Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 18

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Ma il popolo non tardò a dolersi d'essere ricaduto sotto il dominio della nobiltà, e malgrado la fresca esperienza dell'abuso che i suoi favoriti facevano del loro credito, andava ancora cercando qualche nobile che volesse essere suo capo. Il primo a presentarsi, due soli anni dopo l'abdicazione di Guglielmo, fu Simone Grillo, che la repubblica aveva nominato ammiraglio delle galere che spediva in Levante; ma quando vide che i nobili stavano all'erta, partì colla sua flotta, ed il tumulto eccitato in suo favore si dissipò in poche ore[246].

[246] _Ann. Genuens. l. VI, p, 531._

Un più pericoloso demagogo cercò in seguito di farsi un partito nel popolo, e fu questi Oberto Spinola, capo di una delle quattro più nobili, più antiche e più potenti famiglie di Genova. Queste famiglie che verso la metà del tredicesimo secolo cominciavano ad uscire assolutamente dalla linea di tutte le altre, erano i Grimaldi, i Fieschi, i Doria e gli Spinola. Pareva che nell'elezione del 1264 i Grimaldi avessero avuto maggior parte alle magistrature ed a tutti i consigli, che le tre altre famiglie. Tutte ne aveano conceputo gelosia, ma Oberto Spinola seppe egli solo approfittarne. Tentò di ottenere la carica di capitano del popolo, che era stata data a Boccanigra, e sebbene non riuscì nell'intento in quest'occasione, si pose in relazione col partito popolare; relazione, che mantenutasi nella sua famiglia, fu lungo tempo cagione alla repubblica di pericolose scosse, minacciandola frequentemente di rapirle la libertà[247].

[247] _Ib. l. VII. Lanfranci Pignolae ecc. p. 533, 535. — Uberti Foliet. hist. Genuens. l. V, p. 371._

E per tal modo le due più potenti repubbliche marittime riformavano nello stesso tempo la loro costituzione, ma in senso contrario. Una, partendo da una democrazia reale, s'avanzava segretamente, lentamente e senza scosse verso un'aristocrazia forte e regolare: l'altra, governata da una nobiltà inquieta, faceva violenti sforzi e spesso inutili per tornare alla democrazia; spesso ancora invocava imprudentemente la potenza di un solo uomo per istabilire l'autorità di tutti. Infinite circostanze influiscono sempre sulla costituzione de' popoli. Benchè i Genovesi ed i Veneziani avessero le stesse abitudini, il medesimo carattere, il medesimo amore per la libertà, benchè parlassero il medesimo linguaggio, nello stesso tempo, e per così dire nello stesso paese, presero due contrarie direzioni per arrivare allo stesso scopo. In un altro capitolo avremo occasione di volgere lo sguardo alla terza repubblica marittima, a Pisa, la cui storia, meno conosciuta, è per molti rispetti simile a quella di Genova.

CAPITOLO XXI.

_Carlo d'Angiò, chiamato dai papi, procura in Italia al partito guelfo una assoluta superiorità. — Conquista il regno di Napoli. — Disperde l'armata di Corradino, e fa perire questo principe sul patibolo._

1261=1268.

Il regno d'Alessandro IV era stato un'epoca favorevole alla fazione ghibellina. Manfredi, approfittando della debolezza di questo pontefice, aveva stabilita la sua autorità nel regno di Napoli; e nello stesso tempo i Ghibellini fiorentini avevano obbligata tutta la Toscana ad accostarsi al loro partito: e se nella Marca ed in Lombardia era stata distrutta la tirannide d'Ezelino, lo fu col favore dell'alleanza contratta co' capi ghibellini, il marchese Pelavicino e Buoso di Dovara, da' Guelfi di Milano, di Ferrara e di Padova. Finalmente a quest'epoca la casa della Torre a Milano erasi alienata dalla santa sede; ed a Verona, come nella Marca Trivigiana, Mastino della Scala erasi posto alla testa del partito ghibellino. Ma Alessandro IV morì il 25 maggio del 1261, ed il suo successore con mano più ferma e potente rovesciò bentosto la bilancia politica d'Italia.

Questo successore, che prese il nome di Urbano IV, era francese, nativo di Troia nella Sicampagna[248] e di bassa condizione, ma aveva saputo co' suoi talenti acquistarsi il vescovado di Verdun, poi il patriarcato di Gerusalemme. Era quest'istesso anno tornato da Terra santa per sollecitare i soccorsi del papa e de' Latini in favore de' Cristiani di Levante. I cardinali, che trovavansi ridotti al numero di otto, dopo tre mesi di conclave senza aver riuniti i suffragi a favore d'un membro del loro collegio, credettero di non poter trovare tra i prelati non cardinali chi fosse più del patriarca di Gerusalemme degno della tiara.

[248] Abbiamo una vita di questo papa scritta in cattivi versi elegiaci dedicata al cardinal nipote da Tierrico Vallicolor. Questo poema d'un migliajo di versi viene più volte citato dall'annalista ecclesiastico. È stampato _Scr. It. p. II, p. 405 e segu_. Avvi pure una vita dello stesso pontefice scritta da Amalrico Augerio, _p. 404_, ed una di Bernardo Guidone _t. III, p. I, p. 593_.

Forse Urbano non sarebbe stato severo giudice di Manfredi, se la causa di questo re avesse dovuto essere da lui solo giudicata; ma, agli occhi di un papa, Manfredi era reo del gravissimo delitto di non essersi assoggettato al giudizio della santa sede che lo aveva condannato. L'indipendenza de' sentimenti è ciò che più offende le anime intolleranti; e l'altrui libertà diventa un'ingiuria in faccia a chi volle sempre vivere nella servitù. Urbano che non aveva alcuna personale cagione d'inimicizia con Manfredi e niun interesse nella sua caduta, Urbano che non poteva ripromettersi dalla sua politica nè l'incremento del potere della Chiesa, nè la libertà di Terra santa, pure attaccò Manfredi con maggiore violenza ed ostinazione, che non avrebbe fatto lo stesso Innocenzo IV.

Durante la vacanza della santa sede, i Saraceni di Manfredi erano entrati nella campagna di Roma: Urbano non si limitò a dar ordine al re di Sicilia di richiamarli[249], ma pubblicò contro di lui una crociata, con tutte le indulgenze che accordavansi a' liberatori di Terra santa; nominò capitano delle truppe pontificie Rugiero di san Severino, uno degli emigrati napoletani, commettendogli di adunare sotto le sue insegne tutti i ribelli del regno. In tale maniera obbligò le truppe di Manfredi alla ritirata, e l'annalista Rainaldo crede pure che Urbano le attaccasse personalmente[250].

[249] _Matteo Spinelli da Giovenazzo Diurnali t. VII, p. 1097._

[250] _Ann. Eccles. t. XIV, p. 68, § 22._

Urbano, non contento di questo primo atto, che avrebbe potuto risguardarsi come una giusta difesa dello stato della Chiesa, citò Manfredi a comparire innanzi a lui per purgarsi de' delitti onde era incolpato, delle sue relazioni co' Saraceni, della sua perseveranza nel far celebrare i santi misteri ne' paesi colpiti dall'interdetto, finalmente delle condanne e pene capitali di molti suoi sudditi che egli risguardava come altrettanti omicidj, perchè non conosceva nè la sovranità, ne l'autorità giudiziaria del re di Sicilia. Questa citazione non fu a Manfredi notificata, ma soltanto affissa alle porte della chiesa d'Orvieto, residenza d'Urbano[251]. Informato che Manfredi trattava con Giacomo re d'Arragona di dare al di lui figliuolo sua figliuola Costanza, (1262) scrisse a Giacomo per dissuaderlo dall'alleanza colla famiglia di Manfredi, di cui gli enumera tutti i supposti delitti, indi soggiugne: «Come mai ha potuto entrare nel tuo cuore così strano progetto? come mai, o figliuol mio, l'altezza dell'animo tuo ha potuto tanto abbassarsi? come hai tu solamente tollerato che ti si proponesse per consorte di tuo figliuolo la figlia d'un uomo qual è Manfredi? è forse tuo figlio talmente disprezzato dagli altri principi, che non possa trovare un'illustre sposa tra le fanciulle di reale stirpe? Qual vergogna sarebbe la tua di macchiare con tale maritaggio lo splendore del tuo sangue! qual detestabile opera, legare con sì stretta parentela un figliuolo tanto devoto alla Chiesa col suo nemico e persecutore[252]!» A fronte di così calde rimostranze questo matrimonio, che trasmetteva agli Arragonesi il diritto ereditario alla corona di Sicilia, ebbe effetto: ma san Luigi che aveva domandata per suo figlio una figlia dello stesso Giacomo, parve così scandalizzato dal pensiere di contrarre qualche relazione con un nemico della Chiesa, che sospese il trattato, e diede ad Urbano speranza di non procedere più avanti. Questi prese da ciò motivo di felicitarlo; anzi mandò in Francia uno de' suoi notaj sotto coperta di ringraziare il re di tale deferenza[253]; ma in realtà per far rivivere il progetto, formato prima da Innocenzo IV, di trasferire la Corona di Sicilia a Carlo d'Angiò fratello di san Luigi. La lettera del papa al suo notaro Alberto ci svela le difficoltà che ritardavano questo trattato.

[251] _Giannone Ist. Civ. del Regno di Napoli l. XIX, c. I, t. II, p. 668. — Continuat. Nicolai Jamsillæ, p. 591._

[252] _An. Eccles. 1262, § 14, t. XIV, p. 74. — Datum Viterbii 6 calend. maii._

[253] _Litteræ ejusdem ad Regem Franc. An. Eccles. § 17, an. 1262, 13 cal. augusti._ Malgrado le felicitazioni contenute in questa lettera, Filippo, detto l'ardito, sposò in quest'anno Isabella d'Arragona; di che pare che Rainaldo non ne avesse notizia. _Guilelmi de Nangiaco Hist. S. Ludovici, p. 371. Scrip. Hist. Franc. t. V._

«Noi abbiamo ricevute le tue lettere dalle quali rileviamo, tra le altre cose, che il nostro caro figlio in Gesù Cristo, l'illustre re di Francia, ascolta gli artificiosi discorsi di coloro che vogliono dissuaderlo dai negoziati, per istringere i quali ti abbiamo mandato alla sua corte. Essi cercano di fargli credere che Corradino nipote di Federico, già imperatore de' Romani, possa avere alcun diritto sul regno di Sicilia, e che nel supposto che ne sia cotale diritto decaduto, sarebbe per concessione della santa sede passato in Edmondo figlio del nostro carissimo figlio in Gesù Cristo, il re d'Inghilterra. Così adunque, benchè veda nella nomina di suo fratello l'onore e la felicità della Chiesa romana, ed i mezzi di soccorrere l'Impero di Costantinopoli e di Terra santa, come ardentemente lo desidera, pure sta in forse; e forse non avrebbe il torto se ciò che dicono certi suoi consiglieri fosse vero; egli teme d'invadere ciò che risguarda come eredità d'un altro.... Noi offriamo il sagrificio delle nostre lodi a Dio, a quel Dio che tiene in sua mano i cuori de' re; noi gli rendiamo grazie di conservare il re di Francia in tanta purità di coscienza.... Ma questo re deve avere in noi e ne' nostri fratelli maggiore confidenza; deve credere senza ombra di dubbio, che mentre lo risguardiamo come il prediletto figlio della Chiesa romana, che mentre noi nudriamo per lui un particolare affetto, non esporremmo la sua persona o i suoi stati a qualche pericolo, nè il suo nome alla maldicenza ed allo scandalo, nè la sua anima, di cui ci è confidata la difesa, alla dannazione. Egli deve credere che noi ed i nostri fratelli vogliamo, col divino ajuto, conservar pure le nostre coscienze e salvare le anime nostre innanzi all'autore d'ogni salute; e noi sappiamo di certa scienza, che niente di tutto quanto vogliamo fare, non offende i legittimi diritti di Corradino, o di Edmondo; o d'alcun altra persona[254].»

[254] _Epist. Urb. IV ad Magistr. Albert. Notarium Ap. Rayn. 1262, § 21, p. 75._

La sentenza di deposizione, fulminata nel concilio di Lione da papa Innocenzo, colpiva tutta la discendenza di Federico II; e la Chiesa aveva pronunciata nel più solenne modo la diseredazione di Corrado e di Corradino, onde il santo re Luigi non osava opporsi a tale giudizio, benchè ne sentisse nel suo cuore l'ingiustizia, e non volesse raccoglierne i frutti; per la qual cosa rifiutò la corona di Sicilia, che il papa gli aveva offerta per uno de' suoi tre minori figli[255]. L'investitura formalmente accordata da un papa a Edmondo, figliuolo del re d'Inghilterra, ritraeva i principi francesi dall'accettare le offerte d'Urbano, più che non faceva il diritto ereditario della casa di Svevia sui regni che tuttora possedeva. Il papa, per calmare i loro scrupoli, unì al suo notajo Alberto un uomo più interessato a procurare nemici a Manfredi, Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza, irriconciliabile nemico del suo re.

[255] Quest'offerta ed il rifiuto di Luigi vengono ricordati in una lettera del papa alla regina di Francia, _Rayn. 1264, § 2, p. 101. — Giannone Istor. Civ. l. XIX, c. 1, t. II, p. 670._

Questo prelato passò prima alla corte d'Enrico III re d'Inghilterra, che trovò impegnato in una guerra civile co' suoi baroni, perchè rifiutavasi di eseguire i capitoli della _gran carta_ del regno, che egli aveva giurato d'osservare. L'arcivescovo approfittò dell'imbarazzo in cui era il re, per ottenere da lui e da suo figliuolo Edmondo una formale rinuncia a tutti i diritti che Alessandro IV aveva potuto trasferir loro sul regno di Napoli. Per ridurli a tale atto si fece a rappresentar loro, che non avevano punto soddisfatte le condizioni espresse nell'investitura; che non erano presentemente in istato di soddisfarle; e che intanto la Chiesa aveva bisogno di pronti e potenti soccorsi. In pari tempo offriva al re inglese tutto il potere della Chiesa contro i suoi sudditi; e ricompensò la condiscendenza d'Enrico III e d'Edmondo collegandosi con loro contro le libertà britanniche[256].

[256] _Urb. IV, Epist. 161 e 162. Rayn. 1263, § 78, p. 98._

L'arcivescovo di Cosenza si recò colla rinuncia di Edmondo presso san Luigi; e, dimostrando essere i diritti della Chiesa maggiori di quelli di Corradino, se non dissipò interamente i rimorsi del santo re, li fece almeno tacere. Di una affatto diversa natura era la negoziazione pendente con Carlo d'Angiò, che gli scrupoli non ritraevano dall'accettare una corona, cui la propria ambizione e la vanità della consorte gli facevano desiderare; ma il papa l'accordava a troppo onerose condizioni: e siccome non prometteva che ajuti vani di parole ed un titolo litigioso, Carlo d'Angiò, che doveva conquistare il regno a sue spese e colle proprie forze, esponendosi a tutti i pericoli ed a tutte le difficoltà dell'impresa, non voleva impegnarsi in una guerra, finchè la santa sede si ostinava a guardare per sè i frutti de' suoi pericoli.

Il papa aveva da principio proposto, che Carlo d'Angiò promettesse di rimettere alla Chiesa Napoli, tutta la Terra di Lavoro e le adiacenti isole, inoltre la valle di Gaudo. Carlo vi si rifiutava apertamente, e quest'inutile negoziato fece perdere al papa un anno[257]. Finalmente, per mezzo dell'arcivescovo di Cosenza, Urbano offrì al principe francese l'investitura de' due regni della Sicilia e della Puglia, quali erano stati posseduti dai re Normanni e Svevi, tranne soltanto la città di Benevento col suo territorio, ed un annuo tributo di dieci mila once d'oro.

[257] Gli atti originali di questo trattato furono conservati da Tutini: _Dei contestabili del Regno f. 70, 71._ Io lo cito sulla fede del Giannone.

(1264) Poichè furono accettate tali condizioni, il papa spedì in Francia Simone, cardinale di santa Cecilia, per affrettarne l'esecuzione. Gli consegnò le più pressanti lettere dirette a san Luigi, nelle quali accusava Manfredi d'avere raddoppiate le vessazioni contro la santa sede dopo avere avuto avviso delle negoziazioni intraprese per ispogliarlo de' suoi stati, e gli rappresentava coi più vivi colori i pericoli ai quali questo principe esponeva la religione, se la Francia non prendeva le difese della santa Chiesa[258].

[258] _Ann. Eccles. Raynal. 1264, § 13, p. 103._

Quando Carlo d'Angiò scese in Italia, aveva quarantasei anni: come figlio di Francia aveva per suo appannaggio la contea d'Angiò, e per conto della moglie era sovrano della Provenza. Questa era la quarta figliuola di Raimondo Berengario, ultimo conte di Provenza. Le maggiori sorelle avevano sposato i re di Francia, d'Inghilterra e di Germania[259], onde Berengario, dopo averle così riccamente maritate, lasciava l'ultima erede de' suoi stati, affinchè suo marito rinnovasse la casa de' Conti di Provenza[260]. Allora era questo il maggior feudo della corona di Francia; e Carlo d'Angiò, dopo i re, era fuor di dubbio il più ricco e potente principe d'Europa. Anche le sue qualità personali lusingavano il papa di felice successo; e nella guerra di Terra santa erasi acquistata riputazione di valoroso soldato e di esperto capitano: «Fu Carlo, dice Giovanni Villani, uomo savio e prudente nel consigliare, prode nelle armi, aspro e temuto da tutti i re del mondo, magnanimo e di pensieri elevati, che niuna intrapresa gli era superiore; costante nelle avversità, fermo e fedele nelle sue promesse, parlando poco ed adoperando molto; non fu quasi mai veduto ridere; di temperati modi come un religioso, zelante cattolico, aspro nel fare giustizia, di guardatura feroce. Fu di statura alta e nerboruta, di colore olivastro, e col naso assai grande. La sua persona sembrava più che quella di alcun altro veramente fatta per la reale maestà. Dormiva pochissimo.... Fu prodigo d'armi verso i suoi cavalieri; ma avido d'acquistare da qualunque parte si fosse, terre, signorie, danaro, per supplire alle sue intraprese. Egli non si dilettò mai di buffoni, di trovatori, o poeti, nè di cortigiani»[261].

[259] Quello che assumeva questo titolo era Riccardo, conte di Cornovaglia, uno de' pretendenti all'impero.

[260] _Gio. Villani l. VI, c. 90, 91, p. 221._

[261] _Gio. Villani l. VII, c. 1, p. 285._

Mentre Carlo adunava un esercito per l'impresa cui erasi impegnato, e mentre Beatrice, sua consorte, aspirando ad avere, come le altre sorelle, il titolo di regina, impegnava tutti i suoi giojelli per provvederlo di danaro, altri Francesi combattevano di già in Italia a favore della chiesa. Se dobbiamo credere a Matteo Spinelli, Roberto, conte di Fiandra e genero di Carlo, aveva, in luglio del 1261, condotta in Italia una grossa armata di crociati francesi per attaccare Manfredi, che questi Francesi non conoscevano, e per difendere la chiesa, benchè affatto stranieri a' suoi interessi[262]. Tale sorta di gente, sotto il nome di religione, non pensa che a soddisfare a quella inquieta attività che la spinge sempre a tentar nuove cose, senza mai prender a cuore la causa cui sembrano servire. Costoro ripongono il loro godimento nei mezzi e non nel fine d'ogni cosa; il loro coraggio non è animato da una passione abbastanza nobile per esporsi a grandi sagrificj; ma da un segreto sentimento della propria nullità, da un nascosto disprezzo di sè medesimi, che associano al desiderio di illudere gli altri. Impazienti di segnare qualche orma d'un'esistenza, che per sè medesima non merita di fissare l'attenzione del pubblico, armansi indifferentemente a vantaggio o in danno della Chiesa, per la libertà o per la tirannide: sempre sperando coll'essere prodighi delle loro vite, di uscire da quella nullità che tanto li tormenta; ed ignorano che non il disprezzo della vita, ma il solo amore d'una nobile causa rende l'uomo glorioso; che, per rendere un culto alle idee generose, non si deve adoperare in maniera che i più grandi sagrificj impiccioliscano, ma sentirne la grandezza e non lasciare di farli; che colui che sprezza la sua esistenza non fa che indicare agli altri il disprezzo in cui la debbono tenere; che quello che cerca gli altrui suffragi senza nutrire egli stesso veruna stima di sè medesimo, potrà forse veder soddisfatta la sua vanità; ma non acquisterà gloria.

[262] Malgrado l'espresse testimonianze di Matteo Spinelli, _Diurnali p. 1097, 1098_ di Costanzo _l. I_, e di Giannone _l. XIX, c. 1, p. 671_, io dubito ancora che il condottiere di questa crociata fosse Roberto di Fiandra, il quale, quattro anni dopo, fu giudicato troppo giovane per condurre un'armata in Italia e fu posto sotto la direzione del contestabile di Francia. Questa spedizione è leggermente indicata da Vallicolor, _Vita Urb. IV, p. 418_, ed ignorata affatto dagli storici francesi.

I crociati francesi, dopo aver ricevuto a Viterbo la benedizione d'Urbano IV, inoltraronsi fino al Garigliano, e vennero più volte alle mani con Manfredi e co' suoi Saraceni: talvolta vittoriosi e talvolta vinti, versarono il proprio e l'altrui sangue; ma

_Fama di loro il mondo esser non lassa; Non ragioniam di lor, ma guarda e passa_[263].

[263] _Dante, Inferno._

L'avviso del vicino arrivo di Carlo d'Angiò operava di già un cambiamento nel sistema politico d'Italia. Il partito ghibellino aveva acquistato, per la sola inconsiderata condotta degli ecclesiastici, una superiorità sproporzionata alle sue forze, ch'egli perdette tosto che i suoi avversarj ebbero speranza d'uno straniero soccorso. Filippo della Torre, signore di Milano, ch'erasi per politica accostato ai Ghibellini a fronte dell'inclinazione della sua famiglia e della sua patria, fu il primo a staccarsene. L'anno 1264, come l'abbiamo osservato nel precedente capitolo, licenziò il marchese Pelavicino, che con i suoi cavalieri era stato preso al soldo del comune di Milano[264]; si collegò con Carlo, e chiese ed ebbe da lui un podestà provenzale, Barral di Baux, che governò Milano un anno. In pari tempo il marchese Obizzo d'Este, che quest'anno succedeva a suo avo nel governo di Ferrara, rialzava il partito guelfo nella Marca Trivigiana[265] e stringeva alleanza col conte di san Bonifacio, signore di Mantova, e con tutte le città che avevano scosso il giogo di Ezelino. Vero è che la Toscana restava ancora tutta intera in potere de' Ghibellini, nella quale lega era stata forzata ad entrare del 1263 la stessa repubblica di Lucca, cacciando dal suo territorio tutti que' Guelfi stranieri, cui da tre anni prestava generoso asilo[266]. Ma questi Guelfi, ed in particolare i Fiorentini, riunitisi in Bologna, eransi tutti dati alla professione delle armi. Sempre disposti a combattere per la stessa causa, essi cercavano di vendicarsi sui Ghibellini lombardi dei mali sofferti nella loro patria. Essendo a Modena scoppiata una lite tra le due fazioni, volarono in soccorso de' Guelfi, i quali, cacciati di città i Ghibellini, rimasero soli padroni dell'amministrazione della repubblica[267]. Colà i fuorusciti fiorentini nominarono loro capitano Forese degli Adimari, sotto la di cui condotta, pochi mesi dopo, fecero trionfare i Guelfi anche in Reggio[268]: e finalmente avendo avuto lo stesso successo a Parma[269], tutta la contrada posta tra il Po e gli Appennini fu principalmente per opera loro richiamata all'ubbidienza della Chiesa. Oltre i pedoni avevano formato un corpo di quattrocento cavalli ben montati e ben disciplinati, essendosi procurati a spese de' loro nemici quanto loro abbisognava.

[264] _Giorg. Giulini Memorie della campagna di Milano l. LV, t. VIII, p. 202._

[265] _Monachus Patavinus Cron. l. III, p. 722._

[266] _Gio. Villani l. VI, c. 83, 86. p. 215._ Flaminio del Borgo protrae la pace di Lucca fino al 1265; nel che parmi che s'inganni. _Diss. VI dell'Istor. pisana p. 408._

[267] _Gio. Villani l. VI, c. 87, p. 218. — An. Vet. Mutin. t. XI, p. 67._

[268] _Memoriale Potest. Regiensium t. VIII, p. 1123._

[269] _Chronicon Parmense t. IX, p. 779._

Intanto Manfredi non trascurava verun mezzo per difendersi dai nuovi nemici che la Chiesa gli andava facendo. In sul finire di settembre mandò in Lombardia il conte Giordano con quattrocento lancie e molto danaro per unirsi al marchese Pelavicino, onde impedire la discesa de' Francesi in Italia[270]; ed egli medesimo il 18 ottobre dello stesso anno entrò nella Marca d'Ancona con nove mila Saraceni. Nel 1261 era stato eletto da una fazione senatore di Roma[271], onde aveva nominato Pietro di Vico suo vicario in quella città, mandandogli un corpo di truppe tedesche perchè si fortificasse nell'isola del Tevere. Il vicario di Manfredi veniva spesso alle mani coi partigiani del papa[272], sperando di potere quando che fosse rendersi padrone di tutta la città. Per ultimo Manfredi aveva impegnati i Pisani ad allestire una potente flotta, che unita a quella della Sicilia ammontava ad ottanta galere, e che pareva sufficiente ad impedire il passaggio di Carlo d'Angiò, qualora preferisse la via del mare[273].