Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)
Part 19
[270] _Diurnale di Matteo Spinelli t. VII, p. 1101._
[271] _Storia dei Senatori di Roma di Ant. Vitali t. I, p. 128._
[272] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. II, c. 10, 13, t. VIII, p. 808._
[273] _Flaminio del Borgo Diss. VI, Stor. pisana p. 411._
Appena ridotti a termine i preparativi di guerra da ambo le parti, papa Urbano IV morì, e, fino all'elezione del suo successore, Manfredi potè lusingarsi che il nuovo pontefice sarebbe men caldo nel perseguitarlo. Ma Urbano che non trovò che otto cardinali quando fu fatto papa, non dimenticò di crearne molti; di modo che l'elezione del suo successore trovossi tra le mani delle sue creature; la sua influenza, mantenendosi anche dopo la sua morte, il conclave gli sostituì il cardinale di Narbona, anch'esso francese, ed immediato suddito di Carlo d'Angiò, il quale in tempo dell'elezione trovavasi legato straordinario presso di questo principe. O la politica della corte di Roma non fu mutata dalla sua accessione, o non si rese che più subordinata alla politica francese.
I Romani, egualmente incapaci di servire e di viver liberi, mentre Urbano IV negoziava ancora con Carlo d'Angiò, avevano fatto offrire a questo principe l'ufficio di senatore della loro città, che l'opposta fazione aveva conferito a Manfredi. Pare che il solo motivo che li movesse a dare questa carica a due monarchi, fosse vanità ed amor della pompa: invece d'onorare uno de' loro eguali colla loro confidenza, si credevano al contrario onorati trovando un re che volesse loro comandare. Sebbene il papa avesse ragione di temere dell'influenza che un principe potente acquistar potrebbe in Roma, se veniva ad esercitarvi quella magistratura, aveva permesso però che fosse data a Carlo, perchè sentiva troppo bene quanto tornerebbe utile a questo principe l'aver Roma dipendente nella circostanza d'attaccare il regno. Frattanto sotto comminatoria d'annullare il trattato d'investitura, il papa volle da Carlo il giuramento di rinunciare alla dignità di senatore tosto che avesse fatta la conquista delle due Sicilie, o soltanto della maggior parte di quelle province, avendolo in prevenzione assolto del contrario giuramento cui i Romani intendevano d'obbligarlo, quello di conservare finchè vivesse la dignità senatoria[274]. Carlo impaziente d'avvicinarsi agli stati che doveva conquistare, risolse di venire per mare a Roma, onde prendervi possesso della dignità di senatore, senz'aspettare l'armata destinata a combattere Manfredi.
[274] _Rayn. Ann. Eccl. 1264, § 3-8, p. 101. — Stor. Diplom. dei Senatori di Roma t. I, p. 131._
Clemente IV, successore d'Urbano, aveva raffermata la missione in Francia del cardinale di santa Cecilia, autorizzandolo, benchè non l'avesse fatto il suo predecessore, a commutare in una crociata contro Manfredi i voti di coloro ch'eransi crociati per liberare Terra santa. Nè i motivi religiosi furono i soli mezzi che s'impiegassero in Francia per unire una potente armata; anche considerabili leve di gente si fecero nelle suddite contee d'Angiò e di Provenza. Beatrice prodigava i tesori della sua ricca eredità per fare dei soldati a suo marito; e Carlo, ricordando le passate vittorie sugl'infedeli, assicurava i più ricchi feudi nelle due Sicilie a coloro che l'ajuterebbero a conquistarle. Finalmente san Luigi che vedeva con piacere il suo caldo ed inquieto fratello occuparsi fuori del proprio regno, lo provvide per l'impresa di Napoli d'uomini e di denaro. Con tanti mezzi Carlo adunò un'armata di cinque mila cavalli, di quindici mila pedoni e di dieci mila balestrieri[275]. Ne diede il comando a suo genero Roberto di Bethune, figlio del conte di Fiandra, cui san Luigi diede per consigliere Giles le Brun, contestabile di Francia; e Guidi Monforte, quarto figlio del conte di Leicester, che dopo la rotta di suo padre ad Evesham erasi rifugiato in Francia, si unì con lui. Mentre la contessa Beatrice disponevasi a scendere in Italia con quest'armata, Carlo, presi con lui soli mille cavalieri, s'imbarcò a Marsiglia sopra una flotta di venti galere, che vi aveva fatto allestire, e fece vela per le foci del Tevere.
[275] _Annales Veteres Mutin. t. XI, p. 67._ Altri scrittori danno a quest'armata maggior numero di combattenti. La cronaca di Bologna di F. B. della Pugliola la porta a quaranta mila uomini, _t. XVIII, p. 276_; e la cronaca di Parma, _t. IX, p. 780_, la fa ascendere a sessanta mila.
L'ammiraglio di Manfredi dopo aver cercato di chiudere la navigazione del Tebro con palificate, erasi situato colla sua flotta presso le coste dello stato della chiesa. Una terribile burrasca sopraggiunta mentre Carlo attraversava il mar di Toscana fu la salvezza di quest'ultimo, perchè costrinse la flotta combinata di Sicilia e di Pisa a prendere il largo. Vero è ch'egli stesso non isfuggì alla violenza della tempesta, e fu gittato con alcune galere verso Porto Pisano, ove poco mancò che non fosse sorpreso dal conte Guido Novello, luogotenente di Manfredi in Toscana. Rimessosi in mare, il suo vascello fu spinto dal vento verso la foce del Tevere, onde entrato in una leggiera nave, rimontò con quella il fiume, ed andò ad alloggiare quasi solo nel convento di san Paolo fuori delle mura di Roma. L'inquietudine da cui fu preso, trovandosi solo, e quasi tra le mani de' suoi nemici, cessò ben presto, perchè lo sopraggiunsero le truppe che erano con lui montate sulla flotta. Il 24 maggio del 1265 fece alla loro testa il suo ingresso nella capitale del mondo, in mezzo alle grida de' Romani che lo proclamavano loro difensore[276].
[276] _Gio. Villani l. VII, c. 4, p. 227. — Storia dei Senatori di Roma t. I, p. 140._
Passò il rimanente dell'anno prima che l'armata crociata, condotta dalla contessa Beatrice, giugnesse in soccorso di Carlo, e questi approfittò del presente ozio per negoziare col papa che risiedeva in Perugia. Le prime relazioni furono miste di lagnanze e di rimproveri. Carlo avea preso possesso del palazzo di Laterano per alloggiarvi con i suoi cavalieri; ma Clemente ben tosto gli scrisse: «Tu hai fatta di tuo solo capriccio e senza alcuna necessità un'azione che verun principe religioso non avrebbe fin qui osato di fare, ordinando, in onta alla decenza, alle tue genti d'entrare nel palazzo di Laterano.... Vogliamo che tu lo sappia, e che sii persuaso che non sarà giammai per piacerci che il senatore di Roma, qualunque siano la sua dignità ed i suoi meriti, abiti l'uno o l'altro de' nostri palazzi della città.... A te dunque s'appartiene, mio caro figliuolo, d'accomodarti senza dispiacere al nostro volere. Cerca un'altra stanza per te in una città così abbondante di palazzi, e non ti far già a credere che ti facciamo sortire con disonore dalla nostra casa, quand'anzi noi pensiamo di provvedere all'onor tuo»[277].
[277] _Perugia, addì 14 delle Calende di giugno, ap. Raynald. Annales Eccles. 1265, § 12, p. 118._
Carlo si sottomise con docilità a questa riprensione, e pochi giorni dopo il papa commise a quattro cardinali di porre sul capo del conte d'Angiò, nella basilica di san Giovanni di Laterano, la corona dei regni di Sicilia al di qua ed al di là del Faro, di consegnargli il gonfalone della chiesa, di fargli prestare il giuramento d'osservare le condizioni della sua investitura, della quale ne fu fatta lettura a tutto il popolo, e di ricevere in nome del pontefice la promessa di vassallaggio per tutti i paesi che avrebbe conquistati[278].
[278] _Raynaldus, 1263, § 13, p. 119._
Le principali condizioni annesse a questa investitura erano: l'eredità per i soli discendenti di Carlo in ambo i sessi, ed in loro mancanza il ritorno della corona alla Chiesa romana; l'incompatibilità della corona di Sicilia con quella dell'impero, o col dominio della Lombardia o della Toscana, l'annuo tributo d'un palafreno bianco e di otto[279] mila once d'oro; il sussidio di trecento cavalieri mantenuti tre mesi ogni anno in servigio della Chiesa; la cessione di Benevento e del suo territorio al patrimonio di san Pietro; finalmente il preservamento di tutte le immunità ecclesiastiche pel clero delle due Sicilie. In prevenzione fu pronunciata la perdita d'ogni diritto sui due regni contro quel re discendente di Carlo d'Angiò, che non sarebbe fedele mantenitore di tutte l'espresse condizioni[280].
[279] 480,000 lire italiane.
[280] _Giannone Stor. Civ. del Regno di Napoli, l. XIX, c. 2, p. 679 e seg._
Intanto l'armata crociata si andava lentamente adunando in Borgogna, di dove passò in Savoja, ed attraversate le Alpi, pel Monte Ceniso scese in Piemonte in sul finire dell'estate del 1265[281]. Il marchese di Monferrato, alleato della fazione guelfa e delle città di Torino e d'Asti, lasciò libero il passaggio ai Francesi.
[281] _Gio. Villani l. VII, c. 4, p. 227._
Benchè il partito di Manfredi avesse avuta in Lombardia qualche perdita, conservava però ancora una linea di città ghibelline che sembravano tagliare ogni comunicazione tra l'Italia superiore e la bassa. Mastino della Scala, potente cittadino di Verona, erasi coll'appoggio del partito ghibellino reso padrone della sua patria; Brescia e Cremona erano dipendenti dal marchese Pelavicino, che pure reggeva le città di Piacenza e di Pavia. Pare che il marchese Pelavicino si fosse dapprima posto in vicinanza delle due ultime città colle proprie truppe e con quelle che gli aveva mandate Manfredi sotto gli ordini del marchese Lancia; e che perciò l'armata de' crociati lasciasse la strada che naturalmente dovea tenere da Asti a Parma. Pelavicino rimase nella sua posizione con circa tre mila cavalli tedeschi e lombardi finchè i Francesi furono nel Monferrato, e non ritornò verso il Nord a Soncino che quando li vide entrare nel Milanese. Un'altra meno forte divisione sotto il comando di Buoso da Dovara custodiva il piano del Nord del Po ed il passaggio dell'Oglio. I Francesi non sapevano quale strada tenere, quando Napoleone della Torre loro si fece incontro e li condusse a traverso del Milanese fino a Palazzuolo sul territorio di Brescia, ove dovevano passar l'Oglio. Il marchese Obizzo d'Este ed il conte di san Bonifacio gli si affacciarono dall'opposta banda del fiume; onde Buoso di Dovara, temendo d'essere avviluppato, non osò, o non fu in istato di opporsi al passaggio dell'Oglio; e rimase chiuso in Cremona, mentre l'armata guelfa s'avvicinò a Brescia, prese Montechiaro, sconfisse a Capriolo l'armata di Pelavicino che gli era corsa incontro; indi per lo stato di Ferrara entrò ne' paesi occupati dai Guelfi[282].
[282] _Ricord. Malesp. Hist. Fior. c. 178, p. 1000. — Chron. Astense Gugliel. Venturæ c. 6, t. XI, p. 157. — Benevento da san Giorgio Hist. Montisferrati t. XXIII, p. 390. — Chron. Parmen. t. IX, p. 780. — Chron. Placent. t. XVI, p. 473. — Manip. Flor. Galvan. Flam. t. XI, c. 300, p. 693. — Ann. Mediol, c. 36, t. XVI, p. 665. — Giorgio Giulini Memorie ec. l. LV, t. VIII, p. 211. — Campi Crem. Fedele l. III, p. 75. — Gio. Bat. Pigna Stor. de' Princ. d'Este l. III, p. 232. — Ghirardacci Stor. di Bologna l. VII, p. 208. — Sigonius de Regn. Ital. l. XX, p. 1056._ Si accusò Buoso di Dovara d'essere stato sedotto dall'oro di Gui di Monforte, e d'avere aperto ai Francesi il passaggio dell'Oglio. Quest'accusa viene confermata da Dante che pone Buoso nell'Inferno fra i traditori _C. XXXII, v. 113-117_; accusa per altro non giustificata nè dal carattere di Buoso, nè dalla posizione delle armate. Per lo contrario pare che non avesse sufficienti forze per fermare i Francesi.
L'armata francese giunta a Ferrara, invece di trovare opposizione lungo la strada di Roma, incontrava dovunque nuovi rinforzi di Guelfi; prima i quattrocento uomini d'armi de' fuorusciti fiorentini, poi i sudditi del marchese d'Este e del conte di san Bonifazio, indi quattro mila Bolognesi, strascinati dalle prediche del vescovo di Sulmona, presero la croce contro Manfredi e si unirono all'armata francese, la quale arrivò alle porte di Roma gli ultimi giorni dell'anno.
(1266) Carlo non aveva danaro per pagare così numeroso esercito; il papa rifiutavasi di somministrarne, e forse non lo poteva[283]. Se il conte d'Angiò differiva fino alla primavera ad avanzarsi contro al nemico, non avrebbe potuto probabilmente impedire la diserzione della sua armata; si pose perciò subito in cammino, prendendo la strada di Ferentino, onde entrare nel regno per Ceperano e Rocca d'Arce.
[283] _Raynaldus Annales § 9, p. 133, ad annum._
Manfredi nulla aveva trascurato di tutto quanto poteva contribuire a tenergli il popolo affezionato, e per eccitarlo ad una vigorosa difesa aveva adunato presso Benevento un parlamento de' baroni e de' feudatarj del suo regno, e gli aveva esortati ad armare tutti i loro vassalli per la difesa delle proprie famiglie[284]. Aveva inoltre richiamate tutte le truppe, prima mandate in Toscana ed in Lombardia, e spedito in Germania per assoldare due mila cavalli. Aveva confidata al conte di Caserta, suo cognato, la difesa del Garigliano nel luogo in cui presso Ceperano questo fiume serve di confine a' suoi stati; aveva lasciata a San Germano una forte guarnigione di Tedeschi e di Saraceni, ed egli medesimo col grosso dell'armata trovavasi a Benevento. I Francesi s'avanzavano verso il suo regno per la strada superiore, ossia di Ferentino. Il conte di Caserta abbandonò vilmente il suo posto, lasciando senza difesa il passaggio del Garigliano: la fortezza di Rocca d'Arce, creduta inespugnabile, venne presa d'assalto, e quella di San Germano cadde in potere del nemico dopo una battaglia nella quale la maggior parte de' Saraceni fu tagliata a pezzi dai Francesi[285].
[284] _Sabas Malasp. Hist. Sicula l. II, c. 20-22, p. 816._
[285] _Sabas Malasp. Hist. Sicula l. III._
Se i Pugliesi avevano manifestato poco attaccamento al re e poco zelo per la sua difesa quando le forze sembravano eguali, i primi successi de' Francesi accrebbero la loro inclinazione alla ribellione, e la viltà si nascose sotto l'esteriore del malcontento e della sedizione. Aquino e tutti i castelli della contrada aprirono le porte al vincitore; le gole delle montagne d'Alife furono abbandonate, ed egli penetrò senza incontrar resistenza fino nella campagna di Benevento a due miglia da questa città, presso alla quale Manfredi aveva adunata la sua armata. Questo principe, che scopriva tra i suoi aperti indizj di tradimento e di scoraggiamento, tentò di prender tempo ritardando la marcia di Carlo con proposizioni d'accomodamento; ma a' suoi ambasciatori rispose il conte in francese: «Andate, e dite al sultano di Nocera che io non voglio che battaglia; e che questo giorno o io metterò lui all'inferno, o egli manderà me in paradiso[286].»
[286] _Gio. Villani l. VII, c. 5, p. 129. — Ricordano Malespini Ist. Fior. c. 179, p. 1001._
Il fiume Calore che scorre innanzi a Benevento divideva le due armate: forse se Manfredi si fosse approfittato delle sue naturali fortificazioni per evitare la battaglia, l'armata di Carlo, che già mancava di vittovaglie, sarebbe stata ridotta a dure necessità, come l'assicurano alcuni storici contemporanei; ma Manfredi non voleva rimanere più oltre nell'avvilimento di andare rinculando in faccia ad un nemico, cui ogni successo procacciava nuovi partigiani, e che fino allora aveva sempre saputo procurarsi munizioni col saccheggio delle campagne. Divise dunque la sua cavalleria in tre brigate: la prima di milleduecento cavalli tedeschi, comandata dal conte Galvano; la seconda di mille cavalli toscani, lombardi e tedeschi sotto gli ordini del conte Giordano Lancia; e la terza comandata da lui medesimo era composta di millequattrocento cavalli pugliesi e saraceni. Quando Carlo vide che Manfredi disponevasi a combattere, si volse a' suoi cavalieri e disse loro: «Venuto è il giorno, che tanto abbiamo desiderato;» poi fece quattro corpi della sua cavalleria, il primo di quattro mila cavalli francesi comandato da Gui di Monforte e dal maresciallo di Mirepoix; il secondo diretto da lui medesimo era composto di novecento cavalieri provenzali, ai quali aveva uniti gli ausiliarj di Roma; il terzo sotto gli ordini di Roberto di Fiandra e di Giles le Brun, contestabile di Francia, era formato da settecento cavalieri fiamminghi, brabantesi e piccardi; finalmente il quarto, capitanato dal conte Guido Guerra, era quello de' quattrocento emigrati fiorentini[287]. Questi corpi non formavano tutti assieme che un'armata di tre mila lance, e Giovanni Villani non ne dà un maggior numero a Carlo d'Angiò, forse per accrescer gloria al suo eroe, facendolo vincere con minori mezzi. Calcolando però le truppe che Carlo aveva condotte di Francia, e quelle che aveva trovate in Italia, la sua armata doveva essere almeno più numerosa del doppio.
[287] _Gio. Villani l. VII, c. 7, 8, p. 231._
Dall'una e dall'altra parte si cominciò la battaglia coll'infanteria, la quale sebbene cogli sforzi suoi non potesse decidere della vittoria, non però combatteva con minore accanimento. Gli arcieri saraceni passarono il fiume, ed attaccarono con alte grida i Francesi sull'opposta riva. L'infanteria europea che allora mancava egualmente d'appiombo e di leggerezza non poteva resistere meglio ai volteggiatori, che alla cavalleria, ed i Saraceni ne fecero da lontano colle loro frecce un'orribile carnificina. Per sostenere la sua infanteria si mosse il primo corpo di cavalleria francese gridando, _montjoie chevaliers_! Il legato del papa li benedì in nome della Chiesa, assolvendoli da tutti i loro peccati in ricompensa dei pericoli cui si esponevano pel servigio di Dio. Gli arcieri saraceni non sostennero l'urto della cavalleria francese, e ritiraronsi con perdita; ma la prima brigata della cavalleria tedesca scese allora nel piano di Grandella per incontrare nemici degni del suo valore[288]. Il suo grido di battaglia era _Souabe cavalieri!_ In questo secondo incontro l'avvantaggio fu ancora di Manfredi; ma ossia che i Francesi fossero più vicini al loro campo, o che più rapide ne fossero le manovre, ricevevano sempre i primi i rinforzi della seconda, terza e quarta linea, sicchè ogni volta ristauravansi coll'arrivo di fresche truppe: e già combattevano tutti i loro quattro corpi di cavalleria, quando non erano ancora venuti alle mani che due di Manfredi. Si dice che questo principe conoscendo le truppe guelfe fiorentine che combattevano valorosamente, gridasse dolente: «Ove sono adesso i miei Ghibellini pei quali io feci tanti sacrificj!.... Qualunque siasi la fortuna della giornata, questi Guelfi possono oramai essere sicuri che il vincitore sarà loro amico.»
[288] _Sabas Malas. Hist. Sicula l. III, c. 10, p. 826. — Gio. Villani l. VII, c. 8, p. 231. — Ricord. Malespini Stor. Fior. c. 180, p. 1002 e seg._ Guglielmo di Nangiaco, _Gesta S. Lud. IX Franc. Regis_ descrive questa battaglia conformemente agli storici italiani, e solo rimprovera Carlo di non avere sparso abbastanza sangue e d'avere risparmiata una parte de' prigionieri. _In Duchesne Hist. Franc. Script. t. V, p. 375, 378._
Frattanto nel caldo della mischia fu dato ordine ai Francesi di tirare ai cavalli, ciò che tra i cavalieri era considerato come una viltà; e per questa manovra i Tedeschi perdettero tutt'ad un tratto il vantaggio che avevano sopra i Francesi. Manfredi vedendoli piegare esortò la linea di riserva ch'egli comandava a sostenerli vigorosamente: ma appunto in questo momento della crisi incominciò la diserzione dei baroni della Puglia e del Regno: il gran tesoriere, il conte della Cerra, il conte di Caserta, e la maggior parte de' mille quattrocento cavalli che non avevano ancora combattuto, e che dando vigorosamente addosso a truppe affaticate, avrebbergli ottenuta sicura vittoria, abbandonarono vilmente il loro buon re; il quale, quantunque non si vedesse più intorno che un piccolo numero di cavalieri preferì una generosa morte ad una vergognosa esistenza[289]. Mentre allacciavasi il caschetto, un'aquila d'argento che ne formava il cimiero, cadde sull'arcione del suo cavallo. _Hoc est signum Dei_, disse a' suoi baroni: «Io avevo attaccato il cimiero colle mie proprie mani, non è ora il caso che lo distacca.» Non avendo più questo real segno che lo distingueva dagli altri, gittossi nonpertanto in mezzo alla pugna, combattendo da bravo cavaliere; ma i suoi essendo già rotti, non potè impedirne la fuga, e fu ucciso in mezzo a' suoi nemici da un francese che non lo conosceva[290].
[289] _Gio. Villani l. VII, c. 9, p. 233 e seg._
[290] Questa battaglia si diede il venerdì 26 febbrajo del 1266.
Finchè si mantenne la battaglia, la perdita era stata eguale da ambo le parti; ma dopo rotti, diventò immensa pei Ghibellini. I fuggitivi furono inseguiti nella stessa città di Benevento, ove i Francesi entrarono in sul far della notte. Colà furono presi i principali baroni di Manfredi, e fra gli altri il conte Giordano Lancia e Pietro degli Uberti, che Carlo mandò nelle sue prigioni di Provenza, ove li fece crudelmente morire. Pochi giorni dopo furono dati in mano di Carlo la moglie di Manfredi, sua sorella ed i suoi figliuoli, che tutti morirono nelle prigioni[291] del feroce Carlo.
[291] La regina Sibilla moglie di Manfredi era sorella di un despota della Morea, e figlia d'un Comneno d'Epiro. Ella ebbe da Manfredi un figlio detto Manfredino, ed una figlia. Furono tutti presi a Manfredonia mentre s'imbarcavano per passare in Grecia. _Mon. Patav. l. III, p. 727._
Per tre giorni s'ignorò la sorte di Manfredi, che fu finalmente riconosciuto da un suo domestico nel campo di battaglia. Il suo cadavere fu posto sopra un asino e portato innanzi al nuovo re Carlo, che fece subito venire tutti i baroni prigionieri per meglio assicurarsi che fosse veramente Manfredi. Tutti lo affermarono spaventati; ma quando si presentò il conte Giordano Lancia, e gli fu scoperto il volto di Manfredi, battendosi il volto colle mani, e dirottamente piangendo: «O mio Signore, gridò, che siamo noi diventati!» I cavalieri francesi ch'erano presenti furono commossi da questo spettacolo, e chiesero a Carlo di rendere almeno gli onori funebri al morto re: «Ben volentieri, rispose, se non fosse morto scomunicato;» e con tale pretesto rifiutandogli una terra sacra, fece per lui scavare una fossa presso al ponte di Benevento. Pure ogni soldato dell'armata portò una pietra sopra quest'umile sepolcro. E per tal modo fu innalzato un monumento alla memoria di un uomo grande ed alla sensibilità d'un'armata vittoriosa. Ma l'arcivescovo di Cosenza, quello stesso Pignatelli ch'era stato incaricato delle negoziazioni coi re di Francia e d'Inghilterra, non permise che le ossa di Manfredi riposassero sotto questo mucchio di pietre; e dietro un ordine del papa le fece levare da questo luogo, che apparteneva alla Chiesa, e gettare al confine del regno e della campagna di Roma presso al fiume _Verde_[292].
[292] _Dante, Purgatorio cap. III, v. 124 e seg._
Lo stesso giorno della battaglia i Pugliesi si poterono accorgere con quale giogo avevano cambiata l'autorità del loro principe, e di quale natura sarebbe il governo de' Francesi. Il saccheggio del campo di Manfredi, e le spoglie di tanti ricchi baroni trovati sul campo di battaglia e fatti prigionieri, pareva che dovessero bastare all'avidità de' soldati; ma quest'avidità andava crescendo a misura che il bottino si faceva più grande. Benevento, benchè non si fosse opposta al vincitore, venne abbandonata al saccheggio, e per lo spazio di otto giorni i suoi abitanti trovaronsi esposti a tutti i mali che possono aspettarsi dalla libidine, dall'avarizia e della brutale ferocia dei soldati[293]. Questa sete di sangue che non sembra propria degli uomini, e che pure talvolta provarono intere nazioni, fu la più ampiamente soddisfatta. Non solamente gli uomini, le donne, i fanciulli, ma anche i vecchi furono senza pietà scannati tra le braccia gli uni degli altri; e Benevento, in fine di questa orribile carnificina, non aveva omai altro che case deserte e lorde d'umano sangue[294].