Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)
Part 13
[193] Tutti gli scrittori fiorentini hanno supposto che le prime truppe tedesche mandate da Manfredi in Toscana siano stati i cento uomini d'armi accordati a Farinata, e che il conte Giordano vi arrivasse dopo avuta notizia della disfatta dei primi. Il loro racconto contiene qualche inverosimiglianza di date; ma viene poi apertamente smentito dai pubblici registri degli archivj di Siena. Il _Malav., Stor. di Siena p. II, l. I, p. 1-10_, ha cercato di dimostrare quest'opposizione; ed io, per lo contrario, cerco di conciliare le due opinioni. I Fiorentini, quasi tutti coetanei, meritano al certo molta fede, ma la loro testimonianza non è che una sola, perchè il Villani copiò parola per parola Ricordano Malespini senza citarlo, come il Villani fu copiato da Coppo de' Stefani. Lionardo Aretino ripete a modo suo lo stesso racconto. _Ricord. Malesp. c. 163-164, p. 987. — Gio. Vill. l. VI, c. 74-75. — Leon. Aret. l. II, p. 45, c. 5. — Flam. del Borgo Dissert. VI, p. 349. — Murat. Ann. ad an. t. XI, p. 34, 8._
Manfredi non si lasciò subito muovere dalle istanze dei fuorusciti fiorentini, non volendo, mentre ancora vedevasi circondato da segreti nemici, privarsi di un maggior numero di soldati. Sapeva che gli emigrati sono sempre pericolosi consiglieri, perchè non avendo più nulla da perdere, non temono d'esporre i loro alleati qualunque volta travedano in alcun fatto la più lontana speranza di prospero successo. Diffatti loro sempre conviene di tentar la fortuna colle forze straniere, quando essi più non possono essere colpiti da verun sinistro. Manfredi per rimandare con onesti modi gli ambasciatori ghibellini offrì loro una compagnia di cento uomini d'armi tedeschi, siccome il solo corpo di cui potesse allora disporre. Tutti gli ambasciatori disponevansi a partire senza accettare così debole soccorso, che non credevano proprio che ad eccitare le risa de' loro nemici, ed a scoraggiare affatto i loro partigiani. Ma Farinata fece loro comprendere che dovevano approfittare delle offerte di Manfredi, qualunque si fossero. «Facciamo soltanto d'avere i suoi stendardi nella nostra armata, e li pianteremo in tal luogo, che ben dovrà in appresso mandarci più importanti soccorsi.»
In maggio del 1260 l'armata guelfa fiorentina entrò nel territorio di Siena per guastarlo; e dopo aver presi molti piccoli castelli, venne ad accamparsi presso alle mura di Siena stessa, avanti alle porte di Carnuglia. Frequenti erano le scaramucce tra le due parti, ma non venivano mai a formale battaglia. Un giorno Farinata degli Uberti, dopo avere riscaldati i Tedeschi seco condotti col vino ed altre spiritose bevande, sortì alla loro testa di città, e caricò impetuosamente il campo fiorentino. I Tedeschi penetrati troppo avanti tra le truppe nemiche, non ebbero più modo di ritirarsi, e perirono tutti combattendo, dopo aver fatto grandissimo danno ai Fiorentini, e quale non dovevano temere da così poca gente. La bandiera di Manfredi, rimasta in potere de' Guelfi, fu ignominiosamente strascinata nel campo, ed in appresso portata a Firenze, ed esposta ai nuovi oltraggi della plebe. Ecco ciò che desiderava Farinata, il quale scrisse al re di Sicilia che l'onor suo era compromesso, e che doveva vendicare gl'insulti fatti ai suoi stendardi; Manfredi gli mandò ottocento cavalli tedeschi ed alcuni pedoni, che furono posti sotto gli ordini del conte Giordano d'Anglone, ed uniti alle altre truppe ch'egli comandava col titolo di vicario generale del re Manfredi in Toscana.
Premeva ai fuorusciti fiorentini di venire senza ritardo ad un'azione che decidesse della loro sorte: ma i magistrati di Siena erano troppo prudenti per seguire così caldi consigli, o per avventurarsi troppo avanti sul territorio nemico, quantunque spalleggiati dalle truppe ausiliarie tedesche. D'altra parte credevasi a Firenze che il re non avesse accordati che tre mesi di paga alle sue truppe, e che, passato questo tempo, sarebbero sforzati di ritirarsi; talchè si pensava di non mettersi in campagna che dopo la loro partenza. I due castelli di monte Pulciano e di mont'Alcino ch'eransi posti sotto la protezione de' Fiorentini, trovavansi assediati da Sienesi; ma perchè situati molto al di là di Siena, i Fiorentini non s'attentavano di soccorrerli con una marcia pericolosa. Per determinarli ad avventurarsi nel cuore d'un paese nemico con tutte le loro forze, onde si dovesse poi venire necessariamente ad un fatto d'armi, Farinata intavolò un finto trattato cogli anziani di Firenze, per opera di due frati minori. Scriveva loro che il popolo di Siena era scontento del proprio governo; che i fuorusciti avevano gagliardi motivi di malcontento, e perciò disposti a riacquistare il favore della loro patria, rendendole un importante servigio; ch'essi avevano il modo di consegnare all'armata fiorentina la porta di san Vito a Siena, ma che per riuscire nell'intento dovevasi loro guarentire la ricompensa di dieci mila fiorini, e fare che sotto pretesto di soccorrere mont'Alcino si avanzasse sulle rive dell'Arbia una potente armata. Questa trama si maneggiava da soli due anziani, uomini presontuosi, che avevano in consiglio maggiore influenza di quel che si meritasse la loro incapacità.
I due anziani, poi ch'ebbero ottenuto l'unanime assenso de' loro colleghi, adunarono il consiglio del popolo; e proposero di vettovagliare Montalcino con una più poderosa armata di quella che in primavera di quell'anno era entrata nello stato di Siena. La maggior parte de' gentiluomini guelfi, che nulla sapevano della macchinazione di Farinata, ma che più de' plebei conoscevano l'arte della guerra, s'opposero ad un'intrapresa che risguardavano come imprudentissima. Il conte Guido Guerra, e poi Tegghiajo Aldobrandi rappresentarono come pericolosa cosa fosse l'attraversare lo stato di Siena guardato da un'armata di Tedeschi di cui ne avevano sperimentata la superiorità in altro fatto d'armi, in tempo che sarebbesi potuto vettovagliare Montalcino coll'ajuto degli Orvietani, senza strepito, senza pericolo e con piccola spesa; in oltre doversi sperare dal tempo vantaggiosi cambiamenti. Ma il popolo che diffidava dei nobili, ne rifiutò i prudenti consigli. Uno degli anziani interruppe l'Aldobrandi, villanamente rimproverandolo di non aver coraggio quando si doveva farne uso. Cece dei Gherardini, altro gentiluomo, volle appoggiare l'opinione di Tegghiajo, ma gli anziani gl'imposero silenzio sotto comminatoria dell'ammenda di cento fiorini. Il cavaliere offrì subito il pagamento dell'ammenda per avere il diritto di parlare; fu raddoppiata; indi portata fino a quattrocento fiorini, senza che perciò rinunciasse alla domanda di parlare; ma fu ridotto al silenzio dalla minaccia di pena capitale, se ostinavasi a disubbidire. Intanto il popolo, ciecamente diffidando de' gentiluomini, e ciecamente abbandonandosi ai consigli di magistrati inesperti, ordinò la riunione dell'armata.
Affinchè fosse più poderosa, i Fiorentini chiesero ajuto a tutti i loro alleati; onde i Lucchesi gli mandavano quante forze potevano disporre sia d'infanteria che di cavalleria; e numerosi corpi di truppa arrivarono pure da Bologna, Pistoja, Prato, Samminiato, san Gemignano, Volterra e Colle di val d'Elsa. Le forze proprie de' Fiorentini consistevano in ottocento cavalieri ascritti ai ruoli delle milizie, ed altri cinquecento al loro soldo. Giunti sul territorio di Siena vi trovarono quasi l'intera popolazione d'Arezzo e d'Orvieto; ricevuto il quale ultimo rinforzo, s'innoltrarono fino a Monte aperto, montagnetta situata cinque miglia al levante di Siena, sull'opposta riva dell'Arbia. Colà passarono in revista l'armata, che si trovò forte di tre mila cavalli e trenta mila fanti.
Gli anziani di Firenze aspettavano inquieti che fosse loro data in mano la porta di san Vito, come si faceva loro sperare dai messi che d'ora in ora mandavali Farinata, con segrete istruzioni di sedurre i principali Ghibellini del campo fiorentino. Finalmente questa porta s'aprì tutto ad un tratto[194], uscendone impetuosamente la cavalleria tedesca per caricare i Guelfi, seguita da quella degli emigrati fiorentini, e da quella che avevano potuto adunare i Sienesi, in numero di circa mille ottocento uomini d'armi. Tennero dietro alla cavalleria cinque mila fanti di Siena, tre mila vassalli della campagna, tre mila soldati mandati dalla repubblica di Pisa, e due mila Tedeschi, in tutto tredici mila uomini. Quantunque di numero assai più debole della Fiorentina, quest'armata non era divisa d'opinione come quella de' nemici, dalla quale staccaronsi i Ghibellini diretti dagli Abati e dai Della Pressa per unirsi ai fuorusciti; mentre Bocca degli Abati che stava presso al capitano dei gentiluomini, Jacopo del Vacca de' Pazzi, gli troncò con un colpo di sciabla il braccio con cui portava lo stendardo[195]. Nell'istante in cui scoppia il tradimento, non potendosi conoscere l'estensione del pericolo, l'immaginazione di tutti lo rende più grande; un maresciallo di truppe tedesche, che con quattrocento cavalli aveva girata la collina di Monte aperto, e che in quell'istante di confusione attaccò i Fiorentini alle spalle, raddoppiò il loro terrore. La cavalleria presa da panico timore fuggì a briglia sciolta: faceva più lunga resistenza l'infanteria, ma trovandosi rotta la sua ordinanza, non combatteva dietro un piano generale. Un corpo si chiuse nella rocca di Monte aperto, ma fu ben tosto forzato d'arrendersi a discrezione; i più valorosi eransi adunati intorno al carroccio, i quali coraggiosamente combattendo per difenderlo, rimasero quasi tutti morti o prigionieri; altri finalmente posti sul rovescio del colle, vedendo disfatti i primi due corpi, cercarono salvezza colla fuga. Solamente di Fiorentini furonvi più di due mila cinquecento uomini morti, non essendovi famiglia che non avesse a piangere alcun suo parente: degli ausiliarj i più maltrattati furono quelli d'Arezzo, d'Orvieto e di Lucca; talchè in totale il numero de' morti dell'armata guelfa montò a dieci mila, e più considerabile ancora fu quello de' prigionieri.
[194] Martedì 4 settembre 1260.
[195] La battaglia d'Arbia ebbe così importanti conseguenze, che tutti gli storici ne hanno parlato. Noi intorno a questa guerra abbiamo consultato _Gio. Villani l. VI, c. 79. p. 209. — Sabae Malespinae hist. rer. Sicular. l. II, c. 4. t. VIII, p. 802. — Ricord. Malesp. hist. Fior. c. 166. 167. p. 989. — Leon Aret, hist. Fior. volg. d'Acciajuoli, l. II, p. 53. — Coppo de Stef. hist. Fior. l. II. — Deliz. degli Eruditi t. VII. — Malavolti stor. di Siena p. II, l. I, p. 17-20. — Flam. del Borgo dell'ist. Pisana Dissert. VI, p. 357. — Giunta Tommasi hist. Sanese p. I, l. V, p. 323-337. — Scip. Ammirato hist. Fior. l. II, p. 112-123. — Annal. Ptolomei Lucensis t. XI, p. 1282. — Breviar. Pisanae hist. l. VI, p. 193. — Ann. Cenuen. Contin. Caffari l. VI, p. 528. — Andrea Dei Chron. Sanese t. XV, p. 29. cum notis Uberti Bentivoglienti. — Marangoni Chron. di Pisa_ ec. ec. Dante allude più volte a questa battaglia, e pone nell'inferno Bocca degli Abati, fra i traditori della patria. _Infer. c. XXII, v. 78_, e seguenti.
Questa disfatta distrusse affatto la potenza del popolo fiorentino; tutta la città quando n'ebbe avviso riempissi di grida di donne che chiedevano i loro mariti, i fratelli, i figliuoli: pure rientrando i fuggitivi l'un dietro l'altro, andavano ripetendo, dice Lionardo Aretino, che non dovevansi piagnere coloro ch'erano morti per la patria in battaglia, ma coloro ch'erano sopravvissuti, perchè i primi avevano terminata gloriosamente la vita, gli altri rimasti ludibrio de' loro nemici. E con queste parole scoraggiarono in modo i loro concittadini, che tutta la parte guelfa risolse d'abbandonare la città, non perchè non fosse fortificata, o mancasse di difensori capaci di tenere molto tempo contro i nemici, ma perchè il tradimento de' Ghibellini alla battaglia d'Arbia faceva temerne di nuovi; tanto più ch'eranvi ancora molti Ghibellini in città, i quali tra la comune costernazione mostravano un'insultante gioja. Un principio di discordia erasi già manifestato tra i plebei del partito guelfo e la nobiltà, la quale disapprovava l'imprudente spedizione nello stato di Siena, e la ruina dell'armata. Mentre i ricchi borghesi che avevano abbracciato con zelo il partito guelfo, mostrarono la propria ambizione, e s'abbandonarono alla loro gelosia contro i gentiluomini della stessa fazione, il basso popolo, straniero al governo, vedeva con indifferenza la tornata dei Ghibellini; i quali altronde erano pure loro concittadini, la di cui vittoria non disonorava la gloria nazionale, sicchè non dovevasi, per respingerli, esporre la patria a nuovi pericoli.
I capi dello stato erano informati di tali sentimenti del popolo, e tutti i più distinti cittadini del partito guelfo nobili e popolari il 13 settembre, nove giorni dopo la disfatta, uscirono di città colle loro donne e figli. Alcuni ripararonsi a Bologna, ma i più andarono a Lucca, ove fu loro dato il quartiere di san Friano, ed il portico che circonda la chiesa di questo nome. Ritiraronsi egualmente a Lucca i Guelfi di Prato, di Pistoja, di Volterra, di san Gemignano, e di tutte le città e terre di Toscana, tranne quelli d'Arezzo, cosicchè Lucca rimase sola costantemente il propugnacolo di tutto il partito guelfo.
Poi ch'ebbero diviso il bottino fatto sull'Arbia, i Sienesi presero a sottomettere alcune fortezze limitrofe del territorio fiorentino, mentre i fuorusciti ghibellini di Firenze avanzavansi verso la loro patria sotto la condotta del conte Guido Novello, uno de' signori di Casentino, della medesima famiglia del conte Guido Guerra, ma di opposto partito[196]. Avevano pure con loro il conte Giordano d'Anglone ed i cavalli tedeschi che il re Manfredi aveva loro accordati. Quest'armata ghibellina giunse in faccia a Firenze il 27 settembre e fu ricevuta senza opporle resistenza. I Ghibellini, postisi alla festa del governo, abolirono tutte le leggi fatte da dieci anni in poi, per accrescere l'autorità del popolo; e la repubblica fiorentina, benchè assoggettata al governo de' nobili, rimase però sotto la protezione di Manfredi, cui tutti i cittadini furono tenuti di giurare fedeltà. Il conte Guido Novello fu nominato per due anni podestà di Firenze, ed i soldati tedeschi del conte Giordano si pagarono colle entrate della città.
[196] Frate Ildefonso di san Luigi, Carmelitano Scalzo, consacrò una vasta e laboriosa erudizione a fare la storia della famiglia de' conti Guidi, e della discordia che gli attaccò a diverse fazioni. Rilevasi da questa storia che questa nobile e potente famiglia possedeva terre in tutte le parti della Toscana, ma specialmente nelle montagne di Pistoja e di Arezzo; che ne aveva pure nella Romagna, e nel ducato di Spoleti, e ch'ebbe in tutto il periodo de' secoli di mezzo grandissima influenza su la sorte della Toscana. _Deliz. degli Erud. Tosc. t. VIII, p. 89 a 195._
Intanto si adunò ad Empoli una dieta delle città ghibelline toscane per trattare dell'amministrazione futura di questa provincia, e dei mezzi di consolidare il partito ghibellino e l'autorità di Manfredi. Gli uomini più distinti di ogni città vi si recarono con tutti que' gentiluomini che avevano qualche dominio territoriale. Il conte Giordano aprì la dieta colla lettura degli ordini che aveva ricevuti dal suo signore: e perchè era richiamato nel regno colle truppe tedesche, invitava i Ghibellini a provvedere alla propria sicurezza, onde non avessero a soffrire qualche sinistro, in tempo della sua assenza.
Approfittando delle parole del conte, i deputati di Pisa e di Siena dichiararono che non sapevano vedere alcun mezzo di assicurare la fazione ghibellina, gl'interessi di Manfredi, e quelli della loro patria, finchè lasciavasi sussistere Firenze, città ricca e popolata, la di cui ambizione era ancora più grande delle sue forze, la quale, essendosi risguardata lungo tempo come la capitale de' Guelfi di Toscana, non cesserebbe giammai di favorire quel partito; che tutto il popolo era affezionato ai Guelfi, ed aveva approfittato della morte di Federico per attaccare i Ghibellini all'impensata; che sarebbe certamente pronto a fare lo stesso, qualora se gli presentasse l'opportunità di farlo; che perciò la salute della parte ghibellina era attaccata all'intera ruina di Firenze, alla demolizione delle sue mura ove riparavansi i loro nemici, alla dispersione di quel popolo che adunava forze e ricchezze per vendicarsi un giorno del presente disastro. I deputati delle città più deboli e delle terre che Firenze aveva quasi affatto ridotte in suo dominio, sotto apparenza di proteggerle, appoggiarono la domanda dei Pisani e dei Sienesi; come pure fecero molti de' gentiluomini fiorentini i quali desideravano di ricuperare l'indipendenza di cui i loro antenati godevano nelle loro fortezze, e rompere ogni legame colle città.
Allora alzossi Farinata degli Uberti[197]: «Io non ho stimato mai, diss'egli, con voce concitata, che dopo la battaglia dell'Arbia, e dopo una tanta e sì rilevata vittoria, m'avesse a dolere d'essere rimasto in vita; ora grandemente mi doglio ch'io non sono morto nella battaglia. E veramente non è cosa alcuna umana che si possa dire stabile o ferma, e molte volte accade che quello che noi crediamo essere giocondo, è di poi molesto e pieno di dolore ed angustia. E non è abbastanza il vincere nella battaglia; ma molto più importa in compagnia di chi tu vinci. L'ingiuria più pazientemente dell'avversario, che del compagno e collegato, si sopporta. Questa doglianza non fo al presente perchè io tema della rovina della mia patria, perciò che in qualunque modo la cosa passi, mentre che io sarò vivo, non sarà distrutta. Ma bene mi lamento e con grande indegnazione mi dolgo delle sentenze di coloro che hanno parlato innanzi a me. E pare appunto che noi ci siamo raunati in questo luogo per consultar se la città di Firenze si debba disfare, o lasciarla in quella condizione che ella si trova, e non a fine di pensare in che modo insieme con l'altre si possa mantenere nello stato della parte amica. Io non ho apparato l'arte oratoria, nè gli ornamenti del parlare, come coloro che hanno detto innanzi a me; ma secondo il volgare proverbio, io parlo come io so, ed apertamente dico quello che io ho nell'animo. E pertanto io affermo che non solamente la città mia, ma ancora me ed i miei cittadini riputerei troppo miseri ed abbietti, se a voi stesse il disfare, o non disfare la nostra patria. E certamente voi non lo potete fare, e non è posto in vostro arbitrio, perciò che noi con ragioni uguali siamo venuti nella vostra lega e nella vostra confederazione, non per disfare le città ma per conservarle. Le vostre sentenze non so dunque se sono da essere riputate, o più vane o più crudeli, ma e' si può dire e l'uno e l'altro: conciossiacosachè confortino prima quello che non è posto in vostro arbitrio, appresso non dimostrano altro che una somma crudeltà, ed uno acerbissimo odio verso i vostri collegati. E pareva cosa più tollerabile, essendo tutti convocati per la salute comune, por da parte gli odj, e le inimicizie antiche, e non cercare sotto questo colore la destruzion d'altri. Ma egli interviene che chi consiglia con odio, sempre consiglia male, e chi desidera di nuocere al compagno non cerca l'utilità comune. Io vorrei domandare, voi, chi è quello che avete in odio? S'egli è la terra di Firenze, vorrei sapere che hanno fatte le case e le mura? Se sono gli uomini, vorrei sapere se sono gli usciti, o noi che vi siamo dentro? Se siamo noi certamente questo errore è nostro, che ci siamo intesi coi nemici, stimando che fossero amici e collegati. Ma la vostra è ben grande iniquità che fingete d'essere amici, e fate con noi confederazione, e d'altra parte avete gli animi de' nemici. Se gli usciti sono quelli che più tosto che noi avete ad odio, perchè cagione perseguitate voi la terra, e le mura, che sono contra loro e per loro offesa, e non difesa? E per tanto ogni volta che voi pensate della distruzione di quella, non contra ai vostri nemici, ma contra ai vostri confederati tornano questi vostri pensieri. Voi potreste dire, Firenze è capo della parte guelfa. Si risponde, ch'ella era quando essi tenevano la città, ma ora ch'ella si tiene per noi quale è la cagione ch'ella si dice essere più della parte de' Guelfi, che de' Ghibellini? perciò che le mura e le torri sono secondo gli abitatori di quelle. Ancora mi potrebbe essere detto, il popolo e la moltitudine tiene con la parte contraria. A questo si risponde che nella battaglia fatta di prossimo al fiume dell'Arbia, si vide per esperienza, che buona parte de' cittadini si fuggì dal canto nostro. D'onde si dimostra che il popolo più tosto con noi tiene, che coi nostri avversarj. Appresso facilmente si può giudicare che gli avversarj nostri abbandonando di loro propria volontà la città di Firenze non si rifidavano nel popolo di dentro, che era fautore della parte nostra. Ma diciamo che la moltitudine che tiene con la parte nostra per le ragioni assegnate ci sia a sospetto, noi ch'abbiamo vinto non meritiamo essere a sospetto o ributtati. E voi avete trovato per rimedio che la nostra città, la quale non è inferiore ad alcun altra di Toscana, per questo sospetto sia disfatta? Chi è quello che dia un consiglio di questa qualità? Chi è quello che abbia ardire un odio concepito nell'animo con la voce sì aperta di mostrare? E pare a voi cosa conveniente che le vostre città si conservino, e la nostra sia distrutta? e voi vi ritorniate con grande prosperità nelle vostre patrie, e noi che insieme abbiamo acquistata la vittoria, in scambio del nostro esiglio ci sia restituito o retribuito la destruzione della nostra patria, più acerba e più dolente che la cacciata nostra? Ma è alcun di voi che mi reputi tanto vile, che io abbia a restar paziente, non dico a vedere questo, ma solamente ad udirlo? Se io ho portate l'armi, e perseguitati i miei nemici, da altra parte io ho sempre amata la mia patria. E non patirò mai che quella che gli avversarj conservarono, sia per me distrutta, nè consentirò che i secoli futuri abbiano a chiamare i nostri avversarj conservatori, e me distruttore della patria. Non sarebbe cosa alcuna di maggiore infamia che questa, nè cosa più vile, che per paura che non sia ricetto de' nemici disfare la terra tua. Ma che vo io multiplicando in parole? Finalmente esca di me una voce degna. Io dico, che se del numero de' Fiorentini non fossi se non io solo, non patirò mai che la mia patria sia disfatta, e se mille volte bisognasse morir per questo, mille volte sono apparecchiato alla morte.»
[197] Questo discorso viene riferito da Leonardo Aretino e forse fu da lui composto. Abbiamo altrove osservato, che in tutti i discorsi solevasi prendere un testo, e che quando si permetteva ad un oratore di parlare gli veniva domandato intorno a quale testo parlerebbe. Racconta il Villani, ma alquanto oscuramente, che Farinata troppo occupato dei grandi interessi della sua patria, per isvolgere ingegnosamente qualche antico testo, propose due proverbi volgari, e questi ancora confusi in maniera l'uno coll'altro, che non presentavano alcun ragionevole significato. Questi proverbi sono: _come asino sape, così minuzza rape._ _Sì va capra zoppa che lupo non la intoppa_; ch'egli travolse così: _come asino sape sì va capra zoppa, così minuzza rape se lupo non la intoppa._ Egli seppe non pertanto farne applicazione al soggetto, come vedesi nello stesso Aretino. I nemici di Firenze come i vili animali citati nel proverbio non sapevano innalzarsi al disopra delle corte loro viste e delle loro miserabili costumanze; zoppicavano ancora dello stesso piede ed erano disposti a nuocere nella stessa maniera che avevano tentato di farlo in altri tempi affatto diversi. _Gio. Villani l. VI, c. 82. — Ricordano Malespini c. 170. — Leonardo Aretino l. II._