Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)
Part 2
Intanto molti Guelfi eransi chiusi nel castello di Montagnana, ch'essi avevano afforzato; i quali pretendevano di essere i legittimi rappresentanti del comune di Padova, perchè erano i soli rimasti indipendenti dal tiranno. Attaccati da Ezelino, lo respinsero gagliardamente, quantunque combattessero sotto i suoi ordini molti soldati tedeschi e saraceni: ma egli seppe giovarsi di questa resistenza per assodare il suo potere in Padova. Il podestà chiese ostaggi alle famiglie de' gentiluomini e de' cittadini che sapevansi favorevoli al partito guelfo; in appresso adunò, senza distinzione di partito, le più potenti persone della città, e quelle che potevano avere maggiore influenza sui loro concittadini, e pregò tutti a dare una prova del loro amore per la pace, e della loro sommissione all'imperatore, allontanandosi soltanto per pochi giorni dalla città; assicurandoli in pari tempo essere questa l'unica via di smentire le calunniose voci che s'andavano spargendo sul conto loro, alle quali voci per altro egli non dava alcuna fede. In fatti circa venti de' più illustri cittadini di Padova ritiraronsi a Fontaniva, a Carturio, a Cittadella ed in altri castelli loro indicati da Ezelino, e tutti vicini alle sue terre. Pochi giorni dopo, senza che nulla se ne sapesse in Padova, li fece tutti sostenere e chiudere nelle proprie fortezze o in quelle del regno di Napoli[19]. Quando si seppe la cosa in Padova, molti cittadini risolsero di sottrarsi colla fuga alla crescente tirannia; ma ogni volta ch'Ezelino veniva avvisato della fuga di una famiglia, ne faceva abbattere le torri e smantellare le case. Scrive Rolandino, che in sul finire del dominio di questo tiranno più della metà de' palazzi di Padova altro non erano che un mucchio di rovine.
[19] _Rolandin. l. IV, c. 3, p. 216._
Ezelino teneva gli occhi aperti per impedire ogni tumulto popolare, che in poche ore avrebbe potuto annientare la sua potenza. Egli non si conteneva dall'aggravare il giogo, avendo solamente riguardo di non farlo in modo che, eccitando tutto ad un tratto lo sdegno del popolo, non gli si porgesse occasione di prendere le armi.
Il priore di san Benedetto, don Giordano, che da quel pulpito, su cui predicava ai cristiani, aveva lungo tempo governata la repubblica, trovavasi in città e poteva ad ogni istante illuminare il popolo sulle pratiche di Ezelino. Il tiranno non trascurava in ogni occasione di mostrare il più profondo rispetto per questo ecclesiastico. Un giorno gli mandò alcuni suoi cavalieri, pregandolo da sua parte a venire a palazzo per consigliarlo intorno ad un affare di somma importanza. Il priore li seguì, e montato sopra un cavallo che lo aspettava alla porta, venne condotto al castello d'Ezelino, ove rimase lungo tempo prigione[20]. Intanto tutti i più valorosi cittadini padovani dovettero ascriversi alla sua milizia; ed in tal modo le loro braccia ed il loro coraggio servirono di sostegno a quella tirannia ch'essi avrebbero potuto rovesciare[21].
[20] _Rolandin. l. IV, c. 4. p. 218._ — Può ancora leggersi intorno allo stabilimento della tirannia Gerardo Maurisio, creatura del tiranno che termina la sua storia a quest'epoca _p. 47-50_: come pure Lorenzo de' Monaci, _Ezelinus III, p. 141_; ma questi non fece che copiare il Rolandino.
[21] Ezelino III era capo del partito ghibellino, e dichiarato nemico della corte di Roma, la quale rovesciò sopra di lui e della sua casa tutti i suoi fulmini perchè il più potente mantenitore dei diritti dell'impero in Italia: fu bensì di carattere feroce, e che non guardava troppo minutamente se i mezzi che impiegava per giugnere a' suoi fini fossero sempre onesti, ma non in ogni parte così scellerato uomo, quale ci viene rappresentato dallo storico Rolandino, e da altri scrittori affatto ligi alla parte guelfa. Siccome il nostro autore non ebbe forse sott'occhio l'accurata storia che della famiglia degli Ezelini da Romano pubblicò, corredata di rari documenti, il sig. abate Verci, non dispiacerà a chi legge la presente opera di vedere accennate le ragioni che ci devono rendere circospetti nel prestar fede agli storici guelfi.
Era troppo facile cosa che in un tempo in cui due contrarie fazioni avevano divise tutte le città di Lombardia, anche le storie dettate da scrittori contemporanei si risentissero della parzialità dell'autore. Il Muratori, che più d'ogni altro doveva conoscere i vizj delle cronache italiane, osserva ne' suoi annali, all'anno 1258, che in particolare gli storici guelfi alterarono la verità secondo la passione che li dominò. Bastava a costoro che Ezelino si rendesse colpevole di qualche clamorosa esecuzione capitale per rappresentarlo come il più crudele tiranno che mai esistesse, senza farsi carico dei motivi che potevano averlo determinato ad insevire contro i suoi nemici, e senza contrapporre ai suoi delitti le sue virtù. L'autore della cronaca piacentina confessando la sua crudeltà, ne trova l'origine ne' tradimenti de' suoi sudditi: _Propter multas proditiones quas invenit in subditis suis, et alias quas acriter puniebat, dicitur ipsum fuisse tirannum sævum et crudelissimum. Sc. Rer. It. t. XVI, p. 470._ «Del rimanente, fu Ezelino sempre fiero contro i nemici, ma verso gli amici affabile, mansueto e benigno; nelle promesse fedele, ne' proponimenti stabile e costante, maturo nel discorso, ne' consigli prudente, in ogni più arduo affare saggio e circospetto; e finalmente in tutte le sue azioni compariva un egregio e nobile cavaliere.» Tale è il carattere che ci lasciò di Ezelino non uno storico ghibellino, ma Pietro Gerardo, monaco padovano, del partito guelfo, da cui non dissentono il Godi e Galvano Fiamma, che pure lo maltrattarono quanto seppero.
E venendo agli storici delle susseguenti generazioni, Giovanni Basilio lo dice: _peritissimus rei militaris fuit, et virtute et prudentia singulari._ Il Bologni: _Ezelinus innumerabilia quoque virtutis exempla praestitit_; e l'accuratissimo Bonifacio nella sua storia trivigiana asserì «essere degno Ezelino per le sue crudeltà di gran biasimo, ma che fu uomo chiarissimo per la cognizione dell'arte militare, e merita d'essere ricordato come grande e valoroso principe.»
Il Brunacci nella storia MS. della Chiesa di Padova, ed il canonico Avogaro nella nuova raccolta d'opuscoli _t. X, p. 179_ rivendicarono dottamente Ezelino dalle ingiuste imputazioni de' suoi nemici; dietro ai quali ne fece una ben ragionata Apologia nel _l. VI_ della storia della famiglia da Romano l'abate Verci. I suoi dotti apologisti distinguono le sue azioni in due epoche, avanti la presa di Padova, e dopo; e lo dimostrano nella prima epoca, cioè fino all'età di 43 anni, assai meno feroce che nella seconda, quando esacerbato dalle continue congiure e dalle invettive che contro di lui facevano i frati ne' loro sermoni, diventò assai più crudele che prima non era.
Altronde se vorremo con occhio imparziale esaminare i modi tenuti dagli altri signori e dalle repubbliche di que' tempi contro i nemici, non accuseremo di enormi crudeltà il solo Ezelino. Lo storico Rolandino, tanto parziale degli Estensi, racconta che quando il marchese Azzo prese dopo lungo assedio il castello della Fratta, furono messi a fil di spada uomini, donne, piccoli e grandi, in modo che que' miseri abitanti furono tutti disfatti. Leggasi la sentenza decretata nel maggior consiglio della città di Treviso contro Alberico da Romano fratello di Ezelino, e contro la di lui moglie e figli, in forza della quale quell'infelice signore fu barbaramente ucciso, dopo avergli scannati in sugli occhi ad uno ad uno la consorte e sei figli, tra i quali uno ancora in fasce; e poi si dica se Ezelino fu il più crudele di tutti gli uomini. _N. d. T._
Mentre una delle più potenti città dell'Italia settentrionale, una città costantemente attaccata al partito della libertà, cadeva sotto al giogo di un tiranno, quelle del centro della Lombardia preparavansi a far fronte all'invasione di Federico II. Questo monarca rientrò in Italia in agosto del 1237, alla testa di due mila uomini di cavalleria tedesca, e fu incontrato nelle vicinanze di Verona da dieci mila Saraceni, che aveva fatti venire dalla Puglia. Nel distretto di Mantova ingrossava la sua armata coll'unione di tutti i Ghibellini lombardi; e Mantova ed il conte di san Bonifacio, spaventati da tanto apparecchio di forze, gli si sottomisero[22].
[22] _Roland, l. IV, c. 4 p. 218. — Ricciardi Comitis sancti Bonifacii vita, p. 130._
L'imperatore entrò in seguito nel distretto di Brescia, e dopo quindici giorni d'assedio prese Montechiari ed alcuni altri castelli di minore importanza; poi s'avanzò al mezzogiorno di Brescia in quella parte del suo territorio che l'Oglio divide dal distretto di Cremona. I Milanesi cogli ausiliari di Vercelli, d'Alessandria e di Novara eransi accampati presso Manerbio, ov'erano coperti da un piccolo fiume e da una palude; perchè vedendo l'imperatore di non poterli vantaggiosamente attaccare in tale posizione, nè obbligarli ad abbandonarla, marciò lungo l'Oglio fino a Pontevico, ove passò il fiume, dando voce che andava a prendere i quartieri d'inverno a Cremona, e che colà licenzierebbe le sue truppe fino all'aprirsi della nuova stagione.
I Milanesi credettero terminata la campagna ingannati dalle notizie sparse ad arte dal nemico e corroborate dall'avvicinamento dell'inverno: onde passarono l'Oglio anch'essi per ritornare a Milano, attraversando il paese di Crema; ma quando giunsero a Corte nova si videro con estremo stupore prevenuti dall'armata imperiale. Rinvenuti però ben tosto dalla loro sorpresa, sostennero coraggiosamente l'impeto dei Saraceni e de' Tedeschi; e quantunque dopo una lunga resistenza il rimanente dell'armata fosse affatto sbaragliato, la compagnia detta de' _forti_, cui era affidata la custodia del Carroccio, restò immobile nella sua posizione finchè venne la notte a separare i combattenti.
Nulladimeno questa compagnia, solo avanzo d'un'armata distrutta, non poteva sperare di sostenere una seconda battaglia all'indomani, che Federico non avrebbe mancato di dare. La strada di Milano che attraversa il Cremasco, era già presa dalle truppe imperiali; conveniva dunque rimontare l'Oglio fino al distretto di Bergamo, che l'armata aveva prima attraversato per entrare nello stato di Brescia. Riflettendo che in così avanzata stagione il terreno reso molle dalle piogge avrebbe ritardata la marcia del Carroccio, i bravi Milanesi risolsero di spogliarlo essi medesimi di tutti i suoi ornamenti, ed in tale stato abbandonatolo tra i carri del bagaglio, si misero in cammino nel cuore della notte. Federico, fatto giorno, non tentò pure d'inseguirli, ma scoperto il Carroccio tra i carri abbandonati, lo fece trionfalmente condurre a Cremona come nobile testimonio della sua vittoria; e poco dopo lo mandò al senato ed al popolo romano con sue lettere che ci sono state conservate, nelle quali egli magnifica questo glorioso avvenimento[23]. Il Carroccio venne collocato in un ricinto del Campidoglio, ove fino al 1727 veniva indicato da un monumento in marmo[24].
[23] _Petri de Vineis Epist. l. II, c. I. p. 250._
[24] _Murat. Antiqu. Med. Aev. Diss. XXVI, t. II, p. 491._
Speravano i fuggitivi milanesi d'essere in luogo di sicurezza tostochè giugnessero nel distretto bergamasco; ma i Bergamaschi che in principio della guerra avevano domandato di starsi neutrali, si dichiararono contro i vinti quando conobbero la sorte della battaglia. Molti Milanesi furono nella loro fuga imprigionati o trucidati; altri in maggior numero sarebbero infallibilmente periti, se Pagano della Torre, signore della Valsassina, non veniva incontro ai fuggiaschi, e non li accoglieva ne' suoi feudi facendoli passare per le gole del suo dominio. Egli fece curare i feriti, e provvide ai bisogni di tutti; e quando gli parve tempo, li accompagnò egli medesimo fino nel loro territorio. Quest'atto di benificenza fu la prima cagione della grandezza della sua casa. Il popolo di Milano si mostrò lungo tempo riconoscente, e pose in compromesso la sua libertà piuttosto che parere ingrato verso di così nobile famiglia[25].
[25] Intorno a questa parte della storia di Milano, e della lega lombarda ho consultati: _Galvan. Flamma Manip. Florum, c. 269, 270. p. 673. — Annal. Mediol. t. XVI, c. 8. p. 645. — Jacob. Malvecius Chron. Brixian. c. 125. p. 909._ Questi è breve e poco soddisfacente. — _Chron. Parm. t. IX, p. 767. — Monach. Patav. Chronic. t. VIII, p. 677._ — Nulla trovasi nel _Chron. Placent._ benchè la città di Piacenza avesse molta parte in questa guerra _t. XVI, p. 593_. — _Campi Cremona Fedele, l. II, p. 52. — Corio, delle historie di Milano p. II, p. 98. — Conte Giulini, memorie della città e campagna di Milano t. VII, l. L, LII, p. 515.-525._
Diverse sono le opinioni degli storici intorno alla perdita sofferta dai Milanesi in questa fatale giornata. I loro scrittori la portano a due in tre mila uomini tra morti e feriti; le lettere dell'imperatore ne contano dieci mila. Pietro Tiepolo, figliuolo del doge di Venezia e podestà di Milano, cadde anch'egli in potere degl'imperiali; e Federico con una barbarie affatto impolitica, dopo averlo fatto strascinare in diverse prigioni della Puglia, lo fece morire sopra un palco. La repubblica di Venezia più non seppe perdonare all'imperatore questa crudele offesa, e dopo tale epoca si unì alla lega lombarda, cui per lo innanzi erasi rifiutata di prender parte.
(1238) Federico prese i suoi quartieri d'inverno a Cremona, ma per non rimanere ozioso tutto quell'inverno, visitò Lodi e Pavia, che, quantunque sempre fedeli al partito imperiale, non avevano fin ora osato di prendere a suo favore le armi per timore della soverchiante potenza de' Milanesi. Passò da Pavia a Vercelli, che pure ricondusse alla sua ubbidienza; e non è improbabile che in quel momento di terrore si staccassero dalla lega ed abbracciassero almeno in apparenza le parti ghibelline, anche le altre città del Piemonte, cioè Tortona, Alessandria, Novara, Asti, Torino e Susa[26]. E per tal modo la federazione lombarda trovossi ridotta a quattro sole città, Milano, Brescia, Piacenza e Bologna, le quali pure non mostravansi aliene dall'entrare in trattati coll'imperatore: ma avendo questi domandato che si sottomettessero senza condizioni all'autorità imperiale, i loro cittadini gli fecero rispondere che speravano di morire colle armi in mano, piuttosto che coprirsi di tanta infamia.
[26] Enumerando queste città convien dire che l'autore risguardasse alla presente condizione di Tortona, Alessandria, Asti ec., perchè altrimenti non potrebbero dirsi piemontesi. _N. d. T._
I primi chiamati a dar prove della loro costanza furono i Bresciani. Federico, così consigliato da Ezelino, il 3 agosto circondò Brescia d'assedio colle truppe che aveva raccolte in Germania, ov'erasi recato in primavera: assedio non meno notabile di quelli sostenuti contro Federico Barbarossa da Tortona, Crema, Alessandria e Milano, durante il quale per lo spazio di sessanta giorni nè gli assediati diedero minori prove di coraggio, nè gli assedianti di perseveranza e di crudeltà. L'arte della guerra aveva dopo Federico I fatti notabili progressi, e le macchine adoperate da Klamandrino, ingegnere de' Bresciani, erano assai più complicate di quelle che si videro a' tempi della prima guerra lombarda. Ma l'assedio di Brescia non fu circostanziatamente descritto che da Giacomo Malvezzi, storico bresciano, che fioriva in sul cominciare del secolo decimoquinto[27]; e nel suo racconto non troviamo quella perfetta conoscenza de' costumi e de' tempi, che rende interessanti le più minute particolarità, ed esclude ogni sospetto d'invenzione. In questo periodo di tempo i Lombardi non hanno storici coetanei, onde siamo costretti di passare rapidamente sugli avvenimenti loro, e di cercare la descrizione dei costumi e degli uomini nelle storie della Marca Trivigiana, che furono dettate da coloro ch'ebbero parte, o furono testimonj delle cose colà accadute.
[27] _Jacobus Malvecius in Chron. Distinct. VII, c. 128. t. XIV. p. 911._
In ottobre, vedendo Federico che l'assedio progrediva troppo lentamente, e che i Milanesi, trovandosi la sua armata tutta intorno a Brescia, ne approfittavano per battere a ritaglio i Ghibellini di Pavia e di Lodi, risolse di abbruciare le sue macchine e di ritirarsi a Cremona. Questa prima perdita, che si risguardò come una prova della debolezza del partito imperiale, ravvivò il coraggio delle città guelfe, e procacciò loro nuove alleanze. Il papa, dichiarossi loro protettore, e Venezia e Genova stipularono un trattato d'alleanza col papa e colle città della lega contro l'imperatore, i di cui ambasciatori dovettero partire da Genova senza ricevere il giuramento di fedeltà, che Federico chiedeva a quella repubblica.
Intanto nella Marca Trivigiana erasi riaccesa la guerra tra Ezelino ed il marchese d'Este. Il primo, spalleggiato dalle milizie delle tre più potenti città della Marca, aveva omai spogliato il marchese di tutte le sue fortezze, e forzatolo a chiudersi in Rovigo: ma per quanto si trovasse Ezelino avanzato nel favore di Federico, non ottenne però mai che questa privata contesa si risguardasse come una guerra dell'Impero. Anzi quando Federico venne a Padova, ove soggiornò gran parte dell'inverno, invitò alla sua corte il marchese, e diè segno di volerlo riconciliare con Ezelino. Fece fare solenni nozze tra Rinaldo figlio del marchese, ed Adelaide figliuola d'Alberico da Romano, com'era stato progettato da frate Giovanni da Vicenza; e parve avere divisa la sua confidenza fra i due capi dell'opposto partito. Nondimeno Ezelino faceva dalle sue spie osservare coloro che frequentavano la casa del marchese, i quali furono altrettante vittime destinate al supplicio dopo la partenza dell'imperatore.
(1239) Mentre Federico riceveva in Padova non dubbie prove della divozione di quegli abitanti, ebbe notizia che Gregorio IX lo aveva, in pieno concistoro, scomunicato. Siccome vedeva di non potere impedire che questa sentenza non venisse tra poco a notizia de' Padovani, fece egli medesimo raunare tutti i cittadini nella sala de' consigli generali, ove stava preparato il suo trono, sul quale ascese con tutto il fasto conveniente della dignità reale, mentre il suo cancelliere Pietro delle Vigne, posto al suo fianco, alzossi per arringare il popolo. Scelse per testo del sermone due versi d'Ovidio:
_Leniter ex merito quidquid patiare, ferendum est;_ _Quæ venit indigne pœna, dolenda venit._
Perchè di que' tempi costumavasi anche nelle dicerie profane di cominciare con un testo. Pietro delle Vigne, applicando il suo all'imperatore, dichiarò in suo nome, che s'egli si fosse meritata la sentenza di scomunica, non sarebbesi rifiutato di confessare il suo fallo avanti al popolo, e di sottomettersi al giudizio della Chiesa; ma chiamando lo stesso popolo testimonio dell'ingiusto procedere del pontefice, e passando in rivista le allegazioni cui appoggiavasi la scomunica, si studiò di provarne la falsità.
Il papa, dopo aver rimproverato a Federico la sua empietà ed incredulità, entrando nei particolari, lo accusava d'avere in Roma suscitate ribellioni contro la santa sede, d'avere oppresso il clero e perseguitati gli ordini mendicanti ne' suoi dominj, d'avere spogliate le mense vescovili delle loro entrate, e finalmente d'avere occupato terre e stati, dipendenti unicamente dalla Chiesa[28].
[28] La bolla di scomunica viene riportata ed illustrata negli _Ann. Eccl. Raynaldi 1239, p. 475_.
Andava unita alla scomunica una bolla che scioglieva i sudditi dal giuramento di fedeltà, ed assoggettava all'interdetto i luoghi abitati dall'imperatore. Non ignorava Federico l'influenza di tali sentenze sul cuore dei Guelfi, onde incominciò subito ad avere sospetti i due principali signori di questo partito, il marchese d'Este ed il conte di san Bonifacio, ch'egli aveva chiamati alla sua corte. Per assicurarsi di loro, chiese al primo di dargli in mano come ostaggio suo figlio Rinaldo colla consorte Adelaide; inchiesta che gli riuscì più pregiudicievole di tutto quanto poteva temere dalla cattiva disposizione de' Guelfi; perciocchè Alberico da Romano, forse di già ingelosito dell'ingrandimento del fratello Ezelino, si chiamò oltremodo offeso, vedendo condotta in Puglia come ostaggio sua figlia che lo stesso imperatore aveva maritata con Rinaldo d'Este; ed unitosi al signore da Camino, di cui fino a tal epoca era stato nemico, si ritirò con lui a Treviso, e rivoltò la città contro Federico. In appresso mentre l'imperatore marciava coll'armata alla volta di Lombardia, avendo al suo seguito il marchese d'Este ed il conte di san Bonifacio, un amico loro che godeva la piena confidenza dell'imperatore, passandosi la mano a traverso la gola, fece loro comprendere che si volevano decapitare[29]. Trovavansi in quel punto presso ai bastioni di san Bonifacio: spronarono i cavalli, e precipitandosi in quel castello, ne fecero chiudere le porte; e per quante istanze venissero lor fatte da Pietro delle Vigne a nome di Federico, non vollero più sortire. E per tal modo gran parte della Marca si andava inimicando all'imperatore: il marchese d'Este ricuperava una dopo l'altra le terre toltegli da Ezelino, il quale, credendosi alfine talmente stabilito in Padova da poter gustare impunemente il piacere delle più atroci vendette, faceva decapitare sulla pubblica piazza i più potenti gentiluomini, e morire tra le fiamme o sopra un vergognoso palco gl'infelici cittadini che sospettava attaccati alla causa della libertà. Diciotto di questi sgraziati perirono in un solo giorno nel prato _della valle_ di Padova[30].
[29] _Rolandini l. IV, c. 13, p. 229._
[30] In settembre del 1259. _Rolandini l. IV, c. 15, p. 232._
Trattanto l'imperatore aveva condotta la sua armata nel territorio di Bologna, ove consumò parecchi mesi nell'assedio di alcune rocche: di dove si volse contro i Milanesi senza ottenere verun decisivo vantaggio. L'infelice esito dell'assedio di Brescia non era la sola causa dello scoraggiamento di Federico, e della guerra debolmente tratta in Lombardia. Questo principe dava fede alle predizioni degli indovini ed ai calcoli dell'astrologia giudiziaria, non movendo mai la sua armata se prima un astrologo non aveva determinato il preciso istante della partenza dietro accurata osservazione delle stelle. Allorchè, avvisato della ribellione di Treviso, disponevasi alla marcia per sottometterla, un eclissi del sole lo rimosse dall'impresa[31]. Forse un egual motivo lo consigliò ad abbandonare la Lombardia per isvernare in Toscana; e forse credette a ragione che gli si convenisse di avvicinarsi ai suoi stati delle due Sicilie, ed alla corte di Roma.
[31] _Ibid. c. 13. p. 229._
Egli fissò il suo soggiorno in Pisa, città che godendo d'una intera libertà sotto la protezione imperiale, abbracciava caldamente tutti gl'interessi della casa di Svevia. Nuovi semi di discordia incominciavano a dividere quegli abitanti, che all'imperatore importava troppo di spegnere in sul loro nascere, perchè aveva bisogno di opporre le flotte pisane a quelle delle repubbliche di Genova e di Venezia sue nuove nemiche. Il possesso della Sardegna era la cagione principale delle fresche discordie.