Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)

Part 14

Chapter 143,500 wordsPublic domain

Avendo fatto fine al parlar suo, subito uscì di consiglio, ed era tanta l'autorità del Farinata, che mosse gli animi di tutti gli uditori, e massimamente perchè era cosa manifesta che nella parte ghibellina non v'era uomo più eccellente e di più riputazione, e dubitavano tutti che questo sdegno ch'egli aveva preso, non avesse a fare grandissimo danno alla causa comune. E per tanto fu prestamente sopito questo ragionamento di distruggere Firenze; e non si parlò d'altro che di placare l'indegnazione di questo virtuoso cittadino; al quale oggetto gli furono mandati i più riputati personaggi del suo partito, per ricondurlo nell'assemblea, e quando rientrò, tutti i principali Ghibellini, rinunciando ad ogni spirito di discordia, non trattarono d'altro che di consolidare la loro fazione in Toscana con mezzi di comune aggradimento. Convennero di assoldare a carico della lega ghibellina di tutta Toscana mille uomini d'armi, i quali sarebbero sotto il comando del conte Guido Novello, oltre quelli che ogni città manterrebbe per proprio conto.

Questi sono precisamente i tempi eroici della storia della moderna Italia, i quali rimarranno sempre uniti alle memorie poetiche. Dante il suo maggior poeta ed il più elevato ingegno nacque cinque anni dopo la rotta d'Arbia, e fissò l'epoca della sua discesa all'inferno quarant'anni dopo. La generazione de' suoi padri è quella ch'egli incontra nel mondo di là, ed alla quale accorda lode o biasimo. Abbiamo detto che Bocca degli Abati, il traditore che atterrò la bandiera fiorentina, fu uno di coloro ch'egli vide attuffati presso al conte Ugolino negli eterni ghiacci dell'ultimo cerchio dell'inferno. Trovò pure nell'inferno Farinata, che il suo attaccamento alla casa di Svevia, l'inimicizia dei papi, ed il disprezzo delle loro scomuniche, avevano fatto colpevole d'eresia. In un vasto piano che vomitava fiamme in ogni lato, innalzavansi qua e là de' sepolcri, a guisa di orribili caldaje fatte rosse da perpetuo fuoco: erano aperte, ma il coperchio che doveva chiuderle stava sospeso sopra di loro, e da quelle arche infernali uscivano spaventose grida e sospiri.

O Tosco, che per la città del foco Vivo ten' vai così parlando onesto, Piacciati di restare in questo loco. La tua loquela ti fa manifesto Di quella nobil patria natío Alla qual forse fui troppo molesto. Subitamente questo suono uscío D'una dell'arche; però m'accostai, Temendo, un poco più al duca mio. Ed ei mi disse: volgiti, che fai? Vedi là Farinata che s'è dritto: Dalla cintola in su tutto 'l vedrai. Io aveva già 'l mio viso nel suo fitto, Ed ei s'ergea col petto e con la fronte, Come avesse lo 'nferno in gran dispitto: E l'animose man del duca e pronte Mi pinser tra le sepolture a lui, Dicendo: le parole tue sien conte. Tosto che al piè della sua tomba fui, Guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, Mi domandò: chi fur li maggior tui? Io ch'era d'ubbidir desideroso, Non gliel celai, ma tutto gliele apersi: Ond'ei levò le ciglia un poco in soso; Poi disse: fieramente furo avversi A me ed a' miei primi ed a mia parte, Sì che per duo fïate li dispersi. S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogni parte, Rispos'io lui, e l'una e l'altra fiata: Ma i vostri non appreser ben quell'arte.

. . . . . . . . . . . . .

E se continuando al primo detto, Egli han quell'arte, disse, male appresa, Ciò mi tormenta più che questo letto. Ma non cinquanta volte fia raccesa La faccia della donna che qui regge, Che tu saprai quanto quell'arte pesa: E se tu mai nel dolce mondo regge, Dimmi perchè quel popolo è sì empio Incontr'a' miei in ciascuna sua legge?[198] Ond'io a lui: lo strazio, e 'l grande scempio, Che fece l'Arbia colorata in rosso, Tale orazion fa far nel nostro tempio. Poi ch'ebbe sospirando il capo scosso, A ciò non fu' io sol, disse, nè certo Senza cagion sarei con gli altri mosso: Ma fu io sol colà, dove sofferto Fu per ognun di torre via Firenze, Colui che la difesi a viso aperto[199].

[198] Gli Uberti furono sempre eccettuati dalle tregue concesse alcune fiate ai Ghibellini.

[199] _Dante, Inferno canto X._

CAPITOLO XX.

_Decadimento e servitù delle repubbliche lombarde. — Rivoluzioni nelle repubbliche marittime. — Loro rivalità. — Costantinopoli ritolta dai Greci ai Veneziani ed ai Francesi._

1250=1264.

Ne' primi tempi abbracciati da questa storia le repubbliche lombarde richiamavano la nostra attenzione più che tutte le altre città d'Italia. In queste solamente l'amore di libertà produceva quell'eroico coraggio che fa sprezzare i pericoli e la vita per la difesa e per la gloria della patria. Nella lunga lotta ch'ebbero a sostenere con Federico Barbarossa, abbiamo veduto rinnovarsi quelle virtù che altra volta illustravano la Grecia, e malgrado la barbarie del dodicesimo secolo abbiamo trovato presso i loro scrittori racconti abbastanza circostanziati per formarci un'adequata idea del loro carattere, e per interessare vivamente il nostro cuore ne' loro infelici o prosperi avvenimenti. Ma quest'epoca gloriosa fu di breve durata; e già in sul cominciare del tredicesimo secolo abbiamo veduto languire quel nobile eroismo del secolo precedente; e siamo omai giunti all'epoca in cui mancò. Nello spazio di tempo che comprende questo capitolo, i signori della Torre e Pelavicino stesero il loro dominio sopra quasi tutte le città della Lombardia, nelle quali l'amore di libertà era venuto meno anche prima che cadessero sotto la loro tirannia.

Noi non abbiamo preso a scrivere che la storia dei popoli liberi d'Italia; e di mano in mano che c'innoltriamo a traverso de' secoli, ogni generazione ne rapisce alcuna delle nazioni che appartenevano al nostro argomento. In tal maniera il vento che volge le onde d'arena della Libia, le spinge lentamente sopra l'Egitto; di già l'ardente sabbia copre campagne altra volta fertilissime; assedia Alessandria, si spinge avanti la popolazione, le arti, la cultura, e ristringe ogni anno i confini della terra abitabile in quel paese che fu inaddietro il giardino dell'universo.

Rintracceremo in questo capitolo le cagioni del decadimento delle repubbliche lombarde, e le circostanze della loro oppressione. Dovremo peraltro accennare ancora alcuni tentativi fatti più tardi per sottrarsi alla servitù; ma siamo giunti ormai al termine del lavoro impostoci a loro riguardo. Dovremo bensì parlare dei signori della Torre, Visconti e della Scala; ma solamente come di principi nemici, le cui pratiche possono recar danno alle repubbliche, non appartenendo essi più alla nostra storia che per gl'immediati rapporti colla medesima. Il principale difetto del soggetto che abbiamo preso a trattare, quello che dissuase dall'intrapresa altri di noi più abili scrittori, è questa mancanza d'unità, la quale incomincia di già a scemare, e finalmente cesserà affatto. Nel rimanente di questo secolo più non dovremo occuparci che d'un solo corpo di repubbliche, talora divise e talvolta riunite dagli stessi interessi. Giunti al seguente secolo, troveremo questo corpo composto di minore numero di membra, ed invece d'essere costretti a valerci di qualche artificio per dare unità alla storia di cinque o sei potenti repubbliche, non potremo, anche volendolo, separarle interamente.

Pare che due principali cagioni concorressero a mutare la forma del governo nelle città lombarde; l'interna discordia tra la nobiltà ed il popolo, che in queste città privava i cittadini d'ogni sicurezza e forse d'ogni libertà, ed il cambiamento della militare disciplina, che accrebbe a dismisura il potere de' capitani degli uomini d'armi. La prima di queste cause privava il popolo della volontà, l'altra della forza di difendere i suoi diritti.

Niuna delle repubbliche italiane ebbe una costituzione che meriti d'essere proposta come modello. Le due più perfette sono l'aristocrazia di Venezia e la democrazia di Firenze, sebbene in ambedue la libertà di tutti non si trovasse legata colla sicurezza individuale. Della quale unione sembra che nè pure si prendessero pensiere gli autori delle bizzarre ed incoerenti costituzioni di Milano e delle altre città lombarde; e l'ordine sociale non aveva alcun solido fondamento.

Le passioni più impetuose nel tredicesimo secolo di quel che lo siano nella età nostra, erano cagione di più frequenti delitti, e la moltiplicità degli stati indipendenti agevolava ai colpevoli la fuga: onde l'amministrazione della giustizia criminale occupava più di tutt'altro oggetto, e quasi esclusivamente, il governo. Il desiderio di comandare non tardò peraltro ad unirsi al bisogno di reprimere i delinquenti, e si crearono nuove magistrature, meno per assicurare la felicità della nazione, che per soddisfare all'ambizione d'un maggior numero di individui.

I delitti de' particolari moltiplicarono le particolari inimicizie delle famiglie, come l'elezione de' magistrati fu causa della costante gelosia fra gli ordini dello stato. I delinquenti puniti dalle leggi nel presente secolo appartengono quasi tutti alle ultime classi della società, onde i loro delitti sono veramente personali, ed i loro congiunti non hanno nè volontà, nè forza di difenderli viventi o di vendicarli estinti. Per lo contrario nel tredicesimo secolo v'erano tanti delinquenti tra i grandi come tra i plebei. Questo cambiamento ne' nostri costumi, agevolò la maniera di governare le nazioni; sotto altri rispetti non abbiamo motivo di potercene molto gloriare. I frequenti omicidj ricordati dalle storie, non erano assassinj, ma conseguenze delle private guerre: al presente i tribunali non si occupano dei duelli, che sono per noi la forma regolare[200] delle guerre private, e l'omicidio usato dalle persone di rango. Gl'intrighi amorosi terminavansi altra volta con un ratto, oggi colla seduzione; la colpa è forse la medesima, ma la seconda sfugge alla sopravveglianza delle leggi. Uomini avidi ed ingiusti appropriavansi colla violenza le altrui fortune, oggi coi fraudolenti fallimenti. Altravolta commettevansi i delitti allo scoperto, oggi celatamente. I parenti e gli amici, senza avere avuto parte al delitto, non rimanevano stranieri o alla difesa del colpevole, o alla vendetta dell'offeso: quindi la pubblica autorità era sempre chiamata a spiegare tutta la sua energia per reprimere delitti che ponevano in pericolo lo stato, e per assicurarsi di delinquenti protetti da potenti alleati.

[200] Ciò poteva esser vero rispetto alla Francia, ma in Italia i duelli strettamente tali richiamerebbero l'attenzione de' tribunali. _N. d. T._

I podestà, cui era confidata la giurisdizione criminale, furono perciò rivestiti del più assoluto potere; sì che pareva che, rispetto a loro, non si avesse timore di renderli troppo forti con pericolo della libertà, ma bensì di lasciarli troppo deboli per mantenere l'interna tranquillità. Si avvezzarono i popoli a chiamarli _signori_ e _padroni_, onde tra questi ed i tiranni non rimaneva altra diversità che quella della durata della loro dominazione.

Frattanto nuove cagioni d'anarchia si andavano ogni giorno aggiungendo alle antiche: abbiamo osservato quanto fossero profondamente radicate negli animi italiani, quanto sangue avevano fatto versare, quante ricchezze sovvertite avessero le fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini. Il desiderio della vendetta si andava moltiplicando colle sventure, e rendendo più difficile la pace.

La nobiltà aspirando ad avere le prime parti nel governo della patria, erasi appropriati tutti gl'impieghi civili e militari, e quasi tutti gli ecclesiastici. I consoli, gli anziani, i consiglieri, gli ambasciatori, i comandanti delle porte, i capitani delle milizie, i canonici delle cattedrali, erano tutti gentiluomini; e questi erano tanto gelosi di non associarsi nelle cariche i plebei, che, avendo a vicenda risvegliata la gelosia degli ultimi, diedero origine nelle città lombarde a quelle frequenti guerre civili che avevano per oggetto di costringere i nobili a dividere colla plebe tutte le pubbliche incumbenze. La pace di sant'Ambrogio a Milano accordava ai plebei la metà delle cariche, dalle funzioni d'ambasciatore fino a quelle di trombettiere del comune[201].

[201] Questo trattato di pace fu sottoscritto il 4 aprile 1258 tra i nobili ed i plebei. _Corio, Istorie milanesi p. II, p. 115, verso._

Indipendentemente dalla gelosia eccitata dalla distribuzione delle pubbliche cariche, i nobili erano inoltre esosi alla plebe, perchè sembrava che fossero essi soli cagione di tutte le pubbliche calamità. Le rivalità de' nobili facevano ogni giorno versare il sangue de' cittadini; le fazioni guelfe e ghibelline erano diventate pei primi contese di famiglia; ed anche le guerre esterne tra una ed altra repubblica potevano talvolta sembrare un risultato delle loro violenze e del loro impeto inconsiderato. Era universale opinione, e si andava pubblicamente dicendo che senza i nobili l'Italia goderebbe d'una imperturbata pace; quasi che le passioni cui si abbandonavano, fossero attaccate alla loro nascita, non alle loro funzioni ed all'esercizio del potere. Il popolo stanco di soffrire tanti mali, di cui dava la colpa alla sola nobiltà, si moveva di quando in quando alla vendetta sempre estrema nel primo empito della passione; impugnava le armi contro i nobili, gli esiliava, li perseguitava, li faceva perire sopra un palco: allora gli abitanti della campagna si rivoltavano contro la città; le terre ove abitavano i gentiluomini prendevano le armi contro la metropoli, ed il disordine e la pubblica ruina giugnevano all'estremo.

Il numero degl'individui ond'erano composte le famiglie, e quel legame che le univa in separato corpo, formavano in gran parte la potenza de' nobili. Quando l'autorità pubblica è debole si sente il bisogno di accrescere la forza individuale con parziali società. Un'intera famiglia era sempre apparecchiata a salvare, a difendere, a vendicare qualunque de' suoi individui. Lo stesso nome, lo stesso sangue, l'onore della classe, erano bastanti motivi per riunire i più lontani parenti, e perchè mettessero a rischio la vita e le fortune loro per la salvezza o la vendetta d'un solo individuo. D'altra parte i plebei cercarono d'acquistare la stessa specie di forza; ed in cambio dei legami della natura, ne formarono d'artificiali, contraendo fraternità che, senz'essere unite dal sangue, presero spesse volte il nome di famiglia. Sembra che in Milano vi fossero molte di tali fraternità plebee, tutte figlie di due potenti società chiamate la _Motta_ e la _Credenza_. Quelle associazioni che in sul finire del precedente secolo ebbero in Francia il nome di _clubs_, erano per molti capi simili alle fraternità delle repubbliche italiane, le quali formavano uno stato nello stato, nominavano magistrati per sopravegliare quelli della repubblica, assoggettavano a disamina gli affari nazionali, e si arrogavano le prerogative della sovranità senza che la costituzione ne attribuisse loro il diritto.

Furono appunto queste fraternità milanesi che, dandosi un capo perpetuo, innalzarono le prime un potere monarchico nello stato, e distrussero la repubblica. Ma prima di riferire più circostanziatamente questo avvenimento che mutò i destini di quasi tutta la Lombardia, conviene dare un'occhiata ai cambiamenti operatisi nella disciplina militare, da noi poc'anzi indicati come una delle cause dello stabilimento della tirannide.

Gli Arabi e gli Ungari che guastarono l'Italia nel decimo secolo, combattevano a cavallo, armati alla leggera; ma la principale forza de' Franchi e de' Tedeschi nello stesso secolo e ne' due susseguenti, stava ancora nell'infanteria. Le armate di Federico Barbarossa erano in gran parte formate di pedoni; ed i nobili che combattevano a cavallo, non erano però coperti di quella pesante armatura, nè accostumati ancora a quella ordinanza ferma, inalterabile, che formò il carattere della cavalleria dal tredicesimo fino al quindicesimo secolo. I cittadini delle città italiane potevano combattere con eguale vantaggio tanto contro la cavalleria leggera, come contro l'infanteria tedesca; e sembra che, come questi ultimi, avessero per armi difensive uno scudo, un caschetto, cosciali e bracciali, che loro coprivano parte del corpo davanti, e per tutt'armi d'offesa una larga spada tagliente. Soltanto alcuni corpi privilegiati avevano inoltre alabarde e balestre; ma l'infanteria non portò mai, come quella de' Romani, quel pesante e terribile _pilum_ che una mano inesperta non avrebbe saputo lanciare.

Queste armi appropriate ai borghesi che non dovevano vivere continuamente sotto le insegne, proporzionate al coraggio ed alla fisica costituzione di corpi mantenuti robusti dalla temperanza e, dagli esercizj faticosi, dovevano farli capaci di tener testa alle truppe migliori allora conosciute; e ne diedero luminose prove nella prima guerra lombarda.

Trovavasi per altro anche a que' tempi nelle armate imperiali una qualità di truppe di cui bastava perfezionare l'armatura perchè l'infanteria non le potesse più star a fronte, e questi erano gli uomini d'arme. Il cavaliere era tutto vestito di ferro, ed in parte n'era coperto anche il cavallo, onde affrontava impunemente le frecce degli arcieri, e con una lunga e grossa lancia feriva i pedoni e li teneva in modo lontani, che non potevano offenderlo colla spada. Tali armature non abbisognavano d'alcun cambiamento, ma soltanto di renderne più forte ogni parte; dovevasi far più densa la corazza, più pesante il caschetto, lo scudo più impenetrabile, più lunga la lancia e più soda; bisognava che il ferro o il rame onde l'uomo era coperto, non lasciassero veruna giuntura, verun lato debole per cui la morte potesse aprirsi una strada; bisognava che il cavaliere soggiacesse ad un continuato esercizio per avvezzarsi al faticoso peso delle armi; bisognava trovare, o far nascere una più robusta razza di cavalli e più coraggiosa per portare così enorme peso, e galoppare in tempo della battaglia a seconda dei casi. Tale perfezionamento dell'armatura cavalleresca si operò lentamente dai gentiluomini. Mentre i plebei occupavansi delle cose del commercio e delle arti, e perdevano ogni giorno l'antica forza e l'abitudine alla guerra, i nobili non avevano nelle loro fortezze altra occupazione, altro divertimento che quello dell'armeggiare, esercitandosi in tutto ciò che poteva dare maggiore forza ed arrendevolezza alle membra; a ciò tendevano tutti i loro giuochi, i loro tornei: vivevano tra i loro cavalli ed avevano la stessa cura per l'educazione del loro _destriero_, come per l'educazione de' loro figliuoli. Questo destriero destinato per la battaglia non veniva adoperato in tutt'altre circostanze; anche nel campo il cavaliere adoperava il _palafreno_ fino all'istante in cui doveva entrare in battaglia. Il cavallo e l'uomo resi forti dall'esercizio delle loro forze, furono capaci di sforzi superiori a quanto possiamo immaginare. L'armatura, il cavaliere ed il cavallo s'andarono facendo sempre più forti fino alla fine del quindicesimo secolo, quando l'abituale uso dell'artiglieria rese inutile questa cavalleria perfezionata con tante cure. Nel quindicesimo secolo l'armatura era tanto pesante che un cavaliere abbattuto non poteva rialzarsi da sè medesimo.

Quando il cavaliere si trovò coperto di una corazza impenetrabile alla freccia dell'arciere ed alla spada del pedone, l'infanteria delle città trovossi affatto incapace di sostenere l'urto della cavalleria. I cavalieri stretti in ordine di battaglia, abbassavano le loro lance e rompevano le file attraversandole di galoppo senza che niente potesse fermarli, e senza esporsi a verun pericolo. L'infanteria romana avrebbe, non v'ha dubbio, resistito a sì grand'urto, lanciando il _pilum_ alla testa de' cavalli nell'istante opportuno di abbatterne molti e gettare il disordine tra le file: l'infanteria svizzera, ancora meglio ordinata sotto questo rapporto, oppose più tardi all'urto della cavalleria una selva d'immobili lance, contro le quali gli squadroni andavano a rompersi: ma le nazioni europee s'avvidero troppo tardi di questa maniera di combattere; onde dalla Norvegia fino all'estremità dell'Italia la cavalleria ebbe in ogni luogo tanta superiorità sulla fanteria, che si terminò col non farne più verun conto, credendosi affatto inutile nelle battaglie.

Per una strana rivoluzione la forza militare si trovò dunque tutta in mano della nobiltà, ed i pochi furono infinitamente più forti dei molti. Prima dell'invenzione delle armi da fuoco, e quando i soldati si battevano corpo a corpo, il numero delle truppe influiva assai meno che al presente sull'esito delle battaglie; perchè non eranvi che coloro i quali venivano a fronte l'uno dell'altro che potessero combattere. Quattro in cinquecento cavalieri gettavansi arditamente in mezzo a dieci mila pedoni, perchè al più potevano combattere ad un istesso tempo contro dei cinquecento cavalieri mille fanti, e gli altri nove mila dovevano rimanere inutili spettatori del combattimento finchè venisse la volta loro subentrando ai primi: e più volte accadeva che un piccolo corpo di cavalieri rompesse una colonna di parecchie migliaja di pedoni senza che un solo cadesse di cavallo. Non era dunque rigorosamente parlando una pugna ma un massacro, non trovando resistenza che in altro corpo di cavalieri egualmente armati, i quali urtandoli con eguale impeto e con eguali lance, potevano coglierli ed abbatterli. Se le lance si rompevano, i cavalieri combattevano colla spada o colla sciabla: talvolta riusciva loro di trovare la connessura delle corazze, o il difetto dello scudo; ma il più delle volte la battaglia terminavasi senza che morisse alcun cavaliere; e come si legge ne' romanzi di cavalleria, la sciabla picchiava sul capo del cavalier nemico, e lo stordiva senza però aprir l'elmo ond'era coperto.

Questo prodigioso vantaggio che i nobili avevano acquistato sul popolo nelle battaglie, doveva accrescerne l'odio e la gelosia. Ma i gentiluomini non potevano nelle città conservare la loro superiorità, come in campagna, perchè quando vi scoppiava una rivoluzione gli steccati, o _serragli_, chiudendo tutte le strade, impedivano che i cavalli passassero, mentre le milizie assediavano le case de' nemici, o afforzavano le proprie. I gentiluomini erano dunque cacciati facilmente dalle città; ma giunti in campagna, riprendevano la perduta superiorità, ed il popolo non ardiva d'inseguirli.

Poichè i cittadini cessarono d'essere tutti soldati o almeno soldati utili, le città dovettero assoldare degli uomini d'arme per non restare in balìa de' loro gentiluomini, e per tal modo la loro difesa fu affidata a mercenarie braccia. Troviamo i primi esempi di cavalleria assoldata dalle città nella guerra contro Ezelino, verso la metà del tredicesimo secolo, e l'uso si rese ben tosto generale in tutta l'Italia. Per non essere vittima del primo inventore, i popoli sono forzati di adottare all'istante i nuovi mezzi di attacco e di difesa, di cui un solo fa utile uso.