potè forzare le barricate, e nelle anguste strade che sboccavano sulla piazza santa Trinità la cavalleria trovavasi esposta alle pietre che si gittavano dalle finestre, e il conte Guido dovette farla ritirare.

Questa sola scaramuccia decise dei destini di Firenze; imperciocchè il conte sgomentatosi quando vide che da tutte le parti il popolo era in movimento contro di lui, e che da tutte le case lanciavano pietre, credette che i primi vantaggi che otterrebbe il popolo lo farebbero più audace, e non pensò più a conservare la sua posizione, ma soltanto a ritirarsi con onore. Fecesi dunque recare le chiavi della città, ed avendo fatta la rassegna de' suoi soldati per assicurarsi se tutti erano con lui, sortì in bella ordinanza alla loro testa il giorno 11 di novembre del 1266, ed andò la sera a Prato[298].

[298] _Gio. Villani l. VII, c. 14. p. 239. — Ricordano Malaspina c. 184. p. 1007. — Leonardo Aretino l. II. p. 65._

Ma Guido appena arrivato in questa città si pentì della debolezza con cui aveva abbandonato Firenze senz'esserne cacciato, anzi senza quasi avere combattuto. All'indomani in sul far del giorno, si rimise in viaggio per tornare a Firenze, e presentatosi innanzi alla porta del ponte alla Carraja, domandò che gli fosse aperta; ma non era più tempo. Il popolo, che forse non sarebbe stato forte abbastanza per cacciarlo fuor di città, poteva allora vietargliene l'ingresso. Egli si rimase fino a mezzogiorno sotto le mura, adoperando sempre inutilmente le preghiere, le promesse e le minacce; in fine risolse di tornare a Prato. In questo frattempo i Fiorentini stavano riformando il governo; congedarono i due podestà Gaudenti chiamati da Guido; chiesero ajuto ad Orvieto la più vicina delle città guelfe; e mandarono ambasciatori a Carlo d'Angiò per ottenere la sua assistenza.

Carlo, benchè di diverso partito, seguiva la politica di Manfredi; per essere sicuro del regno di Napoli, voleva essere capo di parte in Toscana ed in Lombardia, e tenere in queste contrade due vanguardie, che impedissero l'avvicinamento de' nemici. Mandò quindi a Firenze del 1267 ottocento cavalieri francesi sotto il comando del conte Gui di Monforte; i quali entrarono in quella città il giorno di Pasqua, mentre i Ghibellini, che mediante una tregua vi erano tornati quell'inverno, ne uscivano spontaneamente esiliandosi senza fare la più piccola resistenza, e si rifugiavano a Pisa ed a Siena. Carlo si fece per dieci anni dare la signoria della città, alla quale non era annessa che la prerogativa di tenervi un vicario per gli affari della guerra e della giustizia. I cittadini che avevano l'amministrazione della repubblica sostituirono un magistrato di dodici savj a quello di trentasei istituito da Guido Novello.

I Fiorentini formarono in seguito diversi consigli, senza il consentimento de' quali la signoria non poteva risolvere verun affare d'importanza. Il primo che dovevasi interpellare, si chiamò consiglio del popolo, ed era composto di cento cittadini: da questo la deliberazione era portata entro lo stesso giorno al consiglio di credenza o di confidenza, nel quale sedevano di pieno diritto i capi delle sette arti maggiori. Era la credenza composta di ottanta membri: dal quale consiglio, come da quello del popolo, erano esclusi i Ghibellini ed i nobili. All'indomani la stessa deliberazione veniva assoggettata a due altri consigli, quello del podestà composto di ottanta membri tanto nobili che plebei, senza contare i capi delle arti che avevano diritto d'esservi ammessi, ed il consiglio generale formato di trecento cittadini di ogni condizione[299].

[299] _Gio. Villani l. VII, c. 15 e 17, p. 241. — Ricord. Malespini Stor. c. 186, p. 1009. — Machiavelli Stor. Fior. l. II, p. 105._

Lo stabilimento di tanti consigli, i di cui membri erano tutti amovibili, rendeva più rare e meno necessarie le assemblee del parlamento, ossia di tutto il popolo. Cinquecento settanta cittadini, distribuiti in quattro classi, dovevano dare i loro suffragi su tutti gli oggetti più importanti di legislazione e d'amministrazione, ed avevano parte alle nomine di tutti gl'impieghi; e perchè dopo un anno venivano loro surrogati altri cittadini, così si manteneva in tutti lo spirito del popolo e non quello del corpo. I consigli avevano adunque sopra il governo un'influenza veramente democratica, e se non erano che rappresentanti, e non lo stesso popolo, potevano in cambio essere ammessi a prendere una parte più attiva nell'amministrazione dello stato, ciò che non avrebbe potuto fare il popolo, e conservare perciò sopra la magistratura una più immediata influenza. Essi lo sentirono; ed i semplici cittadini non vollero lasciare agli ordini superiori della nazione alcuna delle prerogative che potevano riservare a sè medesimi; e questa fu forse la principal cagione che in Firenze e nelle altre repubbliche della Toscana rese così attiva e violenta quella gelosia del popolo verso la nobiltà, de' plebei contro i cittadini, la quale non si vide a così alto grado portata nelle repubbliche della Grecia. Un effetto di tale gelosia fu l'esclusione de' nobili dai due primi consigli.

Intanto un'altra repubblica si andava formando nell'interno della repubblica fiorentina, la quale vi conservò pel corso di forse oltre due secoli il suo governo indipendente, le sue leggi, la sua forza, la sua ricchezza. Era questa l'amministrazione della parte guelfa. Quando i Ghibellini uscirono di Firenze, i Guelfi, così consigliati dal papa e da Carlo d'Angiò, confiscarono tutti i loro beni, de' quali, detratta la parte impiegata ad indennizzare coloro che avevano sofferto nell'ultima emigrazione[300], ne formarono una borsa separata, destinata a provvedere al mantenimento ed all'accrescimento del partito guelfo. Per amministrare questa borsa si trovò opportuno di accordare ai Guelfi una particolare magistratura; furono autorizzati a nominare ogni due mesi tre capi, in principio chiamati consoli di cavalleria, poi capitani di parte. Questi consoli si diedero un consiglio segreto di quattordici membri, ed un consiglio generale di sessanta cittadini, tre priori, un tesoriere, un accusatore de' Ghibellini, e per dirlo in una parola, tutta l'amministrazione d'una piccola repubblica e quasi tutta la forza d'una sovranità[301]. Questo governo di fazione sempre pronto a combattere, sempre regolare e sempre ricco, mantenne sino alla sua fine sopra la sorte della repubblica la più decisa influenza.

[300] Fu nominato un giudice con sei assessori per istimare i danni fatti dai Ghibellini ai Guelfi, stima stampata nelle _Delizie degli Eruditi Toscani, t. VII, n.º 12, p. 203-286_. La perdita dei Guelfi si valutò 152,160 fiorini d'oro, 8 soldi e 4 denari, o più di un milione e mezzo di lire italiane. Prodigioso è il numero delle case distrutte, molte delle quali non sono stimate più di 15 fiorini: il valore medio è di cento in centocinquanta, e sono qualificate col nome di palazzo quelle che arrivano al valore di 300 fiorini. Le particolarità di questa stima indicano una città manifatturiere e commerciante.

[301] _Gio. Villani l. VII, c. 16, p. 242._

I Guelfi fiorentini ebbero appena ristabilito nella loro città il governo popolare, che presero a dare, in tutta la Toscana, superiorità alla loro fazione. Dichiararono perciò la guerra alle repubbliche di Siena e di Pisa che si ostinavano nella causa ghibellina, e che dovevano inoltre lottare colle interne fazioni; perchè in tutte le città di qualunque fazione si fossero, il popolo era geloso della nobiltà.

In luglio del 1267 i Fiorentini ed i Francesi comandati dal conte di Monforte assediarono Poggibonzi, castello vicino a Siena, ov'eransi rifugiati molti emigrati ghibellini e uomini d'armi tedeschi[302]. Carlo d'Angiò, avendo dal papa ottenuto il titolo di vicario imperiale in Toscana, volle prendere possesso in persona di tale dignità, ed il primo giorno d'agosto dello stesso anno fece il suo solenne ingresso in Firenze; poi venne con tutta la sua cavalleria al campo che assediava Poggibonzi. Colà ebbe motivo di avvedersi quanto gli fosse stata vantaggiosa la risoluzione di Manfredi, che tutto commise all'evento d'una battaglia, invece di fermarlo ad ogni castello che difendeva il suo regno, indebolendolo con una continuata serie d'assedj: imperciocchè quello solo di Poggibonzi occupò quattro mesi l'armata reale de' Francesi unita ai Fiorentini, e non s'arrese che in dicembre, quando gli assediati non ebbero più vittovaglie.

[302] _Orlando Malavolti Stor. di Siena p. II, l. II, p. 34. — Marangoni Cron. di Pisa p. 540. — Gio. Villani l. VII, c. 21, p. 245._

In sul cominciare del 1268 Carlo passò sul territorio di Pisa, ove assediò e prese varj castelli di questa repubblica, fra i quali Porto Pisano e Mutrone. Nonpertanto i Pisani non si scoraggiarono, anzi avevano di già pensato a chiamare contro di lui dal fondo della Germania un potente nemico, il quale fosse il loro liberatore, o almeno il loro vendicatore. Il giovane Corradino, figliuolo di Corrado e nipote di Federico, allevato dalla madre nella corte di suo avo, il duca di Baviera, era entrato nell'anno sedicesimo della sua età, e di già dava a conoscere di dover riuscire degno erede delle virtù de' suoi maggiori; e tutti i Ghibellini tenevano gli occhi a lui rivolti, come verso il liberatore dell'Italia ed il vendicatore della casa di Svevia. Sua madre Elisabetta erasi presa maggior cura di renderlo degno della corona, che di fargliela portare troppo presto. Quando Manfredi erasi dichiarato re di Sicilia, Elisabetta aveva riclamato presso di lui per la conservazione de' diritti del figliuolo; ma non aveva in seguito cercato di turbare l'amministrazione di quel valoroso principe, e lo vedeva con piacere difendere un'eredità che doveva tornare a suo figlio. Aveva perciò accortamente rigettate le offerte de' Guelfi che, avanti la venuta di Carlo d'Angiò, proponevanle d'armare Corradino contro Manfredi e di fargli ricuperare gli stati de' suoi padri. Quando i Ghibellini oppressi o esiliati da Carlo vennero a rinnovarle le medesime istanze, quantunque accordasse maggior confidenza a questi antichi amici della sua casa, rifiutavasi ancora alle loro istanze, trovando suo figlio troppo giovane per governare, e sopra tutto troppo giovane per attaccare in così lontano paese un vecchio guerriero, un vecchio politico, sostenuto da tutto l'apparecchio della religione e dal valore d'una bellicosa nazione. Ma i deputati ghibellini ch'eransi portati alla sua corte, non cessavano di stimolare la madre, il figlio e que' loro parenti che potevano avere qualche influenza sul loro spirito. I confidenti ed antichi amici di Manfredi, Galvano e Federico Lancia, parenti di sua madre, Corrado e Marino Capece, que' due Napoletani che avevano accompagnato il principe di Taranto in tempo della sua fuga, erano i deputati della nobiltà ghibellina dei due regni[303]. Rappresentavano a Corradino l'odio profondo che aveva eccitato in tutto il regno la condotta de' Francesi, la loro mala fede, la rapacità, l'insultante disprezzo delle pubbliche costumanze. Gli dicevano che venuti in nome della religione, avevano profanate le chiese, spesso uccisi i ministri dell'altare; che dopo aver promessa al popolo la libertà, avevano violati gli antichi suoi privilegi, ed abolite le sue immunità. Lo assicuravano che tutti i partiti farebbero causa comune per ristabilire sul trono il legittimo erede; che la Sicilia non aspettava che un segnale per ribellarsi, che i Saraceni di Nocera piangevano per tenerezza al solo udire il nome dell'avo suo, di suo padre, o di suo zio, e ch'erano disposti a tutto sacrificare per l'ultimo rampollo d'una famiglia teneramente amata. In pari tempo gli ambasciatori di Pisa e di Siena gli promettevano l'appoggio di metà della Toscana, che attualmente combatteva contro il suo maggior nemico per la sua causa, quantunque non ancora sotto il suo nome. Fecero di più; gli portarono cento mila fiorini de' loro denari per ajutarlo a fare le prime leve. Erano pure arrivati alla corte di Corradino alcuni ambasciatori lombardi: Martino della Scala prometteva i soccorsi di Verona a lui subordinata e di tutti i Ghibellini della Marca Trivigiana. Il marchese Pelavicino, cui le vittorie de' Guelfi avevano spogliato di Cremona, Parma e Piacenza, non comandava che ne' suoi feudi ereditarj ed in Pavia. Risiedeva d'ordinario a borgo san Donnino; di dove mandava ambasciatori a Corradino, offrendogli la sua persona ed i suoi soldati invecchiati al servigio della casa di Svevia.

[303] _Sabas Malasp. Hist. Sic. l. III, c. 17, p. 832._

Corradino, caldo, impetuoso, non seppe resistere a così lusinghiere offerte, e credè giunto l'istante di vendicare suo avo, il padre e lo zio, sì lungo tempo e tanto crudelmente perseguitati. La principale nobiltà di Germania si pose sotto le sue insegne. Federico, duca d'Austria, giovane principe che come Corradino era stato spogliato de' suoi stati da Ottocare II, re di Boemia, si offerse di dividere con lui i pericoli della spedizione; il duca di Baviera, suo zio, ed il conte del Tirolo, secondo marito di sua madre, armarono i loro vassalli per accompagnarlo fino a Verona. Corradino arrivò in questa città alla fine del 1267 con dieci mila uomini di cavalleria, dei quali meno della metà era pesantemente armata[304]. Dopo la dimora di poche settimane in Verona, impiegate nel rinnovare i trattati coi signori italiani, il conte del Tirolo ed il duca di Baviera ricondussero le loro truppe in Germania; e Corradino con circa tre mila cinquecento uomini passò a Pavia, attraversando la Lombardia senza incontrare verun ostacolo.

[304] _Gio. Villani l. VII, c. 23, p. 246. — Monach. Patav. l. III, p. 728. — Chronic. Veron. p. 639. — Giannone Stor. Civile l. XIX, c. 4, p. 692._

Da questa marcia Carlo poteva argomentare che Corradino entrerebbe per la Liguria in Toscana, come veramente fece, ed il re francese per chiudergli il passaggio erasi recato ai confini dei territorj di Lucca e di Pisa: ma in tal tempo ebbe avviso dalla Puglia e da Roma, che rendevasi colà necessaria la sua presenza. La ribellione aveva incominciato ne' suoi stati, e Roma governata da un senatore suo parente, ma suo nemico, erasi alleata con Corradino; e finalmente Clemente IV, mandandogli la seguente lettera, lo affrettava a ritornare.

«Io non so perchè ti scriva come a re, mentre pare che tu non ti prenda cura del tuo regno, il quale trovasi senza capo, lacerato da' Saraceni, o da perfidi Cristiani: prima impoverito da' ladronecci de' tuoi ministri, ora viene divorato da' tuoi nemici. Così il bruco distrugge ciò che non potè la cavalletta. Gli spogliatori non gli mancano, bensì i difensori. Se per tua colpa lo perdi, non lusingarti che la Chiesa voglia rientrare in nuovi travagli e nuove spese per fartelo acquistare un'altra volta: tu potrai allora ritornare nelle tue ereditarie contee, e contento dell'inutile nome di re, aspettarvi gli avvenimenti. E forse tu fai fondamento sulle tue virtù, o speri che Dio farà per te miracolosamente quello che tu dovevi fare; oppure, tu ti fidi alla prudenza che tu credi avere, i di cui suggerimenti anteponi agli altrui consigli. Io ero determinato a non più scriverti di questi affari; e ti mando solamente questi ultimi avvisi dietro le istanze del nostro venerabile fratello Raoul, vescovo d'Alba.

«Viterbo il 5 di maggio anno 4[305].»

[305] _T. II. Epist. Clem. IV, p. 460, 462. Raynald. ad an. § 3, p. 159._