Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)
Part 16
Fino a quell'epoca la nazione non aveva avuta in faccia al governo verun rappresentante; s'adunava essa medesima, e con questi parlamenti o assemblee generali il doge divideva la sovranità. Ma quanto più la nazione cresceva di potenza, queste assemblee diventavano più tumultuose; e restando incomplete per l'assenza di molti cittadini, giudicavansi più incapaci di sopravvegliare il governo e di difendere contro i suoi attentati la pubblica libertà. Si credette, secondo il sistema che fu poi chiamato rappresentativo, che la nazione potrebbe delegare i suoi poteri ad un minor numero di cittadini che agirebbero in suo nome ed osserverebbero il governo. Si credette che affidando loro la comune difesa, li si darebbero pure i proprj interessi e sentimenti, e per tal modo si fece il primo passo, forse necessario, verso l'aristocrazia. Senza abolire le generali assemblee del popolo, che nelle più importanti occasioni si convocarono fino al quattordicesimo secolo[211], si formò un consiglio annuale di quattrocento ottanta cittadini, rappresentanti i sei sestieri della nazione e le dodici più antiche divisioni de' suoi tribunati. A questo consiglio venne affidata la somma di tutti i poteri non attribuiti al doge, ed in unione al medesimo la sovranità della repubblica[212].
[211] _Sandi p. I, l. III, p. 413._
[212] _Sandi p. I, l. III, c. 3, p. 401._
Forse la maggiore di tutte le difficoltà in politica è di fare che il popolo elegga degnamente i suoi rappresentanti. Pochi uomini resi famosi dalle loro virtù e dai loro talenti possono ottenere un'opinione universale, il popolo può conoscerli, e procedendo a scegliere tra questi, prendersi cura della scelta; ma s'egli deve nominare un corpo numeroso, se deve estrarre dalla folla centinaja d'individui che vi rimanevano inosservati, trovasi costretto d'agire a caso, senza cognizione di causa e senza interesse. Quando le elezioni sono tranquille e facili convien dire che il popolo sia quasi straniero all'opera che sembra da lui fatta. Abbiamo veduto ne' saggi di costituzioni fatte a' nostri giorni, le liste de' notabili, degli elettori, de' pubblici funzionarj partire in apparenza dal popolo con una regolarità numerica che appagava i matematici inventori di tutti questi sistemi; ma il popolo non era stato giammai meno rappresentato che da' suoi mandatarj; imperciocchè i cittadini convinti dell'inefficacia di tutte le loro funzioni, o non assistevano alle assemblee, o agivano come a caso e senza prendersene pensiero; e talvolta non conoscevano pure lo scopo delle operazioni che facevano[213].
[213] Vedasi un paragrafo assai profondo intorno alla spettanza della nazione nelle elezioni nell'opera di Necker, _Ultime viste di politica e di finanza p. 106-137_.
Si può, non v'ha dubbio, provvedere a tanti inconvenienti; ma i mezzi opportuni poche volte si praticarono, ed alcune delle repubbliche italiane non li hanno pure conosciuti. Tutte hanno creduto non potersi accordare le elezioni de' consigli al popolo, e preferirono di confidarle o ai loro magistrati, oppure ad un ristretto numero di elettori a ciò creati, oppure anche alla sorte, piuttosto ch'esporsi al tumulto, all'ignoranza, alla noncuranza della massa del popolo, in una determinazione ch'esse non credevano fatta per lui.
A Venezia furono dunque destinati dodici tribuni per far ogni anno l'ultimo giorno di settembre l'elezione del maggior consiglio. Due di questi tribuni appartenevano ad ognuno de' sestieri o divisioni della città e della nazione. Ognuno di loro doveva scegliere nel proprio sestiere quaranta cittadini, e perchè in una repubblica che credeva contenere i discendenti del fiore della nobiltà romana, si faceva grandissimo caso de' natali, si volle che la nuova legge proibisse agli elettori di accordare troppo favore alle famiglie illustri, e fu vietato di prendere più di quattro membri del gran consiglio nella stessa famiglia.
È probabile che i due tribuni per ogni sestiere fossero la prima volta nominati dal popolo del proprio sestiere; e malgrado le loro contraddizioni, apparisce dalle cronache conservata al popolo tale partecipazione alle elezioni fino a tutto il dodicesimo secolo. Ma venendo tutte le altre nomine senza eccezione attribuite al maggior consiglio, questo fece sue bentosto anche quelle degli elettori che dovevano rinnovarlo: quindi sotto colore di limitare nelle mani degli elettori una pericolosa prerogativa, ma in fatto per accrescere la propria, dichiarò che le nomine de' tribuni non si risguarderebbero che quali semplici designazioni, e si arrogò il diritto di confermare o rigettare i nuovi membri che verrebbero presentati dagli elettori, prima di rassegnar loro i suoi poteri.
L'annuale elezione del consiglio sovrano pareva conservare l'essenza del governo rappresentativo; ma effettivamente erasi stabilita l'aristocrazia, e la nazione si era, senz'avvedersene, spogliata della sovranità. Il maggior consiglio, padrone delle proprie rielezioni, doveva, malgrado l'apparente sua ammovibilità, essere sempre press'a poco composto degli stessi individui. Quel rispetto per gl'illustri natali, che presiedette all'origine di questo corpo, doveva accrescersi sotto il suo regno; e la rivoluzione che in sul finire del tredicesimo secolo rese ereditaria la carica di consigliere, era senza dubbio preparata dall'eredità reale nelle famiglie che quasi sole composero questo corpo ne' cento trent'anni della sua durazione.
Ma la nobiltà che nel tredicesimo secolo trovavasi già in possesso del poter sovrano a Venezia, veniva nonpertanto mantenuta nell'eguaglianza e nell'ubbidienza alle leggi dal timore del doge e dal rispetto del popolo. I nobili veneziani non avevano allora alcun possedimento in terra-ferma, verun castello ove rifugiarsi a dispetto della pubblica autorità, verun vassallo che potessero armare per la propria difesa. Se fossero stati chiamati a prendere le armi contro il popolo, avrebbero dovuto combattere a piedi come l'ultimo della plebe nelle anguste contrade di Venezia impraticabili ai cavalli, o pure stando nelle barche e nelle galere, i cui marinaj erano tutti uomini liberi e valorosi quanto i nobili. E perchè niun sentimento della propria forza poteva in essi risvegliare l'insolenza, non se ne rendevano giammai colpevoli. I nobili veneziani si mantennero perchè si credettero deboli; i nobili lombardi si perdettero per essersi conosciuti forti. Dopo l'undecimo secolo la repubblica di Venezia non fu più lacerata da fazioni civili; cercò costantemente e di comune accordo gli stessi oggetti, al di fuori la gloria e la grandezza nazionale, nell'interno la soppressione del potere arbitrario, il mantenimento dell'eguaglianza tra i nobili, e della prosperità per tutti i sudditi.
L'amministrazione della giustizia affidata ad un solo uomo nelle repubbliche lombarde diventò naturalmente arbitraria e violenta. Si credettero necessarie al mantenimento dell'ordine l'esecuzioni d'un podestà o capitano rivestito degli attributi dittatoriali; ma per mantenere l'ordine si sagrificò la libertà. In tempo che tutte le città d'Italia adottavano la straniera istituzione de' podestà, i Veneziani spogliavano il doge della pericolosa prerogativa di giudice criminale, ed affidavano questa delicata incumbenza ad un nuovo senato, la _quarantia_, che in appresso si chiamò _vecchia_ o _criminale_ per distinguerla da altri due tribunali composti egualmente di quaranta individui e destinati ad analoghe funzioni. La vecchia quarantia fu istituita l'anno 1179 dal maggior consiglio, di cui i giudici erano membri[214].
[214] _Sandi Storia civile di Venezia l. IV, p. 510, p. I, t. II._
Il doge formò lungo tempo il consiglio de' _pregadi_ con una scelta libera ed istantanea. Consultava intorno agli affari di stato chi voleva e quando voleva. La vigilanza del maggior consiglio impediva bensì che questa scelta arbitraria avesse funeste conseguenze per la nazione; ma ciò non bastava: pareva in opposizione allo spirito della repubblica il lasciare ad un uomo la facoltà d'accordare e di togliere titoli d'onore ed una pubblica confidenza; si ebbe timore che questa prerogativa potesse dargli una corte, e che l'adulazione guastasse il cuore de' gentiluomini; non volevasi che verun di loro scendesse sotto al livello de' suoi eguali, o si facesse a credere d'avere un superiore. Del 1229 il consiglio de' pregadi diventò parte della costituzione dello stato [215]. Fu composto di sessanta membri nominati ogni anno dal maggior consiglio, e fissate le sue incumbenze sotto la presidenza del doge. Ebbe il carico di preparare gli affari che dovevano sottoporsi alla decisione del maggior consiglio, e soprattutto d'aver cura del commercio e delle relazioni esteriori dello stato.
[215] _Sandi p. I, v. II, l. IV, c. 11. § 1, p. 581._
Nella stessa epoca i Veneziani ristrinsero i limiti de' dogi. Approfittarono dell'interregno che precedette l'elezione di Giacomo Tiepolo, per creare due nuove magistrature unicamente destinate ad opporsi alle usurpazioni de' dogi. La prima fu quella de' cinque _correttori della promission ducale_ incaricata di riconoscere in ogni interregno il giuramento d'inaugurazione che doveva prestare il doge, e di farvi, di consenso del maggior consiglio, le correzioni ed aggiunte che trovassero convenienti al mantenimento dell'onore di così sublime dignità e della libertà di tutti. L'altra magistratura fu quella de' _tre inquisitori del doge defunto_, la quale esaminava l'amministrazione del capo dello stato dopo la sua morte, confrontandola col giuramento che aveva prestato quando entrò in funzione; di ricevere ed esaminare le lagnanze e le deposizioni de' cittadini contro di lui; e se lo meritasse, di condannarne la memoria, assoggettando i suoi eredi alla ammenda. Non pertanto questo giudizio poteva sempre essere portato innanzi al sovrano consiglio da' procuratori nazionali, chiamati avogadori del comune[216]. E per tal modo le usurpazioni del capo dello stato si poterono sempre reprimere senza scosse, e senza che i magistrati dovessero lottare contro di lui per frenare la sua ambizione.
[216] _Sandi p. I, t. II, l. IV, c. 3, § 1, p. 621._
Pare che il giuramento del doge formasse per lo addietro la gran carta delle libertà nazionali; ma il potere di questo capo dello stato venendo gradatamente ristretto dal sovrano consiglio, il suo giuramento si ridusse ad essere una rinuncia non solo a tutte le antiche prerogative della sua carica, ma quasi alla personale sua libertà. La raccolta delle _promesse ducali_ divisa in centoquattro capitoli è probabile che siasi cominciata verso il 1240, e continuata soltanto fino al cadere dello stesso secolo. Il doge prometteva d'osservare le leggi della sua patria, e d'eseguire i decreti di tutti i consigli; prometteva di non tenere corrispondenza colle potenze estere, di non riceverne gli ambasciatori, di non aprirne le lettere senza l'assistenza del suo piccolo consiglio; di non dissigillare nemmeno le lettere che gli fossero dirette da' sudditi dello stato se non in presenza d'uno de' suoi consiglieri; di non acquistare veruna proprietà fuori dello stato veneto, e d'abbandonare quelle che avesse all'atto della sua nomina; di non prender parte in alcun giudizio nè di fatto, nè di diritto; di non cercare d'accrescere il suo potere nello stato; di non permettere a veruno de' suoi parenti d'esercitare dipendentemente da lui alcun ufficio civile, militare o ecclesiastico negli stati della repubblica o fuori; finalmente a non permettere che alcuno cittadino piegasse innanzi a lui le ginocchia, o gli baciasse le mani[217].
[217] _Sandi p. I, t. II, l. IV, c. 4; p. II, § 2, p. 704._
L'anno 1172 la nomina del doge fu trasferita con tutte le altre elezioni dall'assemblea del popolo al maggior consiglio, che delegava in origine ventiquattro, e ne' tempi susseguenti quaranta membri, che la sorte riduceva ad undici. Dopo il 1249 questa elezione diventò assai più complicata. Trenta membri estratti a sorte in tutto il consiglio si riducevano a nove con una seconda estrazione. Questi dovevano scegliere a pluralità di sette suffragi quaranta membri dello stesso consiglio, che poi la sorte riduceva a dodici. In appresso i dodici ne nominavano venticinque, che la sorte nuovamente riduceva a nove; i nove ne nominavano quarantacinque, e questi erano dalla sorte ridotti ad undici, i quali finalmente nominavano i quarantuno elettori del doge, che dovevano eleggerlo colla maggiorità di venticinque suffragi[218]. Alcuni scrittori risguardarono questa complicazione della sorte e dell'elezione come una mirabile invenzione politica. Sarebbe per altro difficil cosa il circostanziare i vantaggi proprj di così intralciata combinazione, e forse que' medesimi che l'inventarono non seppero prevederne verun utile risultato. Poteva con questo metodo eleggersi un doge di Venezia, perchè doveva soltanto rappresentare e non agire: ma quando il capo dello stato deve esercitare le funzioni di giudice, o di amministratore, o di generale, con questo metodo non si otterrà che per accidente la scelta del più degno.
[218] _Sandi Stor. Ven. p. I, t. II, l. IV, p. 630._
È cosa naturale che i Veneziani non si prendessero troppa cura delle cose d'Italia, e che, tranne i pochi soccorsi dati all'armata crociata contro Ezelino, non ci abbiano data occasione di parlare delle loro guerre. Le conquiste che fatte avevano grandissime in Levante, domandavano per conservarle sforzi tanto superiori ai loro mezzi, che tutta l'attenzione dei capi della repubblica era rivolta a quella sola parte. Abbiamo veduto nel precedente capitolo che Enrico Dandolo si era stabilito in Costantinopoli, e che suo figliuolo, contro gli usi dello stato, aveva avuta la facoltà di esercitare in Venezia le funzioni del doge come suo luogotenente. Per altro, morto Dandolo[219], più non si permise al suo successore di allontanarsi dalla capitale; fu incaricato un altro magistrato, il balìo di Costantinopoli, di governare la porzione di quella grande città che spettava alla repubblica, e la colonia veneziana che vi si era stabilita. Questo magistrato prese come il doge il titolo di signore di un quarto e mezzo dell'impero romano; titolo che rendevasi ogni giorno più vano, imperciocchè dopo la morte di Dandolo e di Enrico di Fiandra, i Greci avevano in ogni parte prese le armi contro i Latini, e cacciatili da quasi tutte le loro conquiste, chiudendoli, sto per dire, entro le mura di Costantinopoli. Pure quando il pericolo si fece urgente, i Veneziani, come l'attestano due delle loro cronache manoscritte, per non lasciar cadere il conquistato impero, l'anno 1225 consultarono se fosse conveniente di trasportare a Costantinopoli la sede della repubblica, sicchè, abbandonando le loro lagune, tutta la nazione andasse a chiudersi in quella superba città, la quale a stento potevano, stando così lontani, difendere: si racconta che la proposizione non fu rigettata nel maggior consiglio che per la maggiorità di due soli voti[220].
[219] L'anno 1205. Vedasi la Cronaca d'_Andrea Dandolo c. 3, p. XLVII, p. 333 e c. 4_.
[220] Dietro la sola autorità del Sandi, _Stor. Civile p. 620_, cito le due Cronache ms. Savina e Barbaro, ch'io non ho vedute. Dandolo, Sanudo e Navagero non accennano questo fatto.
Le isole del mar Egeo, che quasi tutte erano cadute in potere della repubblica, non esaurivano meno la nazione di gente o di danaro, quantunque i suoi consigli punto non si occupassero della loro amministrazione o della loro difesa. Erano queste state date in feudo a dieci potenti famiglie, molte delle quali vi mantennero la loro signoria fino al sedicesimo e diciassettesimo secolo. La repubblica sentendosi troppo debole per sostenere sola tutti i suoi diritti, aveva abbandonate le isole dell'Arcipelago ai particolari che ne facessero la conquista, loro permettendo di reggerle colle leggi o _assise_ di Gerusalemme, che l'impero di Costantinopoli aveva adottate[221]. L'isola di Candia in cui Venezia più che in Costantinopoli aveva fatto il centro della sua potenza in Levante, richiedeva assai più cure per governarla, e maggior coraggio e vigilanza.
[221] _Sandi t. II, p. I., p. 600._
Numerosi sono gli abitanti di quest'isola, e, stando alle testimonianze de' Veneziani, il loro carattere è perfido e incostante. Potrebbesi per altro spiegare tanto per le virtù loro che pei loro vizj le frequenti sedizioni e l'avversione che mostravano per un giogo straniero. I Veneziani per tenerli in dovere mandarono in Candia una colonia: ma quel popolo che fabbricava ed equipaggiava con estrema facilità flotte di cento navi in pochi mesi, quel medesimo popolo i di cui mercanti erano domiciliati in tutti i porti del Mediterraneo, a stento trovava alcuni uomini che rinunciassero per sempre alla loro patria, anche loro offrendo in altro paese dignità, poteri e ricchezze. A formare la colonia concorsero in ugual parte i sei sestieri di Venezia; la quale colonia, appena giunta nell'isola, ebbe il possesso di cento trentadue feudi di _hautbert_ o cavallerie, e di cento otto feudi di scudieri, ossia sergenti d'armi[222]. Dunque il numero delle famiglie veneziane che passarono in Creta, era soltanto di cinquecento quaranta. Alla testa della colonia fu stabilito un duca per rappresentare il doge, il quale veniva eletto ogni due anni dal maggior consiglio di Venezia, ed era, come il doge, assistito da due consiglieri superiori. Eranvi a Candia come a Venezia i _giudici del proprio_, i signori della notte, quelli della pace, il piccolo consiglio, o signoria, il grande cancelliere, e soprattutto il maggior consiglio, che nella stessa epoca di quello di Venezia fu dichiarato nobile ed ereditario. Perciò quando, del 1669, la città di Candia fu presa dai Turchi, e che la repubblica perdette la colonia, i gentiluomini di quel consiglio richiamati nella metropoli, furono risguardati come non avessero mai perduti i loro ereditarj diritti; e tutti i nobili candiotti dichiarati nobili veneziani, e come tali registrati nel libro d'oro[223].
[222] _Sandi t. II, p. I, l. IV, p. 609._
[223] Parlando della costituzione veneta mi sono attenuto a Vittore Sandi: un nobile veneziano che nel diciottesimo secolo scrisse nove volumi in 4.º intorno alla costituzione del proprio paese merita piena fede in tutto ciò che è semplice erudizione patria. Molta infatti ne contiene rispetto a tutto quanto è veramente veneziano, per tutto ciò che poteva levarsi dagli archivj del suo paese, ch'egli ha accuratamente esaminati. Ma non vi si può prestar fede quando esce dal suo argomento. Cade spesso in gravissimi errori nelle cose della storia generale d'Italia; assurde sono molte volte le sue riflessioni, ed il suo stile è goffo ad un tempo ed affettato. Le memorie storiche e politiche intorno alla repubblica di Venezia di Leopoldo Curti sono meno nojose, ma lascian travedere soverchiamente la sua parzialità; e le sue quistioni colla repubblica fanno dubitare, almeno in Venezia, della sua esattezza. Rispetto al commercio veneziano ho già citate le _Ricerche storico critiche_ del dotto conte Figliasi. Ho pur fatto uso degli antichi storici Andrea Dandolo, Marino Sanudo ed Andrea Navagero. Ho pure letta una voluminosa storia della guerra di Candia nel 1669, che sparge molta luce sullo stato di quella colonia. _Istoria dell'ultima guerra tra Veneziani e Turchi di Girolamo Brusoni dal 1644 al 1671 divisa in 28 libri, 1 v. in 4.º 1676._
Le frequenti sedizioni de' Candiotti, le non meno frequenti invasioni de' Greci sudditi di Vatace, di Teodoro Lascari, o di Paleologo tennero questa colonia in continui pericoli in tutto il tredicesimo secolo. Fu pure contrastata ai Veneziani dai Genovesi che quasi nel tempo della prima conquista avevano saputo formar uno stabilimento nell'isola. Questo popolo era geloso degl'immensi dominj che i Veneziani avevano acquistati nel Levante, e più ancora dell'estensione del loro commercio e delle loro ricchezze. I Genovesi avevano più volte tentato di appropriarsi alcune isole dell'Arcipelago, ed alcune piazze forti della Morea. Tale gelosia avvelenò una lite eccitata tra le due popolazioni dal solo punto d'onore nella città di Tolemaide ossia san Giovanni d'Acri.
Di tutte le conquiste fatte in Terra santa più non restavano ai Cristiani che due o tre piazze sulle coste della Siria, la più forte delle quali era san Giovanni d'Acri, ov'eransi rifugiati quasi tutti i Latini scacciati dal regno di Gerusalemme[224]. Ognuno presumeva di trovare in questo asilo la stessa indipendenza di cui aveva goduto ne' feudi ond'era stato spogliato; di modo che questa sola città trovossi divisa in sei o sette differenti sovranità. Il re di Gerusalemme, i conti di Tripoli e di Edessa, il gran maestro dell'ospitale e del tempio, i Pisani, i Veneziani, i Genovesi avevano tutti il proprio quartiere. Nacque tra gli ultimi una contesa pel possesso della chiesa di san Sabba, che non era stata con precisione assegnata all'una delle due nazioni. I Veneziani, per decidere questa disputa, volevano farne arbitro il papa; ma i Genovesi presero le armi, ed impadronitisi della chiesa, la fortificarono; nè di ciò contenti assalirono i magazzini de' Veneziani in Acri ed in Tiro, e gli scacciarono dal loro quartiere[225].
[224] Trovasi nella raccolta degli storici bizantini, _t. XXIII_, una curiosissima relazione dello stato di Terra santa l'anno 1211, quando l'autore la visitò. Incomincia la sua descrizione dalla città di san Giovanni d'Acri. Vedasi l'_Itinerarium Terræ Sanctæ, auctore Villebrando ab Oldenborg canonico Hildesemensi, p. 10. Leon. Allatii t. XXIII_.
[225] _An. 1258 Bart. Scribæ Contin. Caffar. Ann. Gen. l. VI, p. 525._
Non prenderemo a descrivere le zuffe che per vendicare questa prima offesa i due popoli si diedero in tutti i mari dell'Italia e del Levante. Siccome nelle battaglie navali s'affrontano ad un tempo la furia de' nemici, i pericoli del mare, e spesso quelli della burrasca, gli uomini danno prova della maggiore intrepidezza di cui possa essere capace una debole creatura, la quale in tale cimento sembra innalzarsi al livello de' dominatori della natura. Ma i prosperi o gl'infelici avvenimenti delle battaglie di mare non influiscono direttamente sulla sorte delle nazioni come quelle delle armate di terra; e quando non trovasi tra i guerrieri qualche illustre personaggio che a sè richiami lo sguardo della posterità, quando le battaglie navali sono dirette da capitani oscuri, quando finalmente la guerra si fa piuttosto da armatori indipendenti che dalle flotte d'una nazione, difficile e nojoso diventa il racconto delle particolari circostanze; di modo che tutto quanto noi potremmo dire intorno alle vicendevoli sconfitte delle flotte veneziane e genovesi, nulla aggiugnerebbe all'idea generale che formar ci possiamo d'una inutile perdita di gente e di tesori.