Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)
Part 12
Brescia era stata sottomessa dalle forze riunite d'Ezelino, di Buoso di Dovara e del marchese Pelavicino. In forza delle fatte convenzioni tutte le conquiste dovevano possedersi in comune dai tre capi: ma Ezelino si credette reso abbastanza potente dalla sua vittoria per potere, senza correre verun rischio, staccarsi dai suoi alleati, o trattarli piuttosto da superiore che da eguale. Nulladimeno, siccome destro politico ch'egli era, si fece ad accrescere la gelosia vicendevole tra il marchese e Buoso, ambedue capi di parte in Cremona, e sotto certi rispetti consignori di quella città, che governavano colla loro influenza aristocratica, siccome i due più potenti, più ricchi e più valorosi gentiluomini del territorio. Ezelino consigliava il marchese a disfarsi di Buoso, il solo che ponesse ostacolo al suo ingrandimento. Mostravasi in pari tempo a Buoso affezionatissimo, offrendogli il governo di Verona, se voleva recarvisi come podestà. Ma le offerte d'Ezelino in cui non avevano que' signori intera confidenza, non furono accettate; e quando, dopo essere rimasti alcuni mesi in Brescia, le milizie cremonesi vollero ripatriare, nè Buoso nè il marchese osarono rimanere a discrezione d'Ezelino, e andarono insieme a Cremona: ma non vi furono appena arrivati ch'ebbero nuovi avvisi d'essersi Ezelino dichiarato solo signore di Brescia, esercitandovi senz'alcun riguardo tutti i diritti della sovranità, e non risparmiando i supplicj e le confiscazioni.
Intrattenendosi questi due signori intorno alla superchieria loro usata dall'infedele alleato, vennero a comunicarsi vicendevolmente le insidiose offerte di Ezelino; perchè altamente sdegnati di tanta perfidia e di tante crudeltà, delle quali ne ricadeva parte dell'odio sopra di loro, siccome coloro che avevano così potentemente contribuito alle sue conquiste, giurarono di abbassare un tiranno omai fatto esoso a Dio ed agli uomini. Proposero quindi al marchese d'Este di allearsi con lui e coll'armata de' crociati contro Ezelino, a condizione che non fossero costretti perciò di rinunciare all'antica fedeltà verso la casa di Svevia. Il trattato fu stabilito per una parte tra il marchese Oberto Pelavicino, Buoso di Dovara ed il comune di Cremona, e per l'altra parte dal marchese d'Este, dal conte Luigi di san Bonifacio, e dai comuni di Mantova, Ferrara e Padova[175]. Col primo articolo del trattato riconobbero tutti i diritti di Manfredi sul regno delle due Sicilie, e promisero d'impiegare tutto il loro credito per riconciliarlo colla santa sede. Col secondo i confederati si obbligarono a perseguitare fino alla morte i due fratelli Ezelino ed Alberico da Romano. I gentiluomini promettevano di marciare personalmente a questa guerra con tutte le loro forze; ed i comuni, oltre le proprie milizie, obbligavansi d'assoldare mille duecento cavalli, e di pagare un quarto delle spese della guerra. Finalmente i confederati dichiararono solennemente che alcun ordine del futuro imperatore, alcuna dispensa del papa, non potrebbe assolverli dal giuramento che prestavano gli uni a favore degli altri, nè dalle loro vicendevoli promesse.
[175] Questo trattato viene letteralmente riferito dal Campi nella sua _Cremona Fedele, l. III, p. 65._
Questa lega fu sottoscritta a Cremona il giorno 11 giugno del 1259. Precisamente nella stessa epoca gli abitanti di Padova eransi impadroniti del castello di Friola nello stato di Vicenza, l'avevano poi afforzato, e lasciatavi guarnigione. Ezelino vi accorse da Brescia con un corpo di Tedeschi; e con quasi tutte le milizie di Verona e di Vicenza, riprese Friola, e condannò indistintamente allo stesso supplicio la guarnigione e gli abitanti, laici, ecclesiastici, uomini, donne e fanciulli[176]. Vennero loro cavati gli occhi, tagliato il naso e le gambe, ed in così miserabile stato abbandonati alla pubblica compassione. Dall'una all'altra estremità d'Italia non vedevansi che infelici mutilati che, colle loro ferite stimolando la compassione, tutti ad una voce accusavano Ezelino dell'orribile loro stato[177]. Ma le atrocità di Friola furono le ultime che Ezelino commettesse nella Marca Trivigiana.
[176] _Roland. l. XI, c. 17. p. 340._
[177] La cosa viene variamente raccontata da altri storici. Si dice che avendo proclamato che tutti i poveri storpiati, mutilati ec., presentandosi in Verona alla sua corte, avrebbero avuto da Ezelino un nuovo abito, e vitto finchè vi rimanessero. Che quando vi si trovarono adunati moltissimi, fece a tutti dare nuove vesti, e ritenere i loro cenci, ne' quali, inutilmente riclamati da que' mendici, trovaronsi nascosti molti danari, e che perciò tutti i mendicanti dolevansi per le città italiane di Ezelino. _N. d. T._
La discordia mantenevasi sempre viva in Milano tra i nobili e la plebe. Lusingavasi Ezelino che la nobiltà, cui aveva da lungo tempo offerta la sua protezione, gli darebbe in mano così potente città, se gli riuscisse di presentarsi all'improvista innanzi alle sue mura. Adunò dunque in sul finire d'agosto dello stesso anno la più bella armata ch'egli avesse mai avuta, e venne ad assediare Orci nuovi castello bresciano in riva all'Oglio sulla strada che conduce da Brescia a Crema, che tenevasi guardato dai Cremonesi.
Il marchese Pelavicino, venuto alla testa dei Cremonesi per difendere il castello, si accampò a Soncino sull'opposta riva dell'Oglio. Il marchese d'Este colle milizie di Ferrara e di Mantova avanzossi fino a Marcaria venticinque miglia lontana da Orci nuovi sulla sinistra dell'Oglio; finalmente i Milanesi si mossero per unirsi ai Cremonesi a Soncino. Ezelino non poteva più conservare la posizione d'Orci nuovi, perchè colla marcia d'un giorno gli poteva essere tolta la comunicazione con Brescia. Fece dunque lentamente retrocedere verso quest'ultima città tutta la sua infanteria, sperando che le truppe di Milano e di Cremona passerebbero l'Oglio per inseguirla. Nello stesso tempo con tutta la sua cavalleria, la più numerosa che si fosse giammai veduta nelle guerre di Lombardia, rimontò l'Oglio fino a Palazzolo, ove attraversò il fiume; di là, dopo avere uniti alla sua armata i gentiluomini fuorusciti di Milano, si avanzò fino all'Adda, che pure passò senza incontrare veruna resistenza.
La milizia milanese, sotto gli ordini di Martino della Torre, erasi posta in cammino per raggiugnere i Cremonesi; ma avuto a tempo avviso della marcia di Ezelino, ripiegò sopra Milano per difendere la sua patria; talchè il tiranno, passata l'Adda, trovò d'avere a fronte gli stessi nemici che supponeva d'aver lasciati in riva all'Oglio. Tentò di aver Monza con un colpo di mano, e fu respinto; e questo scacco lo fece accorto della pericolosa sua posizione, avendo due armate nemiche alle spalle, e due fiumi che doveva ripassare per rientrare in paese amico. Ravvicinandosi all'Adda volle almeno tentare d'impadronirsi di una delle rocche che ne signoreggiavano il passaggio; ma avendo attaccato quello di Trezzo, ne fu respinto: allora ripiegando verso Vimercate, guadagnò il ponte di Cassano che non era ancora stato fortificato.
Se n'era appena reso padrone, che l'armata del marchese d'Este, formata delle milizie di Cremona, Ferrara e Mantova, attraversando la Ghiaradadda, attaccò la testa di quel ponte, che prese a viva forza. Tutti gli altri ponti dell'Adda furono muniti di truppe, i guadi posti in istato di difesa, ed il nemico del genere umano circondato da ogni banda di armate superiori, che non poteva ragionevolmente lusingarsi di vincere.
Ezelino non erasi trovato al ponte di Cassano quando la testa era stata presa dai nemici. I suoi astrologi gli avevano indicato questo castello e quello di Bassano e gli altri della stessa desidenza come di sinistro augurio. Ezelino era tanto più superstizioso, in quanto che non aveva alcuna religione; e la sua anima che non ammetteva la credenza d'un Dio, soddisfaceva al bisogno di credere, ammettendo implicitamente l'influenza degli astri. Allorchè fu nominato in sua presenza il ponte di Cassano, fu veduto fremere; e senza voler fermarsi, tornò a Vimercate per riposarsi: colà avuto avviso della perdita del ponte, balzò a cavallo[178] e s'avanzò impetuosamente per riprenderlo; ma un dardo che gli attraversò il piede sinistro, lo costrinse a dar a dietro, con che sparse lo scoraggiamento nella sua truppa. Ricomparve ben tosto a cavallo alla testa della sua armata che passò il fiume a nuoto senza trovare resistenza. Fu però attaccato dal marchese d'Este quando gli ultimi soldati uscivano dal fiume, ed avanti che avesse potuto rimettere l'ordine nelle sue file; di modo che in quella confusione la cavalleria bresciana, in vece di eseguire i movimenti ordinati dal capitano, prese la strada di Brescia. A questo primo indizio d'insubordinazione fu visto il tiranno tremare. Il movimento de' Bresciani non si potè celare agli altri soldati; gli uni serravansi intorno ad Ezelino, siccome intorno a quel solo che li potesse difendere, gli altri tenevano dietro ai Bresciani o cercavano di mettersi in salvo fuggendo. Intanto i Milanesi passavano l'Adda per inseguire il nemico, il quale, circondato da ogni lato, avanzavasi lentamente lungo la strada di Bergamo: i suoi più fedeli cadevano intorno a lui, le file si schiarivano, egli medesimo finalmente caduto da cavallo e gravemente ferito nel capo da un tale, cui aveva fatto mutilare il fratello, rimase prigioniere.
[178] Il 16 settembre 1259.
«Ezelino prigioniere, dice Rolandino, conservava un minaccioso silenzio, tenea fiso a terra lo sguardo feroce, e non dava sfogo alla profonda sua indignazione. Da ogni parte s'affollavano intorno a lui il popolo ed i soldati, per vedere quest'uomo poc'anzi tanto potente, questo famoso principe, terribile e crudele più d'ogni altro principe della terra; e la gioja era universale»[179].
[179] _Roland. l. XII, c. 9, p. 351._
I capi dell'armata non permisero che fosse in verun modo oltraggiato; ma condotto alle terre di Buoso di Dovara, si chiamarono i medici per curarlo; ma egli vi si rifiutò costantemente, lacerando le bende poste alle sue ferite; e l'undecimo giorno della sua prigionia morì a Soncino, ove fu sepolto[180].
[180] _Chron. Astense c. 2, t. XI, p. 186._
Era Ezelino di bassa statura, ma tutto in lui annunciava il coraggio ed il valor militare. Parlava disdegnosamente, superbo era il suo portamento, ed il penetrante suo sguardo faceva tremare i più arditi[181]. La sua anima tanto avida di crudeltà non pareva sensibile ai piaceri dei sensi; onde non amò veruna donna, e fu nell'ordinare i supplicj egualmente crudele verso ambo i sessi. Morì di sessant'anni dopo averne regnati trentaquattro[182].
[181] _Ant. Godii Chron. t. VIII, p. 90. — Monach. Patav. l. II, p. 708._
[182] _Rolandini, l. XII. c. 1-9. — Monach. Patav. Chron. p. 702-706. — Chron. Veron. p. 638. — Campi Cremona fedele, l. III, p. 71. — Pigna Istor. de' Principi d'Este l. III, p. 225. — Jacobi Malvecii Chronic. Brixiense Dist. VIII, c. 30-37, p. 931, ec._
Tosto che fu nota la morte di quest'uomo, tutte le città soggette si affrettarono di scacciare i suoi satelliti, d'aprire le prigioni e di chiamare l'armata della Chiesa. Vicenza e Bassano chiesero ai Padovani i loro podestà; e Verona affidò questa carica a Martino della Scala, suo gentiluomo, che faceva allora il primo passo verso quel supremo potere, e che avrebbe tra poco nella sua patria fondando una tirannia meno violenta ma più durevole di quella di Ezelino. Ovunque intanto udivansi risuonare voci di libertà; e tutte le città volevano reggersi a comune. Treviso cacciò fuori delle sue mura Alberico, fratello d'Ezelino, che l'aveva anche troppo a lungo dominata. Costui venne a chiudersi colla sua famiglia nella rocca di san Zeno fabbricata in mezzo ai monti Euganei; ma la lega delle città guelfe, non volendo che alcun germoglio di quest'odiosa famiglia si conservasse, mandò le milizie di Venezia, Treviso, Padova e Vicenza ad assediare san Zeno: vi giunsero poco dopo anche le truppe del marchese d'Este. Alberico, avendo perdute per tradimento le opere esteriori del forte, ritirossi sulla sommità della torre colla consorte, sei figli e due figlie; ma dopo avervi sofferta tre dì la fame, venne a darsi in mano del marchese d'Este, ricordandogli che sua figlia era stata sposa di Rinaldo d'Este; ma invano: era giurato l'esterminio di tutta l'iniqua stirpe da Romano. Tutti furono uccisi, e le divise membra mandate a tutte le città, ch'erano state tiranneggiate da quella famiglia[183][184].
[183] _Rolandini l. XII, c. 14-16, p. 356 e seguenti._ Qui prenderemo congedo da questo storico, che termina il suo racconto colla caduta della famiglia da Romano. L'anno 1262 sottomise il suo libro all'approvazione del magistrato e degli uomini dotti di Padova, tutti testimonj dei riferiti avvenimenti.
[184] L'autore ebbe torto di seguire troppo minutamente i racconti del Rolandino, uno de' più caldi partigiani della fazione guelfa, e personalmente nemico di Ezelino. Fa veramente maraviglia che mostrando altrove tanta filosofia e buona critica, sia qui disceso a raccontare le puerili favole inventate sul conto d'Ezelino, che pur troppo era colpevole: ma per dare una giusta idea ancora de' suoi nemici, il nostro imparziale autore non doveva dissimulare il barbaro modo con cui fu sacrificata la famiglia d'Alberico da Romano, che forse non era alleata d'Ezelino: e convien dire che il suo animo non sostenne l'immagine di tanti orrori. _N. d. T._
Caduta la casa da Romano, tutta la Marca Trevigiana e la Lombardia trovaronsi in pace. I popoli si domandavano l'un l'altro perchè avessero combattuto e qual fosse il motivo delle cessate contese: e s'avvedevano allora per un felice esperimento, che la morte d'un sol uomo, d'un tiranno nemico del genere umano poteva bastare a ritornare la pace a tutti i popoli [185].
[185] _Monachi Patav. Chron. l. II, p. 707._
E veramente in queste contrade lo spavento cagionato dal carattere di Ezelino aveva perfino affogata la ricordanza dell'antica lite guelfa e ghibellina; e perciò i primi, quando s'allearono col marchese Pelavicino, promisero senza difficoltà di fare ogni sforzo per riconciliare il papa col re Manfredi, e rendere così la pace a tutta l'Italia: ma il papa e Manfredi esacerbati da un antico odio, e divisi da personali interessi, non erano in verun modo disposti a rappacificarsi.
Avendo Alessandro IV ereditata forse tutta l'ambizione, e niuno de' talenti del suo predecessore, non voleva rinunciare ai progetti d'ingrandimento in parte già eseguiti da Innocenzo; ma volendo dargli intera esecuzione, li mandava a male per mancanza di politica, e più di tutto per la cattiva scelta de' suoi mandatarj. L'arcivescovo di Ravenna che aveva fatto capo della crociata contro Ezelino, era stato cagione di tutti i disastri sofferti dai Guelfi, i quali non ripresero coraggio che quando, fatto prigioniere, vennero diretti da più esperti condottieri. Nè dai legati apostolici era stata meno inconsideratamente trattata la guerra nelle due Sicilie. Uno di costoro, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, incaricato di difendere contro Manfredi la Puglia e la Terra di Lavoro, lasciò così strettamente chiudere la sua armata in Foggia, che per sottrarla alla fame ed alle malattie che la consumavano, fu costretto di fare a nome del papa un trattato col principe, con cui gli dava il possesso di tutto il regno, tranne Terra di Lavoro che sola restava alla santa sede. Il papa rifiutò di approvare il trattato, e perdette anche Terra di Lavoro occupata in pochi giorni dalla vittoriosa armata di Manfredi. Un altro legato pontificio, frate Rufino dell'ordine de' Minori, che governava la Sicilia e la Calabria, si lasciò sorprendere dagli abitanti di Palermo, che, postolo in prigione, inalberarono le insegne di Manfredi[186]. Il terzo fu, a dir vero, per alcun tempo più felice degli altri: era questi Pietro Ruffo, uno degli antenati senza dubbio di quel cardinal Ruffo, che a' nostri giorni diresse la sommossa del regno di Napoli. Mandato, come questi, in Calabria, in mezzo ai nemici, senza danaro e senza soldati, seppe risvegliare il fanatismo, e formarsi un'armata di contadini, ora accortamente spargendo false notizie, ora supplendo col suo ardire alle forze che gli mancavano[187]. Ma questi prosperi avvenimenti furono meno stabili che quelli ottenuti dal suo tardo nipote. I suoi rivoluzionati contadini furono dispersi dalle truppe di Manfredi, ed egli costretto di ritirarsi alla corte papale sulle navi che l'avevano condotto in Calabria[188].
[186] _Nicolai de Jamsilla Historia p. 579._
[187] _Ib. p. 565, 566._
[188] _Nicolai de Jamsilla Historia p. 571._
Manfredi, sempre dal papa risguardato come un capo di ribelli, aveva soggiogate tutte le province che oggi formano il regno di Napoli, governandole in nome di suo nipote Corradino col titolo di reggente. Egli conosceva la sua potenza abbastanza ferma per occuparsi della riforma degli abusi introdottisi nello stato, e per cercare di meritarsi colla civile amministrazione non minore gloria di quella che aveva saputo guadagnare colle sue imprese militari. Erano le cose in tale stato ridotte quando si sparse nel regno la notizia della morte del giovane Corradino. Pare che Manfredi non si prendesse troppa cura di riconoscere le sorgenti di una notizia così favorevole ai suoi interessi, e che forse ebbe principio nella sua corte: ma accolse le preghiere dei vescovi, dei signori e di tutti i baroni dello stato che gli chiedevano di ricevere egli stesso la corona e di governare ormai in proprio nome col titolo di re quelle province ch'egli solo aveva salvate[189]. Ma quando la notizia della sua coronazione fu nota in Germania, non tardarono ad arrivare alla sua corte ambasciatori di Corradino e di sua madre. Riclamavano questi contro la falsità della notizia, attestando che Corradino era sempre in vita, ed esigendo da Manfredi che gli conservasse il titolo ed i diritti da lui medesimo fino allora conosciuti. Manfredi accordò una pubblica udienza agli ambasciatori, loro rispondendo in presenza di tutti i suoi baroni, che dopo essere salito sul trono, non poteva più discenderne; che questo trono era inoltre stato da lui ripreso dalle mani del papa; che nol poteva conservarsi senza l'appoggio dell'amore de' sudditi verso la sua persona; che l'interesse de' suoi baroni e dello stesso suo nipote non permettevano che l'eredità della casa di Svevia fosse governata da una donna e da un fanciullo; ma che il solo erede era Corradino, al quale egli conserverebbe il regno, per essergli trasmesso dopo la sua morte: che se Corradino voleva prima godere delle prerogative di presuntivo erede della corona, e farsi conoscere dai popoli che doveva un giorno governare, non aveva che a venire alla sua corte, ove sarebbe ben accolto e festeggiato; e per ultimo Manfredi prometteva d'incamminarlo sulla strada gloriosa de' loro padri, e di amarlo come suo figliuolo[190].
[189] Fu incoronato il giorno 11 agosto del 1258; e qui termina la sua storia Nicola de Jamsilla. Io lascio con dispiacere quest'amabile scrittore. Quantunque le sue storie non abbraccino che un periodo di otto anni dalla morte di Federico fino all'incoronazione di Manfredi = 1250-1258, seppe dare grandissima importanza al suo racconto. Un cuore caldo, un vivo affetto pel principe cui era attaccato, la perfetta conoscenza ch'egli aveva delle più minute circostanze degli avvenimenti, sono qualità poco comuni agli storici di que' tempi; e sentesi tanto più vivamente la sua mancanza perchè dopo di lui il regno di Napoli non ha più storici ghibellini.
[190] _Giannone Istoria Civile, l. XIX, p. 666._
(1260) In tale stato trovavansi le cose di Manfredi, quando i principali gentiluomini ghibellini di Fiorenza vennero ad implorare il suo soccorso per rientrare nella loro patria. Gli rappresentavano che non era del suo interesse il tenere tutte le sue truppe in istato di guerra nelle province del regno, perciocchè ciò non poteva farsi senza impoverire lo stato e disgustare i sudditi che vedevano di mal occhio tutta la forza militare essere posta in mano de' Saraceni e de' Tedeschi; che nè pure poteva licenziarle senza indebolirsi, ed abbandonarsi, in certo modo, in balìa de' suoi naturali nemici i Guelfi ed i prelati; sicchè il solo partito cui poteva appigliarsi nella presente situazione, era di mandare i suoi soldati nelle province al di là di Roma nella Toscana e nella Romagna, ove sarebbero a carico de' suoi nemici; che colà si ridurrebbe la somma delle operazioni de' Guelfi, senza che potessero per altro impedire l'ingrandimento di autorità che a lui ne verrebbe dal ristabilimento de' gentiluomini in ogni tempo devoti alla sua casa.
I Ghibellini che chiedevano gli ajuti di Manfredi, erano stati cacciati da Firenze verso la fine del 1258, in conseguenza di una cospirazione diretta a riprendere al popolo l'autorità di cui erano stati spogliati. Citati dal podestà a giustificarsi innanzi ai tribunali, presero le armi contro gli arcieri del comune, tentando di difendersi nelle loro case[191]. Il popolo gli attaccò; Schiatuzzo degli Uberti e molti suoi clienti caddero morti; un altro Uberti ed un Infangati furono fatti prigionieri, i quali, convinti essendo d'avere cospirato contro la repubblica, furono condannati a perdere il capo. Gli altri Ghibellini alla testa de' quali trovavasi Farinata degli Uberti, il più grand'uomo di stato del suo secolo, dovettero uscire di città, e ripararsi a Siena, ov'erano ben accolti dalla fazione ghibellina allora dominante.
[191] _Gio. Villani l. VI, c. 65, p. 199._
Nel trattato di pace stipulato del 1254 tra Siena e Firenze, era stato convenuto che le due repubbliche non darebbero asilo ai nemici ed ai ribelli dell'altra[192]. Perciò i Fiorentini fecero intimare a Siena l'osservanza dei trattati acciocchè vietasse entro le sue mura le ostili adunanze dei Ghibellini. I Sienesi, che avevano già fatto un trattato d'alleanza con Manfredi, non lasciaronsi sopraffare dalle minacce degli ambasciatori di Firenze, e risposero che avevano contratta alleanza coll'intero popolo fiorentino e guelfo e ghibellino, i quali tutti avevano allora un'egual parte della sovranità; che oggi vedevano una metà di questo stesso popolo scacciato dai suoi focolari, onde non sapevano dove fosse la repubblica: che non prenderebbero conoscenza delle loro civili discordie; ma che il popolo di Siena non romperebbe l'alleanza con quella parte del popolo fiorentino ch'era esiliata, perchè era infelice. Questa risposta procurò ben tosto ai Sienesi una dichiarazione di guerra, ed allora fu che i Ghibellini di Firenze, per cagione dei quali stava per incominciarsi la guerra, mandarono ambasciatori a Manfredi per ottenere il suo ajuto.
[192] _Flam. del Borgo Stor. Pis. l. VI, p. 349. — Malavolti Hist. di Siena p. I, Diss. V, p. 68. — Leon. Aret. l. II, c. 3, p. 41._
Il re di Sicilia, anche prima di ricevere l'ambasceria de' fuorusciti fiorentini, aveva mandate truppe per difendere la repubblica di Siena[193]. Il conte Giordano d'Anglone giunse in Toscana con un corpo di cavalleria tedesca. Entrò in Siena in dicembre del 1259, e fu adoperato dalla repubblica nell'espugnazione delle fortezze ribelli di alcuni gentiluomini. Ma l'acquisto di Grosseto, di Montemassi e dei conti Aldobrandeschi non era ciò che stesse a cuore degli emigrati fiorentini; onde questi facevano istanza a Manfredi d'accordargli in particolare delle truppe ausiliarie specialmente destinate a ristabilirli nella loro patria.