Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)
Part 10
[140] _Math. Paris hist. Angl. 1254. p. 757._
La tornata d'Innocenzo a Roma fu anteriore alla sua spedizione contro Manfredi ed il regno di Napoli: e poco dopo, la morte del pontefice lasciò Brancaleone assoluto padrone di Roma, la di cui amministrazione fu sempre egualmente severa e vigorosa. I Romani mostraronsi alcun tempo soddisfatti nel vedere i più principali gentiluomini, allorchè turbavano l'ordine pubblico, trattati con tutto il rigore della giustizia; ma a lungo andare quest'estrema severità si rese loro odiosa non meno dell'anarchia. Scoppiò una sedizione contro Brancaleone, eccitata dall'illustre famiglia degli Annibaldeschi, nella quale il senatore fu portato via dal Campidoglio e posto in prigione. Coloro che avevano alcun titolo di lagnanze contro di lui, furono invitati a produrle; ed era facile il prevedere che il processo intentato contro di lui innanzi al suo successore Emmanuele de' Maggi di Brescia sarebbe terminato con una condanna capitale.
Ma Brancaleone, al primo sentore della sedizione, aveva spedita la consorte a Bologna, per ottenere da quel senato che facesse strettamente custodire gli ostaggi dati dai Romani e mandasse deputati a Roma a chiedere la sua libertà. Invano il nuovo papa Alessandro IV rappresentò ai Bolognesi che il magistrato ch'essi domandavano era sospetto d'essere parziale di Manfredi, figlio e successore del loro nemico Federico; invano lo dipinse qual caldo ghibellino, indegno affatto della protezione di così zelanti guelfi; invano passando dalle sue persuasioni a quelle del rigore, li minacciò dell'interdetto se non mettevano in libertà gli ostaggi loro consegnati[141]: i Bolognesi si mostrarono così fermi nel difendere l'illustre loro concittadino, che i Romani dovettero rimandare libero Brancaleone; il quale, giunto a Fiorenza, segnò un atto di rinuncia alla sua carica, che ci fu conservato[142]. Sembra che dopo il corso pericolo, la rinuncia di Brancaleone dovesse essere sincera e senza pentimento: pure quando, dopo due anni, fu dai deputati romani invitato nuovamente a riassumere una carica che il popolo troppo amaramente allora pentivasi d'avergli tolta, Brancaleone tornò a Roma, e per la seconda volta vi ristabilì la sicurezza ed il governo popolare: ma il desiderio della vendetta aggiungendosi forse all'abituale severità del suo carattere, mandò al supplicio alcuni degli Annibaldeschi, e tutti gli altri cacciò da Roma. Scomunicato da Alessandro IV, per vendicarsene, costrinse questo pontefice con tutta la sua corte ad uscire di Roma, ed in appresso attaccò Anagni, patria d'Alessandro, e la rese soggetta alla repubblica romana. In questa seconda amministrazione, per forzare i nobili a rispettare il popolo, distrusse cento quaranta delle loro torri e rocche; obbligò il papa a riconoscere la sua autorità, ed a rappattumarsi con lui. Sembrava che la repubblica romana avesse assicurata la sua indipendenza, quando Brancaleone, assalito da grave malattia, morì desiderato da tutto il popolo. Il suo capo fu riposto in un vaso prezioso sopra una colonna di marmo, e per onorare la sua memoria fu nominato senatore un suo parente[143].
[141] _Sigonius de Regno l. XIX, p. 1026._
[142] _Vitali stor. dipl. de' senatori di Roma t. I, p. 117._
[143] _Raynald. ann. Eccl. 1258. § 5. t. XIV, p. 37. — Sigon. de regno It. l. XIX, p. 1037. — Vitali storia diplom. del senato p. 120._
Dopo aver osservate le rivoluzioni che la morte di Federico produsse nel mezzodì dell'Italia, convien vedere quali ne furono le conseguenze nelle altre province della medesima contrada, poichè tutte provarono l'immediata influenza di tale avvenimento.
(1250) L'ultimo atto dell'amministrazione di Federico in Toscana esiliava da Fiorenza i Guelfi, e poneva l'assoluto potere della città tra le mani de' gentiluomini ghibellini; e la prima conseguenza della morte di Federico fu la chiamata de' Guelfi, e lo stabilimento di un'amministrazione che lasciava alle inferiori classi della nazione la più estesa influenza. «In quel tempo, dice il Villani[144], i cittadini di Firenze viveano sobri e di grosse vivande e con piccole spese e di molti costumi, grossi e rudi, e di grossi drappi vestivano le loro donne; e molti portavano le pelli scoperte senza panno con berette in capo e tutti con usatti in piede, e le donne fiorentine senza ornamenti, e passavasi la maggior donna d'una gonnella assai stretta di grosso scarlatto, cinta ivi su d'uno schegiale all'antica, ed un mantello foderato di vajo cotassello di sopra, e portavanlo in capo: e le donne della comune foggia vestivano d'uno grosso verde di cambrasio per lo simile modo ed usavano di dare in dote cento lire[145] la comune gente, e quelle che davano alla maggioranza duecento, o insino in trecento lire era tenuta senza modo gran dota, e la maggior parte delle pulzelle che n'andavano a marito avevano venti anni o più, e di così fatto abito e costume e grosso modo erano allora i Fiorentini con loro leale animo, e tra loro fedeli; e molto voleano lealmente trattare le cose del comune, e con la loro così grossa e povera vita, più virtuose cose, ed onori recavano a casa loro, che non si fa a' nostri tempi, che pur morbidamente viviamo[146][147].»
[144] _Gio. Villani storie Fiorent. l. VI, c. 7, p. 202._
[145] La lira di Firenze di quel tempo corrisponde ad undici lire e sette soldi tornesi.
[146] Giovanni Villani era nato verso il 1280, e fu priore della libertà l'anno 1317.
[147] Quanta mutazione di costumi in 50 anni! _N. d. T._
Un popolo che sa conservare così virtuosa sobrietà, un popolo arricchito da un florido commercio, e provveduto di tutti i beni che rendono la vita più dolce, non rimane lungo tempo schiavo. Il nuovo governo creato dai Ghibellini sotto l'influenza di Federico era assolutamente aristocratico; e perchè nelle famiglie nobili conservavasi la medesima semplicità di costumi, e la medesima energia che nelle popolane, la forza di tali famiglie non fondavasi soltanto nelle leggi, ma ancora nelle armi. Tutti i fratelli si ammogliavano, tutti avevano una numerosa figliuolanza che avvezzavano alla guerra: ed eranvi alcune famiglie che contavano fin trecento individui. Quella degli Uberti era in Firenze la più potente, e fors'anco la più orgogliosa; essa aveva fatta la rivoluzione, manteneva una viva corrispondenza coll'imperatore, e possedeva in Firenze i palazzi meglio fortificati. Si dice che i nobili, resi insolenti dal loro potere, vessarono sovente la plebe con estorsioni ed atti violenti ed ingiuriosi. Il 20 ottobre del 1250, prima che accadesse la morte di Federico, tutti i più ricchi borghesi di Firenze si animarono a prendere le armi, e si adunarono nella piazza di santa Croce, avanti ad una chiesa che vide allora per la prima volta formarsi lo stato popolare di Fiorenza; avanti a quella chiesa ove i sepolcri de' grandi uomini fiorentini, ossia la repubblica degli estinti trovasi adunata anche ai nostri giorni. Di là, attraversando la città, s'avanzarono verso la casa degli Anchioni a san Lorenzo ove abitava il podestà, e lo costrinsero a rinunciare la sua carica. Dopo ciò si divisero per quartiere in venti compagnie, a cadauna delle quali fu dato un capo ed uno stendardo; nominarono un giudice in luogo del podestà, e questi fu Uberto di Lucca, al quale diedero il titolo di capitano del popolo; per ultimo formarono il consiglio dei dodici anziani, prendendone due per ogni quartiere della città; e questo consiglio, che s'intitolò signoria, doveva rinnovarsi ogni due mesi. Tale fu la costituzione che si diedero i Fiorentini in mezzo al tumulto di una sedizione, sotto la quale per altro operarono nel corso di dieci anni le più grandi cose[148].
[148] _Gio. Villani l. VI, c. 39. p. 181. — Ricordano Malespini, c. 141. p. 971. — Machiav. istor. Fiorent. l. II, p. 96. — Leonardo Aretino l. II, traduzione dell'Acciajuoli p. 35._
La prima cosa di cui saggiamente occuparonsi i Fiorentini nell'atto che fondarono la nuova costituzione fu l'organizzazione della forza militare. Essi non potevano temere d'essere oppressi dalla loro armata, perchè l'armata era la nazione, ma vollero che fosse sempre in ordine, sempre ben disciplinata per difesa della patria e della libertà. Tutti i cittadini di Firenze furono registrati in una delle venti compagnie di milizia; tutto il territorio venne diviso in novantasei compagnie ausiliari; i soldati nominarono i propri ufficiali; tutti furono subordinati al capitano del popolo; tutti al primo allarme erano tenuti di trovarsi nella piazza di santa Croce; e la prima cura del popolo, ricuperando i suoi diritti, fu quella di scegliere i colori de' suoi gonfaloni e delle sue imprese.
Per tutelare il popolo contro gli attentati de' nobili, si determinò di spianare le fortezze, col favor delle quali i gentiluomini si sottraevano al poter delle leggi. Non si volle per altro, o non si ardì di fare questa novità tutto ad un tratto; e la legge ordinava ai nobili di abbassare le loro torri in modo che non oltrepassassero le cinquanta braccia: fu questa la prima legge pubblicata in nome del popolo. I materiali procurati colla demolizione di tante private fortificazioni, furono utilmente impiegati nell'innalzamento delle mura della città nel quartiere al mezzodì dell'Arno. In pari tempo fu fabbricato il palazzo del podestà, rocca solida ed imponente, che adesso serve ad uso di prigione. Vennero colà alloggiati i membri del governo, che fino a tal epoca dimoravano in private case, e riunivansi soltanto nelle chiese.
Tali furono i principj della rivoluzione che si fece in Firenze mentre ancora vivea Federico; ma quando pochi mesi dopo, cioè il 7 gennajo 1251, si ebbe notizia della di lui morte, si pose l'ultimo suggello all'edifizio della libertà[149]: furono richiamati tutti i Guelfi esiliati, costretti i nobili delle due fazioni a segnare un trattato di pace, ed aggiunto al capitano del popolo un nuovo podestà scelto in una famiglia guelfa di Milano.
[149] _Gio. Villani l. VI, c. 42. p. 184._
Non fu appena stabilito in Firenze il governo popolare, che que' cittadini, animati dal sentimento della loro novella forza, cercarono di tirare nel loro partito tutta la Toscana. La sola città di Lucca erasi anch'essa dichiarata pei Guelfi, ma Pistoja, Pisa, Siena, Volterra, e pressochè tutti i gentiluomini seguivano la contraria parte. I Fiorentini invasero il territorio di Pistoja e lo guastarono; poi entrarono in quello di Pisa, attaccando quella repubblica, creduta di forze eguale a Fiorenza; ma Pisa trovavasi già in guerra colle città di Lucca e di Genova, e si era privata di molte braccia per equipaggiare la flotta che aveva accordato al re Corrado, che dalla Germania recavasi per mare nel regno di Napoli; altronde la rotta, per cagione della mal regolata disciplina delle truppe, sofferta nel secondo anno della guerra l'aveva notabilmente indebolita. Mentre i Fiorentini del 1252 stringevano d'assedio Tizzano, castello dei Pistojesi, i Pisani attaccarono l'armata lucchese a Montopoli, e fecero molti prigionieri; ma dopo l'ottenuta vittoria tornando disordinati verso Pisa, nè più credendosi esposti ad essere attaccati, si trovarono all'improvviso sopraggiunti da' Fiorentini presso Pontedera e rotti avanti che potessero ordinarsi in battaglia[150]. I prigionieri lucchesi approfittarono di tanta confusione per mettersi in libertà, e legare colle stesse corde i loro mal accorti vincitori. Tre mila prigionieri, tra i quali trovavasi anche il podestà, furono il frutto di questa vittoria. Dopo questo fatto l'armata fiorentina attraversò il territorio di Siena per rinfrescare di viveri e di gente il castello di Montalcino, che, quantunque posto sulla strada che conduce da Siena a Roma, aveva domandata la protezione de' Fiorentini. I Sanesi furono battuti sotto le mura di questo castello, e l'armata fiorentina, dopo avere scorsi i territorj di tutti i loro nemici, rientrò trionfante in Firenze.
[150] _Scipione Ammirato istor. Fiorent. l. II, p. 96. a. — Marang. Cron. di Pisa, p. 510. — Flam. del Borgo diss. V, p. 287. § 6. — Gio. Villani l. VI, c. 49. p. 190. — Janotti Manetti hist. Pistor. t. XIX, Rer. Ital. p. 1008._
In memoria specialmente di tali avvenimenti, la repubblica determinò di coniare una moneta d'oro, il fiorino, poi chiamato zecchino, che fissò al titolo più puro di ventiquattro caratti, e del peso di un ottavo d'oncia[151]. In mezzo alle rivoluzioni monetarie, e mentre la mala fede dei governi alterava il numerario dall'una all'altra estremità dell'Europa, il fiorino o zecchino di Firenze fu sempre lo stesso non solo in peso ed in titolo, ma ancora di presente porta l'impronta di quello battuto nel 1252. Vero è che la lira di conto, che non è che una moneta ideale, non mantenne sempre i medesimi rapporti col fiorino: ebbe in origine lo stesso valore, ma il corso del cambio, che era libero e variabile, accrebbe costantemente il prezzo della moneta d'oro. Quando cadde la repubblica fiorentina, il fiorino valeva sette lire fiorentine; oggi tredici lire, sei soldi, otto denari, corrispondenti ad italiane lire undici e quaranta centesimi[152].
[151] _Gio. Villani l. VI, c. 53. p. 191._
[152] _Storia delle monete della repub. fiorent. d'Ignazio Orsini. Firenze 1760, 1 v. in 4.º fig._
L'anno 1253 è celebre nei fasti di Firenze per la sommissione di Pistoja. Vedendo le loro campagne esposte a frequenti saccheggi, e molte castella forzate d'arrendersi ai nemici, i Pistojesi, stanchi di sostenere una lotta così disuguale, acconsentirono di richiamare tutti i Guelfi esiliati, mettendoli a parte della amministrazione del comune: e permisero ai Fiorentini di fabbricare una rocca nella loro città presso a Porta Romana e di tenervi continuamente guernigione. La repubblica fiorentina non aveva richiesta quest'ultima condizione per farla sua suddita, chè la sua ambizione non andava ancora tant'oltre; ma perchè le fosse tolto di sottrarsi in avvenire alla sua alleanza, o di perseguitare i Guelfi protetti dai Fiorentini[153].
[153] _Gio. Villani, l. VI, c. 55, p. 193. — Janot. Manetti Histor. Pistorii, p. 1008._
(1254) Più glorioso ancora fu pei Fiorentini il susseguente anno, chiamato l'anno delle vittorie. Sotto la condotta del loro podestà, Guiscardo di Pietra Santa, milanese, cinsero d'assedio Montereggione, fortezza dei Sienesi, e risguardata come la principale difesa del loro territorio. Perchè i Sienesi temendo di perderla, proposero condizioni di pace assai vantaggiose ai Fiorentini, e rinunciarono alla loro alleanza coi Ghibellini, senza che ciò peraltro alterasse in alcun modo l'interna forma del loro governo[154]. Gli uomini più illustri per lettere e per impieghi civili, siccome nei più bei tempi d'Atene e di Roma, militavano anch'essi nelle armate della repubblica; così Brunetto Latini, uno de' primi ristoratori delle lettere in Italia, autore d'un libro intitolato _il Tesoro_, nel quale trovansi riuniti tutti i lumi di quel secolo[155], Brunetto Latini, il prediletto maestro di Dante, militava nella guerra di Siena, e fu egli che, notajo essendo, stese e firmò il trattato di pace tra le due repubbliche.
[154] _Orlando Malavolti Stor. di Siena p. I, l. V, p. 65. — Gio. Villani l. VI, c. 56, p. 193. — Scip. Ammir. l. II, c. 1, p. 37._
[155] Se il _Tesoro_ di Brunetto Latini abbracciava tutte le cognizioni del XIII secolo, i lumi di quel secolo erano ben piccola cosa. Ma quest'espressione usata da chi voleva onorare questo uomo singolare non vuol essere presa letteralmente. _N. d. T._
Poich'ebbe prese le rocche di molti signori ghibellini nelle vicinanze di Siena, l'armata fiorentina entrò nel territorio di Volterra, una delle antichissime città degli Etruschi fabbricata sopra un'alta montagna, e da più lati circondata di precipizj, dagli altri difesa da alte mura formate di enormi sassi quadrati; maravigliose opere anteriori ai tempi romani, e tutt'ora esistenti. I Fiorentini erano ben lontani dal lusingarsi di poter prendere così forte città, quando quegli abitanti essendo usciti dalle porte ad attaccarli, furono, malgrado il vantaggio del terreno che combatteva per loro, rotti dalla furia delle milizie fiorentine, che vivamente inseguendoli entrarono nella mal abbandonata città. Allora il vescovo alla testa de' suoi chierici che portavano delle croci, e le donne coi capelli disciolti vennero a gettarsi ai piedi dei vincitori chiedendo grazia. L'ottennero; non fu sparsa una goccia di sangue, nè saccheggiata una sola casa; ma il governo venne riformato in vantaggio del partito guelfo: sicchè fu conservata la libertà, ma i capi della fazione ghibellina furono forzati di allontanarsi dalla loro patria[156].
[156] _Gio. Villani l. VI, c. 58, p. 193. — Leonardo Aretino l. II._
Prima che terminasse l'anno, l'armata vittoriosa invase il territorio di Pisa, spargendo in quella città tanto terrore, che que' cittadini domandarono la pace, ed acconsentirono a svantaggiose condizioni, che peraltro non furono lungo tempo osservate. Dopo una campagna così gloriosa rientrò trionfante in settembre del 1254, accolta con trasporto di gioja da tutti gli abitanti che le si fecero incontro fuori delle porte.
La città d'Arezzo non aveva presa parte alle guerre della Toscana; i Guelfi ed i Ghibellini essendovi egualmente potenti, avevano pure egual parte nel governo; mantenendo la città internamente tranquilla, e sicura al di fuori col favor de' trattati fatti coi loro vicini, ed in particolare colla repubblica di Fiorenza. Accadde che del 1255 i Fiorentini mandarono sotto la condotta del conte Guido Guerra, gentiluomo guelfo indipendente, cinquecento cavalli agli abitanti d'Orvieto per soccorrerli contro quelli di Viterbo. Per recarsi ad Orvieto questa gente doveva attraversare il territorio di Arezzo: quando passò vicino alla città, gli Aretini guelfi chiesero ajuto al conte Guido per cacciare dalla città loro i Ghibellini, e, per prezzo dell'ottenuto soccorso, gli diedero, contro la fede de' trattati, il possesso della loro fortezza. Nello stesso modo press'a poco la fortezza di Tebe era stata occupata da un generale spartano[157]; ma il senato di Lacedemone condannò il generale e ritenne la fortezza: i Fiorentini all'incontrario, presero tutte le armi e si portarono sotto Arezzo per ristabilirvi i Ghibellini. Sebbene fossero questi nemici, erano in pace con Firenze; e perchè il conte Guido mostrava di voler difendere la sua conquista, ed i Guelfi, ch'eransi valsi dell'opera sua, non sapevano risolversi a rimandarlo senza ricompensa; i Fiorentini accomodarono gli abitanti d'Arezzo di dodici mila fiorini, che poi non furono loro più restituiti[158], affinchè con questa somma potessero gratificare il conte, rientrare in possesso della fortezza e ristabilire la pace entro le loro mura[159].
[157] Febida fu quello che si pose in possesso della Cadmea coll'ajuto della fazione aristocratica, e fu deposto e condannato a dieci mila dramme di ammenda.
[158] _Gio. Villani l. VI, c. 62, p. 196. — Leonardo Aretino l. II._
[159] Poichè i Fiorentini ebbero persuaso il conte Guido a sortire d'Arezzo, gli Aretini nominarono loro podestà Tegghiajo Aldobrandi degli Adimari, uno de' più virtuosi cittadini di Firenze. È questi uno degli eroi ricercati da Dante e trovato nell'Inferno, cant. 16, v. 41, nel cerchio in cui si puniva un cotal vizio associato a tante virtù. Tegghiajo, esposto ad una pioggia di fuoco, cammina senza mai fermarsi sopra una arena ardente col conte Guido Guerra e Giacomo Rusticucci; i quali, quantunque si fossero meritati la collera del cielo, imprimevano ancora un profondo rispetto alla terra. Virgilio, vedendoli avanzarsi, dice a Dante:
«.... a costor si vuole esser cortese; E se non fosse il fuoco che saetta La natura del luogo, i dicerei Che meglio stesse a te che a lor la fretta.»
Diffatti quando Dante ode i loro nomi, sta irresoluto di cacciarsi avanti tra le fiamme per abbracciarli e grida:
«Di vostra terra sono, e sempre mai L'ovra di voi e gli onorati nomi Con affezion ritrassi ed ascoltai.»
Nello stesso cerchio e per lo stesso genere di incontinenza era da perpetue fiamme tormentato il maestro di Dante, Brunetto Latini, di cui abbiamo già parlato. È cosa veramente sorprendente che un così vergognoso vizio fosse così comune in una repubblica che sotto ogni altro rapporto era tanto austera e virtuosa; come riesce curioso il vedere in qual modo quegli uomini ad un tempo repubblicani e religiosi risguardavano in quel secolo i giudizj del cielo. Quando li vediamo tributare tanto rispetto a coloro che sono già vittime dell'eterna vendetta, ci sembra di scorgervi quelle idee di fatalismo sulle quali i Greci fondarono le loro tragedie. I delitti di Tegghiajo e di Rusticucci, come quelli di Edipo e d'Oreste sembravano l'effetto della collera degli Dei: ma sotto il peso di questa collera gli uomini non lasciano di mostrarsi ancora grandi.
Abbiamo accennato che i Pisani non mantennero a lungo la pace che avevano forzatamente segnata: ma rotti un'altra volta presso Ponte al Serchio dall'armata combinata fiorentina e lucchese, furono costretti di soggiacere alle condizioni che loro erano state prima accordate, e di consegnare inoltre il forte di Motrone posto in riva al mare presso di Pietra Santa, con patto che i Fiorentini lo potessero, a voglia loro, distruggere o conservare. Assai difficile e dispendiosa doveva riuscire la guardia di questa rocca posta a molta distanza da Fiorenza, di modo che dopo un segreto consiglio degli anziani, la signoria determinò di farla spianare. Ma i Pisani che non prevedevano così fatta risoluzione, temevano all'opposto che i Fiorentini, acquistando uno stabilimento in riva al mare, non andassero in seguito dilatandosi, e giugnessero ad avervi un porto. Perchè mandarono un segreto negoziatore a Firenze per prevenire questo successo. Era allora uno degli anziani Aldobrandino Ottobuoni, cittadino assai riputato, ma di povere fortune. A costui si diresse segretamente l'agente pisano, e cercando di persuaderlo che quanto era per proporgli non era altrimenti contrario al dover suo, nè agl'interessi della sua patria, gli offrì quattro mila zecchini d'oro, a condizione che riducesse i suoi colleghi ad ordinare la demolizione di Motrone. Sebbene tale risoluzione era già stata adottata il giorno avanti, Aldobrandino licenziò l'agente pisano con disprezzo; e riflettendo che i Pisani non sarebbonsi presa tanta premura per la distruzione di Motrone, se non conoscessero estremamente vantaggioso ai Fiorentini il conservare questa fortezza, si recò al consiglio degli anziani, e seppe così bene esporre le ragioni che dovevano determinarlo alla conservazione di Motrone, che la signoria, rivocando il precedente atto, ordinò che la rocca si conservasse. Aldobrandino ebbe la generosità di non parlare dell'offerta che gli era stata fatta; e furono i nemici dello stato che manifestarono la disinteressata sua condotta[160].
[160] _Gio. Villani l. VI, c. 63, p. 197._
CAPITOLO XIX.
_Pontificato d'Alessandro IV. — Crociata contro Ezelino; sua disfatta e morte. — Manfredi re di Sicilia: soccorre i Ghibellini toscani: battaglia di Monte Aperto o dell'Arbia._
1255=1260.