Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 17

Chapter 173,713 wordsPublic domain

Vero è per altro che la rivalità de' Genovesi coi Veneziani produsse un notabile cambiamento nelle alleanze delle due nazioni. I Veneziani che fino a tale epoca erano stati i protettori del partito guelfo, ed avevano lungo tempo fatto guerra a Federico II poi ad Ezelino, staccaronsi dal papa per allearsi da una banda coi Pisani, implacabili nemici dei Genovesi, dall'altra con Manfredi che aveva da vendicare sui Genovesi le antiche ingiurie, ed in particolare l'ajuto dato al loro compatriotto Innocenzo IV[226]. La lega dai Veneziani contratta coi nemici del papa incoraggiò i Genovesi a contrarne un'altra che fu ancora più scandalosa. Spedirono essi ambasciatori a Michele Paleologo, imperatore dei Greci, per impegnarlo a perseguitare più caldamente i Veneziani loro comuni nemici, esibendosi di ajutarlo a ritogliere dalle mani de' Veneziani e de' Francesi la città di Costantinopoli, che avrebbe dovuto essere la capitale di Paleologo, e che di tanti acquisti era quasi il solo che ancora fosse in potere de' Latini. Il trattato di alleanza fu sottoscritto a Nicea il giorno 13 marzo del 1261[227]. Paleologo esentò i Genovesi dai diritti di pedaggio in tutti i suoi porti, e questi invece gli promisero un certo numero di vascelli di guerra ad un determinato prezzo. Infatti essi ne armarono sei, e dieci galere, che immediatamente spedirono in Levante.

[226] _Chron. Andreæ Danduli c. 7, § 8 e 9, p. 365._

[227] Questo trattato trovasi stampato nella raccolta dei diplomi del Ducange, _t. XX_ della Bizantina, _p. 5_. — _Hist. de Costantinople sous les empereurs françois di Ducange l. V, § 21, edit. Ven., t. XX, p. 75. — Barthol. Scribæ Ann. Genuens. l. VI, p. 528._

Baldovino II, debole e spregevole principe, era in allora imperatore latino di Costantinopoli, e regnava solo fino dall'anno 1237; il quale avendo nelle sue angustie talvolta vilmente e sempre invano supplicati i principi dell'Occidente ad ajutarlo, era ritornato nella sua capitale, ove per procacciarsi un poco di danaro, faceva levare il piombo dai tetti delle chiese e dei palazzi di Costantinopoli, indi faceva demolire questi edificj per provvedersi di legna da fuoco; vendeva od impegnava le sacre reliquie; e per ultimo dava il proprio figlio come ostaggio ad alcuni banchieri veneziani, che gli prestarono alcune somme di danaro[228]. Per lo contrario i Greci in sessant'anni di sventure e di esiglio avevano ripreso un poco di coraggio e di energia. Dopo la caduta del loro impero non ammettendo più padroni ereditarj, i soli talenti aprivano la strada al trono. Teodoro Lascari, Giovanni Vatace, e finalmente Michele Paleologo aveano rialzato in Nicea il trono de' Cesari, e riunito a poco a poco al loro dominio la maggior parte delle province dell'Europa e dell'Asia, che i crociati avevano tolte ai loro predecessori. Questi principi non meno valorosi guerrieri che accorti politici avevano potuto volgere tutte le loro forze contro i Latini, perchè i Bulgari ed i Saraceni, loro naturali nemici, indeboliti da interne fazioni, non gli davano più molestia.

[228] _Ducange Histoire de Costantinople l. V, § 19, p. 75._

I soli difensori, i soli sostenitori dell'impero latino di Costantinopoli erano i Veneziani; perchè i Francesi non isperando più di arricchirsi coi saccheggi, si affrettavano di abbandonare la Grecia e di tornare alla loro patria, mentre ogni anno nuovi negozianti giugnevano ad ingrossare la colonia veneziana, e nuovi vascelli, e nuovi valorosi guerrieri venivano a difenderla. Se dobbiamo per altro credere ad uno storico greco, fu l'imprudenza de' Veneziani che perdette la città[229]. Aveva Michele Paleologo con Baldovino conchiusa la tregua d'un anno, quando il nuovo balìo o podestà di Venezia, Marco Gradenigo, giunse nel porto di Costantinopoli[230]. Questi rinfacciò ai Latini il vergognoso loro ozio in mezzo ai nemici, e li persuase ad intraprendere l'assedio di Dafnusio, isola e città all'imboccatura del Bosforo nel Ponte Eusino. Egli si valse in questa spedizione delle truppe veneziane e francesi che trovavansi in città, non lasciando alla guardia delle mura che il debole Baldovino colle donne e coi vecchi.

[229] _Georgi Acropolitae historia c. 85. Byzant. Ed. Ven. t. XVI, p. 77._

[230] _Sabellicus hist. Venet. dec. I, l. X. — Appendix ad Villeharduin t. XX, Byzant. Venet. p. 100._

Nello stesso tempo, dopo avere dato il titolo di Cesare ad Alessio Strategopulo, l'imperatore Paleologo lo aveva spedito contro il despota dell'Epiro. Questo generale essendosi innoltrato fino alle porte di Costantinopoli colla sua armata, fu avvisato dai contadini del sobborgo, i quali, trovandosi allora al confine dei due imperi, viveano in una licenziosa indipendenza, che Baldovino in quell'istante non aveva truppe, e si offrivano d'introdurlo in città.

In fatti, dopo avere concertata ogni cosa con Strategopulo, que' contadini che chiamavansi volontarj[231], il giorno 25 luglio del 1261 entrarono in Costantinopoli per una segreta apertura che metteva capo in una delle loro case, ed impadronitisi della porta Aurea[232], che dai Latini tenevasi chiusa, e spezzatala colle scuri, si fecero a gridare dall'alto delle mura: _viva l'imperatore Michele! vivano i Romani!_ Strategopula che trovavasi acquartierato colla sua truppa presso il convento della Fontana, aspettandovi il convenuto segno, entrò subito in Costantinopoli per la porta che gli era stata aperta. I Comani o Tartari, ch'erano i Saccomani della sua armata, si sparsero ne' quartieri della città per saccheggiare le case de' Latini, mentre i Greci si rimanevano con bella ordinanza intorno al loro generale. Lo spavento incusso dai Comani, gl'incendj che andavano eccitando ovunque potevano penetrare, la sommossa de' Greci di Costantinopoli, che volevano scuotere il giogo de' Latini, portarono la confusione tra i Franchi; i quali, preceduti dall'imperatore Baldovino, fuggirono verso il porto, andando a bordo de' vascelli che vi si trovavano. La flotta veneziana, che aveva fatta l'impresa di Dafnusio, arrivava allora opportunamente presso al tempio di Sostenione, e servì a dar ricovero all'imperatore, al balìo, al patriarca latino, a tutti i Francesi ed alla maggior parte de' Veneziani che abitavano in Costantinopoli. Sì grande era il numero degli usciti, che ben tosto consumarono tutti i viveri della flotta, onde molti perirono di fame avanti che potessero essere trasportati all'isola di Negroponte, colonia de' veneziani, ove soggiornarono alcun tempo.

[231] Θεληματαριοι.

[232] Intorno alla perdita di Costantinopoli possono consultarsi _Dufresne Ducange, histor. di Costant. sotto gl'imp. francesi l. V, c. 21-34. p. 79, 80. — Byzant. Ven. t. XX. — Giorgio Accropolita istor. c. 85. 89. p. 77. — Byzant. Ven. t. XIV. — Georgii Pachymeris ist. l. II, c. 26-34. p. 78, 91. — Byzant. Ven. t. XII. — Phranza l. I, c. 4 c 5, t. XXIII. p. 6, 7. — Nicephorus Gregoras hist. Byzant. l. IV, c. 2. t. XX. p. 41._

E per tal modo Costantinopoli, dopo essere stata cinquantasette anni sotto il dominio de' Francesi e de' Veneziani, tornò ad essere la capitale dell'impero greco, che a quest'epoca parve riprendere nuovo vigore, e che doveva ancora mantenersi quasi due secoli[233].

[233] Costantinopoli fu preso il 25 luglio del 1261, e secondo il calendario greco l'anno del mondo 6769, indizione 4.

Mentre i Latini abbandonavano Costantinopoli, che vedeva con piacere allontanarsi questi illegittimi suoi figliuoli[234], Michele Paleologo avvisato a Meteoria che la reale città era stata occupata dalle sue truppe, ringraziò il cielo d'un avvenimento che non osava sperare, perchè l'anno precedente non aveva potuto impadronirsi con una grossa armata del solo sobborgo di Galata. Preceduto da un'immagine della Vergine e circondato dal senato e da tutti i grandi della nazione, entrò in città per la porta aurea, cantando inni di rendimento di grazie[235]. L'imperatore andò ad abitare il palazzo dell'Ippodromo, perchè quello di Blacherna, da più anni abitato soltanto dai Franchi, era imbrattato ed annerito dal fumo. «Si vide allora, scrive Niceforo Gregora, che la regina delle città più non era che un campo di desolazione pieno di rottami e di ruine, molte case erano cadute, e quelle che ancora rimanevano non erano che miseri avanzi salvati dalle fiamme. Bizanzio aveva affatto perduta la sua bellezza ed i suoi più preziosi ornamenti negl'incendj più volte appiccativi dai Latini, quando la ridussero in servitù: e come ciò fosse poco, niuna cura si presero di ripararla, quasi fossero da lungo tempo persuasi di doverla in breve abbandonare[236].»

[234] μακρὰ καὶ ἀυτοὶ χαὶρειν ἔιπόντες Τὴν νόθον πατρίδα. _Niceph. Gregor. l. IV, p. 43._

[235] Acropolita, che aveva composti questi inni, ci fa un circostanziato racconto di questa ceremonia: tutto fu commovente, tranne la vanità dello storico, _c. 88. p. 80_.

[236] _Niceforo Gregora, l. IV, c. 11. § 6, p. 43._

Ma non tutti i Latini erano usciti di città: oltre i Genovesi che avevano ajutati i Greci a farne la conquista, eranvi ancora i Pisani e molti Veneziani. Molti degli ultimi trattenuti dagl'interessi del loro traffico, o dalle parentele contratte coi Greci, non avevano voluto abbandonare nè le loro proprietà, nè la loro famiglia; altri accortisi troppo tardi della subita perdita della città non trovarono luogo sulle navi. Conosceva Michele troppo bene la debolezza e la povertà della sua nuova capitale per privarsi dell'ajuto e delle ricchezze di così industriosi abitanti: onde non solo riconfermò ai Genovesi tutti i privilegi accordati nel precedente trattato d'alleanza, ma un egual travamento prometteva pure ai Veneziani ed ai Pisani che volessero soggiornare ne' suoi stati. Non però acconsentì ai primi, ch'erano i più numerosi e resi più arroganti dalla sua amicizia, di abitare nell'interno della città, ove potevano diventare pericolosi; e li trasportò a Galata situata nell'opposta riva del porto, mentre non ebbe paura di lasciare in città i Veneziani ed i Pisani sotto la sopravveglianza del popolo che gli odiava. Del resto accordò alle tre nazioni di appropriarsi il quartiere loro rispettivamente assegnato, vivendo colle proprie leggi, e sotto il governo di quel magistrato che alle determinate epoche loro manderebbe il consiglio generale della loro patria[237]. I Genovesi intitolavano questo magistrato podestà; i Veneziani, balìo; console i Pisani. E per tal modo i mercanti italiani formavano in Costantinopoli tre piccole repubbliche che conservavano l'intera loro libertà ed indipendenza, continuando i loro cittadini ad esercitare la navigazione ed il commercio con quella industria ed attività ch'erano allora proprie di quelle nazioni.

[237] Il ceremoniale cui i magistrati veneziani e genovesi dovevano attenersi in Costantinopoli nelle loro comunicazioni coll'imperatore ci fu conservato da _Codino Curopalata de Officiis Const. c. 14. § 8-14. Byz. t. XVIII. p. 91, 92._ — È cosa notabile che i Veneziani vi sono meglio trattati dei Genovesi. _G. Pachymeris hist. l. II, c. 32, p. 89, 90. c. 35. p. 92. — Niceph. Gregora l. IV, c. 5. § 4. p. 92._

Sebbene Michele Paleologo avesse accordati tali privilegi ai Veneziani dimoranti in Costantinopoli, non aveva però fatta la pace colla loro repubblica, nè rinunciato alla speranza di spogliare affatto i Latini delle isole e delle province che ancora possedevano in Levante. Attaccò l'Eubea, facendo che quel principe si ribellasse ai Veneziani, e s'impadronì delle isole di Lenno, di Chio, di Rodi e di molte altre, poste nel mar Egeo[238]. Accordò per altro in feudo ai Genovesi l'isola di Chio, volendo con ciò compensarli di quanto avevano operato a suo favore nelle sue imprese marittime. È questo uno degli stabilimenti che i Genovesi conservarono più lungo tempo in Levante, essendogli stato tolto per tradimento dai Turchi soltanto del 1556, perchè i Greci che abborrivano il clero e la signoria de' Latini favoreggiavano i Musulmani. Oggi vi sono circa cento cinquanta mila Greci, de' quali sessanta mila abitano la città. Quest'isola, una delle più belle colonie de' Genovesi, non erasi conservata sotto l'immediata dipendenza della repubblica; perchè, essendole stata data in pegno per una somma di danaro, nove famiglie la pagarono, e fecero l'impresa a loro spese. Più tardi queste famiglie si unirono tutte sotto il nome de' Giustiniani; e del 1365 tutti i Giustiniani si trasportarono a Chio[239]; ove l'assoluta oligarchia della loro famiglia si mantenne due secoli; essi conservano ancora al presente il titolo di principi di Chio. Tutti non lasciarono questa loro patria adottiva, essendovi ancora molti Giustiniani in quell'isola che vivono coi prodotti delle loro terre sotto il dominio de' Turchi; le famiglie tornate a' nostri giorni in Genova, chiedevano ne' primi anni del presente secolo alla repubblica le somme che le avevano date in deposito quando essa le investì del perduto principato. Allorchè fu data ai Genovesi la proprietà dell'isola di Chio, non erano altrimenti disposti a fondare un'oligarchia nella loro colonia ed a render principi i loro gentiluomini. Egli era in quel tempo presso a poco in cui cominciava a manifestarsi la discordia tra la nobiltà ed il popolo; discordia lungo tempo fatale al riposo della repubblica; discordia la quale pose più volte lo stato sotto il dominio di un padrone; e la quale avrebbe finalmente distrutta affatto la libertà, se nel carattere di un popolo marittimo non esistesse una cotale energia che difficilmente può assoggettarsi al giogo. Gli uomini la di cui patria non è soltanto posta sulla terra ma ancora sul libero Oceano, non possono, tornando in porto, sopportarvi lungamente una tirannia, dalla quale vanno esenti viaggiando sul mare.

[238] _Niceph. Gregoras. l. IV, c. 5. § 1, 5. p. 48, 49._

[239] Laonico Calcocondila, il solo degli storici greci che tratti di questa infeudazione, ne parla assai confusamente. _De Rebus Turcicis l. X, p. 216, Byzant. t. XVI._ Osservisi ancora la _Storia veneta di Sandi p. I, l. IV, p. 670_. Ma io mi sono a Genova informato da un Giustiniani, tornato da Chio colla sua famiglia 33 anni sono.

Nella prima metà del tredicesimo secolo, il poter sovrano era stato in tal maniera diviso tra il governo ed il popolo. Eransi questi riservati i suoi parlamenti o assemblee generali, nelle quali risolvevansi gli affari di maggiore importanza, i cambiamenti nella costituzione, la pace, la guerra, le alleanze. Accadde più volte, che il senato, consultato intorno ad un importante affare, dichiarò nelle sue deliberazioni, che potendosi compromettere l'intera nazione, alla sola nazione toccava il decidere[240]. Più volte ancora si vide il podestà adunare il parlamento, non solo per trattare di qualche impresa contro i nemici dello stato, ma per formare nello stesso tempo la sua armata; imperciocchè tutti i cittadini uniti in assemblea, dopo avere dichiarata la guerra, prendevano le armi e seguivano lo stesso giorno il loro pretore nel campo.

[240] Fra le altre l'anno 1238 pei gravi negoziati con Federico II. _Barth. Scribae An. Gen. p. 479._

Finchè il popolo delibera egli stesso ed agisce senza l'interposizione de' suoi rappresentanti, i consigli gli sono quasi affatto inutili; quindi l'annuale senato della repubblica non figura nella storia di Genova che a lontani intervalli, senza che si possano perciò ottenere chiare nozioni intorno alle sue prerogative. Ma se piccola cosa sono i consigli, importantissimi sono i magistrati, siccome coloro che diventano depositarj di tutte le sovrane funzioni, che il popolo non ha potuto riservare a sè stesso.

In Genova, in sull'esempio delle altre repubbliche italiane, il podestà rimaneva un anno in carica, doveva essere forestiere e gentiluomo, ed esercitare le incumbenze di giudice criminale, e di generale delle truppe dello stato. Conduceva seco due legisti e due cavalieri.

Veniva in appresso un consiglio di otto nobili genovesi, eletti probabilmente ogni anno dalle compagnie de' nobili; perciocchè pare che i gentiluomini si fossero divisi in otto società formate sull'andare delle associazioni popolari di Milano. Tali compagnie eransi arrogate alcuni poteri non contemplati dalla costituzione, ma tacitamente riconosciuti dalla repubblica. Frattanto esse di già formavano un'oligarchia che aveva risvegliata non solo la gelosia de' plebei, ma quella ancora de' nobili, che a principio non essendosi inscritti in alcuna di tali associazioni, si trovarono in certo modo respinti fuori della nazione; per la qual cosa nel 1227, essi cospirarono, ma inutilmente, per ispogliare le compagnie nobili delle loro prerogative[241]. Il consiglio degli otto nobili eletti da queste compagnie era incumbenzato di tener conto delle spese e delle riscossioni della repubblica, come pure di prestare assistenza al podestà nelle sue funzioni; ed aveva presso di lui cinque notai del comune.

[241] Questa congiura fu diretta da Guglielmo de' Mari. _Barthol. Scribae, l. VI, p. 450-453._

Quattro tribunali, composti ognuno d'un console alle liti e di due notai, amministravano la giustizia ne' quattro quartieri della città. Venivano dalla repubblica nominati alcuni podestà subalterni per governare le terre del territorio e specialmente quella porzione che trovavasi oltre le Alpi liguri.

La nobiltà erasi avvantaggiata sul popolo formando delle particolari società; il podestà era nobile, nobili i giudici ed i consoli, nobile il solo de' consigli che avesse influenza, quello degli otto; onde il potere della nobiltà non era soltanto grandissimo, ma in istato d'andare ogni giorno crescendo. Però la gelosia del popolo non perdeva di vista il potere degli otto; a ciò fare caldamente incitato da que' nobili che, esclusi dalle già dette società, non erano soddisfatti della piccola parte che avevano nella sovranità della loro patria. Questa gelosia si manifestò del 1227 colla congiura di Guglielmo de' Mari, e prese un diverso carattere in tempo che la guerra di Federico II occupava tutte le menti non già del governo della repubblica, ma dei diritti della nazione, di quelli della chiesa, e di quelli dell'impero. A tal epoca non si videro che Guelfi e Ghibellini: e gli ultimi, detti _mascherati_, affatto esclusi dalla sovranità, fecero, armata mano, molti tentativi per ripigliare quell'autorità che si erano esclusivamente appropriata i Guelfi[242]. L'attaccamento alle fazioni alla repubblica straniere s'indebolì dopo la morte di Federico, ed una contesa più nazionale intorno alle prerogative dei nobili e del popolo succedette alle fazioni guelfe e ghibelline.

[242] Tra gli altri l'anno 1239, e l'anno 1241. _Annales Genuenses l. VI, p. 482, 486._

I nobili che si staccano del proprio ordine per ergersi in demagoghi, sono più avvantaggiati che tutti gli altri capi di parte, acquistando essi facilmente la più alta e perniciosa influenza sopra coloro che prendono a guidare. Torna loro così agevole il parer generosi, mentre altro non sono che egoisti e calcolatori; lo spacciarsi protettori del popolo, quando al contrario ne corteggiano il potere soltanto per armarsi della sua forza; possono prendere a prestito tante utili virtù, ed il popolo essere così facilmente sedotto dall'apparenza di quelle, che costoro sono di tutti gli ambiziosi i più fortunati. Di fatti pochi uomini, nati in città libera, hanno con modi diversi da questi usurpata la tirannide. Genova non mancò di nobili demagoghi, e se non si assogettò stabilmente al loro dominio, ebbe più volte l'imprudenza d'accordar loro il supremo potere.

Il primo di questi nobili lusinghieri del popolo fu Guglielmo Boccanigra. Nel 1257 mentre Filippo della Torre podestà dell'anno precedente partiva alla volta di Milano sua patria, si levò contro di lui il popolo a rumore accusandolo di venalità, ossia d'infedeltà nell'amministrazione della repubblica. Il consiglio degli otto nobili, ed i sindicatori della condotta dei magistrati caddero in sospetto, perchè non avevano proceduto contro di lui con rigore. Il popolo ripeteva ad alta voce che non voleva omai più essere la vittima di nobili e di podestà corrotti; che voleva scegliere tra i cittadini virtuosi un capo che fosse il depositario della sua autorità, e la di cui passata condotta fosse la guarentìa del suo amore della patria e della libertà: aggiunse ben tosto che Guglielmo Boccanigra era il solo che si fosse meritata la sua confidenza colle sue costanti liberalità, col suo amore pel popolo, soccorrendolo contra la nobiltà. I sediziosi s'avanzarono verso la chiesa di san Siro, portando in trionfo Guglielmo, e postolo a sedere presso l'altare, lo proclamarono capitano del popolo, ed in tale qualità si affrettarono di prestargli il giuramento di ubbidienza. Il susseguente giorno, i sediziosi nominarono trentadue anziani, quattro per compagnia, per formare il consiglio del nuovo capitano; e la prima legge che sottoposero alla loro decisione, fu quella che determinava la durata delle funzioni di Guglielmo. Gli anziani assecondarono la frenesia del popolo, o fecero la corte al suo capo, decretando che Guglielmo sarebbe dieci anni capitano del popolo; che morendo prima del termine gli verrebbe surrogato uno de' suoi fratelli; che avrebbe sotto i suoi ordini, pagati dallo stato, un cavaliere, un giudice, due scrivani, dodici littori e cinquanta arcieri, che farebbero giorno e notte la guardia al suo palazzo ed alla sua persona. Per ultimo gli diedero la facoltà di nominare, salva la loro approvazione, il podestà annuale[243].

[243] _Ann. Gen. l. VI, p. 523, 524. — Uberti Foglietæ Genuens. histor. l. IV, p. 361. Apud Graevium Thesaur. Antiq. Ital. t. I._

Ed ecco con questa rivoluzione compiutamente fondata la tirannide; ma fortunatamente per Genova il popolo era troppo impaziente per sopportarla lungo tempo. Del 1259 i nobili cominciarono ad avvedersi che Guglielmo, il quale ogni giorno si arrogava nuove prerogative, aveva di già molto perduto della sua popolarità. Ordirono contro di lui una congiura, ma intempestiva; e Guglielmo che n'ebbe sentore, trovò parte del popolo ancora disposto a difendere il suo idolo. Egli pronunciò contro i suoi nemici una sentenza di esiglio, e fece spianare le loro case. Domandò in seguito al suo consiglio, e facilmente ottenne, che gli fosse accresciuto il salario, e data subito una somma di danaro per mettersi in istato di difesa[244]. Frattanto se la mala riuscita di questa congiura accrebbe la sua potenza, accrebbe pure l'odio che una parte della nazione nudriva contro di lui. E già, se crediamo all'annalista genovese coetaneo, del 1262 Guglielmo si comportava da tiranno; dava e toglieva gl'impieghi di proprio arbitrio, sprezzava le deliberazioni dei consigli, trattava in nome proprio le alleanze, annullava le sentenze de' tribunali, ed escludeva i nobili da ogni parte dell'amministrazione. Questi preser di nuovo le armi in tutti i quartieri della città, ed occuparono le porte affinchè il capitano del popolo non potesse chiamare gli abitanti della campagna in suo soccorso. S'avviarono poi verso la gran piazza ove trovavasi il capitano con circa otto cento uomini: strada facendo tagliarono a pezzi suo fratello, che con un corpo di gente cercava di opporsi al loro passaggio. Intanto i cittadini che avevano prese le armi a favore del capitano, l'andavano a poco a poco abbandonando e si univano ai nobili. L'arcivescovo, per impedire lo spargimento del sangue genovese, s'inoltrò tra le parti, facendo sentire a Guglielmo che disperata era la sua causa, ed avendolo persuaso a rinunciare alla carica di capitano del popolo, lo tolse in tal modo al castigo dovuto ai tiranni. Furono colla sua mediazione ristabilita in Genova la pace ed il governo quali erano avanti ii 1257[245].

[244] _Ann. Genuens. l. VI, p. 627. — Uberti Folietæ Genuens. hist. l. IV, p. 366._

[245] _Barthol. Scribæ Ann. Genuens. l. VI, p. 529. — Uberti Folietæ Genuens. hist l. IV. p. 367._