Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)
Part 11
Innocenzo IV con una smisurata ambizione e con intollerabili oltraggi aveva provocata la fuga, poi la vendetta di Manfredi; ma la morte di questo papa lasciò lo stato della Chiesa ed il partito guelfo esposti a sventure proporzionate alle passate prosperità. I cardinali adunati in Napoli affrettaronsi di dare un altro capo alla Chiesa nella persona del vescovo d'Ostia, della famiglia dei conti di Signa, la quale aveva dati nello stesso secolo alla cristianità Innocenzo III e Gregorio IX. Il vescovo d'Ostia si fece chiamare Alessandro IV. «Egli era, dice Matteo Paris, buono e religioso, assiduo alle preghiere, costante nella astinenza, ma troppo accessibile alle parole degli adulatori, ed agli avidi consigli de' suoi avari cortigiani[161].» Procedette con minore impeto e vigore, ma ancora con meno talenti, nella guerra contro Manfredi; e non è ben certo se la sua apparente moderazione debba attribuirsi a sentimenti più cristiani anzi che ad un carattere più debole. Abbiamo osservato nel precedente capitolo, che ne' primi due anni del suo regno perdette quasi tutte le terre conquistate dal suo predecessore nel regno di Napoli. Nello stesso tempo i suoi generali ed i legati pontificj trattavano la guerra in Lombardia, ove uno dei primi atti del regno di Alessandro fu quello di far predicare la crociata contro il feroce Ezelino. In sul finire del 1255 mandò lettere circolari a tutti i vescovi, ai signori, alle città libere di Lombardia, dell'Emilia e della Marca Trivigiana. «Un figlio di perdizione, diceva egli, un uomo di sangue riprovato dalla fede, Ezelino da Romano, il più inumano dei figliuoli degli uomini, approfittando dei disordini del secolo, si è usurpato un tirannico potere sopra gli sventurati abitanti del vostro paese. Col supplicio dei nobili, col massacro de' plebei, egli ha spezzati tutti i vincoli dell'umana società, tutte le leggi della libertà evangelica.... Ma noi pensando alla vostra salute, e specialmente in ordine alle cose spettanti al Signore, abbiamo rivestito dell'ufficio di nostro legato presso di voi, il nostro figlio, l'arcivescovo eletto di Ravenna, affinchè rappresentandoci in codeste province, riscaldi lo zelo de' fedeli, perseguiti colle armi spirituali e temporali Ezelino ed i suoi perfidi amici, munisca del simbolo della croce i fedeli che prenderanno le armi contro di lui, gl'incoraggisca, loro offrendo per riconoscenza le medesime indulgenze accordate a coloro che vanno in soccorso di Terra santa. Risvegli questi uomini oppressi dal sonno della morte, assicuri coloro che vegliano per il bene, svelga finalmente e disperda, fabbrichi e pianti, disponga ed ordini, colla prudenza che gli viene da Dio, come conviene alla fede ortodossa, all'onore della Chiesa, alla salute delle anime ed alla tranquillità della vostra patria[162].»
[161] _Paris Hist. Angl. an. 1254, p. 771. — Raynald. an. 1254, t. XIV, § 2, p. 1._
[162] Dato dal Laterano il 13 delle calende di gennajo. _Epist. Alex. IV, l. II, epis. 7, ap. Raynald. Ann. 1255, § 10, p. 4._
Che nobile soggetto era una guerra predicata in nome di Dio contro il nemico degli uomini! Diffatti per accrescere nemici contro Ezelino dovevansi aggiugnere agli umani motivi altri ancora d'un ordine superiore; imperciocchè Ezelino era tanto superiore di forze e di virtù militari e politiche a' suoi avversarj, ed aveva in modo consolidata la sua autorità coi delitti, che niuno argomento era troppo forte per risvegliare l'entusiasmo de' suoi nemici, niuna ricompensa troppo nobile per coloro che lo superassero.
Dopo la morte di Federico, Ezelino risguardavasi qual sovrano indipendente, ed il supplicio di tutti i più distinti personaggi della Marca segnava l'epoca dell'assoluta indipendenza ch'egli acquistava. Pareva che volesse rifarsi de' riguardi che aveva troppo lungo tempo avuti per la pubblica opinione, e voleva tutto il popolo testimonio del suo furore, quasi insultando la sua sofferenza. Dopo che le sue vittime erano perite nell'aere infetto delle carceri, o poichè erano spirate in mezzo ai tormenti atroci della tortura, ne mandava i cadaveri alle patrie città, facendo loro troncare il capo sulla pubblica piazza. Spesso i gentiluomini venivano condotti a schiere sulla medesima piazza, e colà dati in preda al ferro de' suoi sicari, indi fatti in pezzi e consumati sul rogo. Dall'alto delle case udivansi di giorno e di notte le lamentevoli voci degl'infelici che perivano nelle torture, e risonavano entro al cuore di tutti i cittadini[163]. Nè soltanto i nobili trovavansi esposti alla ferocia d'Ezelino, che ogni sorta di distinzione gli era egualmente odiosa; e siccome non si curava nè meno di trovare alcun pretesto che apparentemente adonestasse gli atti di sua crudeltà, ogni uomo distinto era punito coll'estremo supplicio. I ricchi negozianti, i legisti illuminati, i prelati, i monaci, i canonici di specchiata pietà, e perfino coloro che si facevano distinguere per le grazie della persona, perivano sul palco ed i loro beni erano confiscati. Soleva Ezelino sforzare i proprietarj a vendergli le loro case, specialmente quelle ch'erano situate in luoghi forti, o presso alle porte della città, ma pochi giorni dopo si riprendeva il denaro colla vita del venditore. Tutti, se fosse stato possibile, avrebbero cercato di sottrarsi colla fuga a' suoi furori, ma il tiranno faceva diligentemente guardare i confini de' suoi stati; e se taluno era sorpreso in atto di uscirne, senza veruna forma di giudizio, e senza nè meno interrogarlo, gli si amputava una gamba, o veniva privato degli occhi.
[163] _Monachi Patav. Chron. l. I, p. 687._
Poco mancò peraltro che il coraggio di due gentiluomini liberasse la terra da questo mostro. I due fratelli Monte ed Araldo di Monselice, venivano condotti dalle guardie del tiranno a Verona, ove allora dimorava Ezelino, per esservi giudicati[164]. Giunsero presso al pubblico palazzo, mentre Ezelino desinava; il quale udendo le loro grida, montò in tanta collera, che, abbandonata la mensa, scese le scale senz'armi, gridando: _Vengano alla malora i traditori!_ Monte, appena vedutolo, si libera dalle mani delle guardie, si avventa contro di lui e lo rovescia a terra, cadendogli sopra. Mentre tentava di togliere al tiranno il pugnale che supponeva avesse sotto la veste, ed in pari tempo gli lacerava il volto coi denti, una guardia gli tagliò colla sciabla una gamba, ed altre fecero in pezzi il fratello che voleva dargli ajuto. Monte insensibile alla prima ferita ed agli altri colpi che venivano sopra di lui scaricati, non abbandonava il tiranno, e faceva inutili sforzi per soffocarlo. Finalmente perì, ma perì sopra il corpo d'Ezelino che aveva lacerato coll'unghie e coi denti, il quale tardò lungo tempo a rimettersi dalle riportate ferite e dal concepito terrore[165].
[164] Ciò accade l'anno 1253.
[165] _Rolandini l. VII, c. 5, p. 274._
In marzo del 1256 il legato pontificio, Filippo, arcivescovo eletto di Ravenna, si recò a Venezia, ove incominciò a predicare la crociata. Trovò in questa città molti fuorusciti e specialmente padovani, salvatisi dalla furia di Ezelino. Il più distinto era Tisone Novello di Campo Sampiero, giovane appena uscito di fanciullezza, figliuolo di quel Guglielmo di cui abbiamo descritta la morte, ed ultimo erede d'una famiglia vittima quasi tutta del tiranno. I fuorusciti padovani per meglio guadagnarsi l'appoggio della repubblica nominarono loro podestà Marco Quirini, gentiluomo veneziano; ed il legato seguendo la stessa politica affidò la carica di maresciallo dell'armata ad un altro gentiluomo veneziano, Marco Badoero, e scelse Tisone Novello per portare lo stendardo. Infatti moltissimi Veneziani presero la croce; altri per naturale sentimento di sdegno verso un così feroce tiranno, di cui in tanta vicinanza avevano potuto conoscerne i delitti; altri mossi da gelosia contro un principe che ogni giorno rendevasi più potente, e che stendeva omai i suoi confini a sole sette in otto miglia dalla loro capitale. Somministrarono al legato navi da guerra, onde potesse rimontare la Brenta ed attaccare Padova.
La guerra cominciata nella Marca Trivigiana facevasi con forze eguali. Il marchese Azzo d'Este veniva risguardato come capo naturale della parte guelfa. Era stato spogliato da Ezelino di molte terre, ma gli restavano il Polesino di Rovigo, ove dimorava; e conservava tanta influenza nella città di Ferrara, ch'egli la governava omai piuttosto come suo principato che come repubblica. Mantova trovavasi nella stessa dipendenza verso i conti di san Bonifacio. Al conte Riccardo era succeduto il figliuolo Luigi, il quale tenevasi, come Mantova, attaccato al partito della Chiesa, ed implacabile nemico di Ezelino. Per lo stesso partito stava pure la repubblica di Bologna; e Trento, ribellatosi di fresco ad Ezelino, ne aveva scacciati i partigiani. D'altra parte ubbidivano ad Ezelino Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno; erasi inoltre segretamente rappacificato con Alberico suo fratello, che governava Trivigi, ed aveva contratta alleanza col marchese Oberto Pelavicino e Buoso di Dovara, capi di parte ghibellina in Lombardia, che alternativamente o di comune accordo reggevano Cremona col titolo di podestà, esercitandovi un potere quasi dispotico, ed inoltre stavano per insignorirsi di Piacenza e di Parma. In Brescia mantenevasi viva tra le due fazioni la guerra civile; ma il partito ghibellino sembrava più potente; ed Ezelino lusingavasi che per metter fine alle private liti de' suoi cittadini, Brescia si porrebbe in sua mano, ond'egli verrebbe ad aggiugnere così nobile acquisto ai suoi stati.
Ond'essere meglio a portata di approfittare delle corrispondenze che manteneva in Brescia, e vendicarsi ad un tempo de' Mantovani che costantemente eransi fatti conoscere suoi nemici, Ezelino alla testa delle milizie di Padova, Verona e Vicenza, e de' suoi antichi vassalli di Bassano e di Pedemonte, corse il distretto mantovano, che tutto pose a fuoco e sangue. Poi accampò le sue genti in riva al lago che circonda questa città, quasi volesse intraprenderne l'assedio. Aveva d'altra parte ordinato ad Ansedisio de' Guidotti, suo luogotenente in Padova, di marciare contro l'armata del Legato e di chiuderle il passaggio, afforzando la Brenta[166].
[166] _Jacobi Malvecii Chron. Brixian. Diss. VIII, c. 14, p. 923, t. XIV. — Monachus Patav. Chron. l. II, p. 692. — Roland. de factis in March. Tarvisana l. VIII, c. 1, p. 283 e segu. — Laurent. de Monacis Ezerinus III, p. 148 ex l. XIII Hist. Venetæ. — Chron. Veron. Parisii de Cereta p. 636. — Campi Cremona Fedele l. III, p. 63. — Pigna Istoria de' principi d'Este l. III, p. 218. — Chron. Estense t. XV, p. 318. — Ghirardacci Istoria di Bologna l. VI, p. 191._
Ezelino conservava sul trono tutto il valore che gli aveva agevolata la strada per salirvi; ma d'ordinario i ministri di un tiranno sono più vili del padrone. Ansedisio non prese le convenienti misure per impedire la marcia de' crociati: perchè volendo travoltare le acque della Brenta onde le navi veneziane non potessero rimontare il fiume, aprì un passaggio ai pedoni che lo attraversarono senza bagnarsi; e mentre il legato s'impadroniva dei castelli di Concadalbero, di Buvolenta, di Cansilva, egli teneva inoperosa la sua armata a Pieve di Sacco. Bentosto abbandonò anche l'armata, e tornò a Padova, ove poco dopo la fece ritirare. Tante perdite servirono a scoraggiare i soldati, molti de' quali servivano di mala voglia, ed accrescevano la confidenza dell'armata nemica, la quale attribuiva così prosperi avvenimenti all'aperto favore del cielo, poichè non potevano darne lode al prete che la comandava, il quale aveva date sicure riprove della sua incapacità. Il lunedì 18 giugno, l'armata de' crociati s'incamminò da Pieve di Sacco verso Padova, guidata dall'arcivescovo di Ravenna, il quale circondato da' suoi preti intuonò l'inno:
_Vexilla regis prodeunt;_ _Fulget crucis mysterium..._
ripetuto con entusiasmo da tutta l'armata. Al ponte del Bacchiglione, discosto solo due miglia da Padova, i crociati posero in fuga alcune bande d'Ansedisio, per sostenere le quali arrivarono troppo tardi altre truppe che vennero disperse di mano in mano che uscivano di città; di modo che, approfittando i Guelfi della confusione de' fuggiaschi, entrarono assieme nel sobborgo di Padova, e se ne resero padroni.
All'indomani attaccarono in più luoghi le mura e le porte della città. E mentre in ogni altro luogo i crociati combattevano debolmente, il legato, circondato di frati, di preti, di soldati, di cavalieri, tentava di prendere d'assalto la porta di ponte Altinato. I crociati vi si erano avvicinati coperti da una specie di galleria mobile detta _vinea_, la quale teneva luogo dell'antica testuggine. Dall'alto delle mura versandosi olio e pece infiammati per allontanare gli assalitori, la galleria prese fuoco; di che avvedutisi i crociati, la spinsero contro la porta che pure era di legno, ed aggiungendovi altre materie combustibili, la ridussero ben tosto in cenere. Gli assediati che avevano eccitato il primo incendio, non avendo modo di fermarne i progressi, uscirono atterriti per l'opposta porta collo spaventato Ansedisio, mentre l'armata crociata, appena spente le fiamme, entrava trionfante in città[167].
[167] _Roland. l. VIII, c. 13 e 14. p. 295-298. — Monachi Patavini Chron. p. 693._
I crociati avendo sottomessa Padova piuttosto per favore del caso, che per forza di valore o d'ingegno, usarono senza misericordia di una vittoria senza gloria. Poca gente perdette la vita in città, perchè pochi osarono difendere le loro proprietà; ma i vincitori saccheggiarono per sette giorni consecutivi i beni di que' miseri cittadini, così che quella nobilissima città, dopo avere perdute tante ricchezze e tanto sangue ne' diciotto anni che fu soggetta ad Ezelino, fu spogliata dei miseri avanzi dell'antica sua opulenza da coloro che si annunciavano per suoi liberatori.
A fronte della perdita di tutte le loro fortune i Padovani non lasciavano però di felicitarsi di un avvenimento che, togliendoli ai mali della tirannide, li rendeva alla comunione della Chiesa; e sentirono tutto il prezzo della ricuperata libertà quando videro aprirsi le prigioni di Ezelino. In quella di santa Sofia, posta nel sobborgo, furono trovati trecento prigionieri ed altrettanti in quella di Cittadella che s'arrese pochi giorni dopo[168]. Eranvi nella città altre sei più piccole prigioni, tutte piene d'infelici. Si vedeva uscirne uomini agonizzanti, rispettabili matrone, dilicate fanciulle oppresse dalla miseria sofferta nelle prigioni, e ciò che pose il colmo a tanto spettacolo, molti fanciulli privati degli occhi e barbaramente mutilati in più atroci guise.
[168] _Rolandini l. IX, c. 1 e 4. p. 299-302. — Monachus Patavinus, p. 694._
Ma un nuovo disastro più terribile de' già sofferti, era preparato all'infelice Padova. Quando Ezelino ebbe avviso della perdita di questa città, la più potente di quante ne possedeva, trovavasi accampato in riva al Mincio con un'armata di circa trenta mila uomini, dei quali undici mila appartenevano alla città ed al distretto di Padova: i quali conoscendo egli a sè mal affetti, ebbe paura che si ammutinassero; locchè volendo prevenire, li condusse di notte tempo con una marcia sforzata a Verona, ove giunsero in sul fare del giorno. Fece entrare tutti i Padovani disarmati nel ricinto di san Giorgio, e disse loro che, per placare la sua collera, dovevano essi medesimi consegnare tutti i soldati venuti da Pieve di Sacco, perchè in questa terra le sue truppe erano state tradite. Ciascuno, vedendo indicata una vittima, felicitavasi d'essersi sottratto al pericolo, e trovava dei pretesti per iscusare la collera del tiranno, e così tutte le genti di Pieve di Sacco furono chiuse in prigione. Ezelino chiese in appresso quelle di Cittadella, i cui compatriotti eransi arresi senza combattere, e corsero la sorte dei primi. Allora domandò tutti gli uomini della campagna padovana, che furono consegnati dagli abitanti della città; poi chiese i nobili, che vennero di buon grado sagrificati dai plebei; finalmente spedì contro questi ultimi i suoi soldati di Pedemonte, e li fece tutti mettere in catene. Per tal modo tutta un'armata lasciossi imprigionare, senza speranza di uscir mai dalle carceri, imperciocchè dopo avere spogliati quegli infelici, gli abbandonava al freddo, alla fame, alla sete; e siccome non perivano abbastanza sollecitamente, col ferro, col fuoco, o sopra infame patibolo li faceva tutti perire. Di così bella armata composta della più bella e più valorosa gente di Padova, appena se ne salvarono duecento[169][170].
[169] Le particolari circostanze sono prese dal Rolandino _l. IX, c. 7.-8. p. 304-306_: ma il fatto viene attestato da tutti i coetanei. _Chron. Veron. p. 636. — Mon. Patav. p. 695. — Laurent. de Mon. Ezerinus III, p. 149. — Ant. Godi Chr. Vic. p. 87. — Chron. Est. p. 230. — Regiurinum Paduæ Chronicatores duo, p. 377, 378._
[170] Il fatto ne' particolari è assai diversamente raccontato, e gli scrittori allegati erano tutti guelfi. _N. d. T._
(1256) Le armate crociate che a quest'epoca combattevano in Europa, non erano d'altro composte che della feccia delle nazioni, d'uomini ignoranti e superstiziosi, spinti in mezzo ai pericoli dalle prediche de' preti senz'avere acquistato il necessario coraggio per sostenerli a sangue freddo. Forse quest'uomini condotti da esperti generali sarebbero col tempo diventati buoni soldati; ma il loro fanatismo opponevasi naturalmente ad ogni disciplina; e l'esperienza di abili ufficiali valutavasi assai meno del potere dei preti; onde non si curavano di chi sapesse ben condurli. La crociata contro Ezelino, una guerra intrapresa per la causa della libertà e dell'umanità, venne macchiata non solo dalla superstizione, che pure talvolta può associarsi coi più nobili sentimenti, ma ancora dalla viltà e dall'anarchia prodotte da quella medesima superstizione. Ogni corpo d'armata era capitanato da qualche religioso, ed i Bolognesi avevano alla loro testa quello stesso frate Giovanni da Vicenza, che vent'anni prima predicava la pace in Lombardia: generale veramente degno de' suoi ufficiali e soldati! Filippo, arcivescovo di Ravenna, era un prete ignorante e senza carattere. Egli avanzossi fino a Longara sulla strada di Vicenza colla sua armata, occupando i suoi soldati nell'andare in traccia de' migliori vini e di ciò che poteva trovarsi di più squisito per vivere delicatamente.
Mentre l'armata trovavasi a Longara, si presentò al legato Alberico da Romano, che venne accolto con tutte le dimostrazioni di cordialità. Alberico aveva lungo tempo mostrato di seguire il partito della Chiesa, ma non era senza fondamento il sospetto di taluno, che fosse d'accordo col fratello, e che i due tiranni si fossero allogati nelle opposte fazioni per vie meglio assicurare l'ingrandimento della loro famiglia, e penetrare più agevolmente i disegni de' loro nemici. La venuta d'Alberico destò la diffidenza ne' gentiluomini dell'armata, ma il legato non prestò fede ai loro consigli. Pochi dì dopo per altro scoppiò nel campo una sommossa: i Bolognesi protestavano di non voler più servire senza paga, e nello stesso tempo pubblicavasi ch'era omai vicina l'armata d'Ezelino; onde tutto ad un tratto, senz'ordine e senza apparente cagione, i crociati presero la strada di Padova. Fortunatamente che il podestà Marco Quirini, penetrando il motivo di questa subita risoluzione, di cui sospettava l'autore, mandò avanti un messo con ordine di chiudere le porte all'armata, e di non dar ricetto a qualunque fuggiasco dal campo di Longara. Poco dopo l'arrivo del messo, si presentò a Padova, accompagnato da numerosa scorta, Alberico, chiedendo a tutte le porte d'essere intromesso; ma vedendo rifiutate le sue istanze, partì alla volta di Treviso, nè più tornò al campo de' crociati[171].
[171] _Roland, l. IX, c. 10, 11, 12. — Mon. Pat. Chr. p. 695._
Dopo non molti giorni, Ezelino s'avanzò verso Padova per farne l'assedio, ma trovò che i nemici avevano cavata una larga fossa tre miglia fuori della città, e munita di ridotti che difendevano coraggiosamente; perchè avendoli inutilmente attaccati, si ritirò, licenziando l'armata quantunque potesse tenersi ancora due mesi in campagna.
(1257) Nel susseguente anno non ebbe luogo verun avvenimento di molta importanza. Ezelino, spaventato dalla perdita di Padova, cercava, per rifarsi da questo colpo, di formare nuove alleanze, sia coi Ghibellini di Lombardia, sia coi due pretendenti alla corona imperlale, Riccardo conte di Cornovaglia ed Alfonso di Castiglia, che avevano divisi i voti del collegio elettorale e dei principi di Germania. Dall'altra banda il legato non aveva nè talenti, nè attività, nè fors'anco mezzi per trattare vigorosamente la guerra; di modo che passò la buona stagione senza tentare veruna impresa. I due partiti sembravano principalmente occuparsi delle dissensioni civili di Milano e di Brescia. Nella prima i nobili e l'arcivescovo erano in guerra colla plebe; nell'altra le forze guelfe e ghibelline erano pari e quasi in procinto di venire alle mani. Il legato pontificio passava dall'una all'altra città per predicarvi la pace. Ezelino in vece incoraggiava alla guerra i nobili milanesi e bresciani, offrendo il suo ajuto agli uni ed agli altri; ma malgrado l'acerbità degli odj, diffidavano tutti delle sue offerte, ed i suoi stessi partigiani non acconsentivano di riceverlo entro le mura delle città ch'egli diceva di voler proteggere.
(1258) Soltanto in quest'anno potè il legato ridurre i Bresciani ad entrare nella lega della Chiesa: ma mentre soggiornava nella loro città, si seppe che il marchesa Pelavicino, alla testa de' Cremonesi, aveva attaccati i castelli di Volongo e di Torricella, posti sulle rive dell'Oglio. Il legato uscì tosto di città per obbligare il marchese a ritirare le sue genti, menando seco tutti i Guelfi di Brescia, le milizie di Mantova, e tutti i crociati che l'avevano seguìto: intanto Ezelino, marciando di notte dalla banda di Peschiera con forze superiori, si pose alle spalle dell'armata crociata, la quale sorpresa da panico terrore, non gli oppose quasi veruna resistenza. Furono fatti prigionieri quattro mila Bresciani, il podestà di Mantova con molti suoi compatriotti e lo stesso legato pontificio: cosicchè di tutta l'armata guelfa non si salvò che Biachino da Camino colla sua gente, facendosi strada a traverso l'armata nemica[172][173].
[172] _Monachi Patav. Chron. p. 700. — Rolandinus t. XI, c. 8 e 9. p. 331. — Jacobus Malvecius Chron. Brixian. Dist. VIII, c. 17. p. 924. — Chron. Veron. p. 638._
[173] Il trattamento usato da Ezelino al legato suo prigioniere, che pure lo aveva tanto maltrattato nelle sue prediche, dovrebbe essere risguardato come un argomento della poca fede dovuta ai racconti esagerati della crudeltà di quest'uomo. _N. d. T._
Quando a Brescia si ebbe avviso della rotta dell'armata, i Guelfi rimasti in città tentarono di placare i loro concittadini ghibellini, rendendo la libertà a coloro che trovavansi in prigione, e ricevendoli di nuovo in consiglio e nelle cariche: ma una forzata condiscendenza non fece mai dimenticare i volontarj oltraggi; onde tosto che i capi ghibellini si videro liberi, aprirono le porte ad Ezelino. Mentre l'armata del tiranno entrava per una porta, uscivano dall'opposta il vescovo, i magistrati e moltissimi Guelfi, seco conducendo le loro famiglie e tutto quanto potevano portare di effetti preziosi, compiagnendo l'infelice loro patria cui preparavansi tante calamità; «imperciocchè, dice Rolandino, le inondazioni, la peste, gl'incendj, o qualsiasi sciagura non opprime di tanta miseria colui che la prova, quanto la perdita della libertà sotto un padrone crudele[174].»
[174] _Lib. IX, c. 10. p. 333._