Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 15

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Siccome gli uomini d'armi riconoscevano dalla loro educazione la forza necessaria per combattere sotto il peso dell'armatura, i soli gentiluomini fecero lungo tempo la guerra a cavallo, e solamente fra loro si potevano trovare uomini d'armi. Vedremo in appresso, che i grossi stipendj che si offrivano ai cavalieri, furono cagione che molti uomini d'ogni classe si dedicassero fino dalla fanciullezza a questo mestiere; e che questi nuovi mercenarj, capitanati da gente, com'essi, senz'onore e senza patria, formarono quelle bande di _condottieri_ che nel susseguente secolo ebbero tanta parte nelle rivoluzioni delle repubbliche italiane. Nel tredicesimo secolo i soldati a cavallo, essendo tutti gentiluomini, non soffrivano di militare che sotto capi di un rango superiore; giacchè (tale è la stravaganza del punto d'onore) erano ben disposti a vendere il proprio sangue, non però le vane loro pretensioni.

I fuorusciti furono probabilmente i primi che si accontentassero di ricevere un soldo straniero, servendo ad una causa cui non erano altrimenti interessati. Perdute improvvisamente tutte le loro ricchezze, e non sapendo accomodarsi a meno agiato vivere, risguardarono il mestiere della guerra come il più nobile di quanti potevano esercitarne. Gli emigrati ghibellini di Firenze formarono una piccola armata mercenaria sotto il comando del conte Guido Novello, mentre i Guelfi capitanati dal conte Guido Guerra furono al soldo di potentati stranieri nelle guerre di Parma e di Sicilia. Alcuni feudatarj che intrattenevano alle piccole loro corti più gentiluomini che non potevano, cercarono di supplire colla guerra alle sottili entrate de' loro feudi. I marchesi Lancia e Pelavicino furono un dopo l'altro al soldo dei Milanesi ora con cinquecento, ora con mille cavalli. E non solamente chiedevano il pagamento della loro bravura, ma ancora della nobiltà, volendo oltre il danaro onorifici titoli che soddisfacessero l'ambizione loro, com'era quello di capitano generale, ed anche di signore della repubblica.

Mentre in tal guisa si esacerbavano i partiti, ed a dismisura crescevano i disordini dell'anarchia, fu veduto nascere fuori dello stato un potere militare, afforzarsi, confondersi coi poteri civili, e minacciare la libertà. Milano, la più potente delle repubbliche lombarde, fu la prima di questa provincia a piegare sotto il giogo del dispotismo, seco ben tosto strascinando nella sua caduta tutte le altre.

«Dopo la morte dell'imperatore, dice Galvano Fiamma[202], godendo Milano al di fuori perfetta pace, nacque ne' cittadini l'ambizione di dominare, che fu cagione di crudelissime guerre». I nobili da un lato, dall'altro il popolo, ossia la confraternita della credenza, scelsero per loro capi due cittadini, che chiamarono podestà; titolo accordato soltanto al capo della repubblica, il quale, oltre l'essere sempre forestiere, non rimaneva in carica che un anno, e le di cui prerogative, quantunque assai ampie, erano però dalle leggi circoscritte[203]. Per lo contrario il podestà de' nobili, Paolo di Soresina, e quello del popolo, Martino della Torre, avevano un illimitato e perpetuo potere perchè non se ne conoscevano nè gli attributi nè la durata.

[202] _Manipulus Florum, c. 299, p. 685._

[203] L'anno 1256. _Giorgio Giulini, Memorie della città e campagna di Milano l. LIV, p. 131._

Martino della Torre era nipote, o, come altri vogliono, fratello di quel Pagano della Torre, signore della Valsassina, che aveva con tanta generosità soccorsi i Milanesi dopo la rotta di Cortenova[204]. Dopo tale epoca, quella famiglia era diventata al popolo assai cara, sospetta alla nobiltà; e Pagano, finchè visse, fu risguardato come il difensore ed il tribuno della plebe. Egli conosceva l'arte di affezionarsi il popolo, lusingandone le passioni; e quella di rendersi necessario, esacerbando gli animi de' plebei contro la nobiltà. Martino aveva tutti i talenti di un capo di partito, e maggiori virtù di quasi tutti gli usurpatori. Quando si vide capo dello stato, e quasi assoluto signore, salvò i suoi nemici, che i tribunali avevano condannati alla morte come convinti d'avere cospirato contro lo stato, dichiarando che, siccome non aveva mai saputo dar la vita ad un uomo, così non priverebbe mai di vita un altr'uomo[205].

[204] Lo stesso _l. LV, p. 210_ disamina le due opinioni, confrontando le genealogie adotte dagli storici colle iscrizioni delle pietre sepolcrali.

[205] Martino della Torre non ebbe figliuoli. _Ann. Mediolan. t. XVI, c. 34, p. 664. — Galvan. Fiamma Manip. Flor. c. 293, p. 687._

Sembra che il capo de' gentiluomini, Paolo di Soresina, non avesse un carattere così deciso: sempre disposto a riconciliarsi colla fazione nemica, non ebbe difficoltà di maritare sua sorella con Martino della Torre, rendendosi egualmente sospetto alle due fazioni. Ma il vero capo della nobiltà era l'arcivescovo frate Leone da Perego. Probabilmente questo accorto prelato, non osando di mostrarsi armato alla testa d'una fazione, aveva egli stesso suggerito di fare in apparenza capo dei nobili un uomo senza energia, onde poterlo dominare a sua voglia.

L'attentato di un gentiluomo che uccise un suo creditore, perchè lo stringeva al pagamento, pose le armi in mano ai due partiti. Dopo avere spianata fino ai fondamenti la casa dell'uccisore, il popolo scacciò tutti gli altri nobili dalla città; i quali nel mese di giugno del 1257 si adunarono intorno all'arcivescovo, e, soccorsi dai Comaschi loro alleati, presero i castelli del Seprio, della Martesana, di Fagnano, di Varese ed altre importanti terre. Il popolo sotto il comando di Martino della Torre trasse fuori di città il carroccio per ridurre al dovere i gentiluomini; ma in molte scaramucce rimase perdente; e quando tutto si apparecchiava per una battaglia generale, s'interposero gli ambasciatori delle città vicine, e persuasero le due fazioni a sottoscrivere una pace, in forza della quale i nobili tornarono in città. Il solo arcivescovo non potè approfittarne, e morì poco dopo in Legnano, lasciando la sua fazione senza capo[206].

[206] Giorgio Giulini lo dice morto del 1257. Altri genealogisti la differiscono di alcuni anni, _l. LIV, p. 139_.

Non si tardò a vedere che questo trattato tra il popolo ed i nobili non aveva chiaramente fissati i diritti degli uni e degli altri, e convenne di prevenire la discordia, che dopo pochi anni andava ripullulando, affidando a sessantaquattro arbitri nominati metà per parte, l'incumbenza di stendere un nuovo trattato, che assegnasse ad ogni ordine i rispettivi privilegi in un modo irrevocabile, e che, prevedendo tutti i casi, e scendendo a tutti i particolari, non lasciasse verun appiglio a nuove contese. Questo trattato solennemente stipulato il giorno 4 aprile del 1258 nella basilica di sant'Ambrogio, da cui ricevette il nome, ci fu conservato dallo storico Corio[207]. Sanzionando una perfetta eguaglianza tra i due ordini, tanto rispetto alle nomine de' pubblici impiegati, che coll'abolire tutte le antiche condannagioni, e coll'ammettere tutte le alleanze, pareva che questo trattato dovesse perpetuare in Milano la concordia; ma sgraziatamente non durò più di tre mesi; ed i nobili furono nuovamente forzati a lasciare la città in sul finire di giugno. Sperando di ripararsi in Como, trovarono la città divisa dalla stessa lite che lacerava la loro patria; onde le due fazioni milanesi s'associarono a quelle di Como, e dopo una calda battaglia accaduta entro le mura di questa città, nella quale il popolo fu vittorioso, e dopo una seconda datasi in campagna in cui i nobili avvilupparono l'armata plebea, fu conchiusa con vantaggio de' gentiluomini una seconda pace che non doveva aver più lunga durata di quella di sant'Ambrogio.

[207] _Bernardino Corio delle Istorie milanesi p. II, p. 114._

Per quanto vantaggiose fossero le condizioni imposte dai nobili dopo la battaglia, in cui la loro cavalleria aveva deciso della vittoria, non erano appena rientrati in città, che il popolo riprendeva sopra di loro tutta la sua superiorità. Ma la lotta tra le due fazioni rendeva sempre più necessaria l'autorità de' loro capi, ed i plebei non d'altro occupandosi che dell'abbassamento de' nobili, dimenticavano interamente la propria libertà: anzi, a tale era giunto l'odio del popolo verso la nobiltà, che per ridurla all'estremo avvilimento parve compiacersi di averla compagna sotto il dominio di un signore. Ciò accadde del 1259 in cui determinarono d'eleggere un protettore della plebe, cui diedero i titoli di capo, d'anziano e di signore del popolo. L'elezione per altro non fu affatto tranquilla. La Credenza unita a tutti gli artigiani ed alle più basse classi della plebe destinava questa dignità a Martino della Torre, il prediletto capo della fazione popolare; ma l'altra società, la Motta, composta delle più ragguardevoli famiglie popolane, di quelle famiglie che per le loro ricchezze e per le cariche occupate nella repubblica avevano acquistato qualche considerazione, temendo forse la soverchia potenza di Martino, nominò un altro capo. In fatti avendo la Motta perduto il suo capo in un ammutinamento, si unì quasi tutta al partito de' nobili ed a Guglielmo Soresina, successore di Paolo e capo della nobiltà.

Seguendo i consigli di un legato pontificio che bramava di ristabilire la pace in Milano, il podestà bandì i due capi di parte; ma Martino, sicuro del favore e degli ajuti delle ultime classi del popolo, rientrò dopo due giorni in città, e, fattosi riconoscere per anziano e signore del popolo, ottenne che si ratificasse la sentenza di bando contro il suo concorrente Guglielmo di Soresina, e contro i suoi partigiani.

In tale stato di cose i nobili milanesi si volsero ad Ezelino, sperando di rientrare col suo ajuto in patria, ed essendosi a lui uniti presso Orci Novi, ch'egli aveva stretta d'assedio, lo persuasero ad avanzarsi oltre l'Adda, ove questo tiranno fu rotto e fatto prigioniero, in parte coll'assistenza di Martino della Torre. Così glorioso avvenimento accrebbe maravigliosamente l'influenza di Martino sopra la sua patria; perciocchè come i suoi avversari infamarono la propria causa unendosi al più odiato tiranno, così egli acquistò nuovi diritti alla riconoscenza de' suoi patriotti salvandoli da dura servitù.

Nè i Milanesi furono i soli che ricompensassero i servigi di Martino: che nello stesso tempo gli abitanti di Lodi lo nominarono signore della loro città, senza che per altro credessero d'avere con ciò rinunciato alla loro libertà; perchè anco i Milanesi risguardavansi sempre come repubblicani, quantunque gli avessero di già accordato il titolo di loro signore: ma Lodi era una città assai più piccola e più debole di Milano, e per conseguenza la potenza di un signore, e d'un signore straniero assai più sproporzionata a quella del popolo. In Lodi cessarono allora le dispute, nè Martino la tiranneggiò; ma questo piccolo stato fu ridotto ad essere tra le sue mani un istrumento di cui si valse per ridurre Milano in servitù.

Frattanto i gentiluomini milanesi, quasi tutti fuorusciti, formavano un corpo di cinquecento uomini d'armi oltre alcuni cavalleggieri; onde malgrado l'estrema superiorità del popolo di Milano per ricchezze, per numero, per potenza, non poteva Martino opporre a quella terribile cavalleria, che una infanteria plebea incapace di resisterle, poichè colui che fino dalla fanciullezza non erasi accostumato a vestire la corazza ed a combattere sotto così pesante soma, non poteva più accomodarvisi dopo essersi applicato ad un altro genere di vita. Una lunga e dura scuola era necessaria per esercitare il mestiere del soldato, onde non credevasi possibile che un plebeo diventasse mai cavaliere. Martino che aveva combattuto contro Ezelino di concerto col marchese Pelavicino, credette di poter senza pericolo servirsi della cavalleria del marchese in ajuto della propria potenza e di quella del popolo. Perciò a nome della repubblica di Milano conchiuse un trattato col marchese, in forza del quale ebbe questi il titolo di capitan generale, e fu preso con un corpo di cavalleria al soldo del popolo che gli assicurò l'annua pensione di mille libbre d'argento e la piena autorità in Milano per cinque anni.

Pelavicino, come abbiamo altrove osservato, era uno zelante ghibellino; e si vuole inoltre che in odio della santa sede avesse abbracciata l'eresia de' Pauliciani, onde proteggeva i predicatori di que' settarj in tutte le città da lui dipendenti, non permettendo agl'inquisitori di dar corso alle sanguinose loro procedure. L'alleanza di Martino della Torre col Pelavicino fu risguardata dalla santa sede come l'abbandono di una città e di una famiglia, che fin allora eransi mantenute fedeli ai Guelfi; e malgrado che Martino non abbandonasse questa fazione, i papi più non gli perdonarono quest'alleanza cogli eretici, e risolsero di punirlo, come di fatti lo fecero con una tarda, ma premeditata vendetta, innalzando, per deprimere la sua casa, la famiglia rivale de' Visconti.

Lo stesso Pelavicini, già da lungo tempo signore di Cremona, aveva pure ottenuto, dopo la morte di Ezelino, di farsi nominare capitano generale di Brescia e di Novara: indi coll'ajuto di Martino della Torre s'impadronì ancora di Piacenza; di modo che quasi tutta la Lombardia veniva governata da questi due signori.

I fuorusciti milanesi, perseguitati dalle loro forze riunite di città in città, finalmente del 1261 si chiusero in numero di circa novecento nel castello di Tabiago, ove furono ben tosto assediati dall'infanteria milanese e dalla cavalleria del marchese. Tutte le cisterne del castello furono in breve asciugate per abbeverare i cavalli di tanti gentiluomini; i quali, mancata l'acqua, essendo periti di sete, i loro insepolti cadaveri guastarono l'aria: talchè gli emigrati privi de' loro cavalli, indeboliti dalle malattie e dalle privazioni d'ogni genere, trovaronsi perfino nell'impotenza di farsi strada a traverso ai loro nemici. Costretti dopo lunghi sforzi di arrendersi, furono tutti incatenati e condotti a Milano sulle carrette. In tale occasione Martino della Torre li salvò dal furore della plebe che chiedeva la loro morte; ma li fece chiudere nelle prigioni, nelle torri e ne' campanili delle città, o in vaste gabbie di legno, esposti alla vista del popolo quali bestie feroci; lasciandoli più anni in tanta miseria.

Ogni cosa riusciva prospera alla famiglia della Torre, il di cui dominio sopra Milano sembrava da quest'ultima vittoria consolidato. Pure Martino volle assicurarsi di un altro pegno della sua grandezza. Dopo la morte di Leone da Perego il capitolo della cattedrale non aveva ancora nominato il successore. Il capitolo era composto presso a poco dello stesso numero di nobili e di plebei. Questi, dietro le istanze del capitano del popolo, proponevano Raimondo della Torre cugino o nipote di Martino; ma i nobili gelosi della gloria di Martino, si rifiutavano di aderirvi, e davano i loro suffragi a Francesco da Settala. Questa doppia elezione dava alla corte pontificia il diritto di appropriarsi la contrastata elezione. Il papa escluse i due competitori, e nominò l'anno 1263 Ottone Visconti che allora soggiornava in Roma. Era questi un canonico della cattedrale appartenente ad una delle più nobili famiglie milanesi. Martino, offeso da tale inaspettata elezione, si appropriò quasi tutti i beni della mensa episcopale; per lo che l'arcivescovo ed il papa si unirono ai nobili, e rialzarono le prostrate forze di questo partito.

La città di Novara aveva probabilmente, come Milano, nominato il marchese Pelavicino suo capitano solamente per un determinato tempo; onde rientrata nell'esercizio de' suoi diritti, l'anno 1263 ne affidò la signoria a Martino della Torre, che quasi nello stesso tempo ebbe avviso d'un importante vantaggio ottenuto dalle sue truppe sopra i partigiani dell'arcivescovo ne' contorni del lago Maggiore. Ma furono questi gli ultimi prosperi avvenimenti di Martino, il quale in sul cominciare di settembre trovandosi in Lodi da grave infermità oppresso, e sentendosi morire, chiese ed ottenne dal popolo di Milano, che volesse accordare a suo fratello Filippo quell'autorità di cui egli era rivestito.

Non sarebbe facile a decidere se l'immatura morte di quasi tutti i signori della Torre riuscisse utile o dannosa a questa famiglia. Un successore egualmente destro ed intraprendente, prendendo subito il luogo del defunto, avvezzava il popolo all'idea dell'eredità del supremo potere; ed essendovi stati, in meno di vent'anni, cinque capi della stessa famiglia, succeduti l'uno all'altro, si venne a risguardare l'ultimo quale rappresentante di un'antica dinastia. Filippo successore di Martino non gli sopravvisse che due anni, nel quale breve spazio consolidò l'autorità suprema nella propria casa, estendendola prima sopra Como, poi Vercelli e Bergamo, che del 1264 lo nominarono volontariamente loro signore. In tutte queste città, siccome nelle altre che suo fratello si era prima rese soggette, il popolo non credeva di rinunciare alla sua libertà: egli non voleva darsi un padrone, ma bensì un protettore contro i nobili, un capitano delle milizie, un capo della giustizia. L'esperienza mostrò troppo tardi che queste prerogative riunite costituivano un sovrano.

Filippo della Torre approfittò di questo accrescimento di potere per isvincolarsi dall'onerosa alleanza del marchese Pelavicino. Erano passati i cinque anni convenuti con Milano, ed il suo ajuto più non era necessario, perchè della Torre aveva finalmente in tante città a lui subordinate adunati abbastanza gentiluomini per formarne un rispettabile corpo di cavalleria. Il marchese fu licenziato, ma sebbene gli fossero strettamente mantenute le condizioni del trattato, concepì un profondo sdegno a cagione di questo congedo, e cercò di vendicarsi sui mercanti milanesi della condotta del loro principe[208].

[208] Scrivendo la storia dell'innalzamento della casa della Torre mi sono unicamente attenuto al conte Giorgio Giulini, che con dotte indagini illustrò questo tratto di storia. _L. LIV_ e _LV_ delle sue memorie, _t. VIII, dalla p. 73 alla p. 210_. Non ho per altro lasciato di leggere _Bernard. Cor. Istor. di Milano, p. II, p. 110-122. — Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 285-302. — p. 683-694. Annales Mediolan. t. XVI, c. 28-37. p. 658-666._

Era effettivamente principe perchè aveva a sè soggetta la Lombardia, la quale comechè non s'avesse a rimanere lungo tempo sotto il dominio dei signori della Torre, il carattere repubblicano andava avvezzandosi all'ubbidienza, ed i Visconti rivali dei Torriani più omai non avevano a combattere che contro un principe nemico, non contro i cittadini.

La preponderanza della cavalleria nelle battaglie, ed il vantaggio che ne traeva la nobiltà, fu nell'aperte pianure della Lombardia una delle immediate cagioni della caduta delle repubbliche. In mezzo alle colline della Toscana, ove la cavalleria pesante non può stendersi nè agire liberamente, i nobili non erano così avvantaggiati; lo erano poi meno nelle repubbliche marittime, la di cui forza consisteva nelle galere, e dove il popolo, che ne formava gli equipaggi, aveva il sentimento della sua indipendenza. Dopo averle lungo tempo lasciate da un canto, è ormai tempo di riprendere il filo della storia delle loro rivoluzioni.

Mentre l'odio eccitato da una nobiltà arrogante precipitava i Lombardi sotto il giogo del dispotismo, in Venezia ove la nobiltà non era intimamente persuasa della propria forza, quella stessa nobiltà s'innoltrava per una via legale e regolare verso lo stabilimento di un governo aristocratico, che fondava sopra le ruine del potere monarchico dei dogi. Venezia avendo sempre volto il pensiere ai suoi ricchi stabilimenti dell'Oriente, ed alle guerre necessarie per la loro conservazione, non aveva presa parte alle rivoluzioni dell'Italia, nè conobbe le fazioni guelfe e ghibelline: onde non si ebbe occasione di parlare delle esteriori relazioni di questa potente repubblica; come le sue interne riforme operatesi lentamente e per gradi, non richiamarono a sè i nostri sguardi. Soltanto abbracciando un lungo spazio di tempo si riconosce lo spirito ond'era animata questa repubblica, e lo sviluppo di quel sistema che doveva farne la più severa e durevole aristocrazia dell'universo.

Nelle altre città d'Italia l'esterior forma del governo fu in origine repubblicana; e quando si prese a riformarne gli abusi, credettesi di doversi allontanare da tutte le forme che prima esistevano, e convenne accostarsi naturalmente alle monarchiche. Per lo contrario a Venezia, antichissima essendo l'istituzione dei dogi, i quali inamovibili magistrati furono per quattro interi secoli giudici supremi, generali di tutte le forze dello stato, circondati da un fasto orientale preso dalla corte di Costantinopoli, più volte autorizzati a trasmettere la propria dignità ai loro figliuoli, erano, rispetto alle prerogative, eguali ai re d'Italia. Anche la forma essenziale del governo era affatto monarchica; e quando se ne scorgevano gl'inconvenienti, ogni limitazione dei poteri del doge parve una conquista fatta a favore della libertà. La nazione fece causa comune colla nobiltà, e non si adombrò delle prerogative che questa si attribuiva.

Di già l'anno 1032, quando Domenico Flabenigo era stato creato doge, il potere monarchico, in seguito di una sommossa, aveva sofferte alcune restrizioni[209]. Il popolo aveva dati al doge due consiglieri, senza il di cui consentimento non poteva prendere veruna determinazione: era stata proibita l'associazione d'un figlio col padre, e nelle più importanti occasioni il doge era stato sottomesso all'obbligo di adunare a sua scelta i principali cittadini per deliberare con loro intorno agl'interessi dello stato. Coloro ch'egli pregava ad assisterlo, ebbero il nome di _pregadi_; e questa è l'origine del più antico e più illustre consiglio della repubblica di Venezia.

[209] _Sandi stor. civile Veneta p. I, v. II, l. III, c. 1. p. 378._

Ma la formazione di un corpo assai più importante, di quel corpo che in appresso attribuissi la sovranità, e formò da sè solo tutta la repubblica, fu posteriore di cento quarant'anni a questa prima limitazione dell'autorità ducale. Dopo la sgraziata spedizione nell'Arcipelago del doge Vital Micheli, il quale, ingannato dai negoziati della corte di Bizanzio, espose la sua flotta al contagio, e perdette il fiore de' soldati, scoppiò in appresso al suo ritorno un tumulto, nel quale fu ucciso da un plebeo[210]. Un interregno di sei mesi precedette l'elezione del suo successore, e la nazione veneziana gettò in quel frattempo i fondamenti di un governo veramente repubblicano, onde evitare che l'inconsideratezza di un solo uomo non mettesse in pericolo tutto lo stato.

[210] _Sandi storia civile Veneta p. I. l. III._